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Mussolini, il fascismo e la shoah
Dal Risorgimento a MussoliniE' un luogo comune che nell'Italia moderna non vi fosse un "problema ebraico". Si noti che lo stesso Mussolini negava l'esistenza di un tale problema, non solo prima della svolta razziale, ma persino dopo. Il dibattito sull'emancipazione iniziò in Italia solo intorno al 1830 con 40 o 50 anni di ritardo rispetto alla Francia e alla Germania. Durante l'Illuminismo e sotto il regime napoleonico la questione ebraica non fu molto discussa in Italia: nessun prominente autore italiano si era occupato dell'argomento, e la cosiddetta "prima emancipazione" del 1796-1815 fu un'imposizione straniera, opera delle truppe di occupazione. Alla caduta di Napoleone seguì una reazione violenta contro questa imposizione. Il movimento di emancipazione nella penisola ebbe il suo culmine attorno al 1847-48, dopo di che la parità di diritti per gli ebrei seguì il destino dell'espansione territoriale del Piemonte, divenendo un codicillo nella storia del Risorgimento. Studiosi, politici e osservatori stranieri concordano sul successo senza precedenti dell'emancipazione ebraica nella penisola italiana. Recenti ricerche hanno rivelato correnti antisemite nell'Italia liberale, ma gli stessi esponenti delle associazioni ebraiche in epoca fascista riconoscevano che questo fu un fenomeno senza importanza e che Mussolini non sarebbe mai arrivato alla svolta razziale senza il ravvicinamento alla Germania nazista. Per dirla con Cecil Roth, il maggiore studioso inglese del fenomeno: "L'ebreo italiano non possedeva alcun connotato di straniero. Installatesi nel paese già da duemila anni, era un elemento altrettanto autoctono di qualsiasi altra componente del popolo italiano".L'ostacolo all'emancipazione ebraica era la Chiesa cattolica e il Risorgimento scavalcò quell'ostacolo. I pregiudizi rimasero, ma non erano attivi nella vita politica o sociale del paese. I liberali italiani non potevano incoraggiare l'antisemitismo senza fare il gioco dei loro nemici clericali. Il nazionalismo italiano, che sorse agli inizi del ventesimo secolo, era potenzialmente ostile agli ebrei, ma c'erano ebrei tra i suoi eroi, tra i suoi fondatori e tra i suoi dirigenti. Pur escludendo dal movimento i massoni - nel congresso dell'associazione nazionalista del 1912 - i nazionalisti mai pensarono di fare altrettanto con gli ebrei, dei quali apprezzavano, invece, gli elementi patriottici. Citiamo, ad esempio, quanto scrisse l'organo ufficiale nazionalista, L'Idea Nazionale, in data 11 novembre 1920, sull'allora maggior generale Emanuele Pugliese, che aveva salvato l'onore delle armate italiane a Valona: "Al valorosissimo generale di cui il passato di guerra, più unico che raro, dice nella serie luminosa di ricompense al valore, di promozioni per merito, di distintivi di ferite che lo onorano, tutta una vita di lotta, di dedizione continua di sé stesso alla grandezza della Patria, inviamo le nostre congratulazioni più sincere".MussoliniMussolini attaccò il sionismo nella Camera dei Deputati già nel 1921, ma si affrettò ad aggiungere che questo attacco non aveva nulla a che fare con un antisemitismo "che sarebbe nuovo in quest'aula". Nella stessa occasione pagò tributo all'eroismo mostrato dagli ebrei nelle guerre italiane (fino alla fine della sua vita rimase un ammiratore di Roberto Sarfatti, figlio della sua amante e biografa Margherita, che cadde in azione nel 1917 e a cui venne conferita la medaglia d'oro alla memoria). Per quanto riguarda il presunto carattere ebraico del bolscevismo, Mussolini ci credeva nel 1919, ma cambiò idea nell'ottobre 1920 (dopo la svolta razziale cambiò nuovamente idea, questa volta per ragioni propagandistiche). Il movimento fascista non era solo radicalmente nazionalista e quindi intollerante nei confronti di ogni manifestazione di doppia lealtà, sionismo compreso. Era un movimento con pretese "totalitarie", e quindi intollerante persino dei fiancheggiatori, che lo avevano aiutato a salire al potere. In altri termini, era incapace di coesistere con ogni altra idea o forza politica. Ma dato che il trionfo del fascismo dipendeva dall'alleanza con le forze conservatrici - la monarchia, la Santa Sede, l'apparato statale, e, non da ultimo, l'esercito - dovette nascondere le sue vere intenzioni. La grande studiosa del totalitarismo, Hannah Arendt, ha scritto che la propaganda non può scegliere i suoi obiettivi arbitrariamente. Quando Hitler identificò gli ebrei con il diavolo, sapeva che questo era quello che il suo pubblico voleva sentirsi dire. Se Mussolini avesse fatto lo stesso in Italia, avrebbe mancato di credibilità persino nei circoli di destra e nel suo stesso movimento, fatto questo di cui egli, col suo fine fiuto politico, si rese perfettamente conto. Ma questo vale per un politico in lotta per il potere, non per un dittatore onnipotente, e nell'anno della svolta razziale Mussolini era diventato tale. Molte persone di alto livello disapprovarono la svolta razziale, il papa in pubblico, il re ed altri in privato, ma alla fine tutti si conformarono. Il sovrano, dopo aver espresso un'"infinita pietà" per gli ebrei perseguitati, giunse al punto di apporre il sigillo regale sui decreti antiebraici. Il maresciallo Balbo, dopo essersi opposto alle misure razziali in pieno Gran Consiglio e aver pubblicamente dimostrato il suo affetto per i suoi amici ebrei dopo essere ritornato a Ferrara, informò Mussolini che stava correttamente applicando la legislazione antisemita in Libia. Esempi simili potrebbero essere moltiplicati all'infinito, ma mi limiterò a citare Giovanni Preziosi, uno dei pochi antisemiti autentici in Italia, il quale, nel 1938, osservò che un cambiamento miracoloso aveva avuto luogo: tutti coloro che sino ad allora lo avevano denunciato come pazzo per le sue vedute antiebraiche, ora concordavano con lui entusiasticamente e persino pretendevano di essere loro, e non lui, i pionieri dell'antisemitismo nella penisola.Hitler e MussoliniHitler non tentò mai di imporre a Mussolini il razzismo e l'antisemitismo, e nell'odierno dibattito sull'argomento gli studiosi usano questo fatto per sottolineare la piena autonomia del duce nell'optare per una tale politica. Non solo, ma alcuni arrivano persino ad affermare che si trattò di un inarrestabile sviluppo interno del fascismo. Ora non c'è dubbio che la scelta antisemita era connaturata con la logica intrinseca del fascismo. L'antisemitismo razziale non fu né un logico sviluppo del credo fascista, né una logica estensione del divieto di contaminazioni razziali in Africa. Fu tuttavia una logica conseguenza della politica dell'Asse. Si trattò insomma di un a tendenza intrinseca al fascismo nell'esatta misura in cui il Patto d'Acciaio era intrinseco alle aspirazioni imperiali del fascismo. Gli stessi diplomatici tedeschi a Roma sottolinearono come la pretesa del duce che il suo antisemitismo fosse una mera estensione della politica razziale in Africa, altro non fosse che un tentativo di distogliere l'attenzione dall'imbarazzante origine tedesca della lotta antiebraica. Si noti inoltre che, ancora nel settembre 1937, Mussolini aveva detto a un diplomatico tedesco che il razzismo fascista concerneva solo la gente di colore, non esistendo in Italia un problema ebraico (questa affermazione venne fatta quando la campagna antisemita nella stampa fascista era già in pieno sviluppo). La piccola minoranza ebraica non costituiva un reale ostacolo alla "svolta totalitaria" del regime, era solo un ostacolo all'alleanza "totalitaria" con il Terzo Reich. In altri termini, Mussolini colpendo l'anello più debole della resistenza all'Asse, offrì al Führer quello che un apologeta neo-fascista, Attilio Tamaro, ha chiamato "un pegno appariscente, ma poco costoso" della propria lealtà. Esso malcelava la sostanziale sudditanza alla leadership tedesca, che si palesò dopo l'avventura spagnola e soprattutto dopo l'entrata in guerra. Il duce tentò disperatamente di nascondere a se stesso e ai suoi sudditi questa triste realtà. Nel luglio 1938, dopo la pubblicazione del manifesto della razza, dichiarò: "Sappiate, ed ognuno sappia, che anche nella questione della razza noi tireremo diritto. Dire che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo". Nel settembre dello stesso anno Mussolini si scagliò contro il papa, che lo aveva accusato pubblicamente di seguire l'esempio tedesco: "Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni o, peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà". Non sorprende che queste smentite non abbiano avuto alcun effetto sull'opinione pubblica, dato che in privato venivano ridicolizzate anche dai gerarchi e dallo stesso Mussolini.La guerraDopo l'entrata in guerra, Mussolini escogitò la teoria della "guerra parallela" per rivendicare un'illusoria parità con il Führer, ma come abbiamo visto risultò impossibile mantenere questa illusione. Dopo la resa incondizionata di Badoglio e la creazione della così detta Repubblica Sociale Italiana, la parte dell'Italia governata da Mussolini divenne territorio non solo occupato ma anche conquistato. In un regime totalitario ogni minoranza costituisce un problema, anche se non ce n'è bisogno come capro espiatorio. Dall'inizio le manifestazioni di separatismo ebraico (sionismo, opposizione al matrimonio misto) furono fonte di frizione, cosi come i legami degli ebrei con i loro fratelli in altri paesi. Questo separatismo era un problema secondario. Non solo, ma Mussolini tentò di sfruttare sia il sionismo, sia l'internazionalismo ebraico per i propri fini. Quali che fossero i suoi pregiudizi personali contro gli ebrei, essi non influirono in modo significativo le sue scelte politiche. Il separatismo ebraico assunse una nuova dimensione nel 1933, quanto l'avvento al potere di Hitler, che venne salutato dalla stampa fascista come un trionfo dell'idea fascista oltre frontiera, fu invece denunciato da tutti gli ebrei, quelli fascistissimi compresi, come un disastro. Naturalmente allora Mussolini non potè allearsi con una Germania vinta e disarmata e in balia delle potenze occidentali. Ma già allora aveva capito di aver bisogno della Germania per il suo progettato programma di espansione territoriale e a quel punto la minoranza ebraica sarebbe diventata un autentico problema. In un regime totalitario non vi era alcun ostacolo al passaggio dalla benevolenza verso gli ebrei alla loro persecuzione. Come abbiamo visto, il re e il papa protestarono, ma fin tanto quanto Mussolini rimaneva fermamente in sella, non potevano fermarlo. Il popolo disapprovò, ma si conformò. Il risentimento del duce contro l'alleato germanico, lo indusse a tollerare e a volte a incoraggiare la protezione offerta dai sui subordinati agli ebrei in tutti i territori occupati dagli italiani, Francia, Yugoslavia e Grecia. Lo indusse anche a proteggere apertamente i suoi sudditi ebrei residenti in Germania e in tutti i territori sotto il dominio tedesco e a permettere il loro ritorno in Italia in contrasto con la politica ufficiale di allontanamento degli ebrei dalla penisola.Tuttavia, Mussolini, con la sua politica razziale e con la sua collaborazione con i tedeschi, è il responsabile maggiore dell'Olocausto in Italia. Scatenando la persecuzione antisemita non sollecitato da Hitler, preparò il terreno per il disastro finale. Premesse dello sterminioTutte le persone di "razza" ebraica erano state registrate ed erano sotto stretta sorveglianza. La stampa aveva quotidianamente calunniato gli ebrei come nemici dell'umanità in genere e dell'Italia in particolare. Gli elenchi (costantemente aggiornati) caddero nelle mani dei tedeschi e la volente o nolente collaborazione dell'apparato fascista permise loro di farne buon uso. Il risultato, pur essendo meno terrificante che in Germania o in altri paesi sotto l'occupazione tedesca, fu comunque disastroso non solo per quanti morirono ad Auschwitz, ma anche per i sopravvissuti: l'emancipazione era stata concessa agli ebrei, in Italia e altrove, a condizione che cessassero di essere una nazione a sé e che diventassero parte integrante della nazione ospite; così la maggioranza degli ebrei italiani, sia sotto il regime liberale sia sotto quello fascista, considerava il sionismo incompatibile con la dovuta lealtà alla patria italiana. La consegna ai yedeschi fu, in questo senso, per loro un tradimento. Dopo la caduta di Mussolini, Hitler decise di liquidare quella che lui chiamava la "cricca badogliana" e di riportare il duce al potere. Come saprete, questa decisione venne messa in pratica: il 12 settembre 1943 Mussolini venne liberato da un reparto di paracadutisti tedeschi e condotto al quartier generale di Hitler; il 15 settembre venne annunciato che egli aveva assunto di nuovo "la suprema direzione del fascismo in Italia"; il 23 settembre venne resa pubblica la composizione della nuova amministrazione fascista. Il ritorno di Mussolini avrebbe potuto salvare gli ebrei da una terribile tragedia se la costituzione della Repubblica Sociale Italiana gli avesse consentito di riacquistare una certa indipendenza. Ma poiché era ormai di fatto capo di un governo fantoccio, una marionetta nelle mani dei tedeschi, il suo reinsediamente ebbe l'effetto di facilitare l'attuazione dell'Olocausto sul suolo italiano. E questo non fu l'unico disastro.Un altro fu causato dalla distribuzione geografica degli ebrei italiani. Fin dalle espulsioni del 1492 e del 1541, la loro vita era stata confinata nella parte settentrionale del paese. L'Italia meridionale venne liberata dagli anglo-americani prima della fine del 1943 e i pochissimi ebrei rimasti nel mezzogiorno furono liberati senza subire grossi patimenti. Ma l'atteso sbarco degli alleati nel golfo di Genova (che avrebbe reso inevitabile una rapida ritirata tedesca) non ebbe luogo, col risultato che la zona d'insediamento ebraico da Roma in su rimase interamente sotto il controllo dei tedeschi fino al giugno 1944. Fu precisamente questa circostanza politica e strategica che segnò la condanna a morte di migliaia di ebrei. La linea repubblichinaNonostante i repubblichini sapessero che cosa accadeva agli ebrei, non ne erano mai stati informati ufficialmente dai tedeschi. La versione ufficiale tedesca era che gli ebrei venivano spediti all'est per "reinsediamento" e "lavoro coatto". Nell'ottobre 1942 Heinrich Himmler fece a Mussolini un resoconto altamente fuorviante della politica antiebraica tedesca: il capo delle SS in quest'occasione altro non fece che raccontare al duce spudorate menzogne: non una parola sulla sterminio degli ebrei in quanto tali, ma solo chiacchiere su "misure difensive" contro degli ebrei ribelli, sull'alta percentuale degli ebrei morti a causa del lavoro coatto (essendo essi razza parassitaria, non abituata a lavorare) e in fine sulla vita idilliaca degli ebrei anziani a Theresienstadt, dove era loro permesso fare quello che volevano. La cosa più ovvia da fare per gli Italiani era di prendere alla lettera la versione ufficiale tedesca e di adottare misure che avrebbero privato gli ebrei di ogni possibilità di recare danno. Questo poteva essere ottenuto privandoli della cittadinanza italiana e chiudendoli tutti in campi di concentramento. Il primo punto fu ottenuto con la pubblicazione del manifesto di Verona ("Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica"). Il secondo venne realizzato allestendo campi di internamento, il più importante dei quali fu quello di Fossoli di Carpi. A quel punto i tedeschi non avrebbero avuto alcun pretesto per interferire, perché si sarebbe trattato di un'aperta violazione della sovranità della repubblica.La tesi di SarfattiMichele Sarfatti, nel suo libro Gli ebrei nell'Italia fascista (apparso nel marzo del 2000), accusa Mussolini di aver stipulato "un accordo segreto con Hitler per la consegna ai tedeschi e la conseguente deportazione (e uccisione) degli ebrei arrestati dagli italiani". Così è come Sarfatti spiega quest'ipotesi:"Nulla è [...] noto intorno alle effettive intenzioni della Rsi tra metà novembre e metà dicembre [1943] riguardo al destino finale degli ebrei assoggettati all'ordine di arresto del 30 novembre. Lo svolgersi dei fatti nelle settimane successive consente invece di delineare un'ipotesi che, pur rimanendo priva di una vera e propria "certificazione" documentaria, ha la caratteristica di essere l'unica coerente con tutti gli avvenimenti e con tutti i documenti noti: in un momento [...] sicuramente anteriore al 6 febbraio 1944, i governi del Terzo Reich e della Rsi pervennero a un accordo per la consegna ai tedeschi e la conseguente deportazione (e uccisione) degli ebrei arrestati dagli italiani. Gli elementi noti sono i seguenti: a) nonostante le ampie indagini svolte, la Rsi allestì un solo "campo di concentramento speciale appositamente attrezzato", destinato ad accogliere gli ebrei dei "campi di concentramento provinciali"; si trattò del campo di Fossoli [...], che venne istituito all'inizio di dicembre e cominciò a ricevere ebrei poco prima della fine di quel mese; b) il 1° gennaio 1944 il questore di Modena riferì al capo della polizia che il locale comandante tedesco gli aveva chiesto la consegna sia degli ebrei arrestati in loco sia di quelli internati o internandi a Fossoli, precisando di voler procedere al loro "trasferimento in Germania"; [...] c) in gennaio i responsabili in Italia dell'RSHA [Dirczione Generale per la Sicurezza del Reich, appartenente alle SS] iniziarono a preparare un nuovo convoglio di deportazione, poi partito il 30 di quel mese dalle stazioni di Milano e di Verona, e vi immisero sia ebrei da loro arrestati, sia ebrei da loro prelevati a forza da alcuni dei nuovi campi provinciali italiani; d) il 22 gennaio, sollecitato da numerose autorità locali italiane, che chiedevano direttive in merito alle richieste tedesche di consegna, il capo della polizia inviò ai capi delle provincie [due telegrammi ordinando loro di cooperare coi tedeschi]". Sarfatti quindi sottolinea che le richieste tedesche di consegnare gli ebrei furono accolte dalle autorità italiane "senza meraviglia né protesta". Conclude come segue: "[...] nessuno ha sinora reperito né un verbale di accordo tra le massime autorità dell'Rsi e del Terzo Reich, né una disposizione scritta di Mussolini o Buffarini Guidi [...], convalidante questa ricostruzione. Per altro, un'analoga assenza di documentazione è stata riscontrata anche per la decisione iniziale nazista di procedere allo sterminio sistematico degli ebrei. La decisione fascista sembra quindi essere stata un "terribile segreto" formalmente (anche se non di fatto) noto a un gruppo ristretto di autorità centrali e locali". In realtà, non solo le azioni antiebraiche delle SS iniziarono immediatamente dopo la resa, senza la minima collaborazione degli italiani, ma anche dopo tutte le istruzioni date alle SS in Italia presuppongono la resistenza degli italiani a collaborare alla politica di genocidio. Il manifesto di Verona pur denotando la radicalizzazione dell'antisemitismo fascista, rispecchia tuttavia tutte le differenze tra italiani e tedeschi in materia. Per i fascisti gli ebrei erano nemici fino alla fine della guerra; per i nazisti erano gli eterni nemici dell'intero genere umano. La maggiore preoccupazione di Mussolini non era il destino degli ebrei, ma la difesa della sovranità italiana, come era stato durante tutti gli anni dell'alleanza italo-tedesca. L'unico modo per ottenere questo era di mettere gli ebrei in condizione di non nuocere. Probabilmente Mussolini sapeva che la presunta minaccia ebraica allo sforzo bellico era solo un pretesto, ma, come già detto, prendere i tedeschi alla lettera era l'unica possibilità rimasta. Ancora nel febbraio 1944 Mussolini aveva negato di essere un antisemita e aveva condannato duramente la politica di genocidio di Hitler in un colloquio con il suo consulente medico nazista mandategli dallo stesso Führer. Aveva espresso prima e ripeté poi simili vedute in colloqui con l'ambasciatore tedesco Rahn, col giornalista fascista Ivanoe Fossani ed altri. Per riassumere: vi fu responsabilità fascista per la tragedia ebraica durante l'infausta repubblichina, anzi responsabilità gravissima. Ma non vi è alcuna prova che Mussolini o i suoi luogotenenti abbiano mai approvato esplicitamente la politica tedesca di sterminio. Non solo, ma proprio durante questo periodo vi furono molti atti di salvataggio che i sopravvissuti ricordano con commossa gratitudine. |