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L'intellettuale ebreo nel Medioevo

Mosè Maimonide

La vita

Moses ben Maimon, il più importante ed interessante esponente del pensiero ebraico medioevale, nacque a Còrdoba nel 1135; quando aveva tre anni la famiglia fu costretta a fuggire ad Almeria, successivamente occupata dai conquistatori dell’Islam. Per cinque anni egli e la famiglia vissero come musulmani.

Giunto al Cairo, divene medico di corte presso il sultano Saladino, ma i suoi studi coinvolsero anche l’astronomia e la logica, al punto tale che fu ritenuto l’Aristotele ebreo per il profondo legame fra il suo pensiero e quello del filosofo greco ed il tentativo di fondere l’essenza dell’ebraismo con la chiarezza e l’ordine, creando una sintesi filosofica che richiama quella di Filone di Alessandria. Sensibile dunque al mondo ellenico, ma anche a quello arabo, sia a livello di pensiero che a livello linguistico, come dimostra il fatto che l’arabo è la lingua da Maimonide utilizzata nella stesura delle sue opere.

Certamente influenzato dalla propria esperienza autobiografica, nella lettera Igghèret Temàn (Lettera allo Yemen), i cui destinatari sono gli ebrei yemeniti, egli afferma che non vi è peccato nella trasgressione di alcune normative previste dalle leggi religiose; se infatti il Talmùd ingiunge la morte ed il martirio piuttosto che subire l’idolatria e trasgredire la Legge, non viene cancellata tuttavia l’identità di ebreo di colui che non sia disposto ad affrontare la morte. La necessità quindi, secondo Maimonide, è una più che valida giustificazione per chi pecca, se in una situazione di coercizione.

Al di là degli interventi apologetici, ciò che diede a Maimonide fama fu l’applicazione sistematica di un metodo scientifico al Talmùd alla riderca di una coerenza logica nella sua frammentarietà.

Influenzato dalla propria conoscenza della matematica, della fisica e dell’astronomia, egli avvertì la necessità di regolamentare la tradizione ebraica rabbinica.

Convinto dell’esistenza di un legame fra filosofia ed ebraismo, concluse che quest’ultimo fosse filosofia, il cui fine era di indirizzare il pensiero e le credenze degli ebrei.

La dogmatica

Individuando una dogmatica nell’ebraismo, Maimonide formulò tredici articoli di fede:

D-o esiste;
Egli è uno, immutablie ed incorporeo;
Egli è eterno;
Egli è anteriore alla creazione;
Egli soltanto può essere venerato;
Uomini scelti possiedono uno spirito profetico;
Mosè è il più grande profeta;
La Toràh ha origine divina;
Essa è immutabile;
D-o è a conoscenza di ogni nostro pensiero ed ogni nostra azione;
D-o premia chi compie il bene e punisce i malvagi;
Giungerà il Messia;
Egli resusciterà i morti.

Secondo il filosofo, benchè questi precetti non fossero imponibili, non poteva essere ritenuto israelita chi non li avesse ammessi.

Tale dogamtica, sebbene fosse avvertita dai contemporanei come lesiva della libertà di pensiero, era una risposta ad esigenze chiarissime di razionalità, in polemica con l’ebraismo del Talmùd, troppo complesso e sterile.

La riflessione sul Talmud

Nessun significato, infatti, avevano le riflessioni e gli sviluppi del dibattito rabbinico talmudico se non erano in grado di portare leggi utili per regolare la condotta degli ebrei, in opposizione all’opinione dei rabbini, i quali vedevano nella discussione della Legge la più nobile delle occupazioni. L’intento di Maimonide non era, tuttavia, quello di abbandonare lo studio della Toràh, bensì di individuare in essa delle precise formule che regolassero l’esistenza quotidiana.

Con il suo Mishnèh Toràh (conosciuto anche come Yad chazaqàh), Maimonide aveva come fine l’apertura delle discussioni degli studiosi ai nuovi orizzonti scientifici e filosofici, ma molti rabbini guardarono a questo testo come ad una radicale revisione dei valori religiosi.

Attraverso l’elaborazione di un insieme armonico di sentenze sarebbe stato possibile consolidare un punto di riferimento infallibile, che tuttavia introduceva elementi di rigidità pericolosi.

I testi di Maimonide, infatti, con le loro esigenze (di matrice aristotelica) di ordine di carattere do- gmatico, introdussero nelle yeshivòt (scuole nelle quali essenziali erano lo studio del Talmùd e del- la letteratura rabbinica) contemporanee nuovi modi di concepire la creazione, lo spazio, il tempo, i principi della razionalità e del calcolo delle probabilità, le regole matematiche e fisiche in virtù della legge della causalità.

Nella sua teoria della creazione, inoltre, le leggi fisiche erano uno strumento fornito da D-o perché l’uomo potesse raggiungere la perfezione, ed i miracoli biblici rientravano in una catena di eventi casuali atti alla produzione di momenti fondamentali e decisivi.

In tal modo la necessità inesorabile della legge naturale e la certezza della realizzazione dei miracoli potevano essere entrambe accettate.

Per quanto concerneva le norme alimentari del Levitico, egli ne dava un’interpretazione del tutto etnologica: non si trattava d’altro se non di regole igieniche.

Il dibattito ebraico: filomaimonidei e antimaimonidei

In Spagna Maimonide godette di particolare successo grazie alla semplificazione da lui introdotta, alla chiarezza, all’uso della lingua araba che consentiva la lettura dei suoi testi a un pubblico più vasto. Ma mentre per alcuni rabbini la concezione del giudaismo da lui elaborata risultò efficace, altri si mostrarono preoccupati per la forte componente aristotelica e la presenza di idee scientifiche.

La fama di Maimonide raggiunse in seguito le comunità ebraiche provenzali, al punto che il rabbino Samuel ibn Tibbon promosse la traduzione delle sue opere in ebraico, al fine di renderne ancora più estesa la diffusione. Ma le varie comunità ebraiche, disperse e isolate, avevano ciascuna esi- genze proprie, alle quali non avrebbe mai potuto rispondere un’uniforme insegnamento, come in- vece si aspettava Maimonide: il risultato fu la netta divisione dei fedeli in filomaimonidei e antiMaimonidei.

Soprattutto il rabbino Salomon di Montpellier si oppose vivamente alla Guida degli smarriti (Morèh Nevukhìm che, insieme al Mishnèh Toràh, Ripetizione della Legge, costituisce il cuore della riflessione maimonidea), convocando saggi quali Yoha ben Abraham, Gerundi di Gerona e David ben Saul e decretando la scomunica (chèrem) del filosofo nel 1232.

Vi furono reazioni da parte delle comunità di Narbona, Lunel e Bizier, con una seconda scomunica per gli scomunicatori.

Il vivace dibattito sulle teorie di Maimonide vide il suo sviluppo, tuttavia, unicamente in Spagna e nel Midì, dal momento che in paesi come la Francia e la Germania, per i quali la rottura delle pratiche tradizionali di interpretazione del Tanàch e del Talmùd avrebbe sconvolto il giudaismo.

In seguito a un vertice di rabbini tenutosi a Barcellona venne fatto conoscere a ogni comunità diasporica il chèrem per chiunque avesse osato, prima dei venticinque anni, leggere testi scientifici o commentari filosofici della Scrittura (Tanàch); ma le comunità provenzali risposero con un’opposta scomunica.

L’opposizione a Mosè Maimonide fu tale che la corrente mistica dei cabbalisti e quella razionalista e tradizionalista talmudista, da sempre in contrasto reciproco, fecero fronte comune contro la minaccia innovatrice della sua filosofia.

Simone Pratelli