Secondo Polibio, il compito dello storico consiste essenzialmente nel rinvenire le cause profonde degli eventi: così, di fronte alla superiorità militare di Roma, ne rintraccia le radici nell’organizzazione politica della res publica (18, 2-4) e dedica il VI libro delle Storie a una riflessione generale sulle costituzioni. Ne risulta (11, 11) che lo stato romano ha fuso insieme elementi della monarchia (il consolato - par.12), dell’aristocrazia( il senato - par.13) e della democrazia (i comizi popolari - par.14), ricavandone una quarta, più perfetta forma di governo: quella della costituzione mista.

La teoria della costituzione mista era già stata elaborata da Tucidide, Platone e Aristotele: quindi si tratta di un modello teorico che Polibio ha applicato alla realtà politica romana, non senza però qualche forzatura: il consolato mal si adatta al parallelo con la monarchia, essendo pur sempre un organo collegiale e a causa della brevità del mandato dei consoli. D’altra parte, i comizi popolari non rappresentavano tanto il volere del popolo, quanto quello dell’aristocrazia, essendo fondati su rapporti di clientela: molti cittadini indigenti si impegnavano, in cambio di un sussidio giornaliero, anche ad assecondare con i propri voti le ambizioni politiche di un protettore. Inoltre, i comizi romani non possono essere paragonati alle assemblee dell’Atene democratica: essi, pur avendo un campo di funzioni più ampio (legislative, esecutive e giudiziarie - 14, 4-11), avevano unicamente facoltà di approvare o di respingere le proposte presentate, senza poterle discutere o emendare. Quindi, gli equilibri erano in realtà decisamente sbilanciati a favore dell’elemento aristocratico.

Del resto lo stesso Polibio lascia capire che anche questo modello, pure se presentato come perfetto, non può sfuggire alla degenerazione. Infatti, Polibio ritiene che ognuna delle tre forme di governo - monarchia, aristocrazia e democrazia - presto o tardi degeneri per lasciare posto alla successiva, in un continuo ciclo (teoria dell’anakyklosis). Tuttavia l’autore, almeno nel brano preso in esame, non rileva gli elementi di corruzione già presenti nella società romana del suo tempo, dimostrando un’ottica piuttosto astratta. Peraltro, è discutibile la scelta di attribuire il merito della superiorità di Roma alla sola organizzazione politica, senza prendere in esame l’assetto economico e soprattutto militare della repubblica.

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