L’economia

L’economia spagnola durante il Franchismo presenta tre tappe ben differenziate. La prima è la fase della autarchia (1939-1950) caratterizzata dalla depressione, dalla drammatica carenza di tutti i tipi di beni e dall’interruzione drastica del processo di modernizzazione e accrescimento iniziato con il governo della repubblica. Sono questi "gli sventurati anni Quaranta". In questi anni, sia le più affidabili stime dell’indice annuale della produzione industriale spagnola, come i più qualificati studi comparativi su scala europea confermano, con sconfortante coincidenza, l’ampia e negativa parentesi che nella storia della industrializzazione si realizza in Spagna negli anni che vanno dal 35 al 50. In concreto il rallentamento postbellico che conosce l’economia spagnola negli anni Quaranta non ha paragoni nel resto dell’Europa dove il periodo della ricostruzione è molto più rapito soprattutto a partire dal 1948 con la realizzazione del piano Marshall. In Spagna tanto la prima come la seconda metà degli anni Quaranta portano risultati molto modesti. Dal 1941 al 1945 il tasso di crescita della produzione industriale è negativo; nella seconda metà del decennio, quando il ritiro degli ambasciatori da sfogo alle pretese autarchiche della politica economica di Franco, benché il tasso di crescita registri valori positivi è ancora maggiore il distacco rispetto a quello della maggior parte dei paesi europei compresi quelli mediterranei. Così in una valutazione globale del periodo 1935 – 1950 si può parlare di autentica depressione. Questa povertà di risultati ha una duplice spiegazione: da una parte rappresenta la fine del processo di crescita moderata ma costante che si prolunga in Spagna durante l’ultimo terzo del XIX e il primo terzo del XX; d’altra parte nasce dalla breccia che separa la traiettoria di crescita della Spagna da quella degli altri paesi europei. E’ una differenza di ritmo di crescita del prodotto reale per abitante che si amplia enormemente durante questi anni. Il franchismo isola la Spagna dalla crescita dell’Europa democratica e la isola in una autarchia conservatrice e regressiva. In poche parole la regressione economica va di pari passo alla regressione politica e sociale.
Nella seconda fase (1950-1960) si realizza una debole liberalizzazione e una apertura all’esterno che produce un iniziale sviluppo economico, benché molto più debole del ciclo di espansione che si realizza nel resto dell’Europa a seguito delle politiche Keynesiane. Le stime di sviluppo già citate cominciano a essere indubitabilmente positive in Spagna nel decennio che inizia nel 1950 così dal 1951 al 1955 si ha un tasso di crescita del 6.6% della produzione industriale e nel quinquennio successivo tale tasso sale al 7.4%. E’oltresì importante segnalare che il ritmo di crescita spagnolo segue in maniera uniforme quello degli altri paesi del sud dell’Europa nei quali benché esistano delle differenze istituzionali si hanno delle relazioni esterni similari (transazioni commerciali, rimesse degli emigranti, afflussi di capitali e valute straniere per il turismo). Rispetto al mercato internazionale ci sono passi aperturisti della politica economica spagnola al fine di una liberalizzazione dell’interscambio. Sono tuttavia passi corti e pieni di timore e di riserve. La politica economica del franchismo in questo periodo è caratterizzata da due aspetti: la attenuazione dell’opzione autarchica e dell’interventismo economico che sono stato di impedimento e ostacolo alla crescita e d’altro canto la gradualità di questa strategia. La Spagna si integra con il mercato internazionale e ha così un impatto politico con la prosperità atlantica degli anni Cinquanta.
La terza fase (1960-1974) per l’economia spagnola si caratterizza con i vantaggi che conseguono allo sviluppo economica internazionale, grazie al basso prezzo dell’energia e della mano d’opera, e all’apporto dei capitali che procurano gli emigranti e i turisti. Il piano di stabilizzazione e liberalizzazione del 1959 apre in ogni modo la terza grande fase dell’economia spagnola durante il franchismo, dà una impronta a tutto il decennio degli anni sessanta e si prolunga fino al 1973. Il processo di accumulo e di accrescimento dell’economia fino agli inizi degli anni settanta è costante e stabile, simile allo schema dominante nei paesi dell’Europa: energia a basso costo, prezzi favorevoli delle materie prime degli alimenti, ampie possibilità di finanziamenti dall’estero, acquisizioni in un mercato internazionale in espansione della tecnologia e dei prodotti necessari per lo sviluppo, abbondante disponibilità di mano d’opera a basso costo, con la valvola i sicurezza addizionale della facile esportazione della forza di lavoro eccedente. Per quanto concerne i risultati di questa felice somma di effetti derivati dalla politica di liberalizzazione e dallo sviluppo economico internazionale, interessa rimarcare da un lato le profonde trasformazioni strutturali che si associano alla notevole espansione economica e d’altro lato il rilievo che questa crescita non è da ritenersi eccezionale nei confronti delle altre economie occidentali, rispetto alle quali era mancata l’intensa espansione economica legata alla ricostruzione postbellica. In conclusione, se il confronto si effettua esclusivamente con i paesi mediterranei in termini di accrescimento della produzione industriale, il ritmo di sviluppo spagnolo a partire dal 1960 risulta simile a quello dell’Italia della Grecia e della Jugoslavia.
In conclusione il Franchismo ha lasciato alla Spagna una duplice eredità: un prolungato periodo di autarchia e di interventismo economico che ha depresso l’economia spagnola e due decenni di crescita economica comparabili a quelli dei paesi del sud dell’Europa. Il ritardo con cui si è realizzato lo sviluppo è stato pagato dagli spagnoli con maggiori costi sociali e la mancanza di un bene fondamentale: la Libertà.

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