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La tradizione dell’antisemitismo tedesco e la sua evoluzione

Per lo studio dell’antisemitismo prima e durante il periodo nazista è necessario portare alla luce i modelli cognitivi che fondavano le idee dei tedeschi in ambito sociale e politico, in particolare riguardo gli ebrei.

L’esistenza dell’antisemitismo e il contenuto delle accuse contro gli ebrei vanno considerati come espressioni della cultura tedesca e non sono il risultato di una valutazione oggettiva delle azioni degli ebrei.

L’antisemitismo, cioè le convinzioni e le emozioni negative nei confronti degli ebrei in quanto tali, costituì un assioma nella cultura tedesca per tutto l’Ottocento e il Novecento e la sua versione imperante nel periodo nazista non fu che una forma accentuata e rielaborata di un modello di base già largamente accettato.

Come accade nel corso della storia, tutte o quasi le società hanno posto al centro delle proprie teorie cosmologiche e ontologiche delle convinzioni assurde, sostenute come assiomi da tutti i membri; perciò, nel compimento di atti quotidiani, nello scambio diretto interpersonale ("conversazione"), nell’operare scelte in merito alle istituzioni e alle politiche pubbliche, gli individui sono sempre stati indirizzati da modelli cognitivi condivisi, dei quali spesso sono vagamente o per nulla consapevoli.

Nell’ambito di una società i portatori più importanti della "conversazione" sono le istituzioni, compresa quella cruciale della famiglia.

È all’interno di tutte le istituzioni che i membri della società incorporano automaticamente tali elementi della conversazione nell’organizzazione della propria mente, li fanno entrare tra gli assiomi che utilizzano per percepire, analizzare e affrontare i fenomeni sociali.

I dogmi della conversazione si riflettono nella maturazione di ciascuno, poiché solo a questa fonte può attingere una mente in evoluzione. Perciò, durante il periodo nazista, e anche molto tempo prima, la maggioranza dei tedeschi non poteva generare modelli cognitivi differenti da quelli, profondamente antisemiti, che impregnavano la sua società.

L’antisemitismo è sempre fondamentalmente "astratto", nel senso che non deriva dalle qualità effettive degli ebrei, ma, nel contempo, è "reale" e "concreto" nelle conseguenze.

È probabile che anche la maggioranza dei violenti antisemiti nella Germania di Weimar e del periodo nazista avesse avuto scarsi contatti con gli ebrei. Costoro, infatti, erano praticamente assenti da alcune regioni, dove costituivano meno dell’uno per cento della popolazione, e di questa esigua percentuale il settanta per cento viveva nelle grandi aree urbane.

Le convinzioni di tutti quegli antisemiti non potevano certo fondarsi su una valutazione obiettiva di loro, ma, per forza di cose, su ciò che avevano sentito dire, assistendo e partecipando alle occasioni sociali di "conversazione".

L’antisemitismo riprende, dunque, taluni aspetti da modelli culturali più diffusi: in epoche dominate dalla teologia tende a condividere i presupposti religiosi prevalenti; in epoche dominate dalle teorie darwiniane tende a adeguarsi alle nozioni dell’immutabilità e del conflitto totale che coinvolge le nazioni (il mondo è lotta per la sopravvivenza).

L’antisemitismo è un tratto saliente della civiltà cristiana (a partire dalla prima crociata) fino a tutto il XX secolo.

Non appena il cristianesimo si fu affermato nell’Impero romano i suoi portavoce si diedero a predicare contro gli ebrei ricorrendo a condanne esplicite.

L’impellente esigenza psicologica e teologica dei cristiani di differenziarsi dagli adepti alla religione dalla quale la loro si era distaccata, si rinnovava ad ogni generazione perché gli ebrei persistevano nel rifiutare la rivelazione di Gesù, sfidando così, involontariamente, la certezza cristiana di quella rivelazione.

Un altro motivo della costante ostilità cristiana è dato dalla convinzione assiomatica che gli ebrei fossero gli "uccisori di Cristo", e responsabili della sua morte fossero non soltanto gli ebrei dell’epoca, ma quelli di ogni altro tempo.

Per il mondo medievale gli ebrei erano in posizione del tutto antitetica rispetto alla cristianità. L’odio della Chiesa era doppiamente intenso: da un lato aveva l’asprezza del settarismo, dall’altro la ferocia di una guerra apocalittica, in cui si giocavano le sorti dell’anima umana.

Così voleva la logica dei Padri della Chiesa e quella che accompagnò l’antisemitismo verso il momento, nel XIII secolo, in cui l’ebreo divenne sinonimo del "diavolo". Inoltre, le aggressioni e le espulsioni erano all’ordine del giorno, tanto che, alla metà del Cinquecento, i cristiani potevano dire di avere cacciato gli ebrei da buona parte dell’Europa occidentale.

Così nel Medioevo e agli inizi dell’Evo moderno, di sicuro fino all’Illuminismo, la società tedesca fu profondamente antisemita.

Le evoluzioni dell’antisemitismo nella Germania dell’Ottocento furono molto complesse. Nei primi tre quarti dell’Ottocento la definizione religiosa faceva sempre meno presa, pur continuando a trovare consenso nel popolino. Tramite la letteratura antisemita circolava l’idea che gli ebrei fossero o una "nazione" o in gruppo di interesse politico.

Già nella prima metà dell’Ottocento si dava voce alla definizione che sarebbe emersa nella seconda metà del secolo, per cui gli ebrei erano una "razza". Questa concezione era predominante e così radicata che gli antisemiti cominciarono a vedere in tutto ciò che non andava nel Paese, dall’organizzazione sociale ai movimenti politici, alle turbolenze economiche, un collegamento con gli ebrei.

Tali non erano solo le opinioni dei polemisti antisemiti più in vista, bensì quelle prevalenti nell’intera società tedesca.

A differenza dell’idea cristiana medioevale per cui gli ebrei erano sì malvagi e causa di gravi danni, ma rimanevano pur sempre in una situazione periferica, gli antisemiti tedeschi moderni affermavano che non ci sarebbe stata pace sulla Terra fino a quando gli ebrei non fossero stati debellati.

L’incidenza assai alterna delle espressioni di antisemitismo in diversi momenti di un periodo storico non è dovuta alla scomparsa o ricomparsa del fenomeno, bensì alla maggiore o minore manifestazione di un sentimento costante.

La notevole malleabilità dell’antisemitismo è di per sé riprova della sua costante presenza. Se si manifesta di più in un dato momento e meno in un altro, ciò non significa che sia l’antisemitismo stesso a sparire e ripresentarsi, bensì che la sua importanza per gli individui varia col variare delle condizioni in cui essi si trovano a operare.

Se le convinzioni antisemite svanissero davvero, da dove potrebbero rinascere? In realtà, per la maggioranza della gente l’antisemitismo è già parte integrante della visione del mondo prima ancora dell’avvento di una crisi, sia pure allo stato latente.

Le crisi economiche rendono più esplicito l’antisemitismo, lo stimolano all’espressione aperta. Le convinzioni preesistenti incanalano disgrazie, frustrazioni e ansie nella direzione di coloro che sono già oggetto di disprezzo, in questo caso gli ebrei.

Così sul finire dell’Ottocento, la convinzione che gli ebrei costituissero un pericolo estremo per la Germania, e che l’origine di tale pericolo fosse immutabile, cioè razziale, era enormemente diffusa. Non stupisce, dunque, che, con l’avvicinarsi degli anni Venti e della presa di potere nazista, l’orientamento del popolo tedesco nei riguardi degli ebrei fosse così pericolosamente ostile come non era mai stato fin dall’alba della modernità.

Sara Ballabio