La peculiarità della via spagnola


Il caso spagnolo va ad integrarsi in un contesto universale che è stato denominato "la terza ondata" delle democratizzazioni. Questo processo iniziò nel 1974 nel Mediterraneo e dopo aver prodotto la sparizione dei regimi dittatoriali nell’Europa Occidentale si trasferì nell’altro lato dell’Atlantico provocando un elevato numero di elezioni in un tempo molto breve tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta.
La cosa più sorprendente perché imprevedibile fu la sua continuazione quando l’Unione Sovietica a partire dal 1989 smise di considerare come un pericolo la trasformazione politica dei paesi dell’est d’Europa. Dopo che i regimi politici comunisti stabiliti dall’armata rossa collassarono, il risultato di questo crollo finì per coinvolgere la stessa Unione Sovietica che iniziò il suo cammino verso la democrazia.
In realtà il processo di democratizzazione ha seguito un cammino relativamente simile a tutte le latitudini. E’ stata fondamentale l’esistenza di una crisi di legittimità che derivava dalla conoscenza di modelli esteriori e dei cambiamenti nella mentalità comune. In questo contesto l’informazione ottenuta sia con i viaggi sia con i mezzi di comunicazione ha avuto un ruolo di primaria importanza, come del resto il cambiamento di impostazione politica dei gruppo religiosi dominanti.
I maggiori conflitti nei processi di democratizzazione sono venuti nel caso di dittatura di destra, dalla resistenza di settori conservatori (principalmente i militari) e dalla risoluzione del problema delle sanzioni per i repressori d’antan, nel caso dei regimi comunisti, il problema più grave non è stata nella transizione in se stessa ma nel periodo immediatamente successivo.
In effetti in questi la trasformazione politica è stata sempre più avanzata rispetto a quella che ha dovuto poi realizzarsi dal punto di vista economico e sociale.
Una volta prodotto il cambio istituzionale tutti questi paesi hanno dovuto confrontarsi con la necessità di ricostruire una propria società civile e di cambiare i propri modelli culturali e di comportamento in una società libera.
La transizione spagnola alla democrazia fu la prima di un paese importante nell’ambito di questa terza ondata.
Grecia e Portogallo che l’avevano preceduta, per il loro peso economico e volume demografico, sono paesi di minor rilevanza.
In Grecia in realtà la dittatura dei colonnelli fu breve , non cercò mai un desiderio di durata illimitata e cadde condannata da una disfatta esterna. La transizione in cui ebbe un ruolo la classe politica preesistente, ci completò in un mese e mezzo, mentre in Spagna durò quattro anni.
In Portogallo esistevano molti meno problemi per l’instaurazione della democrazia e il regime dittatoriale precedente fu meno duro e non era stato preceduto da una guerra civile. Ci fu tuttavia un momento in cui si rischiò il passaggio da un regime dittatoriale di destra a un altro si sinistra.
In Spagna al contrario non ci fu rottura con il passato immediato, ma una riforma tanto profonda che cambiò le basi essenziali del sistema politico senza provocare gravi traumi sociali. Questa riforma patteggiata, con risultati reali di rottura non ebbe antecedenti ne esempi immediati, tanto meno ebbe garanzie di successo.
Avrebbe potuto risolversi in una semplice liberalizzazione, una specie di apertura ampia e profonda, senza una vera democratizzazione: relativamente a questo sarebbe stata simile alla Russia di Gorbachev, dove mancò una legge di riforma politica in grado di cambiare l’essenza del sistema. Altro rischio poteva essere, lo scoppio di conflitti interni tra le varie nazionali5tà, come avvenne nei Balcani, o la conservazione di enclavi autoritari nel regime democratico come si è verificato in Cile con l’istituzione militare. Sarebbe stata inoltre possibile la nascita di un regime democratico limitato con un effettivo controllo delle forze politiche da parte di esponenti del vecchio regime riciclati, come avvenne sempre nei Balcani.
Tutti questi rischi non si avverarono.
Perciò la transizione spagnola verso la democrazia è tanto importante da essere considerata l’esempio canonico di questo tipo di trasformazione politica così come il collasso della repubblica di Weimar in Germania costituisce l’esempio emblematico di distruzione della democrazia.
Il suo lascito alle transizioni future è quello della necessità di cercare un consenso tra forze contrapposte, anche quando la distanza tra loro è molto forte.
Tutto quanto ho finora elencato è solo una parte della peculiarità della via spagnola.
Esistevano altri fattori che senza dubbio hanno potuto favorire il passaggio in un clima pacifico.
In primo luogo prima della transizione politica ci fu una profonda trasformazione non solo economica ma anche relativa al comportamento culturale e sociale degli spagnoli.
Durante gli anni Cinquanta la Spagna era per reddito pro capite al di sotto di alcuni paesi ispano americani come il Costa Rica e era superata per quasi il 50% dalla Polonia.
Nel 1975 era divenuta una delle 12 potenze industriali del mondo e il reddito pro capite era il quadruplo di quello polacco. Non era cambiata solo l’economia ma anche la società e il suo rapporto con la politica.
La società era divenuta la più egualitaria di tutta la storia spagnola e le spinte liberalizzatrici avevano conseguito l’appoggio della maggior parte della popolazione.
Non esistevano per esempio libertà sindacale e di creazione dei partiti ma il popolo era favorevole ad entrambi.
La grande marcia di apertura aveva contribuito a deteriorare la legittimità del regime tanto che questo era conscio del fatto che la società spagnola si stava sviluppando indipendentemente da esso. Ciò e la decadenza fisica di Franco avevano aperto l’interrogativo sul futuro del regime alla sua morte.
Un cambiamento sociale e culturale come quello spagnolo non si ebbe mai in nessun altro paese che inizio la transizione alla democrazia.
Un ulteriore fattore di estrema originalità fu l’esistenza della istituzione monarchica. Da moltissimo tempo e nessun altro paese la retaurazione della monarchia si accompagnò alla instaurazione di un regime democratico. Solo in alcuni paese asiatici si determinò un evento simile. La monarchia rivestì un aspetto estremamente positivo garantendo in tutto il processo della transizione la legittimità di un regime, evitando pericolosi vuoti istituzionali. In Spagna la monarchia era dotata da un lato da una legittimità dinastica e d’altro canto si ripresentava per una decisione istituzionale di Franco rispetto al futuro del paese. Un ulteriore fattore di legittimità gli veniva dal ruolo tenuto la Don Juan de Borbòn che aveva esercitato una certa opposizione liberale al regime franchista. Questa somma di fattori fece sì che, quando fu instaurata la monarchia contestualmente al regime democratico, poté impedire il collasso dello Stato.
In ciò ebbe un ruolo fondamentale la figura del re designato che seppe dimostrare di avere una idea chiara di quale era il luogo che il paese si attendeva da lui.
Una ulteriore peculiarità è che essa si realizzò all’interno del regime. Ciò non fu abituale nella terza ondata delle democratizzazioni. Potrebbe sembrare simile la situazione del Cile, ma ciò che in realtà cercò il regime di Pinochet fu di simulare un cambiamento e di non portarlo a termine compiutamente. Tra i Paesi dell’Est d’Europa solo l’Ungheria mostrò una certa volontà di riformismo dopo la caduta del regime. In Spagna questa volontà fu chiara sia da parte del Re sia da parte di quegli uomini politici che egli scelse per i ruoli determinanti nel processo di transizione. Certamente la società civile fece da stimolo ed impose queste scelte.
La transizione non fu solo una scelta delle classi dirigenti ma fu il risultato di un profondo cambiamento economico e sociale di tutta la società spagnola.
Fu merito dei principali protagonisti piegarsi all’interesse comune e non arroccarsi in posizioni egoistiche.
Ci furono ancora due aspetti peculiari da ricordare. Il primo fu il ricordo del passato. Il regime di Franco era stato il risultato di una guerra civile il cui ricordo era diventato il paradigma di tutto ciò che si doveva evitare da parte di tutti i settori politici una volta scomparso il dittatore.
Il secondo fattore fu il ruolo dell’esercito che poteva costituire come in molti paesi ispano americani il maggior pericolo per la democratizzazione. La mancanza di figure di prestigio capaci di una leadership effettiva e il ruolo del re, erede di Franco impedirono il formarsi di spinte involuzioniste. Per i generali Juan Carlos era un compagno di armi e ciò gli permise di trasformarsi in uno scudo protettore del processo di democratizzazione.

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