Voltaire e Rousseau protagonisti della Rivoluzione



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Due diverse eguaglianze

Voltaire e Rousseau hanno in comune la valorizzazione dell'uomo, aspetto che sarà ripreso e almeno parzialmente realizzato nella Rivoluzione Francese.
La valorizzazione rousseaiuana dell'anima umana rappresenta il fondamento della concezione che la Rivoluzione ha del popolo; inoltre essa porta a compimento quelle spinte democratiche rimaste latenti nella cultura illuministica precedente, in particolare nell'aristocrazia intellettuale di Voltaire.

Ciononostante è l'eguaglianza sulla base della ragione a determinare in campo politico una svolta fondamentale: solo se si riconosce che tutti sono dotati di intelligenza si giustifica la partecipazione universale all'esercizio del potere: la giustificazione dell'eguaglianza di Rousseau, basata sull'identità del sentimento, è un fondamento affascinante per la democrazia, ma dal punto di vista operativo l'eguaglianza della ragione ha più peso, per quanto storicamente abbia subito quell'involuzione che l'ha ridotta, nella cultura illuministica, a mera enunciazione di principio.

Se tutti gli uomini sono esseri ragionevoli, allora essi avranno parimenti diritto di cittadinanza attiva, in quanto egualmente in grado di giudicare in merito alle questioni politiche. La politica non è più una tecnica per pochi specialisti, bensì un oggetto di riflessione accessibile a chiunque: compito dei filosofi non è dunque esercitare il potere (in primo luogo legislativo), ma promuovere questa riflessione, incoraggiarla, stimolare il dibattito nell'opinione pubblica prima ancora che guidarne gli intenti.

Il movimento interno alla politica scaturisce dal basso, non equivale a una imposizione da parte di una èlite istruita.

E' questo l'indirizzo pratico che caratterizza ogni vera democrazia, fin dalle sue origini: il cittadino non è, in linea di principio, apatico di fronte alla pratica politica, ma per intervenire o semplicemente formulare un'opinione deve essere messo nelle condizioni di giudicare autonomamente e confrontarsi serenamente con l'avversario. Non in ogni sua fase la Rivoluzione riuscì in questi intenti, ma certo essa rappresenta la più alta realizzazione moderna di molte di queste istanze.

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La critica alla società

Esiste un altro punto di contatto tra Rousseau e Voltaire nella loro influenza sulla Rivoluzione Francese: entrambi ritengono che l'uomo abbia in sé, come carattere originario, ciò che realmente rappresenta la sua esistenza, salvo poi trovarsi in disaccordo circa che cosa sia questo carattere specificamente umano.

Come si può facilmente intuire, questa convinzione sfocia nella critica alla situazione presente e all'evoluzione sociale, economica e politica che ad essa ha portato nel corso degli ultimi secoli di storia.

Voltaire stigmatizza la storia posteriore all'avvento del Cristianesimo, vedendo nella diffusione in Europa di questa nuova religione l'inizio di un'epoca di rigetto della ragione e di conseguente sfacelo.
Rousseau invece identifica l'inizio di ogni male con la nascita dell'ordine sociale e dell'ineguaglianza economica.
Sia l'uno che l'altro rifiutano quindi di riconoscere un valore positivo a gran parte della storia passata, auspicando per conseguenza un netto rinnovamento delle condizioni di vita dell'uomo e dei fondamenti del suo vivere sociale (dal momento che anche per Rousseau il ritorno al mitico stato di natura non è altro che un'astratta utopia).

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Rousseau e il popolo

La principale differenza tra Voltaire e Rousseau sta nella diversità di ciò che i due filosofi riconoscono come specificamente umano: per il primo si tratta della ragione, per il secondo dell'interiorità emotiva.

La Rivoluzione Francese accoglie da Voltaire l'idea di un generale rinnovamento conseguente alla liberazione dalla superstizione e dall'assurdità irrazionale del precedente ordinamento politico; anche le rivendicazioni sociali sono spesso giustificate a partire da questa premessa.

E' tuttavia Rousseau a prevalere, in corrispondenza della progressiva crescita del peso delle masse popolari nel corso degli eventi rivoluzionari (in particolare nell'ultima fase della Convenzione girondina e poi in quella montagnarda): a differenza di Voltaire, il suo pensiero non è ostacolato, nell'accoglienza che riceve da parte del popolo, dalla pregiudiziale di un certo aristocraticismo intellettuale presente (neanche troppo velatamente) nelle opere dell'autore del Candide.
I filosofi dell'illuminismo più tipico sono lontani dal popolo, non ne sono che i beneffattori. Lo illuminano, certo, ma il loro atto deriva da generosità piuttosto che da reale familiarità; viceversa Rousseau si sente intimamente legato a questa piccola gente, incapace di ambizione, di speculazione, ingenua e ignorante, nella misura in cui il popolo (o meglio l'idealizzazione che egli ne costruisce) è massimamente vicino a quello stato di natura cui il filosofo ginevrino, nella sua propensione alla solitudine, tende senza requie.

E' tuttavia opportuno rammentare ciò che si è detto in apertura, cioè che probabilmente ai fini dell'articolazione della procedura democratica l'eguaglianza squisitamente illuministica di Voltaire ha avuto più peso. Si può piuttosto affermare una maggiore influenza dell'idea rousseauiana di popolo all'interno delle fasi rivoluzionarie in cui le masse, in quanto portatrici di ciò che si riteneva più specificamente umano, sono divenute soggetto politico autonomo e estremamente potente nel condizionare e distorcere il senso e il contenuto delle istituzioni democratiche che durante la Rivoluzione vengono sperimentate.

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