Home Origini culturali Tradizione Escatologia Razza e popolo Cultura ebraica

 

L’intellettuale ebreo in Italia

Trieste

Alla fine del Settecento, mentre Venezia promulgava una condotta che prevedeva dure discriminazioni per il gruppo ebraico, Giuseppe II concedeva con un decreto numerosi diritti e libertà agli ebrei. Intorno alla metà dell’Ottocento gli ebri di Trieste raggiunsero il numero di 3300, oltre il due per cento della popolazione. Data l’assenza di barriere, a Trieste non si conoscevano gerarchie sociali o una classe borghese radicata: gli ebrei ebbero dunque l’occasione di occupare un ruolo importante per la formazione di un ceto medio moderno.

Fino al 1938, con le leggi razziali, la presenza ebraica nella vita economica fu assai diffusa: nella Riunione Adriatica di Sicurtà, nelle Assicurazioni Generali, nella Banca Commerciale Triestina, Lloyd Austriaco. La comunità ebraica era numerosa ed eterogenea; il flusso costante di individui che raggiungevano Trieste per imbarcarsi e fuggire dai Paesi ove erano perseguitati favorì il contatto fra ebrei di etnie e culture differenti. Austro-tedeschi, veneti, ungheresi, corfioti, dalmati, polacchi, serbi e russi, incociandosi, fecero di Trieste la loro città di residenza.

Il Corriere israelitico, giornale ebraico di Trieste, costituì il luogo di scontro e confronto ideologico tra le anime di un mondo costantemente in bilico fra sionismo e assimilazione, riformismo e ortodossia. La città, trilingue, mantenne un’immagine cosmopolita: il tedesco era la lingua ufficiale, lo slavo quella del popolo e dei contadini, l’italiano degli irredentisti e di moltissimi ebrei, i quali lo sceglievano, qualsiasi fosse la loro provenienza, in reazione all’antisemitismo austriaco.

Essere ebrei a Trieste era un’esperienza assai più intensa che nel resto d’italia e in Austria, per via delle divisioni etniche, culturali e linguistiche.

Italo Svevo parlò della sua città come di un ambiente incredibilmente adatto allo sviluppo di molteplici culture, Scipio Slataper riteneva invece inesistente la cultura triestina, e Trieste per lui rappresentava il simbolo di una perenne transizione storica, culturale e commerciale e di un conflitto insolvibile, anche in riferimento al dibattito irredentista vivissimo fra gli ebrei della città; Umberto Sa-ba la definì un crogiolo.

 

Italo Svevo

Agli inizi dell’Ottocento, giunse, insieme a molti altri ebrei, a Trieste un venditore ambulante, Abramo Adolfo Schmitz, sposò nel 1829 Paolina Rosa Macerata; nel 1825 un macellaio immigrato da San Daniele del Friuli, Abramo Moravia, sposò Sara Levi.

Nel 1855 Francesco Schmitz sposò Allegra Moravia, e da questa ebbe sedici figli, tra i quali Ettore, nato il 19 dicembre 1861 e registrato con il nome ebraico di Aronne: Italo Svevo.

Ettore frequentò le scuole ebraiche triestine, fino a QUando il padre lo iscrisse a una scuola commerciale tedesca, perché apprenedesse la lingua e frequentasse figli di ricchi ebrei.

Dovette affrontare le prime difficoltà dal momento in cui cercò lavoro: fu rifiutato dai fratelli Mettel, in seguito ad un’inserzione sul giornale Il cittadino, durante il servizio militare rispose in tal modo a un ufficiale antisemita che gli si era rivolto con parole di disprezzo: "Ignorante, non posso leccarti un bel niente, sai che gli ebrei non devono toccare carne di maiale".

 

Il battesimo

Le sue prime riflessioni legate all’antisemitismo trovarono espressione in un articolo inviato a un quotidiano liberal-nazionale, con il titolo Shylock; in questo scritto Ettore desiderava dimostrare come nel Mercante di Venezia William Shakespeare non avesse avuto l’intenzione di esprimere opinioni personali, e nemmeno di ridere del’ebreo, bensì esporne la drammatica condizione sul piano umano. in seguito alla morte della madre (il padre morì tre anni prima, nel 1892) Ettore decise di sposarsi con la cugina Livia Veneziani, la quale era una fervente cattolica, nonostante il pa-dre e il nonno ebrei. Questo problema religioso costituì l’ostacolo più grosso all’unione dei due, che si unirono con rito civile, avendo Ettore rifiutato la conversione al cattolicesimo tanto fortemente richiesta. Venne in seguito convinto, e richiese un battesimo segreto.

Le sue lettere ai familiari contengono indizi del suo essere comunque ebreo, anche dopo lo sradicamento dalla comunità triestina, in senso esistenziale, come condizione umana incancellabile.

Entrato nella ditta Veneziani nel 1899, Ettore Schmitz divenne industriale e commerciante, accantonando le passioni giovanili; in tal modo la scrittura rimase un’attività privata e notturna, ma solo fino al 1906.

 

Svevo e Joyce

Deciso infatti a migliorare il proprio inglese, prese lezioni da un irlandese residente a Trieste: James Joyce. Nacque un rapporto di rispetto reciproco e di stima, in particolar modo da parte di Joyce, che lesse con ammirazione i libri di Svevo, da lui considerato uno scrittore incompreso.

Lo scrittore irlandese approfittò dell’amicizia con Schmitz per informarsi sulle cartteristiche degli ebrei e su particolari che avrebbe adoperato per costruire il personaggio del signor Bloom.

In quell’anno Svevo entrò in contatto con le idee di Freud, che ritenne di aver toccato nella Coscienza di Zeno, pubblicato tra maggio e giugno del 1923.

Ma la situazione dello scrittore fu sempre precaria: guardato con sospetto dalla famiglia per la sua attività disprezzata, cittadino austriaco ma legato culturalmente al mondo italiano.

Lo scoppio della guerra travolse il suo fragile equilibrio, anche in seguito a una denuncia anonima alle autorità della città.

Italo Svevo nel 1927 venne finalmente riconosciuto scrittore di talento, e l’anno seguente, nel corso di una visita di Saba e Debenedetti, parlò in questi termini di Franz Kafka, i romanzi del quale aveletto da poco e al quale voleva dedicare un saggio: "Sì, era ebreo. Certo quella dell’ebreo non è una posizione comoda". E parlando di Proust, Larbaud e Kafka disse: "Non è la razza, ma la vita che fa l’ebreo".

Italo Svevo morì il 13 Settembre 1928.

Debenedetti ha associato i personaggi sveviani agli ebrei occidentali vicini alle idee di Weininger, analizzando la loro aspirazione alla superiorità intellettuale che corrisponde a un’inettitudine nella vita reale; Alfonso Nitti, Emilio Brentani, Zeno Cosini sono un simbolo ironico della realtà ebraica di Svevo in costante dissimulazione, espressione di una vita sbagliata. Questi personaggi, intrisi della cultura positivista e razzista del tempo fino ad accettarne i presupposti, assume un atteggiamento mentale in perfetta affinità con quello degli ebrei assimilati, secondo Debenedetti, in una passività e rassegnazione ancora una volta tipici di Wieninger.

 

Umberto Saba

Umberto Saba nacque a Trieste il 9 marzo 1883, da Ugo Poli e Felicità Rachele Coen, da un matrimonio misto, per celebrare il quale il padre dovette farsi circoncidere e convertirsi, poiché alla fine dell’Ottocento i matrimoni misti erano piuttosto osteggiati.

Ma prima ancora che il figlio nascesse abbandonò la moglie per una vita avventurosa; la vicenda coniugale tra i genitori fu considerata dal poeta quella di "due razze in tenzone".

La madre in seguito all’abbandono non fu mai dolce con Umberto e spesso lo invitò a non crescere come il padre; la balia era slovena, Giuseppina Sabaz, e lo allevò invece con molto amore, portandolo in chiesa e insegnandogli le preghiere cristiane.

Nonostante fosse stato iscritto nei registri della comunità, avesse frequentato le scuole ebraiche e il Talmud Torah, Saba non fu mai circonciso.

Il suo atteggiamento con il mondo ebraico traspare dalle lettere scritte a un amico psicanalista nel 1949: <<…Credo che il nodo di tutte le nevrosi sia da ricercara nelle religioni; tutte, ma, in modo particolare, nel cristianesimo […] resta – per me – vero che il peccato originale degli ebrei è stato Gesù, e che di quel peccato si sono riscattati attraverso un altro ebreo: Freud>>.

La conoscenza delle teorie freudiane derivava dalla psicoterapia avviata con Edoardo Weiss.

Circa l’interessamento degli ebrei per la psicanalisi Saba sostenne fosse possibile dare una spiegazione: era, secondo lui, giunta al termine la ‘stagione degli ebrei’, dopo tre quarti di secolo, nella quale essi erano stati in grado di dare un contributo alla civiltà occidentale.

Ma al nuovo mondo gli ebrei non avevano molto da offrire: potevano scomparire o diventare come gli altri, e la psicanalisi, la loro ultima invenzione, costituiva un mito.

Gli anni delle persecuzioni razziali e della guerra mondiale furono traumatici per Saba, e accrebbero l’ostilità verso l’ambiente delle sue origini, al punto tale che attribuì la colpa per ciò che dovette subire in seguito alle leggi razziali agli ebrei, e non ai persecutori.

Con le leggi discriminatorie fasciste Saba cercò una via di scampo facendo battezzare la moglie e la figlia, ma senza mai volerlo ricevere lui medesimo.

Il problema del battesimo si ripresentò sempre a Saba fino alla morte, ma nonostante le pressioni contrarie scelse di restare ebreo in ricordo della madre.

Tuttavia il suo risentimento e il suo antisemitismo si mantennero sempre acuti, e il poeta visse sempre drammaticamente questo dissidio interiore, che identificava in lui la parte giudicata e la giudicante, una contraddizione di amore e odio per una condizione impostagli ma allo stesso tempo mai completamente cancellata.

Questo scrisse in una nota a Un letterato ebreo: <<Perché devi sapere, mio paziente lettore, che anch’io ero preconizzato, oltre che futuro impiegato di Banca, futuro luminare del Giudaismo. Se non ci sono – ahimè – riuscito è stato […] per colpa di quel ‘goi’, di quello scapeatrato di mio padre. Più forse ancora […] della mia balia […] che teneva a capo il letto un’immagine di Gesù bambino […] e mi conduceva con sé alla sera alla chiesa del Rosario […]. Mi faceva anche, prima che mi addormentassi, recitare invece dello Schèman Israèl in ebraico il Padre Nostro in sloveno…Se […] racconto queste cose di antichi tempi, […] non è […] per ‘parlare di me’ , ma solo per lamentare quali orribili mescolanze erano possibili in Europa quando esisteva ancora una Europa; e a Trieste […]. Poi doveva venire Adolfo Hitler a ‘mettere ordine’>>.

Morì a Gorizia nel 1957.

Simone Pratelli