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Antigiudaismo pagano e antigiudaismo
cristiano

Antigiudaismo pagano
Lostilità verso gli ebrei in
Egitto
Il lavoro recentemente tradotto in italiano di Peter Schäfer (Giudeofobia,
cit.) consente di farsi unidea assai articolata dellantigiudaismo antico.
Sulla scorta delle sue analisi possiamo rintracciare la primissima manifestazione di
antisemitismo in Egitto, precisamente nella distruzione del tempio appartenente alla
colonia militare ebraica nellisola di Elefantina (nei presi di Assuan): qui gli
ebrei sarebbero stati presi di mira dal nazionalismo egiziano in quanto colpevoli di avere
parteggiato per i persiani fin dallepoca in cui avevano conquistato lEgitto
nel 525 a. C. Ma lepisodio, databile allincirca al 410 a. C. e attestato da
ritrovamente papiracei, è troppo sfuggente per poterne ricavare sicure conclusioni.
Ben più sicure le notizie a noi giunte circa le manifestazioni di odio antigiudaico
che, sempre in Egitto, ebbero come teatro la città di Alessandria, dove lo stesso
fondatore Alessandro Magno aveva favorito linsediamento di una fiorente comunità
giudaica. Un primo motivo di impopolarità presso la popolazione greca ed egiziana ivi
residente gli ebrei dovevano averlo creato aiutando Cesare nella sua campagna del 48-47 a.
C.
Ma la situazione divenne esplosiva nel 38 d. C. per la concorrenza di elementi
molteplici: lascesa allimpero di Caligola con la sua ossessione del culto
dellimmagine dellimperatore; la visita ad Alessandria del re giudaico Agrippa
I, che aveva provocato irrequietezza nella popolazione, e, infine, la presenza di un
governatore come Avillio Flacco che, oltre a emanare provvedimenti discriminatori, aveva
tollerato o istigato violenze antiebraiche.
Dal filosofo ebreo-alessandrino Filone, che nel 40 d. C. capeggiò la
delegazione giudaica inviata a Roma presso Caligola per comporre il persistente dissidio
con la popolazione pagana (rappresentata nella legazione da Apione), sappiamo non solo di provvedimenti
discriminatori come la privazione di diritti, lautorizzazione a saccheggiare
case e botteghe degli ebrei, la creazione di una sorta di ghetto nel quartiere
"Delta", ma anche di un vero e proprio eccidio di massa. Si suole infatti
chiamare pogrom, con un termine russo che significa "distruzione"
(delle minoranze ebraiche nella Russia zarista nel quarantennio a cavallo tra Ottocento e
Novecento), leccidio di ebrei compiuto dai greci di Alessandria:
"Non appena quellaccozzaglia di gente sediziosa che è il popolaccio di
Alessandria ebbe sentore del fatto [lostilità di Caligola per il rifiuto opposto
dagli ebrei alle sue pretese di essere venerato come un dio], pensò fosse venuto il
momento giusto per attaccarci e diede libero sfogo allodio che covava da tempo,
diffondendo ovunque il caos e lo scompiglio. [...] Presero dassalto le nostre case e
ne cacciarono i padroni, lasciandole disabitate. Non avevano più bisogno di attendere le
tenebre della notte per rubare suppellettili e oggetti preziosi, come fanno i ladri per
paura di essere arrestati, ma li portavano fuori apertamente, alla luce del sole, e li
facevano vedere ai passanti, come chi ha avuto uneredità o ha comperato della roba
dai legittimi proprietari. [...]
Eppure il disastro finiva per apparire lieve in confronto a quanto stiamo per dire.
Essi spinsero fuori dalla città decine di migliaia di uomini donne bambini e li
richiusero in uno spazio ristrettissimo, come branchi di bestie in un recinto, pensando
che entro pochi giorni avrebbero trovato cataste di cadaveri, perché gli ebrei sarebbero
morti dinedia per mancanza dello stretto indispensabile. [...]
Un gruppo dei fannulloni o perditempo abituali avevano accerchiato gli ebrei sbattuti e
rinserrati, come dicevo, entro un piccolo spazio nella parte estrema della città, e
stavano seduti lì a sorvegliarli, quasi fossero in stato dassedio, perché nessuno
riuscisse a fuggire senza essere visto [...], e se riuscivano a mettere le mani su
qualcuno era la morte istantanea, provocata con le più indegne torture. Unaltra
masnada stava appostata presso i porti fluviali, pronta a piombare sugli ebrei che vi
approdavano e sulla roba che portavano per i loro commerci. Prendevano dassalto le
navi e rapinavano il carico sotto gli occhi dei proprietari; a questi legavano poi le mani
dietro la schiena e li bruciavano vivi, usando come materiale da ardere timoni, barre,
pertiche e impalcature di coperta. La più pietosa di tutte era le fine di quelli che
venivano arsi vivi nel centro della città. Talvolta, per mancanza di legna, raccoglievano
frasche, vi appiccavano il fuoco e le scagliavano sugli sventurati che nella maggior parte
dei casi morivano semibruciati più per effetto del fumo che del fuoco [...]. Molti li
legavano ancora vivi con cinghie e corde e, strette loro assieme le caviglie, li
trascinavano attraverso la piazza e saltavano sui loro corpi senza smettere neppure quando
erano ormai cadaveri. Più crudeli e più selvaggi delle belve feroci, laceravano le loro
membra pezzo a pezzo e a furia di calpestarle ne distruggevano ogni forma, in modo che non
rimanesse neanche un frammento cui poter dare sepoltura".
[Trad. di C. Kraus in Filone alessandrino e unora tragica della storia ebraica,
Morano, Napoli 1967].
Questo brano tratto dalla Legatio ad Gaium (parr. 120-131) di Filone non
colpisce soltanto per il pathos calmo della narrazione - con scene di esproprio,
ghettizzazione, assassinio e insulto ai cadaveri - ma soprattutto per la sostanziale
concordanza con le modalità delloltraggio ai corpi da parte dei "volonterosi
carnefici di Hitler". Al tempo di Filone non esistevano armi da fuoco né camere a
gas e doveva ancora nascere un ragioniere della morte come Adolf Eichmann, ma il tentativo
di annullare lidentità personale brutalizzando il cadavere e lesecuzione
delleccidio da parte di uomini comuni sono alcune delle procedure tipiche dei campi
di sterminio nazisti.
Per approfondire questo tema si può leggere Peter Schäfer, Giudeofobia.
Lantisemitismo nel mondo antico, Carocci, Firenze 1999, che ha il merito di aver
rivisitato e divulgato le testimonianze raccolte nei tre voll. di M. Stern, Greek and
Latin Authors on Jews and Judaism, Jerusalem 1974-1984 offrendo una panoramica
aggiornata dell'antigiudaismo antico, integrando così le carenze del lavoro classico di
Poliakov, il cui primo volume nella stesura originale risale al 1955.
Antigiudaismo a Roma
Si è già fatto cenno di provvedimenti di espulsione assunti da Roma nei
confronti degli ebrei una prima volta nel 139 a. C. nel contesto di difesa del mos
maiorum che un cinquantennio prima aveva visto il senatusconsultum de Bacchanalibus,
e successivamente nel 19 d. C. per iniziativa di Tiberio. Certamente non si trattava di
provvedimenti "razziali", ma di misure religiose e sociali da inquadrare nella
difesa dellordine pubblico e da attribuire al tentativo di contenere la presenza
degli ebrei e di arginare il proselitismo. Alla base dello stesso pogrom di
Alessandria cerano sicuramente i disagi della convivenza allinterno della
medesima città, ma anche le resistenze opposte allautodivinizzazione di Caligola.
E, del resto, a seconda degli imperatori, i giudei passarono da momenti di persecuzione
(sotto Claudio vi fu una nuova cacciata impulsore Chresto) a momenti di tolleranza,
come con Nerone, o addirittura di favore da parte della moglie dellimperatore
Poppea.
Ma latteggiamento di un popolazione verso un gruppo non si misura solo sulla base
dei provvedimenti politici assunti, ma anche sulle opinioni che ci sono state trasmesse.
Da questo punto di vista, i capitoli di Tacito, come si è visto, rappresentano la
principale testimonianza di un atteggiamento di ostilità che, se non coivolgeva tutta la
popolazione romana, almeno serpeggiava tra le classi colte.
Lostilità verso gli ebrei
Cicerone, per esempio, attacca gli ebrei in quanto gruppo di pressione influente
nelle pubbliche adunanze, la cui barbara superstitio è incompatibile con il mos
maiorum (Pro Flacco 67); Giovenale e gli scrittori satirici pongono
laccento su singole usanze ebraiche, ma da parte loro il riferimento è ricercato in
quanto soggetto di ironia, senza per questo esprimere ostilità di principio. Quando Orazio
nella satira I 5, di fronte al fronte al cosiddetto "miracolo di
Egnatia" (incenso che bruciava senza bisogno di fiamma sulla soglia di un tempio)
osserva credat Iudaeus Apella (v. 100), non esprime che generica ironia nei
confronti della superstizione degli ebrei. E quando nella satira I 9 lamico
Aristio Fusco si esime dal sottrarre Orazio allimportuno seccatore adducendo come
scusa che è sabato e non vuole mancare di rispetto agli ebrei circoncisi (vv. 69-70), è
difficile cogliere nelle sue parole qualcosa di più impegnativo della battuta ironica.
Ma, a proposito di circoncisione e sabato ebraico, basta leggere le astiose parole di Rutilio
Namaziano (inizi del V sec. d. C.) per ritrovare la livida avversione antiebraica che
abbiamo conosciuto in Tacito. Rutilio, in fuga verso la Gallia Narbonese dopo il sacco di
Roma del 410, fa una sosta a Falesia, poco a nord di Piombino, dove subisce la scortesia
di un locandiere giudeo:
aveva in consegna quel luogo un giudeo rognoso,
una bestia ostile al cibo degli uomini.
Ci accusa di alberi spezzati, di alghe calpestate
e ci chiede i danni per aver toccato un po dacqua.
Gli rendiamo gli insulti dovuti a quella razza oscena
che senza pudore si falcia il prepuzio:
radice di stoltezza, cui stanno a cuore i sabati freddi,
ma il cuore è più freddo della loro superstizione.
Ogni settimo giorno è condannato a ozio infame,
come immagine lassa del loro dio stanco.
Gli altri deliri di un pulpito mendace
neppure i bambini potrebbero crederli.
Oh se la Giudea non fosse mai stata domata
dalle guerre di Pompeo e dallimpero di Tito!
Più in largo ora serpeggia il contagio di tal peste recisa
e la razza vinta opprime i suoi vincitori. (De reditu suo I, 383-398)
Il funzionario imperiale in fuga dal passato se la prende con tutti (sono celebri le
invettive contro i monaci della Capraia e della Gorgona), ma in questo caso il suo livore
sembra trascendere la situazione e riferire opinioni antigiudaiche condivise. Sulla strada
della tradizione stoica conduce, in particolare, il verso finale, a monte del quale non
sta tanto loraziano Graecia capta ferum victorem cepit (Epist. II 1,
156) quanto un frammento antiebraico di Seneca giunto attraverso Agostino (De
civitate Dei VI 11): "Le abitudini di questo popolo (gli ebrei) si sono diffuse
in modo così perverso che sono state accolte ormai su tutta la terra: e i vinti hanno
imposto leggi ai vincitori".
La paura degli ebrei
Questo giudizio di Seneca, come i capitoli di Tacito, riassume e dimostra
leffettiva consistenza della giudeofobia: la classe dirigente romana temeva che i
giudei, nonostante la sconfitta del 70 d. C., potessero riprendersi e, diffusi
comerano in tutte le regioni dellimpero, far fronte comune contro Roma.
Tacito attendeva alle Historiae nel primo decennio del II sec. d. C.: quindi non
poteva aver visto le rivolte che tra il 115 e il 117 coinvolsero numerose comunità della
diaspora, divampando in Cirenaica, in Egitto, a Cipro e in Mesopotamia; ma laccumulo
di tensione che sarebbe tornato a coinvolgere la Palestina in età adrianea forse già si
avvertiva, e con esso ci si rendeva conto che la distruzione del Tempio, accentuando la
diaspora, non aveva sortito leffetto desiderato. Si era voluto colpire gli ebrei
distruggendone il centro di aggregazione e se ne era favorita la diffusione.
Come osserva Schäfer, "i romani non amavano gli ebrei perché ne avevano paura, e
ne avevano paura a causa della crescente attrattiva che esercitavano sulla società
romana" (op. cit., pp. 268-269). Laccusa di proselitismo che
viene continuamente mossa agli ebrei non deve dunque essere intesa nel senso che questi si
impegnassero attivamente nella ricerca di nuovi adepti - il loro separatismo non favoriva
certo un proselitismo attivo - ma si limita probabilmente a prendere atto di una
situazione di fatto, che vedeva crescere curiosità e interesse per i costumi di questo
popolo altro da sé. Se lo stesso Tacito, nonostante la sua aperta ostilità, non nasconde
interesse per il monoteismo ebraico ("considerano che lessere supremo sia
eterno e inimitabile e imperituro", cap. 5, 4), cè da pensare che il
fascino delle nuove religioni, attestato dal diffondersi del cristianesimo, non
escludesse affatto lebraismo.
Unagile ma problematica ricognizione di questo aspetto del tema è svolta nel
saggio di G. Firpo, I Giudei, in Storia di Roma, II 2, Einaudi, Torino 1991,
pp. 527-552
Antigiudaismo pagano: conclusioni
Il rapporto tra paganesimo ed ebraismo fin qui delineato può dunque essere
sintetizzato così: la distruzione del tempio di Elefantina dimostra che nellantico
Egitto germinarono i primi barlumi di antigiudaismo, destinati a crescere in epoca
ellenistica fino al pogrom di Alessandria del 38 d. C.; da parte di Roma, poi,
latteggiamento diviso tra attrazione e repulsione rispecchiava la singolare
combinazione di esclusivismo e successo di cui godeva lebraismo, mentre il timore
che la religione giudaica potesse contribuire a distruggere definitivamente i valori
culturali e religiosi della società romana determinava una diffusa ostilità verso
gli ebrei da parte della classe dirigente pagana.
Tale ostilità, tuttavia, non sfociò in un vero e proprio antigiudaismo di stato - con
l'unica eccezione delle misure antiebraiche assunte da Adriano nel 135 - e si limitò a
filtrare nell'attenzione prestata dagli intellettuali agli aspetti singolari
dell'ebraismo, con un atteggiamento di accentuata repulsione per il particolarismo
ebraico.
Antigiudaismo cristiano
Ma a questo punto un nuovo elemento, la diffusione del cristianesimo, interviene a
condizionare in modo definitivo i rapporti con gli ebrei. Nato come movimento
riformatore del giudaismo, il cristianesimo condivide con gli ebrei i libri dellAntico
Testamento, ma si allontana dal rispetto rigido della Legge ebraica e si distingue sul
piano teologico per il riconoscimento di Gesù Cristo come Messia.
La religione cristiana subito si apre a larghe fasce di popolazione grazie a
unintensa opera di proselitismo, a una forte carica di rottura con le tradizioni
stantie del paganesimo e a una nutrita produzione apologetica, cioè di scritti di
giustificazione e difesa. Lapologetica cristiana prevede anche una polemica
antiebraica: è interesse dei cristiani delle origini, infatti, ribadire la propria
differenza rispetto agli ebrei, malvisti dal ceto conservatore romano convertito al
cristianesimo, ed evitare quei fenomeni di sincretismo che avrebbero potuto annullare la
loro identità riassorbendoli come uno dei tanti culti orientali.
La separazione tra giudaismo e cristianesimo
Né Gesù Cristo né san Paolo né le comunità cristiane di epoca neotestamentaria
pronunciarono anatemi contro il giudaismo. Allo stesso modo, non è mai esistita una
scomunica dei giudeocristiani (i giudei convertiti al cristianesimo) da parte del
giudaismo rabbinico: Gesù e i suoi discepoli si scontrarono spesso con funzionari e
singoli gruppi di giudei, ma almeno fino al 70 nessuno pensò a escludere i seguaci di
Cristo dal popolo di Israele.
Levento dirompente del 70 d. C. (guerra giudaica e distruzione di Gerusalemme e
del Tempio), invece, ponendo in modo drammatico il problema di rifondare una nuova
identità giudaica, accelerò la presa di distanza tra la religione ebraica e la comunità
cristiana fino a provocare una sorta di separazione tra la chiusura del giudaismo
rabbinico e la vocazione di Paolo a convertire tutti i popoli: la vera nascita del
cristianesimo avviene quando la predicazione di Paolo, superando i confini della
Palestina, si estende alle comunità della diaspora, alle colonie ebraiche ellenizzate
della Siria, dell'Asia Minore, della Grecia, per poi rivolgere il proselitismo sempre più
verso i pagani.
Per il cristianesimo paolino non vi sono più condizioni per la concessione della
grazia divina: né lappartenenza giudaica, né il culto del Tempio, né altre
istituzioni sacre costituiscono un privilegio in vista della partecipazione a una comunità
elettiva, una sorta di civitas Dei anticipata, composta senza distinzione da
tutti gli individui obbedienti alla fede in Cristo: "Con i giudei mi sono fatto
giudeo, per guadagnare i giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come
uno che è sotto la legge [...] per guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro
che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge [...] per guadagnare coloro
che sono senza legge. Mi son fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli" (Prima
lettera ai Corinzi 9, 19-22).
"Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra nostri
figli"
Gesù si scontra con la ierocrazia di Gerusalemme e con il governo di Roma per il fatto
di proclamarsi Messia e re dei giudei configurando così un doppio reato, rispettivamente
di blasfemia e di lesa maestà. Per queste colpe Gesù viene condannato al supplizio
tipicamente romano della morte per crocifissione nella Pasqua dellanno 30.
Ma chi ha condannato Gesù? I giudei che facevano capo al sinedrio o il governatore
romano Pilato? A questo proposito si suole richiamare il famoso passo di Matteo 27, 24-25:
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre di più,
presa dellacqua, si lavò le mani davanti alla folla: "Non sono responsabile,
disse, di questo sangue; vedetevela voi!" E tutto il popolo rispose: "Il suo
sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli".
Sulla scorretta utilizzazione storica di questa frase, peraltro presente nel solo
Matteo, grava una responsabilità tremenda: quella di aver attribuito ai giudei la fama di
popolo deicida, cioè di essere stati i responsabili della morte di Cristo. Eppure
si sa che, da una parte, i Vangeli non sono un libro di storia, e dallaltra che il
comportamento di questo governatore romano duro e senza scrupoli, che democraticamente si
rivolge al popolo e si attiene alla sua decisione sfiora lassurdo. E che il
sinedrio, per giunta riunito di notte nella casa del sommo sacerdote, non aveva competenza
nel processo romano né per accusare Gesù né per costringere Pilato a condannarlo.
La questione dunque è aperta e tuttaltro che irrilevante da qualunque posizione
la si affronti perché, se da parte cristiana è stata finalmente accantonata
laccusa di deicidio mossa agli ebrei, da parte ebraica si va prestando crescente
attenzione alla morte di Gesù come tragedia ebraica e al fatto che una fede come quella
cristiana sia nata da una costola dellebraismo stesso. Dal problema storico e
giuridico del processo a Gesù possono uscire trasformati i rapporti tra ebraismo e
cristianesimo sia nel senso di riconoscere lappartenenza di Gesù tanto al mondo
ebraico quanto a quello cristiano sia in quello di una eventuale riappropriazione ebraica
di Gesù, con la conseguenza che le basi del cristianesimo sarebbero state poste dopo la
morte di Gesù, soprattutto dalla predicazione paolina.
Laspetto giuridico del processo a Gesù è trattato nel volume miscellaneo a cura
di F. Amarelli e F. Lucrezi, Il processo contro Gesù, Jovene, Napoli 1999. Una
recente e analitica rivisitazione in C. Cohn, Processo e morte di Gesù. Un punto di
vista ebraico, trad. it., Einaudi, Torino 2000, con unimportante prefazione di
G. Zagrebelsky: il "punto di vista ebraico" consiste nellattribuire il
processo esclusivamente al governatore romano.
Laccusa di deicidio
Dunque, in contraddizione con la richiesta di perdono fatta da Gesù crocifisso
("Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" Luca 23, 34), il
vangelo di Matteo (27, 25) attribuisce espressamente agli ebrei la responsabilità
della crocifissione di Cristo. Esso costituisce infatti il supporto dellaccusa di
deicidio, che offre la base teologica allantigiudaismo cristiano e consente il
duplice vantaggio di muovere un attacco allebraismo e di accattivarsi le simpatie
dei romani stornando da loro la responsabilità del supplizio di Cristo.
Negli anni della guerra giudaica (66-70 d. C.) il cristianesimo non era ancora un
movimento definito, del quale si possa capire la posizione rispetto agli eventi bellici,
tanto più che la fede delle origini è schiettamente spirituale, volta a un regno che non
è di questo mondo. E assai probabile, tuttavia, che la distruzione di Gerusalemme e
del Tempio fosse vista come la prova dellira divina, come segno che lantica
alleanza era stata revocata in favore della nuova: Chiesa contro Sinagoga; il verus
Israel contro il vetus Israel.
Molteplici ragioni inducono a credere che dietro la frase di Matteo (assente
dagli altri sinottici) non vi sia alcuna tradizione degna di fede: "il suo sangue
ricada su di noi" è un modo di dire ebraico assai improbabile sulla bocca di un
romano; la lavanda delle mani è una cerimonia simbolica schiettamente ebraica;
lumiliazione di dichiararsi innocente davanti alla folla è un comportamento
incompatibile con larroganza propria di Pilato e tipica del governatore romano, il
quale, in ogni caso, di fronte al potere centrale non poteva condividere con nessuno il
peso della sua decisione.
Tuttavia le parole attribuite da Matteo a "tutto il popolo" sono state intese
per due millenni come la confessione da parte ebraica di colpevolezza nella morte di
Gesù. Esse hanno legittimato gli atti di violenza contro gli ebrei che iniziano
ben presto, non appena il cristianesimo è riconosciuto come religione legittima
dalleditto di Costantino (313 d. C.) e poi, alla fine del secolo con leditto
di Teodosio, come religione ufficiale dellimpero. Lepisodio più noto risale
al 388 d. C., quando i cristiani avevano incendiato la sinagoga della città di Callinico
sullEufrate: al vescovo locale era stato intimato dallimperatore Teodosio di
ricostruirla a proprie spese, ma il vescovo di Milano Ambrogio era intervenuto sostenendo
la legittimità dellatto. Un sinistro preludio a violenze che avrebbero infierito
sulle persone, oltre che sulle cose.
Gli "assassini del Signore"
Le radici antiche del disprezzo per gli "assassini del Signore" trovano una
prima definizione negli scritti degli apologisti cristiani e dei Padri della Chiesa. Nel
suo Dialogo con il giudeo Trifone (155-161 d. C.) lapologista greco Giustino
scrive a proposito dei giudei: "Voi avete ucciso il Giusto e prima di lui i suoi
profeti, e ora cacciate quanti ripongono la loro speranza in lui e nel Dio onnipotente.
Voi li disonorate per quanto potete, maledicendo i credenti in Cristo nelle vostre
sinagoghe" (16, 4).
Per Giovanni Crisostomo è dovere di tutti i cristiani odiare gli ebrei, le cui
sinagoghe sono un lupanare e un teatro, caverne di briganti e tane di belve feroci; per Origene
essi hanno inchiodato Gesù alla croce; per Agostino stragi e distruzioni di
ebrei sono una punizione temporanea (unanticipazione del giudizio finale) per aver
provocato la passione di Cristo. E come il sangue di Abele era ricaduto su Caino
condannandolo ad andare ramingo sulla terra (Genesi 4, 12), così il popolo
ebraico, sul cui capo pesava il sangue di Gesù, era condannato a errare esule per il
mondo portandosi addosso il marchio dellassassino.
Ma al di là delle espressioni di ostilità, a volte singolarmente dure, che si trovano
negli scritti patristici, è pur vero che lantico cristianesimo non ha mai
scomunicato ufficialmente lebraismo: secondo Agostino la Chiesa ha semplicemente
preso il posto del popolo eletto nel disegno di Dio. Le stesse restrizioni normative che
si susseguono (proibizione delle conversioni di cristiani allebraismo e dei
matrimoni misti, divieto di costruire nuove sinagoghe, divieto di esercitare pubblici
uffici e alcune professioni come lavvocatura, divieto di fare proselitismo)
presuppongono la liceità del culto ebraico: alla fine del VI sec. papa Gregorio Magno,
pur continuando a reputare superstizione e perfidia la religione degli ebrei, dichiara
illegittime le conversioni forzate.
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