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La cattività babilonese In seguito alloccupazione definitiva della Giudea, Nabucodonosor si preoccupò della sua riorganizzazione. La parte della popolazione più importante economicamente e culturalmente fu deportata a Babilonia. Comunque, nonostante le molteplici violenze subite, la Giudea continuava a sussistere. I vuoti creatisi dopo le numerose deportazioni furono saturati da altri ebrei, non da stranieri. La cultura ebraica ebbe la possibilità di mantenersi intatta non soltanto a Gerusalemme, ma anche presso gli esiliati, che non vennero considerati e trattati come schiavi, ma poterono conservare sia i rapporti reciproci, sia quelli con la madrepatria. Fu invece la società giudaica a subire profondi cambiamenti per decisione babilonese: i beni dei deportati, i più ricchi, furono distribuiti ai restati in patria con la conseguenza di passare da uneconomia basata sulla grande proprietà, a una fondata essenzialmente sulla piccola. Apparirà logico che, per un cospicuo numero di ebrei, la situazione instaurata dal nuovo regime non fosse spiacevole, tanto più che, almeno formalmente, non presentava grandi differenze dalla monarchia precedente. Yehoyakin, figlio del ribelle Yehoyaqim, fu mandato in esilio a Babilonia dopo la ribellione del padre e il trono fu affidato a Sedecia, suo zio. Yehoyakin godeva di rispetto presso i Babilonesi, dai quali era considerato il legittimo successore al trono di Gerusalemme. La situazione politica della Giudea si inserisce in una struttura tipica degli imperi mesopotamici. Il Gran Re (sharru rabu) era la figura di riferimento all'interno dell'impero e gestiva i territori conquistati per mezzo di governatori, che potevano essere i sovrani vinti. Questi erano ancora insigniti di un titolo e di una funzione regali agli occhi del loro popolo, ma erano sottomessi all'autorità del Gran Re, si recavano periodicamente alla sua corte e facevano parte del suo Gran Consiglio. Sedecia fu considerato il legittimo sovrano di Gerusalemme fino alla sua ribellione. Dopo do ciò, il suo posto fu preso da Yehoyakin, sebbene non si sappia esattamente quando. Come continuava a esistere un re per lo stato di Giuda, così rimaneva attivo e frequentato il Tempio, meta di pellegrinaggi dalla Giudea. I culti e le celebrazioni non avevano subito stravolgimenti dopo la deportazione dei sacerdoti a Babilonia perché questi erano stati sostituiti da altri e il tempio era proprietà del re e non del sacerdozio. I rapporti tra casa regnante e Giudea furono buoni, mentre quelli tra re di Giuda, anche in esilio, e deportati, risultarono assai difficili. I sovrani ritennero sempre i loro sudditi quelli in patria, governati per Babilonia. Gli esiliati erano malvagi puniti e quindi indegni di considerarsi parte del popolo di Giuda. Dal canto loro, i deportati avevano ottimi motivi di risentimento anche contro i restati in patria: i loro beni erano stati dati a altri, le loro funzioni sacerdotali erano state ricoperte da altri. In patria si gridava che gli esiliati erano tali perché si erano allontanati da Dio. Il profeta Ezechiele, in esilio, reagì a questa interpretazione affermando il contrario, che cioè Dio aveva abbandonato la terra a lui sacra per seguire il suo vero popolo; con un semplice ribaltamento di prospettiva, i rimasti in patria erano accusati di essere degli idolatri. Lo scontro, che alla base aveva ragioni economiche, si trasformò in un conflitto di ideologie, destinato a concludersi solo verso il 400 a.C. con la definitiva vittoria degli esiliati. La situazione della casa regnante ebraica migliorò nel 561 con il decesso di Nabucodonosor, ma comunque titoli e funzioni si mantennero, anche dopo la conquista di Ciro, con i discendenti di Yehoyakin, Sheshbassar e Zorobabele. Erica Baricci |