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Un diavolo scaccia l'altro

L’attacco tedesco alla Russia, il 22 giugno 1941, aprì nuovi e complessi scenari, sia sul versante pastorale - religioso, sia su quello diplomatico - politico. Per quanto riguarda il primo aspetto, la disponibilità, da parte delle popolazioni di Ucraina e Stati baltici (invasi dall’esercito tedesco), a ricorrere a servizi religiosi cui da tempo avevano dovuto rinunciare per la pressione comunista, spinse la S. Sede ad inviare in quei luoghi missioni semiclandestine di preti per ristabilire una sia pur esile organizzazione ecclesiastica. Tuttavia queste attività furono ben presto proibite dagli ordini di Hitler, il quale temeva che tali missioni alimentassero tensioni religiose e reazioni di rifiuto degli occupanti da parte delle popolazioni occupate.

Dal punto di vista politico - diplomatico, invece, l’attacco tedesco, pur rappresentando una complicazione per il Vaticano in quanto stabiliva una per esso preoccupante saldatura tra democrazie occidentali e blocco sovietico, d’altra parte costituì una semplificazione del quadro e delle prospettive generali, che diede spazio ad attese e speranze di altro tipo: che lo scontro tra Russia comunista e Germania nazista potesse cioè determinare il crollo della prima e l’indebolimento gravissimo della seconda, permettendo così di ipotizzare per il futuro la scomparsa sia del comunismo sia del nazismo dalla scena mondiale.

E’ un’aspettativa che monsignor Tardini, uno dei massimi responsabili della S. Sede, aveva riassunto, in un suo colloquio con l’ambasciatore Attolico, nel proverbio: "Un diavolo scaccia l’altro e tanto meglio se quest’altro è il peggiore".

Sul piano pubblico l’atteggiamento assunto dalla S. Sede all’indomani dell’attacco tedesco alla Russia fu di un accentuato riserbo. Le richieste avanzate da Germania e Italia al Vaticano di prendere posizione a favore di tale attacco o contro il bolscevismo furono respinte. Le motivazioni prospettate dai responsabili della S. Sede asserivano che eventuali prese di posizione da parte di essa avrebbero fatto assumere alle sue parole uno sconveniente carattere politico che avrebbe danneggiato i suoi superiori interessi religiosi e morali.

Tale riserbo corrispondeva alla tradizionale imparzialità vaticana rispetto ai conflitti internazionali, un’imparzialità tuttavia che non si era ritenuto di dover applicare finora alla Russia sovietica. Evidentemente il richiamo al carattere politico che un intervento della S. Sede avrebbe assunto in quelle circostanze allude all’ampiezza assunta dal conflitto, che comportava un imbarazzante accordo della Russia con le potenze occidentali.

Ma al di là di quest’atteggiamento di riserbo assunto pubblicamente, resta il lavorio diplomatico e il problema del giudizio e delle prospettive che la S. Sede ricavava dalla nuova situazione. Il complesso documentario più indicativo per chiarire tali orientamenti è costituito dagli appunti, note, verbali di conversazioni redatti in occasione della visita che Taylor, rappresentante personale del presidente degli Stati Uniti Roosevelt effettuò in Vaticano nel settembre del 1941. Taylor era giunto per ottenere un chiarimento autorevole su di un passo dell’enciclica Divini Redemptoris che proibiva qualsiasi collaborazione con i comunisti, e che significative voci del cattolicesimo americano tiravano perciò in campo per criticare la politica di aiuti alla Russia promossa da Roosevelt. Il papa rispose sostenendo che la proibizione contenuta nell’enciclica non poteva essere applicata ai rapporti internazionali, né tantomeno a situazioni come l’attuale, di guerra su vasta scala.

 L’interdizione si sarebbe dovuta riferire, invece, alla "mano tesa" che negli anni in cui Pio XI scriveva la Divini Redemptoris i comunisti avevano offerto ai cattolici per una collaborazione sul piano della politica interna. Questa accettazione delle richieste americane rivela come la S. Sede, pur continuando a richiamare l’attenzione del governo americano sul pericolo costituito dal comunismo nel mondo e non considerandolo inferiore a quello costituito dal nazismo (in quanto quest’ultimo, secondo il Vaticano, aveva ostacolato il culto in maniera minore), andasse via via parificando il giudizio di ciascuno dei due.

Da questo punto di vista vi è indubbiamente, nelle posizioni della S. Sede, un’evoluzione significativa, sollecitata soprattutto dalle drammatiche esperienze della persecuzione messa in atto dai nazisti nei territori dell’Est occupati.

In questo scenario, la possibilità che nazionalsocialismo e bolscevismo si eliminassero a vicenda e che il Vaticano stesse al di sopra delle parti come spettatore interessato alla scomparsa di entrambi, trovava una sempre più forte ragione d’essere.

Stefano Quaglia