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Figure dell'ebraismo europeo

Karl Marx

Karl Marx nacque da una famiglia di origini ebraico-renane nel 1818, nella città di Treviri.

Entrambi i suoi genitori appartenevano a famiglie di dotti rabbini.

Grande amico di Heinrich Heine, il suo legame con il poeta fu molto stretto per l’identità di origine, i comuni nemici, i nazionalisti, la condizione di esuli renani.

La sua ammirazione per Heine lo portò a considerarlo un esempio per tutta la sua vita, tanto che le prime pagine del Capitale risentono dello stile e di alcuni ideali dell’amico.

La cultura ebraica è rintracciabile in alcune immagini dei suoi scritti di derivazione biblica: Esaù che vende la propria primogenitura per un piatto di lenticchie ricorda al filosofo il proletariato che non ha ancora raggiunto la coscienza di classe, citando un esempio.

Le costruzioni sintattiche e gli espedienti retorici nei testi di Marx rivelano un’adesione ideale a testi e autori classici come Dante, Shakespeare, Goethe, o la lettura del Tanach e dei Vangeli.

Come Heine, si servì della figura di Shylock nel Mercante di Venezia per fare una riflessione sull’ebraismo e la condizione ebraica. Heine formulò l’ipotesi che l’odio antiebraico traesse origine dalle loro presunte ricchezze; Marx rese tale posizione ancor più radicale sostenendo che la società intera avrebbe dovuto definitivamente liberarsi di un simile incubo.

Tuttavia, mentre il poeta renano fece sempre costante riferimento alla propria conoscenza della storia e dei riti del suo popolo, Marx evitò di ricordare le sue origini ebraiche.

Ma la scelta del particolarissimo personaggio shakespeariano dimostra un atteggiamento psicologico molto chiaro, che trova la propria esplicitazione in un commento del filosofo: la sua figura era nata per sottolineare la dignità umana nel soffrire e nell’orgoglio.

Per Karl Marx Shylock poteva essere definito in qualsiasi modo, tranne che come un servo.

La figura dell’ebreo

Il padre di Marx sostenne sempre le attitudini letterarie del figlio, cercando di trasmettergli un messaggio di uniformità, convinto che il destino umano fosse regolato nella sua globalità.

Marx tradusse tali intenti in una visione politica di radicale e completo mutamento, forte dell’ideologia kantiana e hegeliana, circa il progresso come fondamento della loro visione del mondo, unì quella tradizione al concetto di emancipazione sostenuto da Heine.

Partendo dalla distinzione operata da Goethe tra la figura dell’ebreo concreto e reale e quella dello spettro fuggito e disprezzato del mondo cristiano, Marx trasformò la propria immagine dell’ebreo in un’idea astratta, con caratteri generici, piuttosto negativi dal punto di vista della loro condizione economica privilegiata.

Negli anni Quaranta Karl Marx diede prova di non essere coinvolto nel problema ebraico, ma è significativa una lettera scritta a David Oppenheim, nella quale richiedeva la serie completa di articoli di Hermes contro l’ebraismo.

"La questione ebraica"

Nel 1844, in uno scritto pubblicato con il titolo La questione ebraica, egli si servì della questione ebraica per difendere la libertà di tutti gli esseri umani, senza però accennare alle innumerevoli sofferenze di cui gli ebrei erano stati fatti oggetto; da una lettura dello scritto risulta dunque la centralità per il filosofo del problema della mancanza di liberalizzazione politica e dell’incapacità di realizzare l’unità nazionale, rispetto a quello della condizione ebraica.

Sebbene sia evidente l’identificazione dell’ebraismo con il denaro e l’egoismo, La questione ebraica risulta un testo di difesa, seppur molto in sordina, del popolo nel quale affondavano le radici di Marx, poiché egli afferma con decisione come l’avidità e l’attaccamento al denaro fossero difetti caratteristici non dell’ebraismo in quanto tale, ma dell’ebraismo nella società contemporanea, esattamente come lo erano del cristianesimo.

Resta in ogni caso problematico stabilire la posizione assunta da Marx nel suo scritto del 1844, tanto che le possibili interpretazioni oscillano tra un ebraismo latente nell’autore, un antisemitismo autofobico e un semplice interesse scientifico.

"La Sacra Famiglia"

Nella Sacra Famiglia del 1844 la posizione di Marx si indebolisce, e l’ebraismo viene considerato unicamente dal suo carattere di fenomeno storico-sociale, e scompare la convinzione che gli ebrei fossero in ogni caso una delle radici del male sociale contemporaneo.

Nonostante il rapporto conflittuale con i propri antenati e il costante desiderio di distaccarsene sul piano religioso, sociale e ideologico, fu incredibilmente nutrita la partecipazione degli intellettuali ebrei alla lotta del movimento operaio rivoluzionario, che stupì già numerosi statisti del tempo.

Karl Marx morì nel 1883.

Benjamin Disraeli

Benjamin Disraeli (1801-1881) era stato battezzato all’età di tredici anni dal padre, ma non aveva perse mai l’orgoglio per le proprie origini ebraiche.

Nel 1837 la sua elezione al parlamento inglese fu osteggiata e oggetto di accese opposizioni.

Sebbene altri illustri battezzati come David Ricardo avessero raggiunto cariche importanti, dai banchi della Camera molti lo nominavano urlando "Shylock" o alludendo ai tradizionali mestieri ebraici umilianti e degradanti. Fu tuttavia grazie alla sua attività di primo ministro e statista che la regina Vittoria divenne imperatrice delle indie.

Nel 1848 la Camera dei comuni rifiutò ancora una volta l’ingresso agli ebrei non battezzati, e Disraeli, sostenitore dell’abolizione di ogni barriera religiosa, si rivolse ai parlamentari dicendo che come Loro non credevano nel Loro cristianesimo, così gli ebrei non avevano fede nel loro ebraismo, e che pertanto la ragione più plausibile per il loro ingresso in parlamento era la comune indifferenza religiosa.

Le sue parole suscitarono vive proteste, a causa del fatto che, benchè battezzato, Disraeli aveva parlato dei propri colleghi come "estranei" sul piano religioso ( il "Loro" cristianesimo).

L’apertura della Camera dei comuni agli ebrei venne ancora una volta rifiutata, per essere conces-sa solo nel 1858.

Il conservatorismo di Disraeli gli impedì comunque di comprendere l’adesione di numerosi ebrei ai moti rivoluzionari in Europa nel 1848, dovuta al timore di perdere improvvisamente la propria libertà e i diritti politici acquisiti, che consentivano loro di partecipare per la prima volta in modo attivo ai destini politici delle società cui appartenevano e delle quali si sentivano finalmente parte integrante.

Questo fu il commento di Benjamin Disraeli: <<se la razza eletta si collegava con le classi più basse, ecco cosa avevano guadagnato i cristiani ad alienarsi gli ebrei>>.

Walter Benjamin

Walter Benedix Schönflies Benjamin nacque nel 1892 da una famiglia di commercianti ebrei, come Kafka, ed esattamente come Kafka riuscì a superare le mura di casa grazie alla scrittura. Si identificò con lo scrittore di Praga sul piano culturale ed esistenziale.

Si accostò nel 1912 al sionismo, ma non ne condivise mai l’eccessiva impronta nazionalistica, e si dedicò invece all’elaborazione di un’idea dell’ebraismo come cultura sovranazionale.

L’ebrasimo costituì per Benjamin l’obbligo di portare a compimento la cultura europea: <<[…] gli ebrei rappresentano un’èlite nella schiera degli intellettuali. L’ebraismo per me non è fine a se stesso, ma il più nobile portatore e rappresentante dell’elemento intellettuale>>.

Frequentaò le lezioni di filosofia a Berlino, Monaco, e Berna.

Come Franz Kafka, Benjamin lasciò trasparire poco o nulla del suo ebraismo, che visse tuttavia con travaglio, da quanto testimoniano le lettere; la sua inquietudine lo portò a viaggiare in tutta Europa, e, con frequenti soggiorni a Parigi, dal 1924 si impegnò nella ricerca di un punto di convergenza tra messianesimo ebraico e internaizionalismo proletario; ma mantenne sempre una posizione piuttosto ambigua e indecisa, tanto che non aderì mai al Partito comunista, sebbene avesse più volte pensato di farlo.

Intenso fu il suo rapporto con Gershon Scholem, che diede vita ad un carteggio fondamentale per chiarire la condizione esistenziale dolorosa di esule e le angosce di Benjamin.

Agli anni Venti risalgono le esperienze maraxiste ed ebraiche più importanti della sua vita, vissute con passione e interesse, che costituirono la base della riflessione politica, di cui abbiamo una preziosa testimonianza in una lettera del Maggio 1926: <<[…] una politica giusta radicale che appunto per questo non vuole essere altro che politica, opererà sempre a favore dell’ebraismo e, ciò che è infinitamente più importante, troverà sempre l’ebraismo ad operare a suo favore>>.

Studiò con passione la lingua ebraica, come Kafka, pensando a un futuro viaggio in Palestina, ma quando la speranza dell’utopia ebraica si rivelò irrealizzabile per le sue aspettative, approfondì i suoi studi di teologia ebraica, dei quali risentono molti dei suoi scritti marxisti.

Ecco la ragione per la quale i suoi scritti più maturi sono pregni di un’atmosfera di apocalittica ebraica, fusa con l’idea messianica e quella della memoria.

Tutta la sua attività di scrittore fu un percorso di avvicinamento e riconquista dell’ebraismo, che si concluse con un mancato raggiungimento del suo significato, come la ricerca affannosa e disperata della Legge di Kafka.

Dopo l’esilio

Nel 1933 la drammatica situazione in Germania spinse Walter Benjamin a scegliere l’esilio volontario a Parigi, e in seguito a Ibiza e in Danimarca.

Descrisse il clima nella Germania di quegli anni in una lettera di Marzo:<<scivere di lassù senza un’adeguata mascheratura può infatti diventare molto pericoloso. Essendo libero io posso esprimermi con chiarezza e quindi anche sinteticamente […]. Certamente veri sono i numerosi casi in cui la gente viene strappata dal letto nel cuore della notte, malmenata o assassinata. […] ancor più importante, ma più difficile da illuminare è la sorte dei detenuti. A questo proposito circolano le voci più terribili delle quali si può solo dire che alcune sono risultate false, per il resto la situazione è quella che si verifica nei momenti come questo: i pochi casi che sono esagerati, forse si contrappongono a molti dei quali non si sa assolutamente nulla>>.

In seguito Benjamin confermò che <<il terrore contro ogni atteggiamento o forma di espressione che non si adeguino incondizionatamente a quelli ufficiali ha raggiunto una misura praticamente insuperabile>>.

Molto forti furono i timori per i destini individuali dei famigliari, soprattutto del fratello; in seguito alla pubblicazione del suo saggio su Kafka, le notizie sul fratello divennero ancor più preoccupanti, a partire dal 1938; verrà successivamente assassinato a Mauthausen.

Ma la Gestapo era ormai sulle tracce del filosofo, cui fu imposto dal Febbraio del 1939 l’uso della carta francese di legittimazione dei réfugiés per ogni suo spostamento. Nel Settembre dello stesso anno le truppe tedesche invasero la Polonia e Benjamin fu inviato, con altri profughi in Francia, in un campo di raccolta. Fu l’intervento di conoscenze influenti a salvarlo dallo sterminio due mesi dopo.

Seguì a un breve soggiorno a Parigi il tentativo di raggiungere la Spagna attraversando il confine; ma il gruppo di profughi fu bloccato sul valico, a Port Bou.

Walter Benjamin, ormai troppo provato e stanco di vivere, ingerì del veleno ricevuto a Marsiglia per un suo impiego in caso di estrema necessità.

Era la notte del 26 Settembre 1940.

La fuga degli scienziati e Albert Einstein

Nel 1933 a Gottinga tre direttori degli istituti di fisica e di matematica erano ebrei: James Franck, Max Born, Richard Courant. Le leggi razziste li travolsero.

Franck diede le dimissioni; Born scelse la via della protesta passiva e nel momento in cui venne congedato lasciò la Germania. Amico di Einstein, che sostenne contro i detrattori della teoria della relatività, scrisse che mai come in quella circostanza si era sentito tanto ebreo di fronte ai nazisti, ma che non aveva il sangue freddo di Franck per rimanere in Germania.

Courant non abbandonò il suo posto, deciso invece a lottare duramente per mantenere la propria carica all’interno dell’università; ma nel 1933 fu costretto a emigrare in Gran Bretagna.

Numerosi scienziati di valore dovettero lasciare la Germania: il 17% dei ricercatori nelle università e l’11% di quelli degli istituti tecnologici.

Albert Einstein

Quando il nazismo ascese al potere Albert Einstein si trovava in California, e decise di ritardare la data del suo rientro in Germania, in attesa degli sviluppi della situazione. Successivamente rinunciò definitivamente alla cittadinanza tedesca, ritenuto indegno di far parte dell’Accademia delle scienze germanica, e indicato come rappresentante della fisica ebraica, esempio delle degenerazioni ebraiche. Fu inoltre inserito nello schedario criminale e sulla sua testa venne addirittura posta una tagli di cinquantamila marchi.

Ma Einstein non fu molto sorpreso da simili eventi, dal momento che recentemente si era verificato l’attentato a Lessing, e che fin dall’uccisione di Rathenau era considerato il simbolo degli ebrei te-deschi, da eliminare soprattutto dopo l’assegnazione del premio Nobel.

Einstein incarnava tutto ciò che gli estremisti non sopportavano: era un intellettuale, un ebreo individualista, un pacifista; lo stesso nome della sua teoria della relatività costituiva una sfida alla necessità di certezze e miti.

La concezione dell’ebraismo

Gli avvenimenti politici consolidarono la consapevolezza della propria identità ebraica e degli scopi del movimento sonista di Einstein; scrisse infatti:<<Mi hanno sempre dato fastidio le smanie e i tentativi indecorosi di integrarsi che ho osservato in tanti amici ebrei. Questi e altri fatti analoghi hanno risvegliato in il sentimento nazionale ebraico>>.

Nel 1925 scrisse queste parole circa i valori spirituali del sionismo su Jüdische Rundschau: <<Nietzsche ha scritto che una delle peculiarità del popolo ebraico consiste nel saper attuare "la sottile utilizzazione della sfortuna" […gli ebrei debbono] ritrovare senza alcuna ridicola arroganza la piena coscienza dei valori umani che rappresentano […] il sionismo ha iniziato a creare in Palestina un centro di vita spirituale ebraica. Per questo dobbiamo per sempre essere grati ai suoi capi […] L’esistenza di questa patria morale potrà infondere io spero un po’ di vitalità in un popolo che non ha ancora meritato l’estinzione>>.

Successivamente dichiarò all’Hotel Savoy di Londra che la posizione della comunità ebraica dispersa era quella di un barometro morale per il mondo politico. Non esisteva infatti più sicuro indice di moralità politica e di rispetto per la giustizia dell’atteggiamento delle nazioni nei confronti di una minoranza debole come quella ebraica. Nella situazione in cui si trovava a esprimere tali considerazioni quel barometro era basso, ma proprio la consapevolezza di questo avrebbe dovuto consolidare la convinzione che fosse dovere imprescindibile conservare la comunità e la tradizione ebraiche. Nel popolo ebraico era profondamente radicato un amore per la giustizia e la ragione che avrebbe dovuto continuare a essere coltivato per il bene di ogni Paese in avvenire.

La pressione violenta del mondo esterno costituiva la ragione per la quale la tradizione ebraica era sopravvissuta, e per Einstein ogni ebreo sapeva che essere tale significava assumersi un’enorme responsabilità nei confronti della comunità e dell’intera umanità. Essere ebreo significava accettare e seguire in pratica i fondamenti di umanità proposti dal Tanàch (=Bibbia), senza i quali mai avrebbe potuto esistere una comunità umana sana e felice.

L’interpretazione dell’odio antiebraico

Nel medesimo anno (1938) si servì, nel suo articolo Perché odiano gli ebrei?, di una favola antica per far luce sulle origini dell’antisemitismo politico.

Si trattava di una metafora per chiarire una situazione tipica vissuta in alcune circostanze dalle nazioni e dai singoli, che illustrava il processo attraverso cui l’odio e il risentimento venivano deviati verso un individuo o un gruppo più deboli e indifesi.

Essa presentava un pastore, un cavallo e un cervo, e narrava di come un pastore (immagine allegorica, secondo il fisico tedesco, di una classe o una cricca che aspirava a dominare un popolo), fosse riuscito a sottomettere con la briglia il cavallo (il popolo in questione), sfruttando i suoi immensi vanità, risentimento, invidia e odio nei confronti della vita libera e felice del cervo (il popo- lo ebraico), più agile e capace di vivere allo stato selvatico rispetto al rivale.

Illustrando le cause per le quali il ruolo del cervo fosse toccato da sempre agli ebrei, Einstein disse:<<[…] perché vi sono ebrei in quasi tutte le nazioni e perché essi sono troppo sparsi, dappertutto, per potersi difendere da attacchi violenti>>.

Seguivano riflessioni di carattere storico circa l’avvio dei pogrom in Russia per scaricare, verso la fine del XIX secolo e nel primo decennio del XX, la tensione popolare per la tirannia zarista e i suoi grossolani errori in politica estera e contemporaneamente individuare un nemico comune per trovare un consenso al regime, che prometteva e dava prova di voler sradicare quel popolo inviso.

Così, al termine del primo conflitto mondiale, la Germani accusò innanzitutto gli ebrei di aver voluto la guerra provocandone poi il drammatico esito per la loro stessa nazione.

Tutta la seria di calunnie e accuse infamanti a nome del popolo ebraico non era altro che un tentativo, per altro giunto a buon fine, di giustificare le orribili stragi e le umilianti misure adottate nei loro confronti nel corso della storia dell’umanità. Si trattava di capi d’accusa la cui palese falsità era nota ai delatori medesimi, ma il cui potere sull’opinione di massa era indiscutibile.

Tuttavia tali manifestazioni di violenza e oppressione non rappresentavano per Einstein un’espressione di antisemitismo. Quest’ultimo costituiva un fenomeno assai più complesso sul piano psicologico e sociale. Cercò, nello stesso articolo, di dare poi una risposta al quesito riguardante l’identità di un ebreo, e addusse come esempio l’immagine della lumaca.

Come la lumaca è quell’essere vivente dotato di un guscio nel quale raccogliersi, così l’ebreo è colui che professa la fede ebraica; ma come la lumaca ha la facoltà di liberarsi del guscio senza per questo cessare di essere tale, così l’ebreo, abbandonata la propria fede, restava inevitabilmente ebreo.

Nato a Ulma nel 1879, Albert Einstein morì a Princeton nel 1955.

Simone Pratelli