ARTE ETRUSCA

 

 

 Dal IX sec. al 504 a.C.

 

 INTRODUZIONE

 

I

l periodo storico che precede la conquista romana e che è compreso tra il I millennio e il I secolo a.C. vede, dal punto di vista geografico, la frammentazione territoriale della penisola italica, operata da diverse popolazioni: gli “Apuli, i “Paleoveneti, i “Liguri, i “Latini, i “Galli e i “Germani, che si stanziarono lungo le rive del Po e da popolazioni greche che, dopo aver conquistato l’Italia meridionale e la Sicilia, diedero origine a un esteso dominio coloniale, denominato “Magna Grecia”.

 

Nell’Italia meridionale, oltre all’influenza greca, ebbe grande rilievo quella fenicia.

 

I “Fenici”, provenienti dalle coste della Siria, si spinsero con le loro navi alla ricerca di nuovi sbocchi commerciali fino agli estremi occidentali del mondo allora conosciuto, creando numerose colonie in tutto il bacino mediterraneo (vedi, tra le altre, quella nell’isola di Malta, in Sicilia, in Sardegna, nella penisola iberica ecc.) e, nell’Africa settentrionale, a Cartagine.

 

In alto a sinistra: zone d’espansione commerciale nel Mediterraneo; a destra: zone d’influenza etrusche.

Tra tutti i popoli italici, quello che ebbe il merito di operare l’unificazione del territorio e che (prima della colonizzazione romana) fu in grado d’imporre la propria egemonia ed affermare un modello di vita civile - in qualche modo competitivo con quello delle colonie greche -, fu quello etrusco.

 

La civiltà villanoviana

                                                       

(precedente quella etrusca)

 

In epoca ancora più antica, tra il II e il I millennio a.C., mentre nell’area egea si sviluppava la civiltà cretese, in Italia vigeva un’economia di tipo agricolo-pastorale o palafitticolo; è infatti a questo periodo che risalgono i primi resti di palafitte, di tombe, di oggetti di terracotta, di bronzo e di ferro, appartenenti alla cosiddetta civiltà “villanoviana” (il nome deriva dalla città di Villanova, nei pressi di Bologna).

 

A destra: statua sannita del “Guerriero di Capestrano”

 

Detta civiltà, si affermò inizialmente nella parte centro-settentrionale della penisola e, pur con varianti locali, manifestò caratteristiche comuni a quelle di altri popoli, quali gli “Osci”, i “Latini”, gli “Umbri”, i “Sanniti” ed altri.

Un’importante caratteristica della civiltà villanoviana, fu quella del rito della cremazione (o incinerazione) dei defunti: le loro ceneri, chiuse urne ceramiche di colore nero (dette “biconiche”), venivano custodite all’interno di pozzetti e rivestite con ciottoli o lastre di pietra.

 

A sinistra: urna biconica; a destra: urnetta a capanna del IX/ VIII sec. a.C.

 

Le origini degli Etruschi

 

Le origini degli Etruschi sono controverse: secondo gli studi più recenti, si tratterebbe di un popolo di provenienza orientale, probabilmente discendente dai “Villanoviani”; secondo altre accreditate teorie, sarebbero migrati dalle regioni del Nord, passando attraverso le Alpi.

 

Nella penisola italica si installarono in un vasto territorio detto “Etruria”, compreso tra il Mar Tirreno e i fiumi Tevere e Arno, ovvero nell’odierna Toscana, nell’alto Lazio e in una parte dell’Umbria; successivamente estesero il loro dominio a sud (in Campania) e a nord, al di là dell’Appennino, in Emilia, più precisamente a Misa (l’odierna Marzabotto), a Fèlsina (Bologna), Spina e Adria.

 

Diversi elementi tipicamente etruschi o d’imitazione etrusca, quali armi, urne a capanna (di bronzo), monili, rasoi, calderoni, cinture, brocchette di bronzo ecc., sono stati rinvenuti in diverse zone dell’Europa centro-settentrionale; ciò dimostra, come grazie alle relazioni culturali ed ai commerci, i prodotti artigianali etruschi fossero apprezzati e si siano diffusi in aree anche molto distanti dall’Etruria.   

 

A sinistra: pianta dell’Europa centro-settentrionale, recante i siti dove sono state rinvenute le tipologie di manufatti etruschi, accanto indicate.

 

I principali centri dell’Etruria furono: Cerveteri, Tarquinia e Tuscania;

 

altri importanti centri furono: Populonia, Svetulonia, Veio, Chiusi, Perugia, Orvieto, Civita Castellana, Volterra, Arezzo e Felsina.

 

L

&

 

a civiltà etrusca è stata la prima grande civiltà autoctona dell’Italia e, dall’VIII al IV sec. a.C., anche la prima realtà politica della penisola fino alla sua dissoluzione, dovuta alle invasioni celtiche (provenienti dal nord Europa) e, soprattutto, all’annessione dei suoi territori da parte dei Romani, a partire dal IV secolo a.C.-

 

Il suo periodo di massimo splendore (tra il VII e il VI sec. a.C.), coincise con la massima espansione dei traffici commerciali e culturali con altre popolazioni, specialmente quelle greche e della Magna Grecia. La stessa Roma, sorta durante il regno della famiglia etrusca dei Tarquini, fu inizialmente assoggettata agli Etruschi; successivamente la situazione si capovolse e la civiltà etrusca fu completamente assorbita da quella romana.

 

Il senso religioso degli Etruschi e la loro paura della morte

 

       Il popolo etrusco, era molto religioso e superstizioso, pertanto

·        annetteva grande importanza alla vita dell’aldilà, che credeva popolato da mostruose potenze demoniache; ciò è testimoniato dalle raffigurazioni che costituivano gli ornamenti di molte tombe;

·          attribuiva un’enorme importanza alle predizioni e alle interpretazioni che gli indovini davano, in seguito all’osservazione delle caratteristiche dei voli degli uccelli e delle interiora degli animali offerti in sacrificio.

In alto: modello bronzeo di fegato - Piacenza

 

Un confronto tra l’arte greca e l’etrusca

 

·        Mentre l’arte greca era un’arte tendente al bello, che vedeva l’uomo rapportarsi ad ogni aspetto dell’esistenza, pienamente consapevole ed artefice delle sue vicende storiche, filosofiche, morali, intellettuali e religiose,

 

·        quella etrusca era un’arte d’espressione popolare, ben radicata nel quotidiano ma costantemente pervasa da una visione del tutto fatalistica ed antistorica della vita, profondamente segnata com’era da un’ossessiva paura della morte.

 

La cultura etrusca condizionò sensibilmente quella romana fino dal I sec. a.C.; a sua volta fu particolarmente sensibile verso i modelli formali e la forte influenza culturale del mondo greco e delle sue colonie della Magna Grecia. Nonostante tali influenze, l’anticlassica espressività degli Etruschi, soprattutto prima del V secolo, elaborò dei modelli formali del tutto originali, sebbene piuttosto eterogenei.

 

Tali eterogeneità stilistiche, furono determinate dall’esigenza di operare una sintesi il più possibile unitaria dei diversi canoni espressivi delle diverse popolazioni arcaiche sparse nel territorio italico, ma anche dall’incapacità degli Etruschi di proporre un’estetica ed un sistema concettuale talmente coerenti, da potersi confrontare alla pari con i modelli greci.

 

 

L’ARCHITETTURA

 

 

 

L’architettura etrusca è caratterizzata dal sistema costruttivo ad arco ed a volta (originariamente utilizzato dagli Egiziani, quindi dagli Assiri e dai Babilonesi), unitamente al sistema a struttura architravata comunemente utilizzato, a partire dal remoto “Neolitico” e ripreso da tutte le civiltà succedutesi, prime tra le quali, per importanza, quella greca.

 

I templi e le abitazioni civili

 

Dell’architettura civile e religiosa abbiamo una conoscenza lacunosa, a causa della deperibilità dei materiali impiegati (soprattutto legno e terracotta); le pietre vennero quasi esclusivamente utilizzate come materiale da costruzione, per le fondazioni di alcuni edifici e per i basamenti dei templi).

 

 

 

 

 

I templi

 

Secondo Vitruvio, architetto romano dell’età di Augusto, i templi etruschi erano costituiti da tre celle affiancate, con ingressi separati e precedute da un pronao sorretto da due file di quattro colonne.

 

Contrariamente ai Greci, gli Etruschi non consideravano il tempio come la casa terrena di un dio ma, piuttosto, come il luogo ad esso consacrato, dove recarsi per interrogarlo, pregarlo ed offrirgli sacrifici e oggetti votivi; contrariamente a quello greco, nell’arco di diversi secoli non subì alcuna variazione di tipo stilistico o strutturale.

         
A sinistra, dall’alto: modello di tempio votivo; piantina di un tempio etrusco; capitello etrusco di influenza greco-ionica. A destra: colonna etrusca con base e capitello, di chiara influenza dorica; altri capitelli (il secondo, con motivo decorativo a pigna): ambedue manifestano chiare influenze ioniche.

 

Le abitazioni civili

 

L’aspetto strutturale delle abitazioni etrusche, se si eccettua l’utilizzo delle pietre e dei laterizi in sostituzione del legno, non solo non si discosta di molto dalle caratteristiche delle capanne utilizzate dagli antichi popoli italici, ma dev’essere considerato come la loro diretta evoluzione.

 

A sinistra: legamenti metallici dei blocchi di pietra, già in uso nell’architettura greca.

 

Le tipologie delle case italiche erano due, entrambe caratterizzate dalla disposizione dei diversi vani attorno ad uno spazio centrale:

 

·            il primo, tipicamente etrusco, comunemente in uso nelle regioni centrali della penisola, presentava un atrio, attorno al quale si articolavano i diversi ambienti;

·            il secondo, tipico delle regioni meridionali che facevano parte della Magna Grecia, si sviluppava attorno ad un cortile con loggiato (patio o peristilio), già in uso in molte aree del Medio Oriente dal 2000 (circa) a.C.-              In alto, a destra: modello planimetrico di casa a patio di Ur, del 2000 a.C.

 

Le città

 

Gli Etruschi, non essendo stati in grado di costituire uno Stato unitario, si associarono in

città-stato confederate, con scopi prevalentemente difensivi; la più celebre e potente di queste, fu quella sorta nel nucleo originario dell’Etruria (nell’odierna Toscana) che, tra le città più importanti, annoverava: Tarquinia, Veio, Arezzo, Perugia, Volterra, Vulci e Chiusi.

Nel rispetto delle diverse culture e tradizioni locali, gli Etruschi non elaborarono modelli urbanistici comuni in tutti i territori occupati: ciò comportò il fatto che ogni centro abitato avesse delle proprie connotazioni, in funzione delle caratteristiche morfologiche dei territori e delle risorse locali disponibili; malgrado ciò, i caratteri delle città etrusche si rifece ad uno schema costruttivo elaborato tra il VII ed il VI sec. a.C., periodo in cui le attività produttive passarono dal controllo delle famiglie aristocratiche a categorie di lavoratori qualificati quali, per esempio, quelle degli agricoltori, degli artigiani e dei mercanti.

                                                                                                                                                                                      

In alto: veduta dei resti della città etrusca di Misa (presso l’odierna Marzabotto), del VI – V sec. a.C.

 

I frequenti scambi commerciali e culturali, unitamente all’influenza dei modelli estetici e costruttivi greci, ebbero grande influenza sull’arte - in genere - e, in particolare, sui modelli costruttivi delle città etrusche; riguardo all’urbanistica, in Grecia, già nell’VIII secolo, le città si erano dotate di infrastrutture e di criteri estetico-funzionali razionali e ben strutturati.

 

Dopo essersi consultati con gli auspici (sacerdoti che presso i popoli italici e i Romani rivelavano la volontà degli dei e il futuro osservando i fenomeni naturali e, in particolare, il volo degli uccelli) e gli aruspici (indovini che traevano presagi dall’esame delle viscere degli animali), gli Etruschi tracciavano con l’aratro le coordinate ortogonali dell’insediamento (il “cardus”, da sud a nord e il “decumanus”, da est a ovest) quindi, parallelamente ad esse, i tracciati delle altre strade, fino a formare un reticolo regolare di isolati. Eventuali pendenze del terreno potevano condizionare tali tracciati, pur risultando funzionali alla realizzazione di canali per le acque di scolo.

 

Ogni isolato rispondeva a precise esigenze funzionali: alcuni erano riservati all’edilizia abitativa, altri erano destinati ad uso commerciale o artigianale, altri ancora a luoghi di culto o ad altre funzioni di pubblico interesse.

 

Gli archi e i sistemi costruttivi archivoltati

L’arco a “tutto sesto”, pur avendo origini antichissime, fu introdotto nella penisola italica e sistematicamente utilizzato dagli Etruschi a partire dal IV sec., grazie alle colonie greche dell’Asia Minore.

 

Detti archi, di forma semicircolare, sono costituiti da conci di pietra cuneiformi, sbozzati e disposti a raggiera; tale sistema costruttivo, con le diverse applicazioni che ne fecero - soprattutto i Romani (v. le volte), determinò una vera rivoluzione nel campo dei materiali edilizi, delle tecniche costruttive e delle possibilità costruttive, oltreché dello stesso modo di concepire gli spazi architettonici, in funzione dell’utilizzo voluto.  In alto, a destra: impianto costruttivo di un arco configurato “a tutto sesto”.

Dal punto di vista funzionale, i carichi verticali delle costruzioni ad arco, a differenza di quelle architravate, dove la flessione dell’architrave è determinata dal suo stesso peso e da eventuali sovraccarichi (causa principale dei collassi strutturali delle costruzioni), non gravano integralmente sulla struttura muraria, ma si distribuiscono gradualmente sugli stipiti e, successivamente, al suolo.

 

A partire dal IV secolo a.C., in corrispondenza del cardus e del decumanus delle loro città, gli Etruschi dotarono gli ingressi delle medesime (protette da imponenti mura, costituite da file di grossi blocchi di pietra squadrati) di grandi porte monumentali ad arco, come quelle di Volterra e di Perugia.

 

Nella “Porta dell’Arco” di Volterra, che meno di altre ha risentito di interventi romani e di rimaneggiamenti operati in epoche successive, si possono notare, in corrispondenza delle tre parti principali (i due punti d’imposta, alla base, e la “chiave dell’arco”, ovvero il concio terminale posto in corrispondenza del punto di massima curvatura), altrettante teste scolpite; dette sculture, piuttosto deteriorate, rappresentano probabilmente delle divinità protettrici oppure, secondo altre teorie, raffigurazioni collegate all’usanza di esporre alle porte delle città, le teste mozzate dei comandanti nemici.               A sinistra: “Porta dell’Arco”, di Volterra

 

Le tombe

 

Data l’enorme rilevanza che la morte, l’aldilà ed il mondo dell’oltretomba ebbero nella cultura e nella religione degli Etruschi, le testimonianze dell’architettura e dell’arte funeraria sono piuttosto numerose ed appartengono a differenti tipologie. Ciò spiega la presenza di numerose necropoli, in pratica delle vere e proprie città dei morti sparse nel territorio, in prossimità delle mura cittadine, lungo le vie di collegamento tra un centro abitato e l’altro, con tombe sotterranee costituite da stanze arredate con tutto ciò che, si riteneva, fosse necessario ai defunti nel mondo dell’aldilà.

 

          A destra: Necropoli della “Banditaccia”, presso Cerveteri

 

Per gli Etruschi, la tomba era il luogo dove l’anima del defunto  doveva continuare a vivere in un ambiente ad essa del tutto familiare: è per questa ragione che le tombe dovevano risultare del tutto simili (sia per caratteristiche formali, che per dimensioni ed arredi) alle abitazioni civili.

 

I parenti del defunto, in vista della sua nuova vita nell' aldilà, non gli facevano mancare cibi, bevande, utensili, arredi e perfino pitture murali, raffiguranti (all’interno delle tombe) scene di vita quotidiana, evocanti periodi gioiosi della sua trascorsa vita terrena; dette raffigurazioni, oltre agli altri arredi, avevano la pietosa funzione di allietare e rasserenare, per quanto possibile, il suo spirito per l’eternità.

Le tipologie delle tombe

 

Le tipologie costruttive sono tre: le tombe “ipogee”o “a stanza”; quelle “a tumulo”e quelle ”a edicola”), dalle caratteristiche varianti in funzione del periodo di costruzione e, soprattutto, del loro luogo di costruzione.

 

·        Le tombe ipogee sono completamente scavate sotto terra, talvolta riadattando delle grotte naturali preesistenti. Esempio tra i più significativi di tombe rupestri è l’“Ipogeo dei Volumni”, presso Perugia, del II sec. a.C.

                                                                                                                      

Ad esse si accede dopo aver percorso una ripida scala (intagliata nella roccia) che immette ad un atrio, al fondo del quale si trova la camera sepolcrale; in essa, esattamente nello stesso vano riservato nelle case etrusche al ricevimento degli ospiti, sono disposte delle panche in pietra che sorreggono i sarcofaghi.

                                                                                          

In alto: esempio di tomba rupestre; in basso: pianta del”Ipogeo dei Volumni”

Ai lati dell’atrio, del medesimo tipo di quello delle case etrusche, si trovano altre otto piccole camere ipogee.

 

 

 

·        Le tombe a tumulo assumono tale denominazione per il fatto d’essere ricoperte da una collinetta di terra di forma troncoconica: ciò allo scopo di per essere individuate con maggior facilità e per protezione dalle intemperie.

 

I tumuli hanno forma circolare, poggiano su un basamento cilindrico (sul quale si apre uno o più ingressi che, mediante stretti corridoi - dromos – che immettono ai vani interni) e sono sostenuti da pseudocupole, da pseudovolte o da lastroni di pietra.

                                                                                                  

In alto a sinistra: tomba a tumulo della necropoli della Banditaccia; a destra: stampa del 1800, con vedute esterne di tombe a tumulo. Nella parte bassa della medesima è rappresentata una veduta planimetrica di una tomba multipla di Caere (Cerveteri), con diversi ingressi e corridoi disposti a raggiera e recanti ai vani interni.

 

Come quelle a stanza, anche le tombe a tumulo presentano una o più camere sepolcrali, secondo le necessità e le disponibilità economiche delle famiglie per le quali erano costruite.

 

Le tombe più antiche sono costituite da un’unica camera circolare, sormontata da una pseudocupola (v., a sinistra) costituita da file di pietre (disposte in circolo) aggettanti verso l’interno e sostenuta da un solo pilastro centrale. Contrariamente alle caratteristiche della superficie interna del “Tesoro d’Atreo” (tomba micenea), i blocchi lapidei aggettanti verso l’interno delle pseudocupole etrusche, non sono sagomati.

Alla tipologia di tombe in argomento, appartiene la Tomba dei Rilievi, di Cerveteri, risalente alla fine del IV sec. a.C. e voltata con una copertura “a doppio spiovente”.

 

A destra: interno della “Tomba dei rilievi”

 

Tra le caratteristiche più significative di questa costruzione, vi è il fatto che nella camera sepolcrale, le pareti e i pilastri sono interamente ricoperti da stucchi che, con molto realismo, raffigurano mobili ed oggetti d’uso comune: sul fregio che sovrasta le nicchie destinate ai sarcofaghi, sono rappresentati elmi, scudi e spade, onde evidenziare la vocazione guerriera della nobile famiglia dei “Matuna”, per la quale fu costruita.

 

Alla base del primo pilastro centrale è raffigurata una faina (forse s’intende alludere alla passione per la caccia dei componenti della famiglia) e degli attrezzi di lavoro; sul secondo è rappresentato dell’occorrente da cucina, quali delle padelle, alcuni spiedi, un portacoltelli ed un treppiede con catino e pestello.

 

In alto, a sinistra: interno della “Tomba delle sedie e degli scudi”, a Cerveteri (altro esempio di tomba a tumulo).

 

 

·        Le tombe a edicola sono costruite all’aperto e rappresentano una rarità, per quanto attiene alle costruzioni funerarie etrusche. Il loro nome deriva dal termine latino “aedìcula”, per le loro caratteristiche formali che richiamano quelle di un tempietto.

 

Le tombe in questione, generalmente di piccolo formato, sono realizzate in pietra e risultano costituite da un’unica stanza.

Date le caratteristiche formali in comune con le case e i templi - v. gli stessi materiali di costruzione, i tetti a spioventi (nelle case erano ricoperti di paglia) e la medesima disposizione dei locali, (in questo particolare tipo di costruzione funeraria, non sfugge la stretta relazione intercorrente  tra il senso della vita, della religiosità e della morte.

 

A destra: Tomba del “Bronzetto dell’Offerente”

 

A questa tipologia, appartiene la tomba denominata:Il Bronzetto dell’Offerente, che si trova a Populonia e che risale alla fine del IV sec. a.C.: essa è caratterizzata da una copertura a spioventi formata da lastre di pietra, con un triangolo di scarico dei pesi simile a quello posto all’ingresso della cupola a tholos del “Tesoro d’Atreo”.

 

 

LA SCULTURA

 

 

 

Come ogni altra espressione artistica del popolo etrusco, anche la scultura, considerata come la massima espressione dell’arte figurativa etrusca, risponde a precise esigenze funzionali di carattere religioso e funerario.

 

I canòpi e i sarcofaghi

 

Dal VII al IV secolo a.C., gli Etruschi usavano cremare le salme dei defunti e riporne le ceneri all’interno di lucidi vasi cinerari (canòpi) di un particolare tipo di terracotta di colore grigio-nerastro (“bucchero”) o di bronzo.

 

A sinistra: alcuni tipi di canòpi

 

La caratteristica più significativa di tali contenitori è data dal fatto che i loro artefici (come si può notare, in modo alquanto schematico e rozzo, per via dell’influenza dei modelli stilistici greco-arcaici) conformarono sia i manici (anse) che i coperchi, alle caratteristiche formali delle persone defunte, le cui ceneri erano in essi contenute.

 

Il medesimo intendimento ritrattistico è riscontrabile nei sarcofaghi, realizzati in pietra o modellati in terracotta, realizzati a partire dal IV secolo a.C.

 

A parte le caratteristiche dei loro pannelli laterali (inizialmente lisce e, solo successivamente, decorate con bassorilievi), l’aspetto saliente che le caratterizza è dato dal fatto che i coperchi riproducevano le sembianze del corpo del defunto, oppure , come nel caso del “Sarcofago degli Sposi (rinvenuto a Cerveteri e risalente al 520 a.C.), quelle di entrambi i coniugi. Nel caso specifico, essi appaiono semidistesi su un triclinio, come se partecipassero ad un banchetto. Detta consuetudine fu ripresa dai Romani, che molto amavano le conversazioni conviviali.

In alto: il “Sarcofago degli Sposi” e, alla sua destra, un particolare della figura maschile.

 

La presenza del marito, ritratto in atteggiamento affettuoso accanto alla sua sposa, sottolinea la considerazione ed il rispetto che godeva la donna nella società etrusca, diversamente di quanto, in termini di libertà, le era consentito in quella greca. Dal IV secolo in poi, grazie al diffondersi di modelli ellenistici, si verificò un progressivo affinamento della tecnica del ritratto.                                                               A sinistra: “Sarcofago dei due vecchi”, del II sec. a.C.

La Statuaria

 

Le caratteristiche dell’“Apollo di Veio”, statua realizzata in terracotta policroma da Vulca (l’unico scultore etrusco di cui si conosca il nome) per adornare un tempio dell’omonima località, evidenziano quanto fossero rilevanti i condizionamenti della scultura arcaica greca (di fattura ionica) in seno alla cultura ed ai canoni espressivi etruschi.

 

A sinistra: l’“Apollo di Veio”; a destra: l’“Hera di Samotracia” (scultura arcaica di fattura ionica).

 

Se si confronta l’opera in questione con la contemporanea “Hera di Samotracia”, risultano palesi le affinità stilistiche riscontrabili nell’interpretazione pittorica data al modellato della veste pieghettata. La tensione dinamica del corpo proteso in avanti dell’Apollo di Veio è in qualche modo paragonabile alla disposizione degli arti (una gamba avanzata rispetto all’altra) dei kouros arcaici di Milo e di Polymedes, qualora poi si raffronti l’opera in questione (l’Apollo di Veio) con le due figure del “Sarcofago degli Sposi”, si può constatare come siano accomunate dal medesimo sorriso, tipico delle raffigurazioni arcaiche. Più specificatamente, nel caso dei personaggi etruschi, dette espressioni assumono una connotazione più ironica e beffarda, non riscontrabile nelle opere greche di quel periodo.

 

Accanto alla scultura realizzata in terracotta (fittile), tra gli Etruschi era diffusa la scultura in bronzo, mentre era scarsamente usata quella in marmo o in pietra.

All’arte etrusca si attribuiscono alcune celeberrime opere, quali la “Lupa Capitolina”, databile all’inizio del V secolo e “La Chimera d’Arezzo”, risalente al IV sec. a.C.

A sinistra: la “La Lupa Capitolina”; a destra: la “Chimera d’Arezzo” ed un suo particolare

 

In epoca successiva, dal III al I sec. a.C., artisti etruschi realizzarono dei bellissimi ritratti bronzei, tra cui una “Testa di ragazzo” (a sinistra), il “Bruto Capitolino”- a destra - (tradizionalmente considerato il ritratto del primo console romano dopo la cacciata dei Tarquini: Giunio Bruto)e la statua (a grandezza naturale) dell’“Arringatore” (vedi a pag. 11), che rappresenta il magistrato etrusco Aulo Metello, del I sec. a.C.

 

Le prime due opere sottolineano la particolare ferocia delle due fiere, ancor più accentuata dal dinamismo prodotto dalla tensione muscolare e dai particolari (tutti curatissimi e realizzati con notevole perizia tecnica da parte degli anonimi autori dell’opera).

La statua dell’“Arringatore” non esprime tanto un ideale fisico di armonia e di bellezza, quanto la caratterizzazione del personaggio, in particolare, il carisma e la saggezza legati alla carica pubblica rivestita.

 

A sinistra: l”Arringatore”

 

 

LE PITTURE MURALI DELLE TOMBE

 

 

Le pitture murali rinvenute all’interno delle tombe etrusche non avevano né una funzione strettamente decorativa, né celebrativa.

 

La loro finalità era quella di rappresentare gli aspetti più gradevoli e gioiosi della vita reale (banchetti, giochi, danze, scene di caccia e di pesca ecc.) affinché il defunto, illusoriamente legato agli aspetti consueti del suo vivere terreno, potesse trarne conforto nel mondo dell’oltretomba.

 

Le caratteristiche tecniche fondamentali delle pitture murali eseguite con la tecnica dell’affresco, sono date:

 

·        dai contorni continui delle figure;

·        da una completa colorazione delle superfici adiacenti alle rappresentazioni pittoriche e dai loro particolari, dipinti con colori diluiti e sfumati.

 

Periodo arcaico

 

(fino al V sec. a.C.)

 

Le rappresentazioni precedenti il VI sec. a.C., sono scarse e mal conservate. Nelle tombe di questo periodo, sono spesso rappresentate scene riguardanti le cerimonie funebri e di commiato dei defunti.

 

Nella Tomba degli Auguri, per esempio, sulla parete di fondo della stanza è rappresentata una porta (presumibilmente quella dell’oltretomba), ai lati delle quali due sacerdoti piangono il morto, protendendo le mani per un ultimo saluto.

Le opere di questo periodo presentano i caratteri tipici della maggior scuola pittorica etrusca: quella di Tarquinia.

 

A sinistra: “Ballerine”;

a destra:“Defunto disteso sul triclinio”.

 

L’accostamento di colori privi di chiaroscuri, luminosi e contrastanti, conferiscono ai soggetti (effigiati con tinte piatte su fondi chiari e colorazioni scure) un’illusoria profondità di campo.

 

 

 

L’accurata descrizione dei movimenti dei “Due lottatori”, opera facente parte della decorazione della Tomba in argomento, relega in secondo piano uno studio particolareggiato delle parti anatomiche delle due figure e, come sovente accade nelle raffigurazioni etrusche, dei rapporti proporzionali tra le varie parti del corpo umano.

 

A sinistra: particolare della scena dei “Due lottatori”

 

 

 

Periodo medio

 

(dal V secolo a.C. alla fine del IV)

 

Tra l’inizio del V e la fine del IV sec. a.C., i temi prevalenti sono quelli di gioiosi banchetti, di cerimonie, di giochi ecc.-

 

Il realismo delle origini, grazie ai rapporti commerciali con la Grecia e con le sue colonie dell’Italia meridionale, fanno si che le raffigurazioni delle tombe risultino più eleganti e curate: la gamma dei colori utilizzati si arricchisce di nuove tonalità, mentre gli studi anatomici e i movimenti risultano più curati (v. il “Suonatore di cetra” e il “Danzatore”. Entrambe  opere fanno parte della “Tomba del Triclinio, a Tarquinia.                                     

 

Il “Suonatore di cetra” e il “Danzatore”

 

 

 

Le figurazioni appaiono delimitate da netti contorni che le fanno risaltare rispetto agli sfondi. I colori, talvolta ritoccati a secco, sono vivaci e senza sfumature. Tra essi prevalgono le tonalità calde; oltre al bianco e al nero, sono perlopiù utilizzati il rosso, il bruno, il giallo, ma anche il verde e l’azzurro.

 

Le figure sono disposte ad intervalli regolari tra piante ed arbusti. Colorazioni analoghe sono riservate alle figure che presentano le medesime analogie in ordine alla disposizione dei busti, delle teste e degli arti. Tale accorgimento, come si può notare nel particolare dell’affresco rappresentante un coppiere con musicanti (realizzato all’interno della “Tomba dei Leopardi”, a Tarquinia), anima la scena e determina un interessante e gradevole ritmo compositivo (vedi in alto).

 

Ultimo periodo

 

Dal III secolo in poi (in concomitanza con la conquista romana dell’Etruria), i temi delle raffigurazioni parietali si fanno sempre più drammatici: scene di prigionieri, di combattimenti e

di massacri, si fanno sempre più frequenti.

 

Le colorazioni delle figure, più numerose e articolate rispetto a quelle dei periodi precedenti, pur nella loro vivacità espressiva e narrativa, appaiono più cupe e spente, in perfetta sintonia con la crudezza e la drammaticità dei temi trattati.

 

 

 

Senza alcun dubbio, l’iconografia del periodo e le tematiche delle opere sembrano presagire l’inarrestabile declino ed il senso dell’inevitabile disfatta di un popolo che per secoli rivestì un ruolo di fondamentale importanza nella cultura e nelle arti, costituendo di fatto il tessuto connettivo della grande civiltà romana.

 

A destra, in alto: “Scene di combattimento tra Etruschi; in basso: “Prigionieri immolati da Achille sulla tomba di Patroclo”.

 

Salvatore Orrù  -1999