Home Mondo antico Medioevo Mondo moderno Novecento

 

Antigiudaismo pagano e antigiudaismo cristiano

gerusalemme%20sepolcro.jpg (44163 byte)

Roma Testimonianze Paura degli Ebrei Separazione Processo a Gesù Accuse di deicidio

Antigiudaismo pagano

L’ostilità verso gli ebrei in Egitto

Il lavoro recentemente tradotto in italiano di Peter Schäfer (Giudeofobia, cit.) consente di farsi un’idea assai articolata dell’antigiudaismo antico. Sulla scorta delle sue analisi possiamo rintracciare la primissima manifestazione di antisemitismo in Egitto, precisamente nella distruzione del tempio appartenente alla colonia militare ebraica nell’isola di Elefantina (nei presi di Assuan): qui gli ebrei sarebbero stati presi di mira dal nazionalismo egiziano in quanto colpevoli di avere parteggiato per i persiani fin dall’epoca in cui avevano conquistato l’Egitto nel 525 a. C. Ma l’episodio, databile all’incirca al 410 a. C. e attestato da ritrovamente papiracei, è troppo sfuggente per poterne ricavare sicure conclusioni.

Ben più sicure le notizie a noi giunte circa le manifestazioni di odio antigiudaico che, sempre in Egitto, ebbero come teatro la città di Alessandria, dove lo stesso fondatore Alessandro Magno aveva favorito l’insediamento di una fiorente comunità giudaica. Un primo motivo di impopolarità presso la popolazione greca ed egiziana ivi residente gli ebrei dovevano averlo creato aiutando Cesare nella sua campagna del 48-47 a. C.

Ma la situazione divenne esplosiva nel 38 d. C. per la concorrenza di elementi molteplici: l’ascesa all’impero di Caligola con la sua ossessione del culto dell’immagine dell’imperatore; la visita ad Alessandria del re giudaico Agrippa I, che aveva provocato irrequietezza nella popolazione, e, infine, la presenza di un governatore come Avillio Flacco che, oltre a emanare provvedimenti discriminatori, aveva tollerato o istigato violenze antiebraiche.

Dal filosofo ebreo-alessandrino Filone, che nel 40 d. C. capeggiò la delegazione giudaica inviata a Roma presso Caligola per comporre il persistente dissidio con la popolazione pagana (rappresentata nella legazione da Apione), sappiamo non solo di provvedimenti discriminatori come la privazione di diritti, l’autorizzazione a saccheggiare case e botteghe degli ebrei, la creazione di una sorta di ghetto nel quartiere "Delta", ma anche di un vero e proprio eccidio di massa. Si suole infatti chiamare pogrom, con un termine russo che significa "distruzione" (delle minoranze ebraiche nella Russia zarista nel quarantennio a cavallo tra Ottocento e Novecento), l’eccidio di ebrei compiuto dai greci di Alessandria:

"Non appena quell’accozzaglia di gente sediziosa che è il popolaccio di Alessandria ebbe sentore del fatto [l’ostilità di Caligola per il rifiuto opposto dagli ebrei alle sue pretese di essere venerato come un dio], pensò fosse venuto il momento giusto per attaccarci e diede libero sfogo all’odio che covava da tempo, diffondendo ovunque il caos e lo scompiglio. [...] Presero d’assalto le nostre case e ne cacciarono i padroni, lasciandole disabitate. Non avevano più bisogno di attendere le tenebre della notte per rubare suppellettili e oggetti preziosi, come fanno i ladri per paura di essere arrestati, ma li portavano fuori apertamente, alla luce del sole, e li facevano vedere ai passanti, come chi ha avuto un’eredità o ha comperato della roba dai legittimi proprietari. [...]

Eppure il disastro finiva per apparire lieve in confronto a quanto stiamo per dire. Essi spinsero fuori dalla città decine di migliaia di uomini donne bambini e li richiusero in uno spazio ristrettissimo, come branchi di bestie in un recinto, pensando che entro pochi giorni avrebbero trovato cataste di cadaveri, perché gli ebrei sarebbero morti d’inedia per mancanza dello stretto indispensabile. [...]

Un gruppo dei fannulloni o perditempo abituali avevano accerchiato gli ebrei sbattuti e rinserrati, come dicevo, entro un piccolo spazio nella parte estrema della città, e stavano seduti lì a sorvegliarli, quasi fossero in stato d’assedio, perché nessuno riuscisse a fuggire senza essere visto [...], e se riuscivano a mettere le mani su qualcuno era la morte istantanea, provocata con le più indegne torture. Un’altra masnada stava appostata presso i porti fluviali, pronta a piombare sugli ebrei che vi approdavano e sulla roba che portavano per i loro commerci. Prendevano d’assalto le navi e rapinavano il carico sotto gli occhi dei proprietari; a questi legavano poi le mani dietro la schiena e li bruciavano vivi, usando come materiale da ardere timoni, barre, pertiche e impalcature di coperta. La più pietosa di tutte era le fine di quelli che venivano arsi vivi nel centro della città. Talvolta, per mancanza di legna, raccoglievano frasche, vi appiccavano il fuoco e le scagliavano sugli sventurati che nella maggior parte dei casi morivano semibruciati più per effetto del fumo che del fuoco [...]. Molti li legavano ancora vivi con cinghie e corde e, strette loro assieme le caviglie, li trascinavano attraverso la piazza e saltavano sui loro corpi senza smettere neppure quando erano ormai cadaveri. Più crudeli e più selvaggi delle belve feroci, laceravano le loro membra pezzo a pezzo e a furia di calpestarle ne distruggevano ogni forma, in modo che non rimanesse neanche un frammento cui poter dare sepoltura".

[Trad. di C. Kraus in Filone alessandrino e un’ora tragica della storia ebraica, Morano, Napoli 1967].

Questo brano tratto dalla Legatio ad Gaium (parr. 120-131) di Filone non colpisce soltanto per il pathos calmo della narrazione - con scene di esproprio, ghettizzazione, assassinio e insulto ai cadaveri - ma soprattutto per la sostanziale concordanza con le modalità dell’oltraggio ai corpi da parte dei "volonterosi carnefici di Hitler". Al tempo di Filone non esistevano armi da fuoco né camere a gas e doveva ancora nascere un ragioniere della morte come Adolf Eichmann, ma il tentativo di annullare l’identità personale brutalizzando il cadavere e l’esecuzione dell’eccidio da parte di uomini comuni sono alcune delle procedure tipiche dei campi di sterminio nazisti.

Per approfondire questo tema si può leggere Peter Schäfer, Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico, Carocci, Firenze 1999, che ha il merito di aver rivisitato e divulgato le testimonianze raccolte nei tre voll. di M. Stern, Greek and Latin Authors on Jews and Judaism, Jerusalem 1974-1984 offrendo una panoramica aggiornata dell'antigiudaismo antico, integrando così le carenze del lavoro classico di Poliakov, il cui primo volume nella stesura originale risale al 1955.

Antigiudaismo a Roma

Si è già fatto cenno di provvedimenti di espulsione assunti da Roma nei confronti degli ebrei una prima volta nel 139 a. C. nel contesto di difesa del mos maiorum che un cinquantennio prima aveva visto il senatusconsultum de Bacchanalibus, e successivamente nel 19 d. C. per iniziativa di Tiberio. Certamente non si trattava di provvedimenti "razziali", ma di misure religiose e sociali da inquadrare nella difesa dell’ordine pubblico e da attribuire al tentativo di contenere la presenza degli ebrei e di arginare il proselitismo. Alla base dello stesso pogrom di Alessandria c’erano sicuramente i disagi della convivenza all’interno della medesima città, ma anche le resistenze opposte all’autodivinizzazione di Caligola. E, del resto, a seconda degli imperatori, i giudei passarono da momenti di persecuzione (sotto Claudio vi fu una nuova cacciata impulsore Chresto) a momenti di tolleranza, come con Nerone, o addirittura di favore da parte della moglie dell’imperatore Poppea.

Ma l’atteggiamento di un popolazione verso un gruppo non si misura solo sulla base dei provvedimenti politici assunti, ma anche sulle opinioni che ci sono state trasmesse. Da questo punto di vista, i capitoli di Tacito, come si è visto, rappresentano la principale testimonianza di un atteggiamento di ostilità che, se non coivolgeva tutta la popolazione romana, almeno serpeggiava tra le classi colte.

L’ostilità verso gli ebrei

Cicerone, per esempio, attacca gli ebrei in quanto gruppo di pressione influente nelle pubbliche adunanze, la cui barbara superstitio è incompatibile con il mos maiorum (Pro Flacco 67); Giovenale e gli scrittori satirici pongono l’accento su singole usanze ebraiche, ma da parte loro il riferimento è ricercato in quanto soggetto di ironia, senza per questo esprimere ostilità di principio. Quando Orazio nella satira I 5, di fronte al fronte al cosiddetto "miracolo di Egnatia" (incenso che bruciava senza bisogno di fiamma sulla soglia di un tempio) osserva credat Iudaeus Apella (v. 100), non esprime che generica ironia nei confronti della superstizione degli ebrei. E quando nella satira I 9 l’amico Aristio Fusco si esime dal sottrarre Orazio all’importuno seccatore adducendo come scusa che è sabato e non vuole mancare di rispetto agli ebrei circoncisi (vv. 69-70), è difficile cogliere nelle sue parole qualcosa di più impegnativo della battuta ironica.

Ma, a proposito di circoncisione e sabato ebraico, basta leggere le astiose parole di Rutilio Namaziano (inizi del V sec. d. C.) per ritrovare la livida avversione antiebraica che abbiamo conosciuto in Tacito. Rutilio, in fuga verso la Gallia Narbonese dopo il sacco di Roma del 410, fa una sosta a Falesia, poco a nord di Piombino, dove subisce la scortesia di un locandiere giudeo:

aveva in consegna quel luogo un giudeo rognoso,

una bestia ostile al cibo degli uomini.

Ci accusa di alberi spezzati, di alghe calpestate

e ci chiede i danni per aver toccato un po’ d’acqua.

Gli rendiamo gli insulti dovuti a quella razza oscena

che senza pudore si falcia il prepuzio:

radice di stoltezza, cui stanno a cuore i sabati freddi,

ma il cuore è più freddo della loro superstizione.

Ogni settimo giorno è condannato a ozio infame,

come immagine lassa del loro dio stanco.

Gli altri deliri di un pulpito mendace

neppure i bambini potrebbero crederli.

Oh se la Giudea non fosse mai stata domata

dalle guerre di Pompeo e dall’impero di Tito!

Più in largo ora serpeggia il contagio di tal peste recisa

e la razza vinta opprime i suoi vincitori. (De reditu suo I, 383-398)

Il funzionario imperiale in fuga dal passato se la prende con tutti (sono celebri le invettive contro i monaci della Capraia e della Gorgona), ma in questo caso il suo livore sembra trascendere la situazione e riferire opinioni antigiudaiche condivise. Sulla strada della tradizione stoica conduce, in particolare, il verso finale, a monte del quale non sta tanto l’oraziano Graecia capta ferum victorem cepit (Epist. II 1, 156) quanto un frammento antiebraico di Seneca giunto attraverso Agostino (De civitate Dei VI 11): "Le abitudini di questo popolo (gli ebrei) si sono diffuse in modo così perverso che sono state accolte ormai su tutta la terra: e i vinti hanno imposto leggi ai vincitori".

La paura degli ebrei

Questo giudizio di Seneca, come i capitoli di Tacito, riassume e dimostra l’effettiva consistenza della giudeofobia: la classe dirigente romana temeva che i giudei, nonostante la sconfitta del 70 d. C., potessero riprendersi e, diffusi com’erano in tutte le regioni dell’impero, far fronte comune contro Roma.

Tacito attendeva alle Historiae nel primo decennio del II sec. d. C.: quindi non poteva aver visto le rivolte che tra il 115 e il 117 coinvolsero numerose comunità della diaspora, divampando in Cirenaica, in Egitto, a Cipro e in Mesopotamia; ma l’accumulo di tensione che sarebbe tornato a coinvolgere la Palestina in età adrianea forse già si avvertiva, e con esso ci si rendeva conto che la distruzione del Tempio, accentuando la diaspora, non aveva sortito l’effetto desiderato. Si era voluto colpire gli ebrei distruggendone il centro di aggregazione e se ne era favorita la diffusione.

Come osserva Schäfer, "i romani non amavano gli ebrei perché ne avevano paura, e ne avevano paura a causa della crescente attrattiva che esercitavano sulla società romana" (op. cit., pp. 268-269). L’accusa di proselitismo che viene continuamente mossa agli ebrei non deve dunque essere intesa nel senso che questi si impegnassero attivamente nella ricerca di nuovi adepti - il loro separatismo non favoriva certo un proselitismo attivo - ma si limita probabilmente a prendere atto di una situazione di fatto, che vedeva crescere curiosità e interesse per i costumi di questo popolo altro da sé. Se lo stesso Tacito, nonostante la sua aperta ostilità, non nasconde interesse per il monoteismo ebraico ("considerano che l’essere supremo sia eterno e inimitabile e imperituro", cap. 5, 4), c’è da pensare che il fascino delle nuove religioni, attestato dal diffondersi del cristianesimo, non escludesse affatto l’ebraismo.

Un’agile ma problematica ricognizione di questo aspetto del tema è svolta nel saggio di G. Firpo, I Giudei, in Storia di Roma, II 2, Einaudi, Torino 1991, pp. 527-552

Antigiudaismo pagano: conclusioni

Il rapporto tra paganesimo ed ebraismo fin qui delineato può dunque essere sintetizzato così: la distruzione del tempio di Elefantina dimostra che nell’antico Egitto germinarono i primi barlumi di antigiudaismo, destinati a crescere in epoca ellenistica fino al pogrom di Alessandria del 38 d. C.; da parte di Roma, poi, l’atteggiamento diviso tra attrazione e repulsione rispecchiava la singolare combinazione di esclusivismo e successo di cui godeva l’ebraismo, mentre il timore che la religione giudaica potesse contribuire a distruggere definitivamente i valori culturali e religiosi della società romana determinava una diffusa ostilità verso gli ebrei da parte della classe dirigente pagana.

Tale ostilità, tuttavia, non sfociò in un vero e proprio antigiudaismo di stato - con l'unica eccezione delle misure antiebraiche assunte da Adriano nel 135 - e si limitò a filtrare nell'attenzione prestata dagli intellettuali agli aspetti singolari dell'ebraismo, con un atteggiamento di accentuata repulsione per il particolarismo ebraico.

Antigiudaismo cristiano

Ma a questo punto un nuovo elemento, la diffusione del cristianesimo, interviene a condizionare in modo definitivo i rapporti con gli ebrei. Nato come movimento riformatore del giudaismo, il cristianesimo condivide con gli ebrei i libri dell’Antico Testamento, ma si allontana dal rispetto rigido della Legge ebraica e si distingue sul piano teologico per il riconoscimento di Gesù Cristo come Messia.

La religione cristiana subito si apre a larghe fasce di popolazione grazie a un’intensa opera di proselitismo, a una forte carica di rottura con le tradizioni stantie del paganesimo e a una nutrita produzione apologetica, cioè di scritti di giustificazione e difesa. L’apologetica cristiana prevede anche una polemica antiebraica: è interesse dei cristiani delle origini, infatti, ribadire la propria differenza rispetto agli ebrei, malvisti dal ceto conservatore romano convertito al cristianesimo, ed evitare quei fenomeni di sincretismo che avrebbero potuto annullare la loro identità riassorbendoli come uno dei tanti culti orientali.

La separazione tra giudaismo e cristianesimo

Né Gesù Cristo né san Paolo né le comunità cristiane di epoca neotestamentaria pronunciarono anatemi contro il giudaismo. Allo stesso modo, non è mai esistita una scomunica dei giudeocristiani (i giudei convertiti al cristianesimo) da parte del giudaismo rabbinico: Gesù e i suoi discepoli si scontrarono spesso con funzionari e singoli gruppi di giudei, ma almeno fino al 70 nessuno pensò a escludere i seguaci di Cristo dal popolo di Israele.

L’evento dirompente del 70 d. C. (guerra giudaica e distruzione di Gerusalemme e del Tempio), invece, ponendo in modo drammatico il problema di rifondare una nuova identità giudaica, accelerò la presa di distanza tra la religione ebraica e la comunità cristiana fino a provocare una sorta di separazione tra la chiusura del giudaismo rabbinico e la vocazione di Paolo a convertire tutti i popoli: la vera nascita del cristianesimo avviene quando la predicazione di Paolo, superando i confini della Palestina, si estende alle comunità della diaspora, alle colonie ebraiche ellenizzate della Siria, dell'Asia Minore, della Grecia, per poi rivolgere il proselitismo sempre più verso i pagani.

Per il cristianesimo paolino non vi sono più condizioni per la concessione della grazia divina: né l’appartenenza giudaica, né il culto del Tempio, né altre istituzioni sacre costituiscono un privilegio in vista della partecipazione a una comunità elettiva, una sorta di civitas Dei anticipata, composta senza distinzione da tutti gli individui obbedienti alla fede in Cristo: "Con i giudei mi sono fatto giudeo, per guadagnare i giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge [...] per guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge [...] per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi son fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli" (Prima lettera ai Corinzi 9, 19-22).

"Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra nostri figli"

Gesù si scontra con la ierocrazia di Gerusalemme e con il governo di Roma per il fatto di proclamarsi Messia e re dei giudei configurando così un doppio reato, rispettivamente di blasfemia e di lesa maestà. Per queste colpe Gesù viene condannato al supplizio tipicamente romano della morte per crocifissione nella Pasqua dell’anno 30.

 

Ma chi ha condannato Gesù? I giudei che facevano capo al sinedrio o il governatore romano Pilato? A questo proposito si suole richiamare il famoso passo di Matteo 27, 24-25: Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre di più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: "Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!" E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli".

Sulla scorretta utilizzazione storica di questa frase, peraltro presente nel solo Matteo, grava una responsabilità tremenda: quella di aver attribuito ai giudei la fama di popolo deicida, cioè di essere stati i responsabili della morte di Cristo. Eppure si sa che, da una parte, i Vangeli non sono un libro di storia, e dall’altra che il comportamento di questo governatore romano duro e senza scrupoli, che democraticamente si rivolge al popolo e si attiene alla sua decisione sfiora l’assurdo. E che il sinedrio, per giunta riunito di notte nella casa del sommo sacerdote, non aveva competenza nel processo romano né per accusare Gesù né per costringere Pilato a condannarlo.

La questione dunque è aperta e tutt’altro che irrilevante da qualunque posizione la si affronti perché, se da parte cristiana è stata finalmente accantonata l’accusa di deicidio mossa agli ebrei, da parte ebraica si va prestando crescente attenzione alla morte di Gesù come tragedia ebraica e al fatto che una fede come quella cristiana sia nata da una costola dell’ebraismo stesso. Dal problema storico e giuridico del processo a Gesù possono uscire trasformati i rapporti tra ebraismo e cristianesimo sia nel senso di riconoscere l’appartenenza di Gesù tanto al mondo ebraico quanto a quello cristiano sia in quello di una eventuale riappropriazione ebraica di Gesù, con la conseguenza che le basi del cristianesimo sarebbero state poste dopo la morte di Gesù, soprattutto dalla predicazione paolina.

L’aspetto giuridico del processo a Gesù è trattato nel volume miscellaneo a cura di F. Amarelli e F. Lucrezi, Il processo contro Gesù, Jovene, Napoli 1999. Una recente e analitica rivisitazione in C. Cohn, Processo e morte di Gesù. Un punto di vista ebraico, trad. it., Einaudi, Torino 2000, con un’importante prefazione di G. Zagrebelsky: il "punto di vista ebraico" consiste nell’attribuire il processo esclusivamente al governatore romano.

L’accusa di deicidio

Dunque, in contraddizione con la richiesta di perdono fatta da Gesù crocifisso ("Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" Luca 23, 34), il vangelo di Matteo (27, 25) attribuisce espressamente agli ebrei la responsabilità della crocifissione di Cristo. Esso costituisce infatti il supporto dell’accusa di deicidio, che offre la base teologica all’antigiudaismo cristiano e consente il duplice vantaggio di muovere un attacco all’ebraismo e di accattivarsi le simpatie dei romani stornando da loro la responsabilità del supplizio di Cristo.

Negli anni della guerra giudaica (66-70 d. C.) il cristianesimo non era ancora un movimento definito, del quale si possa capire la posizione rispetto agli eventi bellici, tanto più che la fede delle origini è schiettamente spirituale, volta a un regno che non è di questo mondo. E’ assai probabile, tuttavia, che la distruzione di Gerusalemme e del Tempio fosse vista come la prova dell’ira divina, come segno che l’antica alleanza era stata revocata in favore della nuova: Chiesa contro Sinagoga; il verus Israel contro il vetus Israel.

Molteplici ragioni inducono a credere che dietro la frase di Matteo (assente dagli altri sinottici) non vi sia alcuna tradizione degna di fede: "il suo sangue ricada su di noi" è un modo di dire ebraico assai improbabile sulla bocca di un romano; la lavanda delle mani è una cerimonia simbolica schiettamente ebraica; l’umiliazione di dichiararsi innocente davanti alla folla è un comportamento incompatibile con l’arroganza propria di Pilato e tipica del governatore romano, il quale, in ogni caso, di fronte al potere centrale non poteva condividere con nessuno il peso della sua decisione.

Tuttavia le parole attribuite da Matteo a "tutto il popolo" sono state intese per due millenni come la confessione da parte ebraica di colpevolezza nella morte di Gesù. Esse hanno legittimato gli atti di violenza contro gli ebrei che iniziano ben presto, non appena il cristianesimo è riconosciuto come religione legittima dall’editto di Costantino (313 d. C.) e poi, alla fine del secolo con l’editto di Teodosio, come religione ufficiale dell’impero. L’episodio più noto risale al 388 d. C., quando i cristiani avevano incendiato la sinagoga della città di Callinico sull’Eufrate: al vescovo locale era stato intimato dall’imperatore Teodosio di ricostruirla a proprie spese, ma il vescovo di Milano Ambrogio era intervenuto sostenendo la legittimità dell’atto. Un sinistro preludio a violenze che avrebbero infierito sulle persone, oltre che sulle cose.

Gli "assassini del Signore"

Le radici antiche del disprezzo per gli "assassini del Signore" trovano una prima definizione negli scritti degli apologisti cristiani e dei Padri della Chiesa. Nel suo Dialogo con il giudeo Trifone (155-161 d. C.) l’apologista greco Giustino scrive a proposito dei giudei: "Voi avete ucciso il Giusto e prima di lui i suoi profeti, e ora cacciate quanti ripongono la loro speranza in lui e nel Dio onnipotente. Voi li disonorate per quanto potete, maledicendo i credenti in Cristo nelle vostre sinagoghe" (16, 4).
Per Giovanni Crisostomo è dovere di tutti i cristiani odiare gli ebrei, le cui sinagoghe sono un lupanare e un teatro, caverne di briganti e tane di belve feroci; per Origene essi hanno inchiodato Gesù alla croce; per Agostino stragi e distruzioni di ebrei sono una punizione temporanea (un’anticipazione del giudizio finale) per aver provocato la passione di Cristo. E come il sangue di Abele era ricaduto su Caino condannandolo ad andare ramingo sulla terra (Genesi 4, 12), così il popolo ebraico, sul cui capo pesava il sangue di Gesù, era condannato a errare esule per il mondo portandosi addosso il marchio dell’assassino.

Ma al di là delle espressioni di ostilità, a volte singolarmente dure, che si trovano negli scritti patristici, è pur vero che l’antico cristianesimo non ha mai scomunicato ufficialmente l’ebraismo: secondo Agostino la Chiesa ha semplicemente preso il posto del popolo eletto nel disegno di Dio. Le stesse restrizioni normative che si susseguono (proibizione delle conversioni di cristiani all’ebraismo e dei matrimoni misti, divieto di costruire nuove sinagoghe, divieto di esercitare pubblici uffici e alcune professioni come l’avvocatura, divieto di fare proselitismo) presuppongono la liceità del culto ebraico: alla fine del VI sec. papa Gregorio Magno, pur continuando a reputare superstizione e perfidia la religione degli ebrei, dichiara illegittime le conversioni forzate.