L'eisanghelìa

Un'eisanghelìa (un termine che potremmo tradurre con "incriminazione") era un processo rivolto ai crimini che erano considerati una seria minaccia all'ordine pubblico o sociale e che si pensava richiedessero una pronta azione. Per lungo tempo l'accusatore non fu soggetto al rischio di una multa di 1000 dracme e della perdita dei diritti civili nel caso che egli rinunciasse al processo o non ottenesse almeno un quinto dei voti dei dicasti .

Il diritto di ascoltare e decidere i casi più gravi di eisanghelia era probabilmente uno dei poteri che Efialte fece trasferire dall'Areopago alla bulè e all'ecclesia. Di conseguenza chi voleva muovere un'accusa di eisanghelìa doveva rivolgersi alla bulè presentando la richiesta di porre la questione all'ordine del giorno dell'ecclesia. E' probabile che inizialmente l'udienza finale si tenesse sempre nell'ecclesia stessa; ma a un certo punto i dikasteria cominciarono a essere utilizzati prima in alternativa e poi, intorno al 360, come il luogo esclusivo per questi processi. Ogni processo di eisanghelìa doveva essere però sempre autorizzato da un decreti dell'ecclesia, che talvolta specificava la pena che doveva essere imposta se l'accusa si mostrava fondata.

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