Home Antigiudaismo Shoah Chiesa e ebraismo Musica ebraica Bibliografia Sui luoghi della tragedia

 

11-15 aprile 2000, viaggio d’istruzione Mauthausen – Auschwitz – Cracovia

Tutto quello che avreste voluto sapere e non avete mai osato chiedere sul nostro viaggio…

Eravamo riusciti a coinvolgere perfino la stampa locale.Avevamo riunito consigli, assemblee, fatto telefonate, votazioni, discussioni. Un vero e proprio travaglio di mesi, un travaglio di conferme e smentite, aveva preceduto quello che probabilmente sarà ricordato come il viaggio d’istruzione più sofferto della storia del liceo; ma alla fine, quella grigia mattina di aprile eravamo là, in Piazza Vittoria, pronti a partire per una meta che avrebbe potuto essere tutto, fuorché ignota. E, a dispetto di qualunque nefasta previsione, che ci voleva bloccati sotto una tempesta di neve in Polonia, o altre amenità del genere, posso dire, a distanza di giorni, essere stata un’esperienza decisamente positiva. Ma cerchiamo di ripercorrere insieme quei giorni così intensamente vissuti da cinque classi della scuola e dai loro pazienti accompagnatori, senza tralasciare nulla, o quasi, di quanto valga la pena essere ricordato, nel bene e nel male…

Per ben descrivere una spedizione, è necessaria prima di tutto una più o meno rapida rassegna delle truppe, che offra una panoramica esauriente delle forze in campo: ecco che, per la spedizione in questione, troviamo schierati sul pullman n° 1 le classi I C, V B e V E, sotto la vigile custodia del nostro preside, delle professoresse Marelli e Nava, e della presenza a mio parere più significativa della gita, il dottor Lukacs. Dall’altra parte, pullman n° 2, le classi II e III C al (quasi) completo, più alcuni eletti di I accompagnati dai professori Zucchello, Roncoroni e Orefice. E come dimenticare i tre autisti Matteo, Fabrizio e Franco, figure assolutamente indispensabili per la buona riuscita dell’impresa?

Resi noti i protagonisti, penso si possa entrare nel vivo del racconto, evitando di addentrarci in una descrizione analitica di quanto visto, ma cercando di soffermarci sugli aspetti, per così dire, più coloriti della vicenda…

Tralasciando il primo tratto di strada in pullman verso l’Austria, che non presenta particolari varianti rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da una comune gita scolastica di ragazzi del liceo, partiamo pure dalla prima sosta lungo il percorso prevista per il pranzo, nel pittoresco paesino austriaco di Innsbruck.

Il ristorante è accogliente, pulito, grazioso; l’umore delle truppe decisamente buono; il tempo, al di là di ogni aspettativa, splendido. Inevitabile allora, dopo il pasto, una rapida ricognizione del territorio, con quattro passi per il centro del paese, che ha qualcosa dei villaggi incantati illustrati nei libri di fiabe per bambini: le viuzze strette, chiuse sui due lati da negozietti con le vetrine ricolme di mille oggetti colorati tipici del luogo, i tavolini dei bar esposti al sole, le costruzioni quasi fiabesche contro il cielo azzurro e, sullo sfondo, le montagne innevate…

I nostri mezzi ci attendono alla fine di un lungo viale alberato; è ora di ripartire alla volta di Salisburgo, la città di Mozart e del cioccolato, che, devo dire, da tempo avrei voluto visitare.

Quando arriviamo a destinazione, sono ormai quasi le 17: è il tramonto di una bellissima giornata, l’aria comincia a farsi più fresca e, perdonatemi il tocco lirico che dovrebbe avere poco a che fare con il mio diario di viaggio, la cosa che più mi è rimasta impressa è la luce del sole che colorava d’oro le strade, le piazze, le case, e faceva scintillare il Salzach sotto i ponti.

Le vie di Salisburgo sono piuttosto strette, le case alte, sui lati, impediscono al sole ormai basso d’illuminare del tutto i numerosissimi negozi, negozietti e bancarelle coperti di costumi tipici austriaci, di dolci, cioccolatini, e oggetti dipinti a mano; dopo una tappa rapida ma obbligata alla casa di Mozart, visitiamo il Duomo, alla cui destra una piazza con una splendida fontana barocca offre un ottimo sfondo alle prime foto di gruppo, come la vicina piazza con la statua del grande compositore.

La "mezz’ora d’aria" concessaci dai professori, ci permette quattro passi lungo la famosa via Getreidegasse, ma ormai si è fatto tardi, la stanchezza comincia inevitabilmente a farsi sentire, ed è ora di lasciare la bella Salisburgo per raggiungere Vöcklabruck, prima tappa notturna prevista per la nostra spedizione.

Raggiungiamo così l’hotel Zum Auerbach verso le 20.30, e passiamo direttamente dal pullman alla sala da pranzo ben arredata dell’albergo, dove le cameriere non tardano a servirci la cena. Le portate del menù, come presentate di seguito, siano da considerarsi universalmente valide nel corso del racconto,essendosi mantenute pressoché invariate per tutti i pasti della nostra "vacanza".

Primo piatto: la temutissima specialità della zona, la zuppa, in tutte le sue pericolose varianti; secondo piatto: carne e patate, anch’esse più o meno commestibili a seconda del luogo e del momento; infine, il dolce, che in effetti poteva costituire una sorpresa anche piacevole…

Chiusasi la parentesi gastronomica, per cui era indispensabile un breve chiarimento,è il momento della prima distribuzione delle chiavi, nonché della nostra prima sistemazione notturna nelle stanze. A questo punto, posso parlare soltanto a titolo individuale dicendo che, cosa incredibile, la stanchezza della giornata di viaggio ha la meglio sulla nostra voglia di divertirci,e così, per la gioia dei professori, a mezzanotte siamo già addormentate, in una stanza forse troppo piccola per quattro persone, ma più che sufficiente per il nostro bisogno di qualche ora di sonno.

Quella stessa sala in cui la sera precedente avevamo litigato con la nostra prima zuppa ci accoglie ora, soffusa di una luce bianca e gelida data dalla nebbia del mattino, per una colazione più che gradita, dopo la quale torniamo con armi e bagagli ai nostri posti di combattimento sui pullman; prossima meta, il campo di concentramento austriaco di Mauthausen, dove arriviamo intorno alle 9:00.

mautscala.jpg (76936 byte)

Non è mia intenzione soffermarmi nel dettaglio sull’oggetto della nostra visita, anche per non togliere il lavoro a qualche mia collega: mi permetto soltanto un’osservazione del tutto personale, credendo però di interpretare il pensiero di molti, nell’affermare che questa è stata l’esperienza più toccante e coinvolgente dell’intero viaggio.

La rocca isolata,il cielo bianco senza pioggia, l’aria fredda,il silenzio, il filo spinato, e quella terribile scalinata a strapiombo su un angosciante precipizio…tutto sapeva di morte, e sono immagini che difficilmente riuscirò a dimenticare.

Ma torniamo, com’è giusto, al nostro viaggio che, ahimè, non avrebbe più subito interruzioni fino alle 22:30, ora dell’arrivo a Cracovia con un principio d’isteria collettiva dovuto al tempo interminabile trascorso sul pullman. Che dire allora di queste sofferte ore di viaggio? Riconoscendo e ammirando il comportamento impeccabile di quanti stavano seduti nella parte anteriore, ammetto che si sarà notata nelle retrovie un tantino di insofferenza in più, che ci portava da fasi di sonno generale relativamente profondo, ad altre di doloroso risveglio con cori a metà tra un gruppo di reduci alpini e lo Zecchino d’Oro, per non parlare dei tentativi di giochi di società destinati immancabilmente al fallimento. Interessante è stato comunque, nel tardo pomeriggio, attraversare il centro di Vienna, se non altro per quanti hanno ascoltato gli accorati appelli del professor Zucchello a prestare un minimo di attenzione a una delle più belle città d’Europa che ci scorreva di fianco… Di quel viaggio ricordo il caldo, le risate,il vento e la pioggia durante la sosta in dogana,la stanchezza, il terribile film di fantascienza che ci è stato proposto, o imposto, nell’ultimo tratto di strada…L’arrivo al tristemente noto (per motivi di cui avremo modo di parlare più avanti) HOTEL KRAKUS è stato come una manna per noi.

Avremmo dato qualunque cosa per una doccia e un piatto caldo, ma a cena eravamo quasi troppo stanchi anche per mangiare, e così abbiamo atteso con pazienza la distribuzione delle stanze, dove finalmente avremmo potuto lavarci e sistemarci.

Ma una gita scolastica che si rispetti non è tale, senza le classiche fughe clandestine da una stanza all’altra, sotto minaccia armata dei professori in versione "sentinella notturna" e, naturalmente, non sono mancate neppure quelle cosicché, alla fine, il tanto desiderato sonno si è ridotto a qualche ora, e il nostro aspetto la mattina seguente a colazione ne è la prova più evidente.

Ma le occhiaie non sarebbero niente, se non fosse necessario ricordare, a questo punto, le vere e proprie tragedie che hanno accompagnato la scoperta di più di un furto dalle stanze: cellulari, telecamere e soldi misteriosamente scomparsi fanno quasi sospirare l’Italia e, inutile negarlo, maledire per un attimo l’hotel Krakus…

Tra l’altro, la giornata che ci si prospetta non è certo delle più rilassanti: ci attende la visita di Auschwitz e Birkenau, indubbiamente la più importante del nostro viaggio.

A riguardo, valga quanto detto precedentemente per Mauthausen; ci sono momenti in cui è evidentemente necessario, e del tutto inevitabile, abbandonare qualunque forma di ironia, e ritengo che siano stati in grado di comprenderlo anche i nostri visitatori sul posto.

auschentr.jpg (72085 byte)

Ancora una volta, tolgo spazio al racconto per una rapida osservazione personale: un po’ delusa dall’ atmosfera forse eccessivamente "turistica" di Auschwitz, che a mio parere ne sfalsava il realismo, sono stata invece profondamente colpita da Birkenau, a pochi chilometri dal primo, che abbiamo visitato nel pomeriggio.

birkenau.jpg (77847 byte)

La distanza dei campi nazisti dal nostro hotel a Cracovia è relativamente breve, così finalmente riusciamo ad arrivare a cena a un orario accettabile, pur senza la pretesa di molto tempo per prepararci.

D’altronde, ci attende per la serata un programmino mondano che prevede il famigerato "giro panoramico di Cracovia", in parte in pullman e in parte a piedi: cosa che, a dire il vero, non ci alletta particolarmente, data la stanchezza accumulata durante il giorno. Ma è qui che facciamo la conoscenza di uno di quelli che diventeranno i personaggi-culto del nostro viaggio, la guida di Cracovia.

La poveretta, una donnina dagli occhi celesti, la voce stridula e il marcato accento cantilenante tipico dell’Est europeo, si cimenta fin dall’ inizio in un’estenuante e dettagliatissima descrizione di ogni remoto angolo della città (che per altro, fatto ribadito in continuazione da lei stessa, avremmo rivisto la mattina seguente alla luce del sole, per esserci spiegato meglio: ho detto tutto) riscotendo immediatamente un indice d’ascolto innegabilmente bassissimo, e diventando oggetto di riso persino per l’ autista e qualche professore.

Se già sogghignate immaginandovi la scena, aspettate di sentire il seguito…Raggiunta la bella Piazza del Mercato Centrale, forniteci le notizie essenziali (!!!) sulla città, e annunciataci con orgoglio la notizia che quello era solo l’ aperitivo della visita del giorno dopo, ci vengono concessi poco più di venti minuti per telefonare dalle cabine della piazza, o altre esigenze di vario genere, con l’imperativo categorico di essere puntuali all’ora e nel luogo stabiliti.

Incredibile a dirsi, le coordinate vengono scrupolosamente rispettate, ma preside, professori e guida mancano all’appello. Ormai è piuttosto tardi, lo splendido clima mite di Cracovia comincia inevitabilmente a farsi più fresco, e la piazza si sta svuotando anche degli ultimi giovani suonatori rimasti in circolazione.Che fine hanno fatto tutti?

Ebbene, non si sa per quale oscuro malinteso, preside e professori hanno abbandonato la malcapitata nella piazza, non avvisandola della sosta improvvisata e provocando così, a quanto dicono voci di corridoio, la sua ira. Inutile dire che l’episodio non fa che acuire l’ilarità generale della serata, della quale per altro qualcuno si era già lamentato, ma purtroppo non sono in grado di chiarire meglio la dinamica dei fatti e la loro conclusione…

Tant’è, verso mezzanotte siamo di nuovo al Krakus: qui, dopo le necessarie operazioni di lavaggio, riprendono i traffici notturni sperimentati la sera precedente, i quali però questa volta incontrano un’inspiegabile mezza accondiscendenza da parte dei professori: i nostri angeli custodi si limitano infatti a qualche visita di cortesia, chiamiamola così, nelle stanze leggermente sovraffollate di gente. D’altro canto, sarebbe inutile negare l’evidenza di fronte alle occhiaie e ai sensi annebbiati della nostra ultima colazione al Krakus, dal quale partiamo verso le 8:30 con uno splendido sole, per la visita di Cracovia.

La nostra fin troppo zelante eroina è già ai posti di combattimento e, evidentemente ripresasi dallo shock della sera precedente, non vede l’ora di deliziarci sfoggiando tutta la sua cultura in materia. Così, vinta la battaglia con il sonno, visitiamo il quartiere ebraico di Cracovia, la cosiddetta città Casimiria, con la sinagoga e la chiesa, per passare poi alla splendida cattedrale sulla collina Wawel dove, come ci viene illustrato, riposano i re e gli eroi nazionali.

Sostiamo poi rapidamente nel Collegium Majus, sede dell’antica e importante università di Cracovia, prima di tornare, attraverso le vie centrali della città, nella già citata piazza del mercato centrale.

Nonostante qualche mal celato istinto omicida nei confronti dell’irriducibile guida, il cui record massimo di silenzio osservato nella mattinata è stato forse di un minuto e mezzo, la visita è stata innegabilmente molto interessante, e la città è davvero bellissima.

Ma a questo punto, dopo il poco sofferto congedo della nostra amica, ci vengono finalmente lasciate a disposizione quasi due ore di tempo libero, che vengono inevitabilmente trascorse dalla maggior parte di noi in una poco culturale immersione nella miriade di bancarelle della piazza, che offrono oggetti di qualunque genere a prezzi davvero stracciati. E’ una bellissima giornata, la Piazza del Mercato è un trionfo di luce, di voci, di gente,di colori ed è quasi un peccato dover tornare all’ hotel per il pranzo…

Ma sono necessarie riserve di energia a volontà per far fronte ad un nuovo spostamento in pullman tutt’altro che riposante, per raggiungere la nostra ultima tappa notturna, la città ceca di Brno.

Sarà sufficiente dire che raggiungiamo l’hotel Continental (decisamente migliore del Krakus, a cui in realtà ci stavamo quasi affezionando) alle 21.30 di sera, per lasciare intuire le nostre condizioni, nonché la nostra gioia nell’apprendere che abbiamo un’ora di tempo per lavarci e cenare prima di uscire a piedi, con la guida (!!!), per il centro della città.

Comunque, in un modo o nell’altro, gli orari vengono più o meno rispettati e così, in un’atmosfera da film sulla mafia anni ’50 o quasi, ci avventuriamo in una visita notturna di cui mentirei spudoratamente se pretendessi di avere qualcosa in più che dei vaghi ricordi, offuscati dal sonno e dalla stanchezza.

Mio unico desiderio, mentre mi trascinavo su per una scala fino a una chiesa che ricordo aver notato come molto bella, era di dormire, dormire profondamente per ore, ed è per questo che mi domando ancora con quale forza siamo riusciti a ritrovarci, all’una di notte, nella discoteca all’ultimo piano dell’hotel.

Ma è la nostra ultima "notte di gloria" prima del rientro, l’imperativo è il divertimento, e così incominciamo a ballare sotto il controllo serrato dei professori, decisamente poco convinti dalla frequentazione del luogo (…affronto la questione nel modo più diplomatico possibile, gli interessati sanno bene a cosa mi riferisco…).

Ma alle due per Cenerentola finisce l’incanto e, accaldati e un po’ stralunati, veniamo riaccompagnati nelle nostre stanze: a questo punto crollo letteralmente sul letto, illudendomi di poter dormire più delle quattro ore che di fatto mi vengono concesse dalla crudeltà di una sveglia puntata alle 6.15 per preparare la valigia, questa volta definitivamente…

Eccoci allora alla fine della nostra avventura, all’ultimo giorno di viaggio: l’espressione va intesa nel senso più letterale, in quanto proprio di viaggio si tratta; chilometri e chilometri di strada dalla Cecoslovacchia a Como, con poche soste relativamente brevi lungo il percorso, ci fanno ricercare i modo più strani per trascorrere il tempo nel modo più soddisfacente possibile.

Occupazione preferita dai nostri reduci, naturalmente, il sonno, nel disperato tentativo di recuperare qualcuna delle tante ore notturne perse nei quattro giorni precedenti. Ma c’è anche chi si presta a giochi più fantasiosi, come quello di truccare da donne quattro poveri ragazzi sull’orlo della disperazione (evitate i commenti a proposito, a volte la stanchezza gioca brutti scherzi).

Ad ogni modo, tra passatempi di vario genere (non indaghiamo ulteriormente per non compromettere la reputazione di nessuno), sul far delle 22.30 il paesaggio fuori dai finestrini ci è ormai alquanto familiare: in piazza Vittoria a Como, genitori, amici e parenti di vario grado salutano il ritorno dei loro pargoli dalla spedizione che tanto li aveva preoccupati…

 

…E’ passata più di una settimana da quel sabato sera. Di quei cinque giorni ci è rimasto tanto, credo, e non soltanto le fotografie, i filmati e i testi da leggere: era un’esperienza che realmente avremmo dovuto provare sulla nostra pelle.

Barbara Meneghel