Liberalismo e democrazia


Contenuti:

Constant: libertà degli antichi e dei moderni

L’esistenza attuale di regimi liberal-democratici porta a credere che liberalismo e democrazia siano interdipendenti, ma il problema dei loro rapporti è in realtà molto complesso. Comunemente con liberalismo si intende una concezione dello stato per cui esso ha funzioni e poteri limitati e si contrappone dunque sia allo stato assoluto che a quello sociale; democrazia è invece la forma di governo che prevede che il potere sia nelle mani di tutti o, meglio, della maggior parte. Uno stato liberale non è necessariamente democratico, anzi, tende a realizzarsi in società in cui il governo è riservato a gruppi ristretti, in particolare alle classi più abbienti. La medesima considerazione vale per il contrario, infatti lo stato liberale è stato messo in crisi proprio dal progressivo processo di democratizzazione dovuto all’allargamento del suffragio. La contrapposizione tra le due forme fu enunciata e argomentata da Benjamin Constant in un discorso del 1818 all’università di Parigi che diede inizio alla storia dei difficili rapporti tra le due esigenze fondamentali della limitazione e della distribuzione del potere. Constant distingue l’atteggiamento degli antichi, finalizzato alla distribuzione del potere tra i membri della città stato, e in ciò consiste la loro libertà, da quello dei moderni, che mira invece alla sicurezza dei godimenti privati le cui garanzie costituiscono ciò che essi chiamano libertà. Constant ritiene i due obiettivi in contrasto tra loro dal momento che il primo finisce per rendere l’individuo schiavo dell’intero, del pubblico, mentre il cittadino richiede al potere la libertà del privato. Constant parlava di antichi, ma il suo bersaglio era Rousseau che nel suo Contratto sociale aveva teorizzato un potere pubblico che, una volta istituito di comune accordo, continua a sussistere senza bisogno di dare garanzie ai suoi sudditi poiché " è impossibile che il corpo voglia nuocere a tutti i suoi membri".

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I diritti dell'uomo, cardini del liberalismo

Il presupposto filosofico dello stato liberale è la dottrina dei diritti dell’uomo elaborata dal giusnaturalismo (scuola del diritto naturale): gli uomini hanno per natura alcuni diritti fondamentali che i detentori del potere non devono invadere e devono proteggere dall’altrui minaccia. L’attribuzione di un diritto consiste nel riconoscimento della facoltà di fare o non fare qualcosa e nel potere di resistere contro chi trasgredisca. Quest’ultimo ha pertanto il dovere di astenersi da ogni atto che interferisca con la facoltà di fare o non fare. Diritto e dovere presuppongono una norma di condotta e per giusnaturalismo si intende quella dottrina per cui esistono leggi non poste dalla volontà umana, e dunque precedenti a qualunque società, da cui derivano diritti e doveri che, nascendo da leggi naturali, sono anch’essi naturali. Il giusnaturalismo è spesso considerato il punto di partenza filosofico del liberalismo in quanto funzionale alla teoria dei limiti del potere sulla base di un’ipotetica concezione della natura dell’uomo che si sottrae a ogni genere di verifica. Lo stato di natura di Locke è una ricostruzione fantastica tesa a fornire una giustificazione della limitazione del potere. I diritti naturali sono la razionalizzazione di un processo reale che ha portato, in Inghilterra, alla lotta tra la monarchia e le altre forze sociali fino alla concessione della Magna Charta dove tali diritti sono chiamati libertà ovvero sfere protette dall’intrusione del potere coattivo del sovrano. Di fatto essa è il risultato di un patto fra parti contrapposte riguardante i reciproci diritti e doveri nel rapporto politico, oggetto principale sono infatti le forme e i limiti dell’obbedienza e, dall’altro lato, del diritto di comandare, per quanto giuridicamente si presenti come concessione regale, ovvero come atto unilaterale e non frutto di un accordo bilaterale, allo scopo di salvaguardare il principio della superiorità del monarca. Lo stato liberale nasce infatti storicamente proprio dal logoramento del potere assoluto e, talvolta, da una rottura rivoluzionaria; razionalmente esso viene invece fatto nascere da un accordo tra individui che decidono di stabilire le regole necessarie a una convivenza pacifica assente in uno stato di natura. In sostanza la dottrina filosofica inverte l’andamento storico.

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Diritti naturali e contrattualismo

Affermazione dei diritti naturali e teoria del contratto sociale sono strettamente connessi. L’idea che l’esercizio del potere sia legittimo soltanto se fondato sul consenso di coloro su cui esso deve essere esercitato che sia dunque risultato, appunto, di un contratto, deriva dal presupposto dell’esistenza di diritti individuali, che non dipendono dal sovrano, la cui istituzione è orientata alla massima applicazione di tali diritti compatibile con la sicurezza comune. Contrattualismo e giusnaturalismo sono legati da una concezione individualistica della società in opposizione all’organicismo in cui il tutto viene prima delle parti; in un pensiero politico dominato da questo principio il contrattualismo rappresenta una svolta fondamentale teorizzando una società che non è più fatto naturale, bensì corpo artificiale creato e totalmente dipendente dagli individui che l’hanno costituita per il soddisfacimento dei bisogni privati e per l’esercizio dei diritti individuali. Senza una "rivoluzione copernicana", grazie alla quale il problema dello stato è visto dalla parte dei sudditi e non più da quella del sovrano, non sarebbe stata possibile l’elaborazione del liberalismo.

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Stato di diritto e Stato minimo

Quando si parla di stato limitato, tuttavia, si può intendere uno stato limitato rispetto ai suoi poteri (stato di diritto) o rispetto alle sue funzioni (stato minimo). Sebbene entrambe le accezioni siano caratteristiche del liberalismo, non necessariamente si verificano sempre entrambe. Nel primo caso si identifica uno stato in cui i poteri pubblici sono regolati da norme generali e devono essere esercitati nel loro rispetto, rispecchiando la dottrina medievale della superiorità del governo delle leggi su quello degli uomini, tuttavia nella sua formulazione liberale ciò non significa solo la creazione di un rapporto di subordinazione del potere alle leggi, ma anche di queste ultime al riconoscimento dell’inviolabilità di alcuni diritti fondamentali. Sono parte integrante di tale convinzione tutti quei meccanismi costituzionali che ostacolano o precludono l'esercizio arbitrario o illegittimo del poter, tra cui il controllo dell'esecutivo da parte del legislativo, una relativa autonomia del governo locale, una magistratura indipendente dal potere politico. Si tratta di espedienti atti a garantire la libertà cosiddetta negativa, ovvero la sfera di azione in cui l’individuo non è costretto da chi detiene il potere coattivo a rinunciare all’espletamento dei suoi diritti. Nella tradizione liberale libertà e potere sono termini antitetici e la libertà è tanto più sicura da interferenze quanto più non solo sono in funzione i meccanismi tipici dello stato di diritto, ma si riconoscono allo stato compiti limitati al mantenimento dell’ordine pubblico interno e internazionale; anzi, questo secondo aspetto è condizione necessaria per l’effettiva attuazione del controllo del potere indubbiamente facilitato dalla ristrettezza dell’ambito d’intervento assegnato allo stato. Ogni organismo statuale è infatti sentito come male necessario, e riconoscendone la necessità il liberalismo si distingue dall’anarchismo, e intesa la libertà non nello stato, ma dallo stato, la formazione dello stato liberale coincide con un’emancipazione dell’individuo dai pubblici poteri, specie nella sfera religiosa e in quella economica. Non a caso, infatti, l’affermazione dello stato liberale coincide con la decadenza degli stati confessionali e con la fine dei privilegi e dei vincoli feudali in nome della libertà di scambio e della libera disposizione dei beni. Tali elementi fanno sì che si crei un’opposizione rispetto all varie forme di paternalismo secondo cui lo stato deve prendersi cura dei suoi sudditi, situazione considerata da Locke e soprattutto da Kant come il peggior dispotismo. Tanto in Kant quanto, da un punto di vista più strettamente economico, in Smith la dottrina della limitazione dei compiti dello stato si basa sul primato della libertà dell’individuo rispetto al potere sovrano e, di conseguenza, sulla subordinazione dei doveri del sovrano ai diritti o agli interessi dell’individuo. Un’opinione analoga è espressa anche, alla fine del Settecento, da Wilhelm von Humboldt che insiste soprattutto sulla funzione dello stato come strumento per la formazione dell’uomo e, criticando lo stato provvidenziale, afferma che un eccessivo interventismo del governo finisce per produrre un soffocamento della varietà di caratteri e disposizioni. A questo tema si ricollega un altro aspetto peculiare e innovativo del pensiero liberale la fecondità dell’antagonismo, in contrasto con l’elogio dell’armonia tipico dell’organicismo. Il conflitto diviene dunque condizione di progresso economico, politico, tecnico e scientifico e in questo contesto nasce la contrapposizione tra liberi stati europei e dispotismo orientale cosicché lo stato liberale diviene anche criterio di interpretazione storica.

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Democrazia degli antichi e dei moderni

La teoria dello stato liberale è sostanzialmente moderna, mentre la forma di governo democratica è indubbiamente antica. La grecità ha lasciato una definizione di democrazia come governo dei molti in opposizione al governo di uno o di pochi e il significato del termine non è mutato pur nelle trasformazioni subite, nel corso dei secoli, del giudizio che se ne dà. Ciò che più propriamente è cambiato non è infatti il titolare del potere politico, che resta sempre il popolo, ma il modo in cui si esercita questo diritto: gli autori del Federalista, negli stessi anni della Dichiarazione dei diritti, contrappongono la democrazia diretta antica e medievale a quella rappresentativa. Essi sottolineano soprattutto la conflittualità della democrazia cittadina riprendendo il tradizionale disprezzo oligarchico per il popolo, mentre l’unica verosimile giustificazione dell’adozione della democrazia rappresentativa erano le grandi dimensioni degli stati moderni. Del resto lo stesso Rousseau aveva difeso la democrazia diretta sostenendo l’impossibilità di rappresentare la sovranità, ma aveva anche sostenuto che "una vera democrazia non è mai esistita né mai esisterà" perché richiede innanzitutto uno stato molto piccolo e altre condizioni tanto irrealizzabili da renderla possibile solo per un popolo di dei. Gli autori del Federalista erano convinti che l’unico governo democratico attuabile per un popolo di uomini fosse quello rappresentativo dove il popolo non prende le decisioni che lo riguardano direttamente, ma elegge dei rappresentanti che decidano in sua vece, ma non ritenevano che con ciò venisse meno il fondamento del governo popolare. La democrazia rappresentativa nasceva infatti anche dalla convinzione che gli eletti potessero valutare quali fossero gli interessi generali meglio dei cittadini, troppo condizionati dagli interessi privati, e pertanto garantire il raggiungimento dei fini della democrazia. Perché si trattasse effettivamente di democrazia rappresentativa era però necessario che fosse escluso il mandato vincolante dell’elettore verso l’eletto, caratteristico dello stato di ceti in cui ceti, corporazioni, corpi collettivi trasmettevano al sovrano, attraverso i loro delegati, le loro richieste particolari, e così fecero i costituenti francesi nel 1791. Da allora il divieto di mandato imperativo divenne peculiare del sistema parlamentare che proprio per questo si distingue dallo stato di ceti la cui dissoluzione libera l’individuo nella sua singolarità e autonomia: è all’individuo in quanto tale, dunque, e non al membro di una corporazione, che spetta il diritto di eleggere i rappresentanti della nazione. La democrazia moderna presuppone quindi l’atomizzazione della nazione e la sua ricomposizione a un livello più alto, e allo stesso tempo ristretto, che è quello parlamentare, ma si tratta dello stesso processo da cui è nata la concezione dello stato liberale, il cui fondamento è proprio l’affermazione dei diritti naturali dell’individuo.

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Democrazia e uguaglianza

Mentre il liberalismo moderno e la democrazia antica sono stati spesso considerati antitetici, dal momento che la prima non era a conoscenza della dottrina dei diritti naturali né delle teorie relative alla limitazione dello stato e il secondo ha sempre espresso una certa diffidenza nei confronti di qualunque tipo di governo popolare, la democrazia moderna può addirittura essere considerata per certi versi la naturale prosecuzione del liberalismo a condizione che si prenda il termine democrazia nel suo significato giuridico. Storicamente esso ha due accezioni prevalenti: si può infatti dare rilievo alle regole la cui osservanza è necessaria perché il potere politico sia effettivamente distribuito tra la maggior parte dei cittadini oppure all’ideale dell’uguaglianza; in tal senso si tende a distinguere la democrazia come governo del popolo (o formale) dalla democrazia come governo per il popolo (o sostanziale). La prima accezione lega la democrazia allo stato liberale, la seconda finisce per tentare di risolvere il problema dei rapporti tra le due tradizioni nella difficile conciliazione di libertà e uguaglianza che, soprattutto se estese all’ambito economico, sono valori antitetici; liberismo e egualitarismo nascono infatti da due concezioni dell’uomo profondamente diverse: fine principale del primo è l’espansione della personalità individuale, anche lo sviluppo di quella più ricca e dotata può andare a svantaggio di quella più povera e meno dotata, scopo del secondo è invece lo sviluppo della comunità nel suo insieme, anche se ciò comporta una limitazione della libertà del singolo. L’unica forma di eguaglianza riconosciuta dalla dottrina liberale è infatti l’uguaglianza nella libertà, il che comporta il godimento di tanta libertà quanta sia compatibile con quella altrui; immediatamente da tale convinzione nasce l’approvazione dell’uguaglianza davanti alla legge, restrittivamente interpretato come formulazione del motto "la legge è uguale per tutti", ma che ha implicazioni più vaste se inteso come concetto in base a cui tutti i cittadini devono essere sottoposti alle medesime leggi e dunque devono essere soppresse le leggi dei singoli ordini o stati e si parla di uguaglianza proprio perché il risultato di un simile processo è la cancellazione di una precedente discriminazione e all’uguaglianza dei diritti. L’uguaglianza nei diritti discende direttamente da tali considerazioni costituendo un momento ulteriore di eguagliamento dal momento che, eliminate le discriminazioni, tutti possono godere dei medesimi diritti.

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Punto d'incontro


Suffragio universale e libertà

Uguaglianza davanti alla legge e nei diritti, connesse al sorgere dello stato liberale, non hanno a che fare con l’egualitarismo democratico che si estende sino a perseguire l’ideale di un certo eguagliamento economico, estraneo al pensiero liberale. Rispetto dunque ai vari significati di uguaglianza le due tradizioni sono destinate a non incontrarsi. La democrazia si può considerare come naturale sviluppo dello stato liberale soltanto se presa dal lato della sua formula politica caratterizzata dal riconoscimento della sovranità popolare, ovvero dalla massima estensione dei diritti politici fino al limite ultimo del suffragio universale. Quest’ultimo è stato criticato da molti scrittori liberali pur non essendo in linea di principio contrario né allo stato minimo né allo stato di diritto; vi sono al contrario buone ragioni per credere che oggi il metodo democratico sia necessario per la salvaguardia dei diritti fondamentali della persona e che d’altro canto la salvaguardia di suddetti diritti sia necessaria per il corretto funzionamento del metodo democratico. Infatti la maggiore garanzia di protezione dei diritti dal tentativo di limitazione da parte dei governanti sta nella possibilità che i cittadini hanno di difenderli e il migliore, anche se non per questo infallibile, rimedio contro ogni abuso di potere è la partecipazione del maggior numero di cittadini alla formazione delle leggi. Sotto questo aspetto i diritti politici sono un completamento naturale dei diritti di libertà e civili, garantendo quelli la salvaguardia di questi che, in uno stato non fondato sulla sovranità popolare, sono difesi unicamente dal diritto naturale di resistenza all’oppressione. D’altra parte la partecipazione al voto può essere considerata come corretto e efficace esercizio di un potere politico soltanto se si svolge liberamente e ciò avviene solo se il votante gode della libertà di opinione, di associazione, di riunione, di stampa, che costituiscono l’essenza dello stato liberale e che fungono da presupposti necessari affinchè la partecipazione sia reale. Oggi soltanto gli stati nati da rivoluzioni liberali sono democratici e soltanto gli stati democratici proteggono i diritti dell’uomo, a testimonianza del progressivo intrecciarsi di ideali liberali e metodi democratici.

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L’individualismo, base comune e terreno di scontro

Il nesso reciproco tra democrazia e liberalismo è reso possibile dalla comunanza del punto di partenza: l’individuo. Il pensiero politico è infatti dominato dalla grande dicotomia organicismo/individualismo: si può, pur con una certa approssimazione, affermare che l’organicismo è antico mentre l’individualismo è moderno; il primo considera lo stato come un corpo composto di parti che concorrono alla vita del tutto, non attribuendo alcuna autonomia agli individui, il secondo considera invece lo stato come insieme di individui, risultato della loro attività e dei rapporti che essi stabiliscono tra loro. Per l’organicismo, ovviamente, secondo la formulazione aristotelica "la città è per natura anteriore all’individuo", Hobbes, invece, ipotizza uno stato di natura formato da individui separati dal loro egoismo costretti ad unirsi per sfuggire al reciproco annientamento. Il capovolgimento del punto di partenza è fondamentale per il pensiero politico moderno: per il liberalismo una concezione organica di uno stato superiore alle parti non può concedere spazio a nulla che sia indipendente dal tutto, non conosce distinzione tra pubblico e privato e non giustifica la sottrazione di interessi individuali, soddisfatti nel mercato, al supremo interesse pubblico; per la democrazia, che si fonda su una concezione ascendente del potere, l’organicismo, che si fonda su una concezione discendente, si ispira a modelli autocratici di governo.

Tuttavia l’individuo del pensiero liberale non è lo stesso di quello della democrazia. Individualismo non significa certo considerare l’uomo come essere isolato, ma i rapporti tra individuo e società possono essere valutati in modo diverso. Così il liberalismo recide l’individuo dal tutto dell’organicismo e lo fa vivere in gran parte fuori dal "grembo materno", inserendolo in un mondo pieno di pericoli in cui deve lottare per la sopravvivenza, la democrazia lo congiunge invece ad altri uomini perché la società venga ricomposta dalla loro unione non più come un tutto organico, ma come un’associazione di liberi individui. Inoltre il liberalismo mette in evidenza nell’individuo la capacità di autoformarsi, di progredire in condizioni di massima libertà; la democrazia esalta soprattutto la capacità di superare l’isolamento con vari accorgimenti che portano al costituirsi di un potere comune non tirannico. L’uno guarda la faccia dell’individuo volta all’interno, l’altra quella volta all’esterno creando due individui evidentemente diversi: microcosmo in se compiuto il primo, particella indivisibile ma variamente componibile in un’unità artificiale il secondo. I due individualismi nascono del resto attraverso processi diversi: per graduale erosione della totalità e il secondo per interna dissoluzione dell’unità globale. Il primo processo porta alla progressiva riduzione della sfera d’azione del potere pubblico, il secondo lo ricostruisce, ma come somma di poteri particolari, ricostruzione evidente nel contrattualismo che fonda lo stato su un istituto tipico del diritto privato quale è il contratto.

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Liberali e democratici fra Seicento e Ottocento

La teoria e la prassi moderna dello stato liberale ebbero inizio nel Seicento inglese dove la rivoluzione puritana aprì la strada a tutte le idee di libertà e affermò la superiorità del parlamento sul re; la dottrina della separazione dei poteri ispirò Montesquieu e attraverso di lui il costituzionalismo americano e europeo. Anche l’idea della massima estensione del suffragio, caposaldo dell’ideale democratico moderno, ebbe la sua prima affermazione in quegli anni grazie ai Levellers (i Livellatori). Inoltre soltanto in Inghilterra, a partire dalla seconda rivoluzione (1688) il passaggio dalla monarchia costituzionale a quella parlamentare avvenne per interna evoluzione, senza scosse violente. In Francia il processo di democratizzazione fu molto più travagliato e il rapido passaggio dalla repubblica giacobina all’impero napoleonico suscitò forti sentimenti liberali antidemocratici che produssero il famoso luogo comune secondo cui democrazia e tirannia sono due facce della stessa medaglia.

In base al diverso modo di vivere il rapporto tra liberalismo e democrazia nel corso dell’Ottocento si creò un liberalismo radicale, liberale e democratico, contrapposto a uno conservatore, liberale ma non democratico. Allo stesso modo all’interno del movimento democratico vi furono democratici liberali e non liberali, interessati più alla distribuzione del potere che alla sua limitazione; questi ultimi si troveranno più vicini ai primi movimenti socialisti, anche se spesso in un rapporto di concorrenza come avverrà in Italia ai mazziniani.

Schematicamente il rapporto tra liberalismo e democrazia può essere dunque raffigurato secondo tre combinazioni: liberalismo e democrazia possono cioè essere compatibili e compossibili, antitetici oppure essere legati necessariamente secondo un rapporto rispettivamente di possibilità, impossibilità o necessità. Allo stesso modo si può rappresentare anche il rapporto tra democrazia e socialismo.

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Tocqueville e Mill: la tirannia della maggioranza

L’ala più conservatrice del liberalismo europeo si riscontra nel pensiero di Alexis de Tocqueville, autore della Democrazia in America, che, nel secolo scorso, dedicò anni di studio alla democrazia di una società nuova e proiettata verso il futuro come quella americana. Egli era convinto che la libertà religiosa e morale fosse il fondamento del vivere civile, ma comprendeva che il suo tempo correva inesorabilmente verso la democrazia; per questa ragione, osservata negli Stati Uniti "l’immagine della democrazia stessa", egli si chiese come e se potesse sopravvivere la libertà in un regime democratico. Secondo il liberale francese il maggior rischio della democrazia come forma di governo che prospetta una partecipazione di tutti alla vita pubblica consiste nella tirannide della maggioranza e il pericolo che corre in quanto attuazione dell’ideale egualitario è il livellamento il cui sbocco finale è il dispotismo: entrambe le situazioni sono evidentemente la negazione della libertà. Il principio di maggioranza è egualitario dal momento che pretende di far valere la forza del numero su quella del singolo nella convinzione che vi sia più saggezza nel numero che nella qualità dei legislatori. L’onnipotenza della maggioranza ha per effetto tuttavia l’instabilità del legislativo, le decisioni spesso arbitrarie dei funzionari, il conformismo delle opinioni e l’assenza di uomini ragguardevoli sulla scena politica. Per un liberale come Tocqueville il potere è sempre negativo e li problema principale non riguarda l’identità del detentore di suddetto potere quanto il modo per controllarlo e limitarlo: il buon governo non si giudica dal numero delle persone che lo possiedono ma dal numero delle cose che è loro lecito fare. Egli sente avvicinarsi, nell’ultima parte della sua opera, il momento in cui la democrazia si rovescia nel suo contrario perché porta in sé un nuovo dispotismo sotto forma di un governo accentrato e onnipresente e cerca di proporre dei rimedi che sono quelli classici della tradizione liberale: la difesa di alcune libertà individuali e dell’individuo in genere spesso messo in secondo piano in nome dell’interesse collettivo, li rispetto dell’uguaglianza di fronte al diritto e il decentramento. Partendo da questa posizione Tocquevile, ovviamente, non potè mai trovarsi vicino al socialismo in cui vedeva l’attuazione di quello stato collettivista che sottraeva all'uomo la libertà, sostenendo che esso aveva in comune con la democrazia solo l’ideale dell’uguaglianza, ma, mentre la democrazia vuole l’uguaglianza nella libertà, il socialismo la vuole nella servitù.

Il contemporaneo John Stuart Mill fu invece esponente dell’ala del liberalismo più vicina al pensiero democratico considerando la democrazia come naturale sviluppo dei principi liberali. Richiamandosi alla filosofia utilitaristica di Bentham, egli non fondò la dottrina dei limiti del potere politico sull’esistenza di diritti naturali, che Bentham aveva aspramente criticato formulando il principio di utilità secondo cui il criterio su cui si deve basare il legislatore è quello della maggior felicità per il maggior numero, ma sulla convinzione obiettiva che se tali limiti devono esistere è solo in considerazione del fatto che gli uomini desiderano il piacere e fuggono il dolore. L’utilitarismo in base a tale concezione origina una morale che si preoccupa non dell’utilità dell’individuo isolato, ma dell’utilità sociale. Sulla scia del pensiero liberale l’utlitaristà Mill parla di libertà negativa, pertanto egli deve stabilire entro quali limiti sia concessa l’azione del potere pubblico e l’ambito in cui gli individui possano agire indisturbati; Mill sostiene dunque che " il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civile, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri.

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Mill e i rimedi alla tirannia della maggioranza


La democrazia rappresentativa

Mill, come Tocqueville, teme la tirannia della maggioranza e, ponendosi il classico problema della miglior forma di governo, risponde che questa è la democrazia rappresentativa che costituisce la naturale prosecuzione di uno stato che voglia garantire ai propri cittadini il massimo della libertà. La visione di Mill chiarisce il nesso indissolubile tra democrazia e liberalismo, infatti l’affermazione secondo cui il perfetto libero governo è quello in cui tutti partecipano al beneficio della libertà conduce Mill a divenire promotore dell’estensione del suffragio sulla scia del radicalismo benthamiano da cui era natala riforma elettorale inglese del 1832. Il rimedio alla tirannia della maggioranza consiste nel fatto che la formazione della maggioranza avviene attraverso la partecipazione alle elezioni anche delle classi popolari. La partecipazione ha grande valore educativo dal momento che nella discussione politica l’operaio riesce a comprendere il nesso tra eventi lontani e il suo personale interesse, e a stabilire rapporti con cittadini diversi. Il suffragio universale rimane anche nella teorizzazione milliana un ideale limite: sono esclusi coloro che vivono di elemosine, analfabeti, bancarottieri, debitori fraudolenti, mentre Mill si dichiara favorevole al voto femminile proprio invertendo l’uso del tradizionale pregiudizio antifemminiusta della debolezza delle donne; se infatti le donne sono più deboli dipendono maggiormente dalla società e dalla legge che dunque devono essere in grado di poter condizionare.

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Il mutamento del sistema elettorale

Il secondo rimedio alla tirannia della maggioranza consiste per Mill nel passaggio da un sistema maggioritario a uno proporzionale che assicura una adeguata rappresentanza anche alle minoranze: una minoranza agguerrita può infatti porre un efficace freno all’abuso di potere da parte della maggioranza; nell’affermare ciò Mill riprende evidentemente in luce positiva il motivo dell’antagonismo tipico della tradizione liberale. Sostenendo che laddove la lotta è stata sopita o soffocata non c’è stato progresso, ma stagnazione e decadenza. La democrazia perfetta è tuttavia ancora lontana anche nel pensiero di Mill che, quasi ad attenuare l’effetto del suffragio allargato, propone il progetto del voto plurimo, che ebbe però scarsa fortuna.

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Liberalismo e democrazia nell'Ottocento italiano

Nonostante il tentativo di conciliazione operato da Mill liberali e democratici continuarono a dar vita a schieramenti politici diversi e spesso contrapposti: lo sviluppo della dottrina liberale è legato alla critica economica delle società autocratiche, lo sviluppo di quella democratica è connesso invece a una critica politico-istituzionale. Prima della formazione dei partiti socialisti i parlamentari si dividevano in democratici e liberali la cui convergenza graduale fu dovuta anche alla nascita dei partiti socialisti in un primo tempo e al crearsi di regimi né liberali né democratici, ovvero degli stati totalitari, in un secondo tempo.

Tuttavia nel secolo scorso la contrapposizione in Italia è molto netta soprattutto per la presenza di un agitatore politico come Mazzini che interpretava la scuola liberale come quella che aveva respinto la libertà come fine ultimo per accontentarsi di essa come mezzo per i fini privati. Nella democrazia, invece, l’ideale egualitario portava a una libertà non solo formale, ma reale. Uno stato che consideri la libertà come mezzo può essere ateo o neutrale, ma non può esserlo lo stato di tutti che deve proporsi lo scopo di educare la nazione.

A Mazzini si contrappone naturalmente Cavour che fa di Constant e Bentham i cardini del proprio pensiero politico. L’utilitarismo è invece avversato da Mazzini che ne fa il responsabile del materialismo delle dottrine socialiste contrapponendovi l’idea del dovere e del sacrificio per la causa dell’umanità. Cavour condivide inoltre l’apprensione di Tocqueville per la tirannia della maggioranza e si fa promotore del giusto mezzo tra reazione e rivoluzione, mentre Mazzini è fautore della rivoluzione nazionale; Cavour è convinto liberista, ammiratore di Smith e Ricardo, Mazzini avversa il libero scambismo propugnando uno stato educatore contro la concezione liberale dello stato come male necessario e quindi da limitare solo a compiti di polizia. Cavour è infine convinto che il progresso economico coincida con quello spirituale e morale mentre Mazzini afferma che il progresso spirituale è condizione di quello materiale: con la dottrina del benessere di stampo utilitaristico si formano individui egoisti e materialisti e l’unico principio educatore non può dunque che essere il dovere.

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