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Momenti dell'antigiudaismo medievale

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Sotto il potere della Chiesa Spagna Sacro Romano Impero Crociate
Omicidio rituale Concilio Lateranense II Peste nera Esperienza culturale

I rapporti tra ebrei, cristiani e pagani

Gli ebrei entrarono nel turbine della storia, dopo la dissoluzione del loro stato, con un bagaglio storico-culturale che impose loro una condizione di debolezza all’interno delle dinamiche delle nazioni ospitanti. La stessa diaspora, oltre che dolorosa e lacerante, segnò anche la dissoluzione di una identità definita di popolo, identità che sussistette individualmente nei secoli solo perché garantita dal potere unificante dell’immenso patrimonio culturale.

La perdita della coesione nazionale fu affiancata da un diffuso antigiudaismo pagano, che si era fortificato nei secoli a scapito degli ebrei e di una rispettosa convivenza. Di più recente formazione, l’antigiudaismo cristiano si rivelò ancora più nocivo, perché supportato, oltre che da pregiudizi ormai radicati, da un sistema teologico più organico e forte di quello del paganesimo.

La dispersione e l’esilio comportarono l’assorbimento da parte degli ebrei della lingua e di usi e costumi locali, così che a distinguerli culturalmente dal resto della popolazione furono soprattutto il loro credo monoteista e l’appiglio ai testi sacri.

E’ tuttavia necessario sottolineare che, malgrado il tentativo di assimilazione ebraica, i rapporti con i sistemi ideologici latino e cristiano non si risolsero senza conflitti e scontri; se l’ebraismo aveva in comune con il mondo cristiano la fede monoteistica, ciò presupponeva l’assenza di un ossequio nei confronti di quei monarchi che avevano assunto connotati divini, nonché l’esclusione dai culti verso i numerosi dei dell’Impero.

D’altro canto la celebrazione del sabato era un elemento fondamentale di dissonanza dal cristianesimo, come soprattutto il riconoscimento del Messia in Cristo.

Tuttavia il mondo ebraico si rivelò sempre sensibile e aperto alle altre culture, tentando spesso audaci sintesi tra il pensiero della Toràh e idee estranee al proprio mondo culturale.

Non si può dunque parlare di una vera e propria integrazione ebraica, ma motivi di intolleranza tra ebrei e cristiani erano inesistenti a livello popolare; solo gli scambi tra rabbini e vescovi si formulavano sulla base del reciproco disprezzo.

L’ebraismo sotto il crescente potere della Chiesa

Quando la religione cristiana fu riconosciuta, sotto Costantino, come lecita, le relazioni con l’ebraismo si allentarono ancora di più; nel 325 il concilio di Nicea proclamò la scissione completa tra le due culture: l’adozione di una data diversa per la celebrazione pasquale, che fino a quel momento era coincisa con Pèsach, recise l’ultimo legame simbolico con l’ebraismo.

Inoltre, secondo il diritto romano, non veniva considerata valida la giurisdizione autonoma della legge ebraica e i rabbini non avevano più la facoltà di intervenire se non in casi di arbitrato volontario: se gli ebrei come cittadini romani non avevano privilegi, in più subivano anche ingiustizie discriminanti, come la maggiore pesantezza delle pene in caso di violazione della legge, rispetto ai cristiani.

Costantino approvò molte restrizioni delle libertà di culto e limitò la commistione della cultura ebraica con le altre presenti nell’impero; il suo successore Costanzo favorì un’ulteriore involuzione in senso restrittivo, con il tentativo di sopprimere Kippùr e Pèsach.

Sotto il regno di Giuliano l’apostata (361-363), che tentò di ripristinare il paganesimo come religione ufficiale, gli ebrei godettero per fortuna di relativa calma, in seguito all’abrogazione di alcune leggi umilianti, e venne loro permesso di restaurare il Tempio, anche se di fatto i lavori furono interrotti di fronte a episodi funesti e misteriosi (lingue di fuoco bloccarono gli scavi delle fondamenta) che furono interpretati come segni di disapprovazione divina.

Fu solo sotto il regno di Teodosio II, quando l’impero era già stato diviso tra Oriente e Occidente, che cominciò il periodo medievale per gli ebrei. Nuove misure di carattere restrittivo furono loro imposte sul piano sociale (un sempre più invadente sforzo per ridurli a un’emarginazione civile) su quello cultuale (obbligo di celebrazione della Pasqua solo dopo quella cristiana) e nello studio (costrizione a leggere i testi sacri in latino e greco, rinuncia ai commenti e alle discussioni dopo la lettura dei testi sacri nelle sinagoghe).

Gli ebrei in Spagna

La dispersione ebraica toccò numerosi paesi dell’Europa, la Francia, l’Italia, Bisanzio, ma fu in Spagna che si crearono le basi per uno sviluppo culturale unico per la sua vastità e le sue implicazioni.

Lo stanziamento nella terra di Sefaràd (nome ebraico per indicare la Spagna, da cui furono detti sefarditi gli ebrei spagnoli e portoghesi, e i loro discendenti diffusi nel bacino del Mediterraneo, in Gran Bretagna, nella penisola balcanica e nei Paesi Bassi) si perde nella notte dei tempi. Tutte le più importanti città spagnole avevano una forte e florida presenza ebraica, spesso radicata in antiche e illustri famiglie.

Nei primi secoli la convivenza con la comunità cristiana non fu solo all’insegna della pace e del rispetto, ma anche del reciproco scambio culturale; è noto che ebrei assistessero alle messe e cristiani partecipassero alla gaiezza di Purìm e del Sèder pasquale.

In questo interesse interculturale la Chiesa vide una minaccia alla purezza del suo credo, così il concilio di Elvira del 320 stabilì dure sanzioni per ebrei e cristiani che avessero intrecciato relazioni di amicizia.

Con l’avvento in Spagna dei Visigoti gli ebrei furono sottoposti a continui cambiamenti di considerazione, passando dalla piena conservazione di tutti i diritti politici e civili nel primo periodo di dominazione, a forme più o meno gravi di intolleranza e discriminazione. Spesso la politica nei confronti degli ebrei fu dettata dagli umori e dalle simpatie dei sovrani o da alleanze con il potere ecclesiastico.

Il dibattito culturale tra ebraismo e cristianesimo si sarebbe imposto in termini più spettacolari solo in periodi successivi, tuttavia già adesso fioriva discretamente. I momenti di attrito, segnalati dal tentativo di confutare la Verità altrui, non furono sporadici, ma si riscontrano anche momenti di grande interesse, in cui le dispute tra preti e rabbini, specialmente nelle piccole città, servivano più come gioco intellettuale teso a una maggiore reciproca conoscenza, che ad autentico sforzo impositivo degli uni sugli altri.

La conquista araba del 711 fu accolta come una liberazione da parte degli oppressi, i quali infatti vissero sotto la dominazione islamica un periodo di grande prosperità a livello socio-politico come nell’ambito culturale: si assistette a un rifiorire della poesia di ispirazione liturgica e del dibattito talmudico, favorito, quest’ultimo, soprattutto dalla fondazione della scuola di Còrdoba.

Il mondo arabo non fu soltanto rispettoso di quello ebraico, ma anche desideroso di conoscerlo, tanto che i califfi si dimostrarono sempre attenti fruitori dei lavori intellettuali degli ebrei e si fecero tradurre in arabo la Mishnàh per poterla apprezzare di più.

Nei successivi rivolgimenti di potere, quando ormai la Spagna era contesa tra arabi e cristiani, gli ebrei continuarono a godere della protezione dei regnanti, sviluppando personalità interessanti come Solomon ibn Gabirol e Judah Halevi nella poesia, Isaac Alfasi nell’ermeneutica talmudica e Ibn Dianah nella grammatica ebraica.

Gli ebrei nel Sacro Romano impero

Circa nella seconda metà dell’ottavo secolo un evento unico si impose nella storia ebraica: i Kazari, un popolo di origine finnica, si convertirono tutti all’ebraismo, creando nel loro regno alla foce del Volga un’oasi di pace e rispetto per tutti i credi religiosi.

Per molti secoli le notizie sui Kazari furono ridotte, confuse e spesso aneddotiche, ma ebbero la funzione di ravvivare le speranze di un popolo che, privato di nazione, aveva sempre desiderato acquisire di nuovo l’unità.

Quasi contemporaneamente alla conversione dei Kazari, Carlo Magno, fondatore del Sacro Romano Impero, si manifestò sorprendentemente dissonante ai pregiudizi ormai radicati e diffusi contro gli ebrei, anzi, concesse loro tutti i diritti politici e civili, mantenendoli lontani dalla longa manus della Chiesa. Queste iniziative così aperte di Carlo Magno furono avversate infatti dai rappresentanti del potere ecclesiastico, che si preoccuparono di svolgere un’efficace propaganda antisemita.

Quando il trono passò a Lodovico il Pio e, dopo di lui, a Carlo il Calvo, la dinastia imperiale era ancora abbastanza salda da riuscire a prendere autonomamente decisioni in merito alla questione degli ebrei, senza che la Chiesa influisse troppo. Tuttavia, sotto la discendenza di Carlo il Calvo l’autorità reale si indebolì, e con essa la speranza di una convivenza pacifica tra ebrei e Chiesa.

Occorre sottolineare che l’instabilità della sorte fu caratteristica non solo degli ebrei, ma impregnò tutto l’ambiente alto-medievale, che tentava di trovare una dimensione precisa in cui svilupparsi. Così i servi della gleba erano in una condizione ancora più precaria degli stessi ebrei, in quanto privi di risorse, ignoranti e bloccati nei loro movimenti migratori.

Le favorevoli condizioni nell’Europa carolingia comportarono una disseminazione dei gruppi ebraici fino a Praga e uno sviluppo notevole nello studio del Talmud.

L'anno Mille fu un momento assai travagliato per la Cristianità. Le tensioni apocalittiche e la superstizione si diffondevano, creando un clima di instabilità.

Una ventata scosse l’Europa, ma non fu che brezza a paragone della tempesta che si sarebbe scatenata poco dopo.

L’epoca delle crociate

Le prime due Crociate

Il 27 novembre 1095 il papa Urbano II sostenne, nel concilio di Clermont-Ferrant, l’idea di una crociata contro gli infedeli per la riconquista dei luoghi santi. Con questa proposta si aprì una nuova epoca, dominata da folli fervori superstiziosi che portarono a una più sistematica soppressione delle minoranze religiose, prima fra tutte quella ebraica.

Le Crociate furono interpretate come una risposta differita alle conquiste mussulmane, ma la violenza che si diffuse coinvolse in modo drammatico non soltanto il mondo arabo, bensì anche quello ebraico.

Come abbiamo visto, nei secoli precedenti l’intolleranza antisemita era stato un movimento episodico, dettato dalla contingenza e, per quanto biasimevole, piuttosto ridotto nelle sue dimensioni. Ora stava assumendo sistematicità, si diffondeva più rapidamente di una pestilenza e, come essa, era latente a livello endemico in un clima di crescente fanatismo.

Per gli ebrei divenne una questione di vita o di morte la scelta di abiurare il proprio credo, mentre per tutta l’Europa echeggiavano convinzioni che suonavano così: "Gli ebrei hanno ucciso Gesù nostro Signore: che si convertano o muoiano".

Principi, monaci, borghesi e servi intrapresero la spedizione in terra santa sotto il vessillo della croce e accompagnati dalla certezza di essere nel giusto in nome di Dio. Le truppe si mossero dalla Francia lungo la valle del Reno, dove le comunità ebraiche erano numerose e godevano di diritti pari a quelli cristiani. I circoli ebrei mai si sarebbero aspettati una tale esplosione di violenza, anzi, con complicati calcoli pensavano che imminente fosse la venuta del Messia.

Purtroppo il sospirato salvatore non venne, ma giunsero i crociati che lasciarono dietro di loro un numero impressionante di vittime.

Accadde che qualche vescovo aiutasse gli ebrei contro il dilagante desiderio di un capro espiatorio, ma fu raro; nella maggior parte dei casi vi furono suicidi in massa, battesimi forzati o massacri.

Nonostante si fossero verificate esplosioni di violenza così tremende e ingiuste, paradossalmente l’odio nei confronti delle vittime non fece che crescere.

Spesso gli imperatori o i feudatari che si opposero al massacro proteggendo i loro sudditi ebrei, in realtà finirono con il considerarli oggetti di loro proprietà, riducendone ulteriormente il margine di libertà.

Le comunità, d’altra parte, attraversarono un periodo di profonda crisi, riscontrabile ovviamente soprattutto nella produzione intellettuale ridotta: lo studio talmudico si indebolì in favore di nuove forme pietistiche e misticheggianti. Era un momento di disperazione e si sentiva un impellente bisogno di fede più che di razionalità.

Nel 1146 papa Eugenio III organizzò la seconda crociata, che fu preparata con maggiore disciplina e minore dispersione rispetto alla precedente e, proprio per questo forse, infervorò meno gli animi.

In quegli anni, sotto Luigi VI e Luigi VII di Francia, gli ebrei vivevano in condizioni discrete: potevano possedere beni immobili, godevano di uno stato giuridico simile a quello delle corporazioni indipendenti, erano protetti dai sovrani. In Germania la situazione era più precaria, poiché i predicatori si adoperavano per fomentare gli animi, dichiarando che era assurdo combattere gli arabi quando nella loro stessa patria erano presenti gli infedeli. Cominciarono a serpeggiare accuse sia di deicidio che di omicidio rituale e la conseguenza fu un nuovo rinnovarsi delle violenze antisemite.

Il celebre rabbino Jacob Tam, dopo essere stato vittima di una spedizione punitiva di crociati, ed essendosi salvato per caso, si fece promotore di periodiche riunioni di rabbini francesi in cui venivano stabilite norme cautelative per evitare attacchi di parte cristiana. Fu così deciso di chiudere il più possibile i contatti con il mondo esterno, di evitare qualsiasi rapporto giuridico con i cristiani proteggendosi in una sorta di autonomia ebraica che avrebbe se non altro ridotto i motivi pretestuosi per organizzare crociate.

L'accusa di omicidio rituale

Diffusa e spregevole, l'accusa di omicidio rituale era una delle più antiche e radicate argomentazioni della propaganda antiebraica, che trovava le sue origini nel passato pagano.

Trasmessasi nei secoli al patrimonio superstizioso e antisemita cristiano, si sviluppò notevolmente nella seconda metà del 1100, come retaggio del clima di agitazione delle prime crociate.

L’omicidio rituale consisteva quasi sempre, secondo la credenza popolare, nel sacrificio di un bambino cristiano da parte ebraica per irridere la passione di Cristo, oppure per scopi liturgici in cui era essenziale fare libagioni di sangue.

Di questa accusa risulta inaccettabile, oltre alla componente calunniosa votata a eleggere un capro espiatorio per pazze folle, il fatto che a promulgarla fosse il cristianesimo, ai cui albori era stato vittima della stessa ricriminazione ingiusta e stupida. Ma d’altronde è noto che, se la Chiesa si fosse identificata con le sue vittime come prevede il dettato evangelico, molte delle persecuzioni della storia non si sarebbero verificate.

l‘accusa si sparse a macchia d’olio soprattutto nell’Europa del nord, tanto che in pochi anni ne troviamo testimonianze in più paesi: a Norwich nel 1144, a Wurzburg nel 1147, a Colonia nel 1150.

La terza Crociata

Verso la fine del XII secolo, il mondo cristiano assistette alla presa di Gerusalemme da parte di Saladino, quindi un’aria gravida di tensione si abbatté sull’Europa cristiana a scapito, come al solito, delle minoranze non integrate: Papa Innocenzo III indisse una nuova Crociata.

Il pontefice temeva ogni forma di infedeltà o eresia, poiché era convinto che avrebbero minato l‘integrità della Chiesa.

Il suo odio si appuntò soprattutto contro ebrei e catari, i quali godevano di cospicue protezioni politiche, quindi minacciavano sia il primato spirituale della Chiesa che quello temporale.

Il Concilio Laternense II

Il Concilio Lateranense II è paradigmatico per evidenziare la chiusura della società cristiana nei confronti degli "altri".

Tale congresso fu convocato proprio in merito alla questione ebraica e comportò seri cambiamenti nella condizione degli ebrei.

Per prima cosa fu definito il ruolo dell’ebreo come usuraio, stereotipo destinato a permanere nel tempo: attività preclusa al mondo cristiano, il prestito a interesse era un impiego che effettivamente teneva conto degli sviluppi economici conseguiti dopo le Crociate; una valorizzazione del commercio, delle rotte e delle posizioni strategiche di alcune città favorirono l’affermazione della figura del mercante.

Gi ebrei erano preclusi dalle corporazioni di mestiere né basavano la loro economia su beni immobili a causa della precarietà della loro condizione; inoltre le leggi protezionistiche volute dai mercanti e il divieto valido per i cristiani di praticare l‘usura, di fatto determinarono la sola presenza ebraica in questo ambito economico.

Deve essere precisato che i cristiani traevano enormi vantaggi dal meccanismo dei prestiti, che vedeva coinvolta tutta la società, ma l’onta di tale attività fu addebitato ai soli ebrei, poiché costituiva un motivo i biasimo che l’assetto sociale non voleva sostenere.

Un’altra questione su cui si appuntò il Concilio fu la possibilità di distinguere fisicamente gli ebrei dal resto della popolazione.

Il 30 Novembre 1215 fu ufficialmente introdotta nei paesi cristiani la rotella, un cerchio di stoffa gialla che gli ebrei avevano l’obbligo di portare sui vestiti dall’età di dodici anni.

Papa Innocenzo III tentò di giustificare l’infamia di questo segno distintivo facendo appello alle sacre scritture nelle quali la legge di Mosè prescrive al Popolo Eletto di differenziarsi negli abiti dagli altri.

A prescindere da qualsiasi presunta legittimazione, tale marchio fu nei secoli una terribile pena per gli ebrei, seconda solo alla conversione e alla morte. La costrizione a diversificarsi fisicamente equivaleva a visualizzare un divario materiale e spirituale fino a quel momento implicito. Inevitabile come effetto fu l’allargarsi del fossato pregiudiziale tra le culture ebraica e cristiana.

Da questo momento le persecuzioni antiebraiche abbandonarono la carica di eccezionalità che le aveva sempre caratterizzate, per imporsi come consuetudine e frutto della propaganda ecclesiastica.

Le masse che vivono in condizione di precarietà sono sempre propense a visualizzare un capro espiatorio e le persecuzioni antiebraiche furono interpretate come la testimonianza della verità cristiana, altrimenti, si pensava, Dio non avrebbe abbandonato in tale situazione il suo popolo.

Il Concilio Lateranense ebbe vasti echi nelle rigorose iniziative legislative di Luigi IX, re di Francia.

Sotto il suo regno fu promulgato il divieto per gli ebrei di occuparsi del prestito a interesse e fu limitata la loro influenza economica all’artigianato.

Contro questa iniziativa si schierò papa Gregorio IX ( 1227- 1241), che considerò l’operato del re di Francia eccessivo e si preoccupò di restituire agli ebrei un ruolo che avrebbe ridotto le distanze sociali dai cristiani. Se dunque da un lato il papa operò a favore degli ebrei riconoscendone i diritti, li cristallizzò nella funzione economica fortemente antipopolare dell’usura. Non bisogna dimenticare inoltre che Gregorio IX, nonostante le sue posizioni moderate in merito alla questione ebraica, diede vita all’Inquisizione, l’organo ecclesiastico che avrebbe infierito sulle minoranze per secoli, sotto la repressiva egida domenicana.

La seconda metà del duecento è dominata da un desiderio di assestamento politico e quindi la condizione ebraica varia a seconda delle iniziative strategiche dei regnanti.

La settima Crociata ( 1248-1254 ) condotta da Luigi IX fu un disastro. Papa Innocenzo IV era occupato a isolare Federico II e non si interessò alla disfatta cristiana in Terra Santa.

Come reazione alla delusione provocata dalla sconfitta si generò il movimento dei cosiddetti pastorelli, gruppi di contadini fanatici che opposero alla lotta papale contro Federico II la necessità di concentrarsi contro gli infedeli.

La portata fortemente eversiva del fenomeno indusse clero e sovrani a intervenire per sopprimerlo, ma la ferocia del movimento non si spense, a scapito delle minoranze non integrate che subirono violente persecuzioni. Ancora nel 1320 scoppieranno tumulti dei pastorelli e pare che l’accusa antiebraica di avvelenare i pozzi (comparsa nel 1321) sia da connettere alla propaganda di questi gruppi di fanatici.

La peste nera

Il 1348 è ricordato come l’anno della più grande diffusione di peste in tutto il Medioevo. A causa di questa terribile infezione moriranno circa quarantadue milioni di persone.

L’atmosfera di profondo dolore, la riemersione di atavici timori sempre custoditi in seno all’umanità, la mancanza di certezze e di risposte ai quesiti su Bene e Male, Giusto e Ingiusto, sono costanti umane che preludono alla ricerca di un capro espiatorio. Nell’assetto sociale trecentesco i gruppi su cui potessero abbattersi tale ruolo e la conseguente persecuzione erano molti, ma furono gli ebrei a dover principalmente subire questa scelta.

Vennero accusati di diffondere la pestilenza e pertanto furono sottoposti a violentissimi pogrom. L’Europa era invasa dal terrore e, come spesso accade, la violenza si rivelò sua degna figlia.

La climax dell’odio antiebraico medioevale ebbe qui il suo culmine. Gli ebrei erano stati caricati di tutte le tormentate tensioni della Cristianità, dal periodo delle Crociate alla lotta tra Papato e Impero. La peste nera arrivò in un momento profondamente provato per la psicologia individuale e collettiva ebraica, che si riverberò necessariamente sulla sua mentalità.

L’eliminazione degli infedeli venne invece giustificata dai persecutori come atto di devozione a Dio, dalla carica purificatoria e scaramantica.

Passato il cruciale momento della peste nera, le acque si sarebbero relativamente calmate, permettendo all’ebraismo di rivedere il travagliato periodo medievale cercandovi le ragioni teologiche che l’avevano reso possibile.

L’esperienza medievale per gli ebrei

Reazioni culturali e psicologiche

I secoli bui hanno impresso nella mentalità ebraica un grande dolore, ma anche un senso di profonda rivalsa nei confronti dei persecutori. Comune alla produzione intellettuale del periodo è il desiderio di vendicare i torti e l’appello a Dio come fonte di suprema giustizia.

Persino il vocabolario non esce indenne dai secoli dell’oscurantismo medievale: vengono coniati eufemismi che designano le usanze cristiane; la Chiesa diventa " la casa di impurità", il Battesimo" l’innaffiatura di acqua sporca", Cristo è "l’appeso".

Questi nuovi termini rappresentano l’unico possibile sfogo dell’ebreo sul cristiano, che di fatto vince sempre.

Degno di interesse è soprattutto il rapporto con il divino che, invece di allentarsi, si intensifica. L’ebreo dimostra quindi di nutrire un’inestinguibile fiducia in Dio, e questa è forse la chiave della sua sopravvivenza alle estenuanti torture psichiche e fisiche cui il Cristiano lo sottopone.

Il motivo della lealtà verso Dio si allaccia alla tematica biblica del Sacrificio di Isacco. Sempre dibattuta per i suoi molteplici significati, in questo periodo la figura di Isacco diventa l’incarnazione del martirio benevolo contro i malefici soprusi della Chiesa. Chi moriva in nome dell’ebraismo veniva considerato qadòsh (santo).

Sebbene tuttavia gli ebrei avessero reagito con coraggio alle persecuzioni, era inevitabile che si chiedessero perché il loro destino fosse nelle mani delle folle isteriche e di clero e sovrani bramosi di prestigio. Come mai i cristiani non venivano puniti per gli eccidi che perpetravano da una Provvidenza divina dispensiera di Giustizia?

La risposta l’ebreo la cercò nei Testi Sacri e oppose all’ignoranza diffusa tra le masse cristiane una tenace e vigorosa applicazione allo studio, una dedizione assoluta all’analisi e al commento. Si forgiò una nuova mentalità che allontanò il rischio di una sclerosi del pensiero ma anche, a livello individuale, la morte del raziocinio di fronte all’avanzare della paura e dell’irrazionalità.

I rabbini non smisero di predicare e insegnare, ma dal loro ruolo traspariva maggiore insicurezza intellettuale. Inoltre l’ansia della comunità favorì una sua involuzione in senso isolazionistico a scopo difensivo che tagliò le relazioni tra ebrei e gentili.

Se da un lato si assiste alla chiusura in se stessa della comunità ebraica, dall’altro si impone l’inattuabilità di tale tentativo, soprattutto per ragioni economiche.

La durezza dei tempi e le forti pressioni dall’esterno non lasciavano molte vie d’uscita, in modo particolare nelle città tedesche e in Francia dove gli ebrei erano servi camerae nostrae e appartenenti ai baroni. Così si radicò la funzione del prestito a interesse come associata alla figura dell’ebreo, anche se i rabbini predicavano le sconvenienze morali e sociali di questo compito.

Società

Un’altra importante istituzione che, pur esistendo da sempre nella diaspora ebraica, nei secoli medievali si rafforzò, fu il qàhal o qehillàh (comunità).

L’idea dell’aggregazione in base a elementi di comunanza tra persone è tipica di tutto il Medioevo, cristiano e non, che crea le corporazioni di mestiere.

Nel caso ebraico però concorrono alla formazione della comunità esigenze religiose - come la necessità di rispettare la kasherùt o di frequentare la sinagoga- e esigenze difensive. Le pressioni esterne e i vincoli interni, famigliari, culturali, cultuali, favoriscono la coesione del gruppo, che diventa vera e propria comunità con l’imposizione da parte degli imperatori tedeschi di riscuotere le tasse non da singoli individui ma dalla intera società ebraica.

L’idea della comunità permea profondamente di sé l’ebreo, sia materialmente come spazio entro cui agire, sia nella mentalità.

All’interno della comunità vigono norme (taqqanòt) che influenzano la vita individuale e di gruppo e che si ispirano al Talmùd. Vi vengono trattate questioni morali, sociali e religiose e viene sancito l’obbligo dello studio della Bibbia, del Talmùd e del Midràsh.

Con la diffusione delle comunità in tutta Europa, soprattutto nei centri urbani, le regole e i modi di vita variano da area ad area, grazie anche alle influenze esterne, le quali svilupperanno diversità nelle abitudini cultuali della zona francese (Tzarfàt) di quella tedesca (Ashkenàz) e spagnola (Sefaràd).

Naturalmente l’esperienza esistenziale di un gruppo minacciato spesso dagli umori delle folle e costretto a vivere in concordia con gli altri elementi della comunità è contraddittoria. I legami tra individui si rafforzano moltissimo, ma danno vita anche a una inevitabile conflittualità, sublimata nello studio e nella preghiera e in un ossessivo affinamento delle forme intellettuali che prevedono un approccio dialettico.

  Erica Baricci