La Costituzione degli Ateniesi



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Questo opuscolo è giunto fino a noi tra le carte di Senofonte col titolo Athenaion Politeia, ma certamente non fu scritto da lui: si tratta della più antica prosa attica superstite. Vi sono state diverse ipotesi riguardo alla data della sua composizione; Canfora la colloca nel periodo 429-424 a.C., per due ragioni, e cioè perchè il quadro tracciato dall'autore sembra implicare chiaramente le morte di Pericle (429 a.C.) e la partecipazione di Atene a una guerra che ha tutte le caratteristiche delle fasi iniziali della guerra del Peloponneso (devastazione della campagna attica da parte degli Spartani, disagio dei contadini, indifferenza dei marinai). L'autore, però, ha probabilmente scelto di ambientare il suo scritto sul sistema politico ateniese in una situazione storico-politica non immediatamente attuale, ma recente e viva nel ricordo di tutti, quale quella di predominio marittimo ateniese. La "Costituzione degli Ateniesi" è stata attribuita al sofista e uomo politico antidemocratico Crizia da August Boeckh e anche il luogo di composizione sembra appoggiare questa tesi, infatti l'opuscolo non è stato composto ad Atene (nominata come un luogo lontano), nè a Sparta (rievocata come un luogo visitato in passato da colui che sta parlando): probabilmente si tratta di uno dei dialoghi che Crizia ha avuto coi potenti della Tessaglia, dove egli stesso aveva composto le due Costituzioni di Sparta e Atene e una Costituzione dei Tessali, in cui mostrava conoscenza del loro stile di vita.

La "Costituzione degli Ateniesi" certamente circolò in libertà durante il governo di Crizia, cosa che prima era possibile forse solo per cerchie molto ristrette (in quanto è in essa presentata la chiara prospettiva operativa del colpo di stato) e priva del nome dell'autore, che era comunque noto a coloro tra cui circolava. Questo scritto è giunto fino a noi perchè Senofonte, cavaliere ateniese amico dei Trenta Tiranni, lo ha probabilmente portato con sè in esilio.

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Che l'opuscolo sia in realtà un dialogo del quale si era persa, nella tradizione, la suddivisione delle battute, è ipotesi già formulata oltre un secolo fa e poi ripresa da uno studioso americano, W.Forrest, il quale ha osservato che, lungo tutto l'opuscolo, ogni opinione è preceduta da una contraria, e ne ha dedotto che dunque siamo di fronte a un dialogo tra due Ateniesi di diverse vedute; è naturale, del resto che Crizia scrivesse non solo elegie ma anche dialoghi sulle forme politiche dominanti, dal momento che si era indirizzato verso Socrate in ragione delle proprie ambizioni politiche.<
La discussione che si svolge nella "Costituzione degli Ateniesi" è tripartita. La prima parte è la più ampia e in essa troviamo un'introduzione teorica contro i fondamenti della democrazia (è preso in considerazione il fatto che le cariche non vengano affidate in base ad un vaglio delle competenze), vengono inoltre analizzati alcuni aspetti salienti, quali l'eccessiva licenza degli schiavi, la vessazione degli alleati soprattuto sul piano giudiziario, la necessità di un assiduo addestramento degli Ateniesi nell'arte nautica. Si parla poi dell'orientamento militare, difensivo per terra e imbattibile per mare, sono presi in considerazione il commercio, la mescolanza linguistica, la politica estera, la censura nei confronti del teatro comico; segue quindi un'accusa agli aristocratici che accettano il sistema, peggiori del demos. La seconda parte riguarda la lentezza della macchina burocratica ateniese in relazione alla molteplicità di funzioni del Consiglio e alle molte cerimonie: la conclusione sottolinea l'impossibilità di apportare modifiche migliorative al sistema democratico senza snaturarlo. La terza parte riguarda la politica estera, regolata dal principio per cui la democrazia appoggia sempre le forze affini anche nelle altre città, scegliendo sempre la peggior causa.

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L'oligarca intelligente

Il dialogo si svolge tra un detrattore rigoroso, tradizionalista, della democrazia ed un "oligarca intelligente", le cui posizioni sono probabilmente da identificare con quelle dell'autore. Egli chiarisce fin dall'inizio la sua ostilità nei confronti della democrazia e il suo proposito, quello di far emergere, col ragionamento, l'intima coerenza del sistema democratico, perfetto nella sua negatività e perciò non riformabile. Si sofferma, quindi, a spiegare come il demo sia perfettamente consapevole del proprio interesse (lascia, infatti, a gente più esperta cariche impegnative come quelle militari). L'interlocutore, invece, pone delle domande che si muovono su tutt'altro piano e solleva alcune obiezioni di principio, per esempio, si interroga sul motivo per cui permettere che chiunque possa parlare all'interno dell'assemblea, pur non avendo la cultura e la preparazione necessarie per farlo.
Il fine dei dialoganti è quello di "abbattere la democrazia in Atene" e a questo proposito sorge il dubbio se sia sufficiente far ricorso agli atimoi, coloro che per varie ragioni sono stati privati dei diritti; nella conclusione del dialogo si arriva a negare la possibilità di affidarsi a essi, a causa del loro numero molto ristretto. L'autore stesso sembra presentare tutte le caratteristiche dell'esule: si rivolge con un tono avverso ai ben nati che si rassegnano ad operare in una città democratica, approfondisce la pratica dei problemi degli esuli, infine parla in terza persona degli Ateniesi. I fuoriusciti divenivano, il più delle volte, "politici di professione", con il solo obiettivo di riuscire a tornare in città da vincitori e, se mai questo si fosse verificato, di provocare nuovi esuli. I due interlocutori sono comunque consapevoli del fatto che l'unica via di salvezza per liberarsi della democrazia può derivare dall'intesa col nemico, intesa che Crizia tentò forse già nel 411, e che gli riuscì al momento della capitolazione, nell'aprile 404.

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