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La emancipazione

Con il "secolo dei lumi" iniziò una nuova fase della storia del popolo ebraico e delle persecuzioni da esso subite da parte sia degli Stati sia della Chiesa. A una prima fase di liberalizzazione, di cui la Chiesa non fece però parte, seguì l’emancipazione quasi completa con la Rivoluzione Francese e Napoleone; con il Congresso di Vienna, però, si verificò un ritorno alle antiche discriminazioni, a volte perfino incrudelite. Per maggiore chiarezza, abbiamo accomunato in una le ultime due fasi nell’analisi dei secoli XVIII e XIX.

Emancipazione civile e umiliazioni dalla Chiesa

Nel secolo XVIII, mentre l’Oriente zarista tendeva sempre più alla discriminazione degli ebrei, anche a causa dell’affermarsi della religiosità ebraica chassidica (da "yhassid", puro) dai caratteri nettamente "diversi", l’Occidente iniziò a rendersi conto della necessità dell’uguaglianza per tutti i giudei, non solo per le classi privilegiate.

Già prima della Rivoluzione Francese, alcuni sovrani "illuminati", fra cui l’imperatore asburgico Giuseppe II, avevano cercato la reintegrazione sociale degli ebrei, ma sempre in posizione subordinata. Invece nel corso del secolo l’ostilità della Chiesa, soprattutto nei confronti della comunità ebraica romana, contribuì a un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita di quest’ultima. Vennero introdotti nuovi balzelli, che costrinsero la popolazione del ghetto a sopravvivere col commercio al minuto, specie di ciarpame e stracci; qualcuno esercitava anche occupazioni più dignitose per una clientela d’élite, di cui non disdegnavano di far parte i membri del clero. Una breve fase "liberale" si ebbe con Clemente XIV (1769-75): questi soppresse la Compagnia di Gesù, che era in prima fila nella reazione cattolica, sottrasse i giudei alla giurisdizione inquisitoria e permise a farmacisti, medici e chirurghi ebrei di lavorare con più tranquillità. Appena asceso al soglio papale nel 1775, però, il suo successore Pio VI emise l’ "Editto sopra gli ebrei", col quale venivano riconfermati gli antichi divieti (come quello di possesso dei testi sacri) e prescrizioni (il segno distintivo) e ne vennero aggiunti di nuovi ancora più aberranti e discriminatori, come quello di seguire il funerale di un altro ebreo o di recarsi in altra città, salvo che per gravi motivi di salute. Queste disposizioni, soprattutto tutte quelle che riguardavano i viaggi, venivano applicate negli altri territori pontifici anche in considerazione della situazione economica delle comunità ebraiche. Nel frattempo, la popolazione non cessava di dare l’assalto ai ghetti, come accadde a più riprese a Ferrara.

Napoleone e il Congresso di Vienna

L’emancipazione, però, si mosse soprattutto partendo dalla Rivoluzione Francese e seguendo le armate napoleoniche. Fino al 1797 l’avanzata di Bonaparte si accompagnò sistematicamente all’emancipazione civile e umana degli ebrei residenti nei territori conquistati, con grande vantaggio del commercio cittadino e delle botteghe artigiane. In alcune città i giudei raggiunsero addirittura posizioni di comando. Questa fase, però, presentava già al suo interno una serie di violenze antiebraiche, attuate da tutti i fronti conservatori; fra questi si inseriva, ovviamente, la Chiesa, soprattutto il basso clero. Vennero rimessi in campo i vecchi pregiudizi antiebraici, con l’aggiunta della "cospirazione" ebraico-massonica tesa al dominio politico ed economico del mondo. L’ "altalena" continuò per alcuni anni dopo il trattato di Campoformio (1797) che, con la reintroduzione a Venezia delle antiche discriminazioni da parte del governo austriaco, segnò l’inizio di un periodo di pesanti violenze da parte di monarchici e conservatori ogniqualvolta i napoleonici prendevano l’iniziativa. In particolare, l’avversione della Chiesa era dovuta sia a motivi ideologici, sia da alcune iniziative di Napoleone nel diritto civile, ad esempio il pronunciarsi a favore dei matrimoni fra ebrei e cristiani, considerati un buono strumento di assimilazione. Con il Congresso di Vienna, infine, i sovrani restaurati tornarono alle antiche discriminazioni, contemporaneamente al riconoscimento dei privilegi della Chiesa. L’emancipazione restò acquisita soltanto in Francia, mentre venne ripristinata la situazione anterivoluzionaria negli Stati tedeschi, nell’Impero asburgico, in Italia e nello Stato pontificio. Le limitazioni sempre più pesanti costrinsero negli anni successivi molte famiglie all’emigrazione. Soltanto con Gregorio XVI (1831-46), pur rimanendo tutti gli altri divieti e obblighi, si attuò una leggera liberalizzazione del commercio e delle professioni. Ciò era dovuto alle interferenze straniere, ai contrasti fra Stati europei e all’influenza della famiglia Rotschild.

Nel 1846 Pio IX divenne Papa. Era il periodo delle battaglie risorgimentali e tutti coloro che credevano nell’indipendenza e nell’unità nazionale, inclusi molti ebrei, credettero al riformismo del pontefice. Nei primi anni, infatti, egli si mostrò liberale e tollerante: la vita nel ghetto migliorò, alcune famiglie poterono uscirne e nel 1848 ne vennero abbattute le mura, gli ebrei poterono entrare nella Guardia civica; vennero abolite le prediche forzate e i balzelli per i giochi di Carnevale. Dal 1850, però, la situazione cambiò di nuovo in peggio: venne escluso qualunque contatto coi cristiani, sia nel commercio sia nelle scuole, e venne riaperto il ghetto. I discorsi del Papa, inoltre, cominciarono a caratterizzarsi per un linguaggio fortemente antiebraico. Emblematico è il caso del piccolo Edgardo Mortara, sequestrato nel 1858 ai genitori ebrei e rinchiuso in un istituto cattolico solo perché la domestica cristiana lo aveva battezzato di nascosto; nonostante le pressioni di molti Stati europei, la Chiesa non ritornò sulla sua decisione. D’altra parte, da tempo la stampa, ad esempio in Austria, alimentava l’antisemitismo, antisemitismo proteso anche all’eliminazione fisica. Sul fronte opposto, nel 1848 lo Statuto Albertino riconobbe come cittadini gli ebrei del regno sabaudo.

Daniela Negro