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Pio XII e gli stati coivolti in guerra

Nel corso della guerra la Santa Sede cercò di limitarsi a salvaguardare gli interessi della Chiesa e dei Cattolici negli Stati coinvolti nel conflitto; dovette, però, necessariamente occuparsi anche di questioni politiche riguardanti sia lo stesso Stato della Chiesa, sia gli Stati coinvolti nella guerra, con cui il Santo Padre cercava di mantenere le relazioni al fine di perseguire il suo intento di pace, tentando comunque di mantenere una imparzialità ricercata a tutti i costi.

La questione delle bombe su Roma
Lo Stato croato
I rapporti con gli Stati Uniti
L’intervento in Spagna
Le conseguenze dell’entrata in guerra della Russia
La Santa Sede e il Giappone

La questione delle bombe su Roma

pioxii_poproma.jpg (18140 byte)Pio XII e la popolazione di Roma

 

Quando le forze aeree della Germania iniziarono a bombardare il territorio inglese, nel settembre 1940, si diffuse la notizia che anche l’Italia partecipasse alle operazioni sull’Inghilterra. Il ministro britannico, Osborne, comunicò al Papa che, nel caso gli aerei italiani avessero bombardato Londra, non si sarebbe più potuto assicurare la salvaguardia di Roma.

Il 2 ottobre 1940, Osborne fu ricevuto dal Papa. Pio XII tornò sulla questione del bombardamento di Roma e chiese che al ministro britannico di insistere presso il suo governo affinché la città fosse comunque risparmiata.

Il 5 dicembre giunse in Vaticano un comunicato inglese, nel quale si annunciava che il governo si riservava, dato che piloti e aerei italiani avevano preso parte al bombardamento di Londra, la piena libertà d’azione nei confronti di Roma, aggiungendo, tuttavia, che si sarebbe cercato di risparmiare la Città del Vaticano. Non mancarono, però, anche le accuse alla Santa Sede per non aver pubblicamente condannato gli attacchi tedeschi e italiani sulle città anglicane.

La risposta di monsignor Tardini giunse l’11 dicembre, nel corso di un colloquio con il ministro Osborne: era incomprensibile che si potesse rimproverare il Papa di interessarsi in favore di Roma, la sua diocesi, e inammissibile l’accusarlo di un atteggiamento filofascista.

La situazione non cambiò fino al mese di marzo 1941, quando, il giorno 23, il governo inglese fece comunicare dal suo rappresentante presso la Santa Sede che, nel caso i tedeschi e gli italiani avessero bombardato Atene, Roma sarebbe stata a sua volta bombardata. Nonostante queste minacce, Hitler, attaccò, il 6 aprile 1941, la Jugoslavia e la Grecia, dopo il fallimento dell’attacco italiano sferrato contro di esse nell’ottobre del 1940.

Lo Stato croato

Con l’attacco tedesco dell’aprile del 1941, la Jugoslavia fu smantellata: la Serbia rimase teoricamente libera, la Slovenia fu annessa al Reich e la Dalmazia all’Italia. La Croazia fu, invece, eretta a Paese libero, e si proclamò cattolica. Il capo del nuovo Stato croato fu ricevuto dal Papa, che, però, cercò di eliminare ogni elemento che avrebbe potuto conferire al colloquio un carattere politico: non si voleva, infatti, dare l’impressione che il Vaticano volesse riconoscere il nuovo regno, in fondo privo di ogni fondamento giuridico, fatto questo che avrebbe suscitato un grande clamore. Il Capo del nuovo Stato veniva ricevuto semplicemente come rappresentante di un gruppo di figli della Chiesa; per il riconoscimento della Croazia, il Pontefice osservò che si sarebbe dovuto attendere il trattato di pace.

Il 2 giugno il Ministro della Jugoslavia protestò contro la decisione della Santa Sede di nominare un rappresentante in Croazia: quest'ultimo, però, secondo il Papa, avrebbe dovuto svolgere missioni prettamente religiose, per il bene delle anime, senza interessarsi degli affari politici. Alla fine, comunque, non fu inviato in Croazia un vero e proprio rappresentante, ma solo un "visitatore apostolico".

Rapporti con gli Stati Uniti

Gli Stati Uniti rimanevano ancora la grande potenza neutrale su cui il Vaticano faceva affidamento per un'eventuale azione di soccorso in favore delle vittime di guerra.

Il 6 novembre 1940 Roosevelt fu rieletto Presidente per la terza volta; il 20 dicembre Pio XII gli inviò un messaggio in cui esprimeva la sua soddisfazione per questa seconda rielezione e formulava la speranza di un ristabilimento della pace duratura, assicurando un lungo periodo di tranquillità, di collaborazione e di progresso.

L'intenzione del Governo americano era quella di concedere all'Impero britannico ogni possibile aiuto, senza però entrare in guerra, nonostante molti considerassero inevitabile l'intervento armato; il Presidente Americano esprimeva, inoltre, molta soddisfazione per il rapporto con la Santa Sede, ma non altrettanta per quello con i Vescovi americani, che non nascondevano di non approvare un intervento armato in Europa. Negli stessi giorni la Germania sferrò l'offensiva contro la Russia.

L'intervento in Spagna

Mentre la Wermacht avanzava nel territorio russo, il Vaticano interveniva in Spagna, contesa dai due blocchi in guerra, riuscendo a ottenere un buon risultato. Quando le potenze occidentali avevano dichiarato guerra alla Germania, la Spagna era appena uscita dalla guerra civile; Hitler e Mussolini si mostrarono subito interessati a coinvolgerla al loro fianco nel conflitto. L’8 aprile 1941 il nunzio apostolico in Spagna telegrafò da Madrid che Hitler aveva rinnovato le sue pressioni sul governo spagnolo per ottenere un appoggio più deciso, e non mancavano le possibilità che questo avvenisse, dato che si presentava come un occasione per rivendicare Gibilterra e assicurare al paese un posto di preferenza nel nuovo ordinamento europeo. Per far fronte a questo pericolo l’Inghilterra spinse gli Stati Uniti a intervenire, garantendo allo Stato spagnolo l’aiuto economico di cui aveva bisogno. Ci furono, però, dei contrasti che non permisero all’ambasciatore americano di tenere un colloquio con il capo di Stato spagnolo e che sembrarono, quindi, preannunciare la rottura dei rapporti tra i due paesi. Inoltre, in Spagna, l’entrata in guerra della Russia aveva provocato violente dimostrazioni inscenate davanti all’ambasciata britannica. L’intervento dell’ambasciatore apostolico in Spagna riuscì a risolvere entrambe le questioni, portando a termine l’iniziativa con grande efficacia.

Fu questo, probabilmente, l’unico passo diplomatico che, nei mesi carichi di incertezza che seguirono l’armistizio di giugno del 1940, le circostanze consentirono alla Santa Sede di tentare. Sul terreno proprio della Chiesa, cioè quello religioso, Pio XII proseguì nella sua opera di pace. Nel suo messaggio pasquale del 13 aprile 1941 il Pontefice evocò gli sforzi per la pace, risultati vani, ma affermava anche la sua intenzione di non arrendersi, continuando a essere intenzionato ad adoperare le armi a sua disposizione: quelle della preghiera, dell’esortazione e del conforto. Ricordava inoltre alle nazioni occupanti, ed in particolare modo alla Germania e alla Russia, il dovere morale di trattare le popolazioni "in modo giusto, umano e provvido" (Pierre Blet, op. cit., pag. 153).

A giugno, improvvisa come un fulmine a ciel sereno, giunse la notizia dell’offensiva tedesca contro l’Unione Sovietica. La nuova situazione avrebbe posto il Pontefice di fronte a questioni complesse.

Le conseguenze dell'entrata in guerra della Russia

"Il mattino del 22 giugno 1941 Hitler sferrava contro la Russia l’offensiva meditata fin dagli ultimi mesi del 1940 e che spinse tutti ad interrogarsi sulla portata di quella decisione, indicata dal dittatore stesso come la più importante della sua vita. Dietro un’indignazione di facciata, molti politici nascondevano un’autentica soddisfazione" (Pierre Blet, op. cit., pag. 155).

L’Inghilterra era felice di trovare un paese alleato nella sua lotta contro l’Asse, e, in generale, il punto di vista della Santa Sede e degli Alleati era che la guerra tedesco-sovietica avrebbe concesso all’impero britannico e agli Stati Uniti il tempo di rafforzare la propria preparazione militare.

Il Vaticano non compiangeva la sorte cui andava incontro l’Unione Sovietica, che aveva partecipato con Hitler alla spartizione dei resti della Polonia. La Santa Sede, inoltre, manteneva, di fronte al Comunismo, l’atteggiamento già assunto da Pio XI, che lo aveva definito "intrinsecamente perverso"; questo non significava, però, che il Vaticano giustificasse l’attacco tedesco alla Russia. Il Comunismo era sì un nemico della Chiesa, ma non il solo: i rapporti tra la Germania e il Vaticano, ancora nel giugno 1941, anche se apparentemente caratterizzati da distensione, non erano tali da poter sfociare in un’intesa. La lotta da parte dei tedeschi contro il Cristianesimo continuava, nonostante la guerra ad Ovest e l’offensiva contro la Russia. La pretesa del Reich di atteggiarsi a campione della cristianità appariva ogni giorno più ridicola.

Il 24 dicembre 1941 Pio XII rivolse un nuovo messaggio al mondo afflitto dalla guerra, nel quale condannò sia il sistema nazista sia quello sovietico, considerandoli entrambi ben lontani dalla giustizia sperata dal Pontefice.

Per quanto riguarda l’America, invece, il Presidente si poneva l’interrogativo se schierarsi o meno a favore di Stalin; la maggior parte dei cattolici americano, pur approvando, anche se con qualche perplessità, l’aiuto offerto all’Inghilterra, non accettava la prospettiva di entrare nel conflitto.

Il 14 Settembre1941 il Rappresentante del Presidente americano, Taylor, ebbe un’udienza con il Papa con lo scopo di far accettare al Pontefice l’idea di una collaborazione degli Stati Uniti con l’URSS. In questo colloquio, Taylor riferì che l’America, ritenendo il pericolo nazista ben più grave di quello comunista, era pronta ad affrontare una guerra difensiva al fianco della Russia al primo gesto provocatorio di Hitler oppure nel momento in cui gli Alleati si fossero trovati in pericolo di essere sconfitti.

Il Papa ricordò la sua posizione, già più volte espressa in passato, secondo la quale avrebbe fatto il possibile per evitare di essere accusato di parzialità nei confronti dell’uno o dell’altro schieramento. Tuttavia affermò che era necessario fare una distinzione fra Comunismo e Popolo Russo, contro il quale non esisteva nessun elemento di imbarazzo: i Cattolici non dovevano farsi scrupoli nel sostenere Roosevelt qualora avesse preso la decisione di intervenire al fianco di Stalin, dato che aiutare il Popolo Russo non significava sostenere il comunismo e l’ateismo militante. Queste tesi del Papa furono rese pubbliche soltanto da pochi vescovi americani che le diffusero senza fare riferimento alla Santa Sede, al fine di evitare clamore e accuse.

Sei settimane dopo, però, l’attacco del Giappone agli Stati Uniti modificava i dati del problema: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica diventavano, per forza di cose, alleati nella guerra contro l’Asse.

La Santa Sede e il Giappone

Il 21 gennaio 1942 giunse al cardinale segretario di Stato la notizia che il Giappone desiderava inviare presso la Santa Sede un inviato straordinario in missione speciale del Giappone, e analoga fu la richiesta della Cina.

Pio XII accolse favorevolmente questa proposta, mostrando piacere e soddisfazione riguardo a un possibile rapporto con il governo giapponese. Il rappresentante avrebbe dovuto, però, essere accreditato solo presso la Santa Sede. Questa condizione fu accettata benevolmente presso il governo nipponico, lasciando presagire che non ci sarebbero state difficoltà all’instaurarsi delle relazioni diplomatiche.

I numerosi successi nipponici, però, a partire dal bombardamento giapponese nella baia di Pearl Harbur della flotta americana del Pacifico il 7 dicembre 1941, non favorivano certamente le relazioni con il Vaticano, non viste di buon occhio dagli Alleati. D’altra parte la Santa Sede non poteva rifiutare: doveva pensare alla tutela degli interessi cattolici, oltre che perseverare nella missione caritativa e pacificatrice, che nulla aveva a che vedere con gli interessi politici di cui il Pontefice era stato accusato dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. Il 9 maggio 1942 l’ambasciatore giapponese M. Ken Harada venne ufficialmente ricevuto da Pio XII.

Il Vaticano non rifiutò di stabilire relazioni diplomatiche neanche con la Cina, nonostante avesse trovato l’opposizione dei giapponesi: il problema fu risolto inviando un delegato apostolico incaricato di trattare in Cina con le autorità giapponesi.

Così dunque le due parti avverse si impegnavano a mobilitare, ciascuna a suo favore, l’influenza morale e diplomatica della Santa Sede.

Nel frattempo in Germania, dopo la campagna di Russia, i cui successi avevano solo parzialmente risposto alle aspettative di Hitler, numerosi erano i tedeschi, anche in ambito governativo, che prendevano in considerazione l’ipotesi di una pace di compromesso, iniziando già a dubitare della vittoria della Germania. Nonostante questo, la guerra continuò per altri tre lunghi anni, durante i quali, anche nei momenti più critici, Hitler intensificò la sua lotta di razza, che già nel 1942 aveva assunto l’aspetto di un vero e proprio massacro organizzato, con tanto di campi di sterminio.

Sara Personeni