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Il processo di distruzione degli ebrei in Europa (1933-1945)

strage civili lituani 1941.jpg (47690 byte)

L'articolazione del processo che viene proposta è quella classica di Hilberg, che si presta alla determinazione dei passaggi che condussero all'annientamento di circa sei milioni di ebrei, secondo una spirale che è tendenzialmente logica, sebbene non sempre corrisponda a una sequenza cronologica.

Introduttivamente è opportuno segnalare alcuni punti fermi della ricerca degli ultimi decenni sull'argomento.

Per quanto riguarda le premesse generali:

l'antisemitismo militante è stato fattore determinante per l'innesco della politica di sterminio nazista:
esso si diffuse sin dagli ultimi decenni del secolo XIX, per affermarsi progressivamente dai piccoli gruppi antisemiti a quelli più ampi del nazionalismo, con una impennata durante il primo conflitto mondiale;
tuttavia, sin dalla metà degli anni Venti, esso aveva perso terreno, rappresentando, anche da un punto di vista propagandistico, una marginale risorsa per i partiti nazionalisti;
fino al 1933, comunque, la violenza antisemita risultò piuttosto una eccezione, spesso operata da giovani che non erano parte integrante di formazioni politiche della destra radicale;
ma l'antisemitismo è stato soprattutto pervasivo nella opinione pubblica tedesca come atteggiamento passivo:
si percepiva la minoranza ebraica come un corpo estraneo all'interno del Volk tedesco;
se ne sottolineavano le caratteristiche negative;
si marcava il suo legame con i nemici della Germania;
si denunciava la sua presenza ai vertici della stampa e della economia;
questo contribuiva al radicamento del pregiudizio: che ci fosse una non sempre chiaramente definita Judenfrage (questione ebraica) che avrebbe dovuto ricevere una adeguata soluzione;
le procedure legislative che discriminarono gli ebrei fecero leva su questo pregiudizio, rinforzato dalla convinzione che l'oggetto di una secolare discriminazione doveva pur essere  in qualche misura responsabile;
nello stesso tempo, prima del 1933, esistevano posizioni che contrastavano apertamente questo antisemitismo strisciante:
maturarono nei partiti dei lavoratori;
tra i cattolici,
tra i liberali di sinistra;
tuttavia, nel loro ottimismo, in altri termini nella loro speranza che i fenomeni antisemiti contemporanei fossero retaggio di un passato in fase di superamento, i critici dell'antisemitismo ne sottovalutarono la portata reale;
le alte percentuali di diplomati e laureati tra gli uomini che componevano le strutture politico-militari impegnate per il genocidio testimoniano a loro volta:
la grande incidenza dell'ideologia antisemita tra le generazioni nate tra gli inizi del secolo e la grande guerra, e quindi formatesi tra secondo e terzo decennio;
dunque la presenza di un forte pregiudizio negli ambienti scolastici e accademici;
esso si delinea come rifiuto dell'internazionalismo e esasperazione della presunta minaccia esercitata a livello internazionale contro la Germania.

Questo antisemitismo sarebbe la causa principale della passività e complicità che la società tedesca dimostrò davanti al progetto genocida, per il quale sono stati individuati tre elementi portanti:

un nucleo di irriducibili credenti, profondamente legati al modello escatologico avanzato dal Mein Kampf;
le circostanze storiche,
la acquiescenza, appunto, della società tedesca.

Tra gli anni Sessanta e Ottanta, le linee interpretative della strategia nazista di fronte al problema ebraico hanno oscillato schematicamente tra due posizioni:

l'intenzionalismo, concentrando la propria attenzione sulla figura di Hitler e sulla sua ideologia, interpreta gli sviluppi della politica nazista come il risultato di consapevoli e calcolate decisioni finalizzate alla realizzazione di un programma ideologico già chiaro fin dagli anni venti. Hitler  decise lo sterminio degli ebrei fin dagli anni Venti e in seguito agì consapevolmente in direzione di quell’obiettivo. La politica ebraica dei nazisti negli anni Trenta viene perciò interpretata come espressione di continuità nella preparazione dell’omicidio di massa;
il funzionalismo, concentrandosi sugli sviluppi intrinseci delle strutture e delle istituzioni del Terzo Reich, interpreta l’evoluzione della politica nazista come il risultato di una progressiva radicalizzazione non pianificata, prodotta dal caotico sistema decisionale di un regime ad organizzazione policratica. Negato il ruolo centrale di Hitler, viene invece enfatizzata la contraddittorietà della politica ebraica dei nazisti negli anni trenta, per provare l’assenza di un’azione programmatica diretta verso un obiettivo premeditato.

Di recente Browning ha ricostruito la contraddittoria politica nazista di riassetto e di ghettizzazione, analizzando il graduale processo decisionale connesso con l’andamento militare, esaminato il ruolo centrale e allo stesso tempo ambiguo di Hitler, privilegiando un metodo interpretativo che si sviluppa oltre l’intenzionalismo e il funzionalismo: il genocidio, generalmente noto nella sua fase più drammatica, costituisce in realtà un fenomeno molto più ampio, che implica un processo graduale per tappe.

Nel processo evolutivo sarebbero stati determinanti:

gli sviluppi della situazione militare,
i meccanismi decisionali di un sistema politico frammentario e disorganico,
i vaghi segnali di Hitler,
le iniziative dei burocrati per fronteggiare problemi locali,
i fondamenti culturali e ideologici della politica razziale nazista.