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CONTRIBUTI DELLA FILOSOFIA NIETZSCHIEANA ALL'IDEOLOGIA NAZISTA

Nietzsche, il più grande critico della tradizione rivoluzionaria: cancellare due millenni di storia

Quella tra Nietzsche e il nazionalsocialismo è per molti un'associazione istintiva; spesso egli è stato definito "un precursore del fascismo". In realtà la teoria della razza, il cardine delle concezioni hitleriane, era profondamente estranea a Nietzsche; e in innumerevoli passi egli polemizza con l'antisemitismo. Egli infatti, pur essendo un critico implacabile del giudaismo, denunciato come sovversivo per lo meno sul piano religioso e culturale, vede in esso uno stadio meno avanzato della malattia rivoluzionaria rispetto al cristianesimo; assurdo e repellente risulta l'antisemitismo, poiché non fa altro che esprimere il "risentimento" dei falliti contro i benriusciti, contro le posizioni di prestigio professionale occupate dagli ebrei.

Si è trattato più che altro di un tentativo dei nazisti di assimilare concetti come "violenza del superuomo", "volontà di potenza" e via dicendo, all'ideologia del nazionalsocialismo.

In effetti nel Terzo Reich il giudizio su questo filosofo era abbastanza complesso: tra gli ideologi del nazionalsocialismo, infatti, alcuni cercavano di acquisirlo alla loro concecezione del mondo, per altri risultava del tutto inaccettabile. Si viene a formare, così, un Nietzsche-Bild (immagine di Nietzsche) positivo (nella prospettiva nazionalsocialista) e uno negativo. Ma ufficialmente è prevalso il Nietzsche-Bild positivo.

Chi -nel campo degli ideologi del Terzo Reich- ha maggiormente contribuito all'annessione di Nietzshe all'hitlerismo è Alfred Bäumler, la cui critica si è mossa nella direzione dell'adattamento del filosofo alle "istanze del giorno", alle "tendenze" di politica culturale che sorgevano in quegli anni nella morente repubblica di Weimar, risultando una novità per il pubblico intellettuale dei primi anni trenta.

In realtà non mancano ammonimenti contro la politicizzazione della filosofia di Nietzsche; il più notevole è contenuto nel Rendiconto parigino di Thomas Mann del 1927: "Il germanesimo elevato e formativo di Nietzsche conosceva, come quello di Goethe, altre vie per esprimersi che non sono quelle del grande ritorno alla matrice mitico-storico-romantica".

Per poter sostenere la sua tesi Bäumler ha dovuto tralasciare numerosi aspetti delle opere del filosofo; egli ha bisogno di un Nietzsche "più forte, più semplice, più incolto, più imperioso, più tirannico", cioè esattamente ciò che lo stesso afferma a proposito dei sistemi e dei sistematici in una prefazione della Volontà di potenza. Nitzsche è per Bäumler l'ateo radicale, appassionato; a differenza dei filosofi come Platone, egli ha il coraggio della realtà; come Eraclito, Nietzsche sarebbe un filosofo del divenire e della lotta, della volontà di potenza.

Bäumler è addirittura costretto a far sparire dalla sua sistematizzazione del pensiero nietzscheano la conoscenza fondamentale su cui si regge Così parlò Zarathustra: la teoria dell'eterno ritorno dell'identico, sebbene essa dovesse diventare quella prevalente nella Volontà di potenza. In un frammento leggiamo cha "la massima volontà di potenza è volere l'eterno ritorno".

Possiamo concludere con una citazione da Ecce homo a proposito del presunto germanesimo di Nietzsche: "I Tedeschi … non avranno mai l'onore di annoverare fra i rappresentanti dello spirito tedesco quel primo spirito retto nella storia dello spirito [ Nietzsche parla di se stesso] , quello spirito con il quale la verità è pervenuta a giudicare la falsa moneta di quattro millenni. Lo spirito tedesco è aria viziata per me…".

Importante è dunque analizzare il pensiero di Nietzsche in relazione al contesto storico. Per esempio La nascita della tragedia, apparsa nel 1872, non può essere compresa senza la Comune di Parigi e la guerra franco-prussiana che immediatamente precedono la sua pubblicazione. Così egli nella Nascita della tragedia si esprime a proposito della Comune di Parigi: a causa dell'"ottimismo"-ogni movimento rivoluzionario o di rinnovamento della società sembra implicare una fede in un futuro migliore- la civiltà va incontro a un "orrenda distruzione"; la "fede nella felicità terrena di tutti" fa tremare la società "fin nei più profondo strati", seminando lo scontento in "una classe barbarica di schiavi", che, sedotta da idee utopistiche, avverte ora "la sua esistenza come un'ingiustizia" ed esplode in rivolte incessanti. A tale ondata distruttiva è affiancato anche il cristianesimo, lo stesso cristianesimo "pelagianizzato" e dimentico del peccato originale era già stato denunciato da Schopenauer, a cui Nietzsche, in questa sua prima fase, è molto vicino, e al quale egli stesso attribuisce il merito di avergli "tolto dagli occhi le bende dell'ottimismo". Il filosofo propone quindi il rimedio della grecità, ma non intesa alla maniera dei neo-classici, solo nel suo aspetto apollineo; la verità è invece quella dionisiaca, espressa dalla sentenza del seguace di Dioniso Sileno. Con Socrate ha dunque inizio quel ciclo rivoluzionario che giunge sino alle vicende coeve a Nietzsche della Francia e della Germania. Il contrasto tra ottimismo e spirito dionisiaco, tra alessandrinismo e visione tragica della vita, si configura in questo momento come contrasto tra Francia e Germania.

Anche nella seconda fase, che vede il suo distacco dalla filosofia shopenaueriana, evidente appare il suo conservatorismo nella persistente giustificazione della schiavitù -nella Nascita della tragedia egli aveva sostenuto che ogni civiltà "ha bisogno, per poter esistere durevolmente, di una classe di schiavi"-; leggiamo nella Gaia scienza: "Laddove si esercita un dominio, esistono masse: laddove esistono masse: ivi c'è un bisogno di schiavitù".

La crudeltà è, secondo Nietzsche, "uno dei più antichi e ineluttabili fondamenti della civiltà", dunque grottesco appare il "risentimento" degli schiavi nei confronti dei padroni, così come la compassione appare come l'inizio dell'abdicazione delle classi superiori.

Ma quando è iniziata la parabola rovinosa della modernità? In primo luogo con il cristianesimo: nel "concetto dell'uguaglianza delle anime di fronte a Dio" è da vedere "il prototipo di tutte le teorie della parità dei diritti", quelle che poi si sono espresse politicamente nella rivoluzione francese e nel movimento socialista. Esso non solo rappresenta il momento in cui giunge a compimento la sovversione di un'antichità classica, ma per un altro verso si configura come una rivolta servile all'interno del mondo giudaico; Gesù appare come un "santo anarchico", "un delinquente politico, nella misura in cui erano possibili delinquenti politici in una società assurdamente impolitica". Ma l'ebraismo a cui Gesù si ribella era a sua volta una degenerazione rispetto all'ebraismo pre-esilico, prodotto dalla ribellione degli "agitatori sacerdotali" che, per la prima volta, avanzano l'idea di un "ordinamento etico del mondo". E' con loro, e poi con quegli "agitatori cristiani" che sono i "Padri della Chiesa" che inizia il ciclo di rivolta servile, che abbraccia due millenni di storia.

Ebraismo e cristianesimo si caratterizzano per il loro antropocentrismo, ma questo continua a essere ben presente nella rivoluzione francese che, con la sua teoria dei diritti dell'uomo, attribuisce centralità e dignità di fine in sé anche agli esseri più mediocri e miserabili. E' il filo conduttore della fede progressista e rivoluzionaria in un processo del mondo tendente a realizzare la felicità per tutti e l'armonia universale.

La fiduciosa attesa nella quale vivono cristiani e socialisti viene liquidata da Nietzsche mediante la contrapposizione alla visione unilaterale del tempo, propria della tradizione ebraico-cristiana, della tesi, mutuata dall'antichità classica, dell'eterno ritorno dell'identico.

Si fa grave danno all'autore se lo si isola dal contesto storico e politico: l'atmosfera culturale e politica della fine dell'Ottocento è carica dell'idea del ricorso a misure "eugenetiche" che, in alcuni casi, possono pericolosamente confinare col genocidio; il filosofo esige la "castrazione" per i delinquenti, "per i malati cronici e nevrastenici di terzo grado", per i "sifilitici": bisogna insomma impedire la procreazione "in tutti i casi in cui un figlio sarebbe un delitto" e "mettere un figlio al mondo sarebbe peggio che togliere una vita".

Il filosofo è dunque da interpretare in virtù della sua celebrazione della schiavitù e del suo appello all'annientamento dei malriusciti? In questa direzione si muovono Lukács e di opposte idee politiche Nolte.

Una delle strutture portanti dell'interpretazione lukacsiana di Nietzsche è "l'apologia indiretta" della società borghese. Tale metodo consiste nella diffamazione di ogni agire sociale, in particolare della tendenza a cambiare la società. I rappresentanti dell'apologia indiretta del sistema borghese (Schopenauer, Kierkegaard e Nietzsche) isolano l'individuo e -criticando apparentemente la società esistente- pongono ideali talmente alti e in contrasto con la realtà da dispensare l'individuo stesso dalla loro attuazione, e indurlo a lasciare tutto com'è: la critica si risolve dunque nell'accettazione del sistema esistente.

Lukács vuole dimostrare che l'opera di Nietzsche non è altro che una continua polemica contro il marxismo, anche se Nietzsche non ha mai letto una riga di Marx e di Engels. Egli conosceva assai male il movimento socialista del suo tempo, principalmente condivideva i pregiudizi del limitato ambiente, prima luterano-provinciale della Sassonia, poi accademico di Lipsia e Basilea. Per questo non stupisce che per lui il socialismo si riduca fondamentalmente al concetto di "eguaglianza".

M. Montinari in Su Nietzsche critica a Lukacs proprio il fatto che il bersaglio primario della polemica antiegualitaria fosse, non il socialismo, ma il cristianesimo.

Giulia Sapi