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L’intellettuale ebreo e la filosofia nel mondo antico

Filone di Alessandria

Non esiste fra gli scrittori greco-giudaici nessuno tanto eminente quanto Filone di Alessandria.

Per la mole delle sue opere e la profondità delle riflessione in esse condotte è considerabile il più illustre fra gli autori a lui contemporanei, e il maggior esponente tra coloro che cercarono di unire la fede ebraica alla cultura ellenistica, di rendere accessibile ai Greci la conoscenza religiosa ebraica ed esporre agli Ebrei la cultura dei Greci.

Fu senza alcun dubbio l’autore più profondamente imbevuto di cultura greca fra gli autori ebrei ellenizzati che scrissero in lingua greca.

La sua importanza nella cultura e nella filosofia di epoche successive è provata dall’influenza che Filone esercitò sulla teologia cristiana (molti elementi della quale affondano le proprie radici appun-to nel pensiero ellenistico-giudaico).

Più complesso è stabilire l’influenza sulla tradizione ebraica, essendo la documentazione relativa piuttosto scarsa.

Non è possibile ricostruire dettagliatamente la sua vita; scarse sono le testimonianze.

L’affermazione di girolamo secondo cui egli sarebbe stato discendente di una famiglia sacerdotale non è confermata da nessun altro tra gli autori antichi; Giuseppe Flavio nelle Antichità Giudaiche (18, 8, I) ne parla come fratello di Alessandro l’Alabarca, e dunque membro di una tra le famiglie di maggior spicco nell’ambiente giudaico alessandrino.

L’unica data della sua vita cronologicamente accertata è quella che testifica la sua partecipazione all’ambasciata presso Gaio Caligola nel 39-40 d.C., descritta da filone medesimo nell’Ambasceria a Gaio.

Il contesto storico e l’ambiente nei quali Filone visse sono in ogni caso ricostruibili attraverso la documentazione storica e papirologica circa il conflitto tra Greci e Giudei in Alessandria; l’unica opera propriamente apologetica di Filone, gli Hypothetica, è da considerarsi collocata nel contesto antisemita documentato anche da Giuseppe Flavio nel Contra Apionem.

Gli scritti di filone sono stati oggetto di analisi per delineare l’atteggiamento dell’autore nei confronti di Roma, alla luce della posizione di Filone come provinciale di buona famiglia, cittadino romano ed ebreo. Traspare dalle opere un’esaltazione di Augusto fino all’eccesso, e l’opposizione al Principato viene espressa indirettamente, quando riscontrabile.

E’ maggiormente evidente l’interesse di Filone per le dinamiche interene alla comunità giudaica di Alessandria, del politeuma giudaico alessandrino e della sinagoga.

Molte delle numerose opere di Filone (trentasei scritti) molte sono andate perdute, sebbene la maggior parte ci sia pervenuta grazie alla popolarità di cui godettero presso i Padri della chiesa e i teologi cristiani.

Per la restaurazione del testo e la ricostruzione del corpus vennero adoperate, oltre ai testi manoscritti, fonti indirette quali le traduzioni armene, i sacra parallela, una selezione di opere patristiche includente anche scritti di Filone organizzati in rubriche, con molta probabilità da Giovanni Damasceno, e le Catenae, collezioni esegetiche di estratti di Filone e dei Padri della chiesa.

Il primo catalogo completo delle opere di Filone fu stilato da Eusebio nella Storia ecclesiastica. Il corpus filoniano può essere distinto in due categorie: la prima abbraccia le opere sul Pentateuco (che costituiscono più di tre quarti di tutto quello che ci è rimasto degli scritti di Filone e constano di tre gruppi principali, le Quaestiones, la Legum Allegoria e l’Esposizione), e la seconda trattati autonomi.

La combinazione di tratti della cultura giudaica e di quella greca, rinvenibile in tutti gli autori giudeo-

ellenistici, è caratteristica peculiare di Filone.

Imbevuto del pensiero delle scuole filosofiche greche, il linguaggio di Filone è modellato su quello dei grandi autori classici, in misura maggiore Platone. Più volte Filone dà prova di conoscere i poeti grci, come Omero ed Euripide, citandoli spesso insieme a molti filosofi come Parmenide, Zenone e Cleante. Filone assorbì il pensiero ellenico con tale profondità da poter essere considerato uno dei filosofi greci; ma il suo pensiero è definibile come eclettico, con la prevalenza di tratti platonici, stoici e neopitagorici.

Tuttavia, resta il fatto che Filone, pur sotto l’influsso della filosofia greca, rimase ebreo: la sapienza greca non lo allontanò dalla religione patria, e questo è dimostrato dal fatto che il maggior numero di opere pervenuteci è costituito da esposizioni sulle Scritture. E’ comunque da escludere che Filone avesse letto il Tanach in ebraico, bensì in una traduzione greca.

Le etimologie ebraiche presenti nelle sue opere sono infatti poco attendibili e imprecisa è la conoscenza della halakhah palestinese.

Filone non offre in nessuna delle sue opere un quadro sistematico del suo pensiero, per sviluppare invece aspetti particolare in modo approfondito, come ad esempio la teoria della creazione del mondo; egli illustra comunque ogni teoria in stretto rapporto con il Tanach, e ciò in base al principio che regola la sua teologia: l’autorità assoluta e imprescindibile della Legge mosaica.

La Torahè vista come autorità suprema, vincolante in termini assoluti in virtù della sua natura di rivelazione perfetta della sapioenza divina, essa come gli scritti profetici, espressione degli interpreti privilegiati di Dio.

Altro assunto centrale nella produzione di Filone è l’essenza della sacra Scrittura non solo come fonte di ogni conoscenza, ma anche della sola vera sapienza, a tale livello che lo stesso Filone fa derivare formalmente tutte le dottrine filosofiche proprio da essa.

L’insegnamento più importante e profondo circa le vicende umane e la dimensione divina è individuabile nelle opere di Mosè, non negli scritti di Platone, Pitagora o Zenone, in quanto la Torah contiene tutto ciò che è buono e vero, mentre i filosofi greci non hanno fatto che trarre le loro dottrine da essa.

Il procedimento metodologico adottato per l’analisi dei testi biblici fu quello dell’interpretazione allegorica, metodo peraltro già adoperato da Filone per il pensiero greco.

Grazie a questo strumento, egli potè formulare interessanti teorie filosofiche, di natura prevalentemente etica e psicologica, nella storia primitiva della Genesi: gli eventi narrati dalla Bibbia costituivano lezioni profonde sulle problematiche connesse all’esistenza umana.

Non solo, ma proprio grazie all’interpretazione allegorica Filone assolse il suo duplice compito: trasmettere la cultura filosofica greca ai suoi correligionari (dimostrando che Mosè aveva insegnato esattamente ciò che lui riteneva valido della filosofica ellenica), e provare ai Greci come ogni principio filosofico fondamentale conscitivo o intuitivo erano rinvenibili nelle opere di Mosè, il primo legislatore e il primo (il più grande) filosofo.

Sono distinguibili alcuni temi fondamentali del pensiero filoniano sviluppati con coerenza.

 

D-o

In quanto ebreo, Filone considera il monoteismo e il culto aniconico di D-o, concezione in chiaro contrasto con il politeismo pagano, ma che nonostante tutto può essere accostata all’idea del divino presente nel pensiero filosofico greco, senza peraltro alterare la dottrina ebraica.

Il concetto dal quale Filone prende le basi è la contrapposizione dualistica D-o – mondo.

Soltanto D-o è buono e perfetto, mentre il finito, in quanto tale, è necessariamente imperfetto; ne consegue che ogni attributo di determinazione proprio degli esseri finiti va negato nel caso di D-o, dal momento che Questi è eterno, semplice, libero, autosufficiente, esente da errori, al di sopra delle virtù umane, migliore del Bello e del Buono.

Egli è addirittura privo di attributi (àpoios), privo di qualificazioni, che ne limiterebbero l’essenza; la natura di D-o è dunque trascendente rispetto ad ogni definizione, al punto tale che di Lui è possibile affermare che è, non ciò che è.

Asserzioni positive sulla Sua natura sono tuttavia quelle che ne evidenziano la suprema perfezione come fonte di qualsiasi altra, l’onnipresenza nel mondo e la forza creatrice del cosmo.

 

Gli esseri intermedi e il Logos

In quanto assolutamente perfetto, D-o non può entrare in diretto contatto con la materia imperfetta; ogni contatto Lo contaminerebbe.

Qualsiasi interazione con il mondo e qualsiasi azione divina sul mondo sono possibili unicamente grazie all’intervento di potenze mediatrici, o cause intermedie, che consentano la comunicazione fra la divinità e il mondo materiale.

A tal riguardi Filone dispone di quattro concezioni, due di carattere essenzialmente filosofico, due di origine religiosa: la dottrina platonica delle Idee quali modelli originari di tutte le cose particolari, l'’laborazione stoica di questa teoria che vede nell idee delle cause attive; la dottrina ebraica degli angeli e quella greca dei demoni.

Filone afferma quindi che precedentemente alla creazione dell’universo sensibile D-o ha creato gli archetipi spirituali di tutte le cose; tali archetipi (le idee) vanno intesi come ‘cause attive’, cioè come potenze ordinatrici della caotica realtà materiale.

Attraverso queste potenze spirituali, D-o è attivo nel mondo; queste sono i Suoi emissari, i Suoi ministri e rappresentanti, mediatori tra Lui e le cose finite. Nie libri di Mosè sono chiamate angeli, nel mondo greco demoni.

Non è possibile tuttavia pensare che esse sussistano come ipostasi indipendenti dalla divinità: sono potenze finite del D-o infinito, parte inseparabile della Sua natura ed esistenti esclusivamente nel Suo pensiero.

Ma sarebbe altrettanto erroneo escludere totalmente un’ipostatizzazione di questi lògoi o dùnameis; gli internediari, proprio in quanto tali, godono infatti di questa duplice natura dal momento che devono essere identici a D-o se fungono da strumento di partecipazione della realtà finita alla divinità, ma è necessario contemporaneamente che siano da D-o distinte, se Egli deve restare estraneo a qualsiasi contatto con il mondo. Il loro numero è illimitato, ma possono essere individuate due potenze supreme, la Bontà e l’Autorità, sempre comunque riunite nella mente divina, che si rivela come la più elevata tra le potenze, nella quale sono concentrate tutte le attività di D-o.

Tale suprema potenza è definita come il Logos divino, l’Idea che abbraccia ogni altra idea, increata e allo stesso tempo creata, ma non come le cose finite. Il Logos divino è l’inviato di D-o, l’angelo o arcangelo che trasmette le Sue rivelazioni, strumento attraverso cui Egli creò il mondo. Esso si identifica così come la Parole creatrice di D-o. Mediatore fra la divinità e l’uomo, il Logos rappresenta anche, in senso opposto, il sommo Sacerdote che presso D-o intercede per l’uomo; esso non è né impersonale né personale, designazione di D-o nella Sua relazione particolare relazione di attività.

La teologia ebraica può aver esercitato la propria influenza sul pensiero di Filone grazie alle dottrine della Sapienza di D-o, del Suo spirito e della sua Parola, mentre ascendenze platoniche e stoiche sono rintracciabili nella teoria delle Forme (Idee), del concetto di anima del mondo, della divinità come Ragione operante in esso, sebbene il panteismo materialistico stoico sia da Filone annullato nella separatezza del Logos dalla divinità e dalla materia creata nel medesimo tempo.

 

La creazione e la conservazione del mondo

Sebbene vi siano gli esseri intermedi, non tutto ciò che esiste risale a D-o.

Il male, ad esempio, per la sua imperfezione non può avere fondamento in D-o, bensì trarrà origine da un secondo principio, la materia, intesa come la massa senza vita, immobile e disordinata, senza forma o proprietà, da cui D-o creò il mondo attraverso il Logos e le potenze divine.

Non è lecito in ogni caso parlare di vera e propria ‘creazione’ del mondo, ma di una ‘formazione’, dal momento che la materia non trae origine da D-o, ma è accanto a Lui come secondo principio; esattamente come nella sua creazione, anche la sua conservazione è mediata dal Logos e dalle potenze divine, anzi, tale processo può essere ritenuto una prosecuzione del precedente, e le leggi naturali che l’uomo riscontra altro non sono che la totalità delle operazioni divine ordinate.

 

La teoria dell’uomo e l’etica

La teoria filoniana dell’uomo segue principalmente quella platonica, e la base dualistica del sistema è evidente.

Il presupposto del filosofo è che l’atmosfera sia piena di anime; di queste, le anime viventi a un livello più alto sono gli angeli e i demoni, che mediano il rapporto di D-o con il mondo; quelle che invece si trovano più vicino alla terra sono invece attratte dalla sensualità e scendonoin corpi mortali.

L’anima umana è dunque una fra quelle potenze divine che originariamente sono dette angeli o demoni; la procreazione porta all’esistenza il soffio vitale dell’anima, nutrendola e donandole percezione: questo grazie alle componenti spirituali del seme, mentre la ragione entra nell’uomo da una fonte esterna. L’anima umana è comunque un efflusso della divinità, e D-o ha insufflato il Suo spirito nell’uomo.

Il corpo, parte animale dell’uomo, è pertanto fonte di ogni male, una prigione nella quale lo spirito è confinato, una bara e una tomba da cui l’anima sarà ridestata a nuova vita.

Essendo la sensualità in quanto tale un male, il peccato è connaturato all’uomo, e nessuno vi si può sottrarre.

Sulla base di tali premesse, il principio più elevato dell’etica è la rinuncia radicale alla sensualità, lo sradicamento del desiderio e della passione; lo stoicismo è dunque il sistema filosofico più vicino al pensiero di Filone, sia nella condivisione dell’idea della completa repressione della sessualità, sia nelle prescrizioni relative alle quattro virtù cardinali, o dottrina delle quattro passioni.

Esattamente come gli stoici, Filone considera quale unico bene la moralità, esige la libertà dalle emozioni, la semplicità di vita; si ritiene cosmopolita.

Ma esistono anche elementi di differenza fra la concezione dell’etica stoica e quella filoniana: per il pensiero stoico l’uomo doveva contare esclusivamente sulle proprie risorse, mentre per Filone l’uomo, in quanto creatura essenzialmente sensuale, non può autonomamente liberarsi della sensualità. E’ dunque necessario l’intervento di D-o, per cui solamente l’uomo che si affiderà totalmente all’influenza divina sarà in grado di conseguire la perfezione; secondo quanto dice Platone, la vera moralità sta nell’imitazione della divinità.

Questa concezione religiosa dell’etica separa nettamente Filone dal pensiero stoico.

L’attività politica, la moralità pratica sono utili nella sola misura in cui sono mezzo di resistenza al male, mentre la conoscenza servirebbe a questo unico scopo: l’etica è dunque la parte più importante della filosofia.

Ma nemmeno tale conoscenza costituisce l’obiettivo più elevato dello sviluppo umano.

Dal momento che, infatti, l’origine dell’uomo è trascendente, pure il fiine ultimo del suo sviluppo dovrà esserlo. Intrappolato nella vita sensuale perché allontanatosi da D-o, l’uomo deve lottare per uscire da tale condizione per innalzarsi alla visione diretta di D-o.

Una simile meta è raggiungibile già nella vita terrena, in quanto l’uomo realemnte virtuoso e saggio viene innalzato al di sopradi sé e trasportato al di fuori di sé, in uno stao di estasi nel quale può contemplare e riconoscere la divinità. La sua coscienza viene assorbita e annullata nella luce divina: tale condizione cosituisce lo stadio puù elevato della beatitudine umana, oltre il quale si ha solo la liberazione dal corpo dell’anima e il suo ritorno alla originaria condizione incorporea, premio per coloro che si sono tenuti liberi dall’attaccamento al corpo sensuale.

Simone Pratelli