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Olocausto, tutte le colpe della SvizzeraMettevano una "J", Jude giudeo, ebreo in tedesco - marchio indelebile sul passaporto. E, almeno uno su tre, lo ricacciavano indietro da dove era venuto invocando asilo. Pur consapevoli che sarebbe stato condannato a morte quasi certa nei lager di Hitler. Come un colpo di scure è caduta la sentenza della commissione Bergier sulle autorità elvetiche. Che ora rischiano di vedersi sommerse da richieste di risarcimento da eredi delle vittime dei nazisti.La gente non poteva rendersi conto di ciò che accadeva nella vicina Germania. Dellorrore indicibile dellolocausto. Ma di sicuro chi governava la Svizzera sapeva. Almeno da un certo momento in poi. "Il governo di Berna neutrale creando ulteriori ostacoli agli ebrei in fuga, contribuì a far sì che il regime nazista raggiungesse i suoi obiettivi". Ci sono andati pesante, gli storici indipendenti un americano, un israeliano, un britannico e un polacco e 5 elvetici compreso il presidente della commissione creata tre anni fa sullonda della crisi scoppiata dopo le rivelazioni sui "conti dormienti" appartenuti agli ebrei vittime del Terzo Reich e mai restituiti dalle banche della Confederazione. Ma se per quello "scandalo" pochi giorni fa il gruppo di studio diretto da Paul Volcker ha di fatto assolto gli istituti di credito dal grosso delle responsabilità, Jean François Bergier incaricato di chiarire una volta per tutte quella pagina oscura della storia del Paese, ha pronunciato una secca censura. Senza appello. Aiutò la soluzione finale. Parole durissime. Di cui lattuale esecutivo confederale ha cercato di stemperare leffetto con un misuratissimo "mea culpa" pronunciato dalla presidente Ruth Dreifuss: "Il rapporto ci rammenta che in questo fosco periodo della storia dellumanità la Svizzera non ha ottemperato come avrebbe dovuto e potuto alla sua tradizione umanitaria. Non una complicità legale, ma un aiuto "funzionale" che ha facilitato gli obiettivi nazisti ". Più che scuse , la ricerca di attenuanti. Perché secondo il rapporto, la Svizzera diede sì ospitalità a circa 51 mila profughi (di cui 14 mila italiani). Ma le sue frontiere restarono chiuse per almeno 24500 persone (forse molti di più), soprattutto ebrei: rimandati fin dal 1938 fra le braccia delle autorità dellAsse. Gettati a tal punto nella disperazione da spingere qualcuno di loro anche a togliersi la vita, come racconta anche il rapporto Bergier. Non solo: dal 42, Consiglio federale e comando dellesercito elvetico conoscevano da uomini daffari, organizzazioni umanitarie, diplomatici e disertori tedeschi la verità sulle persecuzioni subite dai deportati di origine ebraica. Ma non si mossero a pietà. E continuarono a marcare i passaporti con la "J" con lapprovazione unanime del Consiglio: senza la quale molti di loro sarebbero probabilmente riusciti a scappare. "Documento parziale, redatto da storici di sinistra" , lha bollato lastro nascente della politica svizzera, il leader della destra nazionalista Christoph Blocher, trionfatore alle politiche del 24 ottobre. " Arroganti che si sono permessi di giudicare in unottica attuale le autorità dellepoca". "La Svizzera rifiutò di aiutare gente in pericolo di vita replicano lapidarie le 350 pagine del rapporto che raccolgono i racconti di tante storie personali: di vittime che non superarono lOlocausto, di guardie senza cuore -. Era la loro ultima speranza". Se esclude la "colpa collettiva" Jean François Bergier invita però il Paese a una riflessione. "Quella non fu politica estemporanea: si basava invece sullantisemitismo, magari non fondato su ragioni biologiche, ma di certo radicato nella società e nella vita politica". Ora il governo svizzero, oltre alle banche, rischia di dover aprire i cordoni della borsa: Charles Sonabend (chiede 122 milioni di lire per i genitori respinti e morti ad Auschwitz) e Joseph Spring sono solo i primi due eredi che da anni insistevano per un risarcimento da Berna. Il governo aveva sempre detto no. Ora si vedrà. Edoardo Vigna Corriere della Sera, 13 dicembre 1999 |