
Dimostrare che le argomentazioni a favore dell’anarchismo e del governo dei custodi sono insoddisfacenti non prova tuttavia che la democrazia sia l’alternativa migliore. In base a quali motivi può essere razionalmente giustificata la fede nel processo democratico, o, se "razionalmente" sembra pretendere troppo, almeno ragionevolmente giustificata?
Molto semplicemente, quando il concetto di democrazia è adottato da un popolo in maniera attiva, esso tende a produrre il miglior sistema politico fattibile o, per lo meno, lo Stato migliore. Uno sguardo realistico all’esperienza umana, storica e contemporanea, mostra che fra le società politiche che sono di fatto esistite, o che esistono attualmente, quelle che più strettamente si uniformano ai criteri dell’idea democratica, prese nel loro complesso, sono migliori delle altre. Ciò non significa che le democrazie reali, confrontate con i severi criteri degli ideali democratici, siano o siano mai state altamente democratiche. Ma in conseguenza del loro aderire a quei criteri più strettamente di altri sistemi politici, e della cultura politica che il concetto e le pratiche della democrazia generano, malgrado le loro imperfezioni esse sono tutto sommato più desiderabili di qualsiasi alternativa non democratica realizzabile.
Un’obiezione ovvia all’affermazione secondo cui il miglior sistema fattibile tende a instaurarsi quando un popolo adotta in modo attivo il concetto di democrazia, è che tale argomentazione non ha senso se non si sa che cosa si intende per "migliore".
In definitiva, tutti o quasi i tentativi per sostenere la superiorità del sistema democratico fanno ricorso, anche se solo implicitamente, a un assunto così fondamentale da essere presupposto in gran parte delle argomentazioni morali: si tratta di quella che potrebbe essere definita l’idea di eguaglianza intrinseca. Una versione di questa idea è contenuta in un famoso passaggio del Secondo Trattato sul Governo di Locke:
Benché nel secondo capitolo io abbia detto che tutti gli uomini sono per natura eguali, è chiaro che non mi riferisco a un’uguaglianza in generale: l’età o la virtù può dare a alcuni una giusta preminenza, l’eccellenza della posizione o del merito può situare altri al di sopra della media: per nascita alcuni, altri per via di alleanze e di benefici ricevuti possono essere costretti a riverire coloro cui la natura, la gratitudine o altre circostanze abbiano conferito tale diritto. Ma tutto ciò non contraddice all’uguaglianza in cui tutti gli uomini si trovano dal punto di vista della giurisdizione e del dominio reciproco: questa era l’uguaglianza di cui intendevo parlare, attinente all’argomento in questione, trattandosi dell’uguale diritto che ciascuna ha alla sua libertà naturale, senza essere soggetto alla volontà altrui o all’altrui autorità (Locke 1689/90, cap.6, par 54)
Locke attribuiva all’uomo una specie di uguaglianza intrinseca che, sebbene non pertinente di molte situazioni, dovrebbe essere senz’altro determinante per certi scopi, specie per scopi di governo. Secondo Locke, uguaglianza intrinseca significa chiaramente che a nessuno è conferito per natura il diritto di sottomettere un altro alla sua volontà o autorità. Da ciò consegue che "nessuno può essere soggetto al potere politico di un altro senza il proprio consenso"(cap.8, par 95). Per alcuni, comunque, uguaglianza intrinseca significa che tutti gli esseri umani hanno uguale valore intrinseco o, in altri termini, che nessuna persona è intrinsecamente superiore a un’altra. Per John Rawls, secondo cui l’idea che gli esseri umani abbiano uguale valore intrinseco è eccessivamente vaga e elastica, la loro uguaglianza intrinseca consisterebbe piuttosto nella capacità di possedere una concezione del proprio bene e di acquisire un senso della giustizia. Per altri, uguaglianza intrinseca significa che un’uguale considerazione deve essere data al bene e agli interessi di ciascuna persona; è questo il famoso principio di pari considerazione degli interessi. Storicamente, l’idea di uguaglianza intrinseca acquistò molta forza, soprattutto in Europa e nei paesi di lingua anglosassone, grazie alla comune dottrina del giudaismo e del cristianesimo (condivisa anche dall’islamismo) secondo cui siamo tutti figli di Dio a pari titolo. Anzi, fu proprio su questa convinzione che Locke basò la sua affermazione dell’uguaglianza naturale di tutte le persone in uno stato di natura. Anche quando si voglia mantenere il ragionamento morale indipendente dalle sue origini religiose, come in genere è avvenuto nei secoli più recenti, il concetto dell’uguaglianza intrinseca è di solito dato per scontato. Di qui la massima di Bentham "tutti devono valere per uno, nessuno per più di uno", che John Stuart Mill affermò "potrebbe essere scritta sotto il principio di utilità a mo’ di complemento esplicativo". L’utilitarismo è certamente vulnerabile sotto molti aspetti e è sempre stato soggetto a pesanti critiche, in particolar modo da parte di chi tenta di dimostrare che una giustezza di azione, di dovere, di diritto, di obbligo che non sia giustificata solamente dalle sue conseguenze utilitaristiche. Ma questi filosofi, da Kant a Rawls, generalmente adottano anche una premessa di uguaglianza intrinseca.
La persistenza e generalità dell’assunto dell’uguaglianza intrinseca nel ragionamento morale sistematico potrebbero essere attribuite alla esistenza di una norma così profondamente radicata in tutte le culture occidentali che non possiamo rifiutarla, senza con ciò negare la nostra eredità culturale e quindi la nostra identità. Ma un motivo per adottarlo, che si richiama più alla sua ragionevolezza che alla storia e alla cultura, è la difficoltà di presentare una giustificazione razionale di qualsiasi altra alternativa. In realtà, l’idea può essere rifiutata senza contraddizione in termini. Ma rifiutarla significa, in effetti, asserire che alcune persone dovrebbero essere considerate e trattate in quanto intrinsecamente privilegiate, a prescindere dagli eventuali contributi sociali che possono dare. Giustificare una simile asserzione è un compito arduo che nessuno ha finora mai portato a termine.
Ben più arduo risulta esprimere in che cosa consista effettivamente il contenuto di tale principio. L’aspetto più pertinente al processo democratico è espresso nel principio di pari considerazione degli interessi. Il principio implica che in un processo decisionale collettivo, gli interessi di ogni persona che sia soggetta alla decisione devono essere (nei limiti del possibile) accuratamente interpretati e pubblicizzati. Ovviamente, senza questo provvedimento, gli interessi di ogni soggetto non potrebbero essere tenuti in conto né tantomeno ricevere poi considerazione. Tuttavia il principio non implica che il soggetto i cui interessi devono essere presi in considerazione debba anche esserne l’interprete. Né occorre che l’interprete sia l’artefice delle decisioni.
Presa isolatamente, tuttavia, l’idea di uguaglianza intrinseca non è abbastanza solida da giustificare delle conclusioni, e in ogni caso non è democrazia. E’ debole almeno sotto due punti di vista: in primo luogo, quali che siano i limiti che pone alle disuguaglianze, essi sono estremamente ampi. Ciò non significa, per esempio, che abbiamo tutti diritto al voto, ai diritti civili, all’assistenza medica o altro in parti uguali. Quantunque ciò escluda alcune concessioni, ne permetterebbe moltissime altre: se un cittadino malato necessitasse del trapianto di un organo per poter sopravvivere, dalla distribuzione di concessioni in parti eguali conseguirebbe che ne ha diritto o non ne ha diritto quanto un cittadino sano, cosa che risulterebbe senza dubbio priva di senso. E’ possibile verificare i limiti del principio con l’aiuto della grammatica dell’uguaglianza di Douglas Rae (Rae 1981). In alcune situazioni, la migliore soluzione da parte di colui che fosse chiamato a tenere in pari considerazione gli interessi di un dato numero di persone potrebbe essere quella di assegnare somme che fornissero a ogni persona beni di pari valore per ciascuna persona. Ciò che è "di pari valore per ciascuna persona" potrebbe essere determinato considerando i bisogni, le necessità, le soddisfazioni, i fini o altro di ciascuno. Si tratta di una "uguaglianza a seconda della persona". Scegliendo invece di assegnare parti, porzioni o quote uguali di beni, si applicherebbe l’uguaglianza quantitativa, che generalmente viola l’uguaglianza a seconda della persona. Il principio di uguaglianza intrinseca non dice peraltro all’artefice delle decisioni se assegnare direttamente a ciascun membro della comunità i beni a esso appropriati o se tentare invece di garantire che tutti i membri abbiano pari opportunità di ottenere i beni sostanziali appropriati.
Il secondo punto debole dell’idea è conseguenza del primo. Nell’assunto sull’uguaglianza intrinseca, nulla implica che i membri della comunità siano i migliori giudici del proprio bene e dei propri interessi. Ciò lascia aperti degli spiragli all’alternativa gerarchica alla democrazia, vale a dire l’ipotesi di un governo dei custodi.
Assumendo come premesse il principio di pari considerazione degli interessi e la presunzione di autonomia personale, si giustifica l’adozione del principio forte di uguaglianza: tutti i membri sono sufficientemente qualificati, nel complesso, a partecipare alla formulazione di decisioni collettive vincolanti per l’associazione che influenzano significativamente il loro bene o i loro interessi. In ogni caso, nessuno è qualificato in maniera così decisamente superiore agli altri che gli si possa affidare interamente il compito di prendere decisioni collettive e vincolanti. Il principio forte è, a sua volta, al tempo stesso l’assunto più significativo e più controverso della teoria del processo democratico. Accettando il principio forte, in effetti si accetta il processo democratico come requisito indispensabile per la formulazione di decisioni vincolanti.
Fin dal XVII secolo, i sostenitori della democrazia hanno posto l’accento sul suo rapporto con la libertà. Da questo punto di vista, la democrazia è strumentale alla libertà in tre modi:
A favore della democrazia si può addurre inoltre la convinzione che essa rappresenti uno strumento di crescita umana. Nelle sue considerazioni sul governo rappresentativo, John Stuart Mill afferma:
L’elemento fondamentale di un buon sistema politico, essendo costituito dall’onestà e dall’intelligenza degli individui che compongono la comunità, il compito più importante che possa assumersi un governo è di sviluppare l’onestà e l’intelligenza di un popolo. Il problema primo di ogni istituzione politica è di sapere fino a quale punto essa è in grado di sviluppare nella comunità le varie qualità morali e intellettuali (Mill,1861, cap. III)
Dal punto di vista di Mill, fornendo a tutti l’opportunità di partecipare attivamente alla vita politica, la democrazia promuove nei cittadini democratici qualità personali e sociali desiderabili, opinione condivisa specialmente dai sostenitori della democrazia partecipativa. La democrazia svilupperebbe, secondo Mill, l’indipendenza, la fiducia in sé e il senso civico. Quantunque attraente e plausibile come giustificazione della democrazia, l’argomentazione pone una seria difficoltà: essa infatti dipende completamente da qualcosa che in fin dei conti è un’ipotesi empirica riguardante l’esistenza di una relazione tra le caratteristiche di un sistema politico e le qualità della sua popolazione. Tuttavia, supponiamo di credere che le persone adulte debbano essere in possesso fra l’altro di alcune facoltà, e cioè che siano in grado di prendersi cura di se stesse, nel senso di saper curare i propri interessi; che siano, per quanto possibile, moralmente autonome, specie su decisioni di grande importanza per se stesse e per gli altri; che sappiano agire responsabilmente e cioè valutare linee di condotta alternative nel miglior modo possibile, prendendo in considerazione le eventuali conseguenze e tenendo conto dei diritti e degli obblighi propri e degli altri; infine, che siano capaci di impegnarsi in discussioni libere e aperte con gli altri onde arrivare a giudizi morali. Sia l’osservazione casuale che quella sistematica forniscono buoni motivi per ritenere che molti, e forse la maggior parte degli esseri umani, al momento della nascita possiedono la capacità latente di sviluppare tali qualità e che la misura in cui le sviluppano dipende principalmente dalle circostanze in cui sono nati e in cui il loro sviluppo - o mancato sviluppo - ha avuto luogo. Fra queste circostanze vi è la natura del sistema politico in cui la persona vive. E solamente nei sistemi democratici possono crearsi quelle condizioni che, con ogni probabilità, favoriranno il pieno sviluppo di tali qualità.
Forse la giustificazione più comune della democrazia è che questa è essenziale alla protezione degli interessi generali delle persone soggette alle disposizioni o alle azioni dei funzionari di uno Stato. Nelle sue Considerazioni sul governo rappresentativo, Mill presenta il seguente argomento, condivisibile anche al di là dei risvolti utilitaristici probabilmente attribuitigli dall’autore: