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Le leggi razziali in Italia

Praticamente tutti i testimoni oculari - studiosi, giornalisti,
diplomatici, le stesse vittime - concordano che le misure anti-ebraiche furono in Italia
quasi unanimamente impopolari. Per esempio, un eminente liberale britannico, sir Andrew
McFadyean, il 25 gennaio 1939, dopo una visita in Italia, scriveva: "Il caso
dell'Italia presenta una sua peculiarità in quanto, nonostante la politica e le leggi
antisemite, l'antisemitismo è inesistente al di fuori di un ristretto circolo
governativo. [...] Corre voce che le misure antiebraiche abbiano incontrato forte
opposizione nello stesso governo". (Su quest'ultimo punto, McFadyean si sbagliava.
L'opposizione era nel Gran Consiglio del Fascismo e nessuno degli oppositori - Balbo,
Federzoni, De Bono, Acerbo e De Stefani - era a quel tempo membro del governo).
Causa della reazione negativa fu la quasi universale
impopolarità dell'asse Roma-Berlino, che aveva già avuto una conseguenza disastrosa, la
perdita del cuscinetto austriaco, e stava per averne un'altra, la liquidazione della
Cecoslovacchia. Quasi nessuno dubitò che la sciagurata alleanza con Hitler fosse la causa
del voltafaccia e questo era sufficiente a giustificare la reazione negativa. Quando il
famigerato "manifesto della razza" venne pubblicato nel luglio 1938, fu subito
soprannominarono spregiativamente "I dieci comandamenti dell'Asse". Nel gennaio
1939 il gerarca fascista antisemita Giuseppe Bottai annotava nel suo
diario:"Un'amara frase corre per le strade d'Italia: "Si stava meglio quando
Mussolini comandava in Italia"".
Gli antifascisti italiani all'estero gridarono ai quattro venti
che si trattava di una "scandalosa ingerenza tedesca". Insomma il voltafaccia
altro non era che la più vergognosa manifestazione di quell'"asservimento" di
Mussolini all'epigono tedesco, che doveva portare l'Italia alla rovina.
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