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Hudal e l'aiuto ai criminali di guerra in fuga

Negli anni del dopoguerra a Roma affluì una gran quantità di nazisti in fuga. Desiderosi di lasciare al più presto la loro patria, dove avrebbero rischiato di essere perseguitati come criminali di guerra, si appoggiarono alla Chiesa cattolica che, con il supporto della Croce Rossa Internazionale, offrì loro la possibilità di emigrare in terre straniere, soprattutto in America latina.

L’organizzazione della fuga era piuttosto semplice: gli uffici ecclesiastici attestavano l’identità del "fuggitivo" e la Croce Rossa Internazionale procurava i passaporti.

Sui passaporti si potevano stampare nomi falsi e anche le fotografie potevano essere scambiate senza problemi dal momento che erano fissate solo con una graffetta. Solo chi era battezzato e anticomunista poteva ricevere un aiuto dal Vaticano.

Adolf Eichmann, giunto a Roma da padre Weber, uno dei capi della Lega di S. Raffaele, raccontò di provenire dalla Germania orientale e di non voler essere catturato dai bolscevichi. Ottenne così un passaporto con il falso nome di Ricardo Klement e all’indomani della sua fuga affermò che «si era ricordato con profonda gratitudine dell’aiuto datogli da sacerdoti cattolici e decise di onorare la fede cattolica divenendone membro onorario».

Uno dei responsabili della fuga dei criminali di guerra fu il vescovo Alois Hudal, amico di Faulhaber (cardinale arcivescovo di Monaco) e rettore dal 1923 del seminario di lingua tedesca della Chiesa di S. Maria dell’Anima a Roma, che riteneva i perseguitati «spesso del tutto innocenti sul piano individuale, soltanto gli organi esecutivi degli ordini di autorità superiori» e si vantava di aver «strappato non pochi ai loro persecutori con documenti falsi e con la fuga in paesi più fortunati».

La testimonianza del fatto che Hudal si adoperò energicamente nella fuga dei criminali di guerra è l’archivio della Chiesa di S.Maria dell’Anima a Roma. In numerosi scatoloni si possono tuttora trovare lettere di ringraziamento inviate al vescovo da nazisti e attestati che scagionano i criminali di guerra da qualsiasi tipo di responsabilità.

Significativa è una lettera spedita nel 1948 a Hudal da un certo Max Führer da San Paolo del Brasile nella quale si legge: "Prego Vostra Eccellenza, prima di tutto, di voler accettare ancora una volta il mio più sincero ringraziamento per il grande aiuto e il sostegno concessimi da Vostra Eccellenza".

Anche Walter Tubenthal, dal 1934 al 1945 presidente distrettuale a Treuburg nella Prussia occidentale, il quale lasciò nel 1949 la Germania "per via illegale", scrive di Hudal: «Grazie a lui ho conosciuto la grandezza e la pienezza del potere ecclesiastico e mondano, e la tolleranza e la benevola comprensione della Chiesa cattolica».

Hudal agisce in stretta collaborazione con il clero d’oltreoceano che stanzia molto denaro per permettere la traversata a coloro che giungono dall’Europa.

Nel marzo del 1948 Hudal raccoglie tutti i suoi consigli per coloro che si danno alla fuga in "istruzioni per gli emigranti". Egli afferma che:

all’emigrazione si prestano solo gli stati sudamericani;
è indispensabile avere un passaporto austriaco o uno rilasciato dalla Croce Rossa Internazionale;
bisogna valicare i confini con un permesso di soggiorno che si può ottenere grazie alla collaborazione della Caritas cattolica onde evitare di essere internati.

Hudal collabora negli anni successivi alla fine del conflitto con la rivista "Der Weg", che ha la sua redazione a Buenos Aires e alla quale lavora Juan Maler, criminale di guerra fuggito grazie all’aiuto del vescovo, il quale, in una lettera inviata nel 1948 a Hudal, afferma che "Der Weg" è l’unica possibilità «di mantenere vivi i valori della nostra civiltà cristiana occidentale in un’epoca di totale abbandono».

Alla fine del 1948 il vescovo invia un articolo alla rivista "Der Weg" nel quale, appellandosi ai suoi fedeli nazisti, afferma: «Passerà soltanto qualche anno, e inizierà la grande revisione della storiografia tedesca degli ultimi 30 anni, al fine di garantire al nostro popolo diritto e giustizia» e nel quale sottolinea come sia un "delitto politico" la completa distruzione dell’esercito tedesco poiché esso è « il più disciplinato che la storia abbia mai visto».

Lo scandalo suscitato dall’articolo di Hudal non è ancora sedato quando i quotidiani ne sollevano un altro. Nelle sue memorie infatti il vescovo scrive: «Nell’ospedale di S. Spirito a Roma è morto tra le mie braccia, assistito da me fino all’ultimo, il vice governatore della Polonia […] barone von Wachter, che era ricercato ovunque dalle autorità alleate e ebraiche.[…] Wachter riuscì, non da ultimo grazie anche all’aiuto disinteressato e commovente dei sacerdoti italiani, a vivere per mesi a Roma sotto falso nome».

Elena Roda