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La memoria nei libri

 

   

Dal liceo ad Auschwitz

 

 

Lettere di Louis Jacobson

 

Prima lettera di Louise Jacobson

1 settembre 1942

Caro papà,

ti devo dare una notizia incredibile. In questo momento mi trovo a Fresnes insieme ad altre ragazze minori di 18 anni. Sono stata arrestata lunedì al ritorno dal liceo. In casa nostra mi aspettavano degli ispettori. E sai di cosa sono stata incolpata?

Di idee comuniste!!!

Questo in poche parole, ti racconterò ogni cosa quando verrai a trovarmi. Le visite sono ammesse il martedì e il sabato. Potrai mandarmi dei pacchi (se vuoi e se ti è possibile , naturalmente). Non so ancora bene come funzioni. Non devono superare i tre chili.

Ti chiedo scusa per la calligrafia, ma ho una penna lunatica non ne vuole saperne di scrivere.

Ho l’impressione di vivere in un incubo, cosa che da un lato mi consola perché da un momento all’altro potrei svegliarmi e ritrovarmi al sole, libera come meriterei di essere. Mi dispiace molto di non poter scrivere alle mie compagne. È proibito.

Sembra, ed è molto verosimile che a denunciarci sia stata la portinaia del condominio.

Ci cercheremo un avvocata e penso che tutto andrà bene. Mi hanno già portato in diversi posti, ma non perdo tempo a scriverti, sarebbe troppo lungo e la mia penna non vale niente. Ti dirò tutto a voce. Fino ad ora devo dire che ho sempre incontrato delle brave persone che credono a quello che affermo ( ad eccezione degli ispettori che ci hanno arrestate).

Qui si mangia a sufficienza e le autorità sembrano gentili. Ti abbraccio con tanto affetto. Louise.

Non mi ricordo più il numero di casa tua. Qui le lettere sono controllate, quello che ricevo e quello che mando.

Se vuoi scrivermi, questo è l’indirizzo: Avenue de Versaille, 40 Fresnes ( Seine).

 

Martedì 8 settembre 1942

Miei carissimi tre,

vi sarete stupiti di non aver ricevuto notizie mie e della mamma. Il fatto è che ci è capitata una cosa…molto strana, a dir poco. In questo momento mi trovo in prigione a Fresnes insieme a ragazzi e ragazze tutti minorenni. Siamo una trentina e ho trovato due compagne gentili. La mamma in questo momento è alla Petite Moquette, dopo il suo arresto avvenuto insieme al mio lo stesso giorno, lunedì 31 agosto 1942.

Il motivo lo saprete più avanti e spero di non aver bisogno di garantirvi la nostra innocenza. C’è stata una denuncia. Mia amatissima Nadia, comincio a perdere la fiducia nella bontà del genere umano. Ti auguro di non provare mai una cosa simile. Se almeno la mamma fosse con me! Ma dobbiamo sperare, sperare tanto.

E voi? Mie care sorelle e caro fratello, quanto sento la vostra mancanza. E pensare che non mi sarà concesso di vedervi in parlatorio. Com’è strana la vita! Di colpo mi è scattato dentro un allarme, come se mi dovesse cadere in testa chissà quale altra tegola.

Nadia, spero che in questo momento il tuo lavoro vada bene, che tu riesca a ricevere le lettere di Gilbert, affettuose e frequenti come prima. Che peccato che io non possa più leggerle! Mi dispiace tanto per voi che a causa della mia residenza non possiate contare sulle vacanze. Spero che papà venga a trovarmi giovedì…

Mille milioni di baci affettuosissimi dalla vostra sorellina.

Louise.

Settembre 1942- Prigione di Fresnes

Mie care piccole amiche,

c’era una volta una piccola ragazzina. La storia che vi racconto è triste, mie care amiche. Ma per prima cosa debbo ringraziarvi di essere subito corse da mio padre per avere mie notizie.

Mi ha fatto immensamente piacere. Da quel lunedì 31 agosto, da quando cioè sono stata allontanata dal mondo normale, e da venerdì 4 settembre, giorno della separazione dalla mamma, non potete immaginare il mio desiderio di rivedervi e di essere libera, anche a costo di morire di fame e di freddo. Scrivo stretto per non usare troppa carta, dal momento che ne posseggo poca. Scusatemi.

Mia povera Ada, sembra impossibile che il mio diploma sia andato in fumo e che non saremo più insieme nella stessa classe. Non posso neppure contare sulla ripetizione dell’anno, perché niente di più facile che l’anno prossimo io sia ancora in prigione. A voi lo posso confessare, ma che rimanga fra noi, la mia vita in questo posto è un inferno. Qui ci hanno messe tutti insieme e vi aggiungo un particolare … io sono l’unica … e la sola detenuta politica (!!!).Le altre si trovano qui per furto, prostituzione, vagabondaggio. Giovedì mio padre è venuto a trovarmi; mentre aspettava l’ora della visita l’hanno fatto entrare in una stanza con una porta aperta che dava sul cortile. Una ragazza gli si è avvicinata e gli ha detto: "ehi tu ,senti un po’, me la daresti una sigaretta? dai" . Così mi hanno riferito, ma è vero, non c’è ombra di dubbio…

Penso a voi tutte, Monica, Ada, Teresa, Michela e tutte quelle a cui voglio bene, ma qualche volta sono presa dal terrore al pensiero che sono cambiata, che sono troppe le cose ignobili e disgustose che ho visto per rimanere quella di prima. Rendetevi conto che qui non c’è nulla di gradevole, che tutto è sporco, brutto, meschino. La mia vita è bella che rovinata..

Vi bacio con tanto tanto affetto, ma vi prego scrivetemi.

Louise.

Lettera ricevuta dal padre il 16 febbraio 1943

Papà mio carissimo,

ho una notizia triste, caro papà. Dopo la zia, tocca a me partire. Ma non fa niente. Io sono su di morale, come tutti qui del resto. Non devi amareggiarti, papà. Quel che conta è che parto in ottime condizioni. Questa settimana ho mangiato molto. Mi sono trovata due pacchi in più, uno di una compagna deportata, l’altro della zia, e proprio adesso mi è arrivato il tuo.

In questo momento posso immaginare la tua espressione caro papà e vorrei proprio che tu avessi tanto coraggio quanto ne ho io, sono certa che se tu riuscirai a reagire con forza d’animo, a questa nuova batosta, io lo sentirò. In zona libera parlane con cautela. Quanto alla mamma forse è meglio che non venga a sapere nulla. È assolutamente inutile che si amareggi, tanto più che io potrei benissimo far ritorno prima che lei esca dalla prigione.

Partiremo domani mattina. Mi trovo in compagnia di buoni amici dal momento che ad essere trasferiti siamo in tanti. Ho affidato l’orologio e le altre mie cose a gente onesta che divide la camera con me.

Papà mio, ti mando centomila baci, e ti abbraccio con tutte le mie forze.

Coraggio e a presto.

Tua figlia, Louise.

 

Louise Jacobson

è l’autrice delle lettere che oggi sono raccolte nel libro " Dal liceo ad Auschwitz". Una prima parte di queste furono inviate dal carcere di Fresnes dove fu rinchiusa dopo l’arresto e le ultime furono scritte nel campo di raccolta di Drancy.

Louise frequentava il liceo Cours de Vincennes a Parigi, venne arrestata una mattina d'agosto del '42 al suo rientro a casa, per non aver portato la stella gialla. Aveva solo 17 anni e davanti a sé immaginava una vita felice da percorrere. Venne invece accusata di idee comuniste e perciò fu deportata e uccisa insieme alla mamma nel campo di Auschwitz.

Durante la sua prigionia trascorreva il suo tempo a scrivere tante lettere ai familiari e alle amiche che si preoccupavano per lei.

Inizialmente è sbalordita, confusa , sorpresa per le accuse incredibili che le vengono fatte, ma pensa di potersi discolpare facilmente e di tornare al suo futuro, ai suoi studi. Louise ben presto si rende conto dell’assurdità di quanto sta vivendo, ma non si perde d’animo e con straordinario coraggio e ottimismo continua a credere nel suo futuro, spera di poter abbracciare come una volta la sua famiglia, la sua mamma. Intanto scrive le sue lettere straordinarie: è l’unico modo per mantenere vivi i contatti affettivi con le persone care. Dai suoi scritti traspare una grande forza d’animo di fronte all’orrore, l’amore per i suoi cari, la preoccupazione per la mamma. Il trasferimento per Auschwitz avvenne il 13 febbraio '43, prima della partenza il suo pensiero dolce e delicato fu per la sua mamma, nella sua ultima lettera scrisse: "è meglio che ( la Mamma) non venga a sapere nulla è inutile che si amareggi"

Attraverso queste lettere, percorriamo ancora una volta con Louise il suo viaggio senza ritorno, rivediamo quel timbro indelebile che si vorrebbe cancellare, per dimenticare ciò che è stato, ma i suoi scritti rimangono a testimonianza storica di quanto è accaduto.

Il ricordo di Louise Jacobson non potrà essere cancellato!

 

(a cura di Claudia e Susanna)

 

Ultima fermata: Aushwitz

 

di Frediano Sessi

 

Arturo Finzi, il protagonista, affida alle pagine di un diario i suoi sentimenti, le sue paure, il racconto di giornate difficili, trascorse mentre vi sono i preparativi per una guerra che gli costerà la vita.

Egli è un bambino come tanti altri curioso, allegro, spensierato e vivace; rincorre i suoi sogni e si immedesima nei suoi desideri, come ogni altro bambino si aspetta tanto dalla vita, ma ben presto si ritroverà a vivere qualcosa che mai avrebbe potuto immaginare.

Frequenta la scuola elementare nella sua città, Bologna, con tanti compagni e amici che lo stimano, come Paolo unico e insostituibile amico a cui vuole tanto bene.

Ma arriva il 1938…

Proprio in quell’anno, dopo le vacanze al mare, trascorse all’insegna di nuove esperienze, lui e la sua famiglia sono costretti ad allontanarsi dalla loro città e solo allora Arturo scopre di essere ebreo a tutti gli effetti. "Per la prima volta mi sono sentito estraneo a quelle parole…..era la prima volta che sentivo la parola ebreo".

Si trasferiscono a Roma dove li aspetta zio Samuele che li ospita a casa sua. Arturo ha lasciato Paolo e la sua vita abituale per costruirne una nuova nella nuova città. A Roma diventerà pianista provetto grazie a Maria, amica dello zio che gli regalerà l’amore più grande e tanta felicità: Giulia, una bella ragazza con occhi verdi e capelli lunghi neri, di cui è pazzamente innamorato,.

In questo momento di felicità arriva la paura: le truppe di Hitler stanno per bussare anche alla sua porta e teme come non mai. Anche Giulia rischia di esser deportata, il padre teme per la sua vita e la allontana da Arturo .

Una notte, viene svegliato da urla incessanti provenienti da fuori, sono le urla disperate di persone che vengono portate via dai soldati. Mentre assiste impotente a tutto ciò, senza esitare un istante, prende una decisione: andrà da Maria a consegnarle le chiavi di casa e il suo personale diario dove ha con cura annotato tanti momenti della sua vita.

Al suo ritorno non trova più i genitori, anch’essi sono stati portati via, la loro vita si concluderà ad Auschwitz.

Questo è un libro interessante, un documento struggente e doloroso di un periodo della nostra storia. Descrive situazioni tristi e tragiche, vissute con gli occhi e il cuore di un bambino.

Le pagine di questo libro sono molto coinvolgenti e riescono a trasmettere nel lettore emozioni forti di paure e sofferenze.

Ne consiglio la lettura a molti ragazzi.

Claudia

Il segreto della casa sul cortile

di Lia Levi

Questo romanzo è ambientato a Roma nel periodo 1943-1944 quando la città era occupata dai tedeschi.

L’autrice, Lia Levi, nel raccontare le vicende si è ispirata alla sua vita personale, di bambina ebrea cresciuta tra le leggi razziali e la guerra.

La protagonista è Piera Segre, una ragazzina di 11 anni. La sua famiglia è composta dai genitori, Ludovico e Patrizia, e dal fratellino, Paolo.

Essendo ebrei hanno prima dovuto affrontare il difficile periodo delle leggi razziali, ma dopo l’armistizio arriva il periodo più difficile: sanno che è in gioco la loro vita e perciò devono pensare a cambiare casa e identità per evitare la deportazione da parte dei nazisti, che hanno occupato la città.

La vicenda inizia proprio mentre in famiglia si discute sull’opportunità di nascondersi da qualche parte e sulla necessità di assumere una nuova identità.

Decidonoo che il modo migliore per passare inosservati è quello di nascondersi tra tanta gente, perciò vanno ad abitare in un quartiere popolare. Aiutati da un loro amico raggiungono la nuova abitazione, situata in un grande caseggiato con un cortile.

È necessario non dare confidenza ai nuovi vicini per evitare di rivelare la loro identità.

Piera non resiste alla tentazione di scendere nel cortile per prendere un po’ d’aria e giocare con i ragazzi del suo vicinato. Qui fa nuove amicizie ed una speciale con Carlo. Sarà quest’ultimo, figlio di un gerarca fascista, ad informare Piera e la sua famiglia che la loro vera identità è stata scoperta e che stanno per essere arrestati. La famiglia Segre si allontana precipitosamente dalla casa. Ancora una volta il loro amico Follino arriva col suo furgoncino e li aiuta a trovare una nuova sistemazione fino alla fine della guerra.

Nella vicenda raccontata nel libro, come in tante altre realmente accadute, sarà la solidarietà e la generosità di persone amiche ad evitare che un’intera famiglia venga deportata e sterminata.

Ci ricorda che in quei tristi momenti ci furono persone che, a rischio delle proprie vite, mostrarono solidarietà verso gli ebrei perseguitati.

 

a cura di Arianna e Maristella

 

" Le non persone"

di Roberto Olla

Roberto Olla ha dedicato il suo lavoro a tutti coloro che durante la persecuzione degli ebrei, prima furono privati dei diritti fondamentali e dopo furono derubati di tutti gli averi, del nome, della dignità e della vita stessa. Diventarono appunto "non persone". Ha raccolto e raccontato in questo libro le testimonianze di alcuni sopravvissuti alla shoah.

Noi abbiamo letto quelle relative a Pupa Garribba, Ida Marcherai e Piero Tarracina

 

PUPA

Questa è la storia di una bimba italiana di nome Carla, rinominata Pupa dal padre per la sua bellezza. Visse in prima persona le terribili leggi razziali: l’esclusione dalla scuola, l’abbandono della casa e successivamente la fuga in Svizzera.

Pupa con la sua famiglia di ricca borghesia viveva a Genova, lei era una bimba felice, allegra e vivace come tante altre, fino a quando le leggi razziali del ’38 non cambiarono la sua vita. Le impedirono di frequentare la scuola, le tolsero la gioia di vivere e l’ amore verso gli amici, quegli amici che sino al giorno prima le erano stati accanto, coi quali giocava insieme, ma che da quel giorno le giravano la faccia. Inizialmente Pupa non capisce quello che sta succedendo, ma nel suo piccolo, con il cuore di una bambina, comprende che qualcosa sta cambiando.

Il padre di Pupa era fascista, un uomo orgoglioso e fiero della sua Italia: venne espulso dal partito e gli venne bruciato il negozio.

Nonostante tutto, Pupa riuscì a continuare gli studi, grazie a un insegnante privata ebrea che le permise di sostenere gli esami.

Ma venne l’armistizio e con esso cominciarono le deportazione. Per Pupa e la sua famiglia iniziò il periodo della fuga, dopo mille peripezie e per un benevolo gioco del destino riuscirono a rifugiarsi in Svizzera proprio quando le frontiere erano già chiuse. Vissero tempi duri di sacrifici e privazioni ma ebbero salva la vita. Grazie all’intraprendenza del padre poterono vivere fuori dai campi per rifugiati, e Pupa con suo fratello poté tornare a scuola in quella terra che li aveva ospitati ma che li guardava con diffidenza "… col cappottino stretto e le scarpe mozzate sulla punta, Pupa si rassegnò a frequentare quella scuola dove la disciplina rigida frenava a stento l’ostilità verso gli estranei"

Questa è una tra le tante storie accadute a milioni di ebrei innocenti, che hanno subito umiliazioni, violenze e offese da parte di persone ignoranti e senza scrupoli che hanno distrutto tantissime vite. Rispetto ad altre questa vicenda, pur dolorosa, è meno tragica. Finita la guerra Pupa con la sua famiglia tornò a casa e a poco a poco ricominciarono una nuova vita… quella bimba bionda con gli occhi azzurri crescerà, diventerà madre e poi nonna, tenendo però sempre vivo il ricordo di quell’ incubo.

Ci è sembrata molto significativa la frase riportata in questo libro di memorie:

"La verità è che l’ ebreo doveva risultare un essere inferiore, sangue degenerato e robe del genere. Noi,invece, cercavamo di essere studenti brillanti, perchè era il nostro orgoglio di ebrei a farci studiare come pazzi. Questo non doveva risultare da esami pubblici dove magari qualcuno di noi era brillantissimo. Tanto, la pagella ci veniva consegnata in privato e la cosa non si veniva a sapere, restava tra noi e gli insegnanti. Bisogna aggiungere anche molti insegnanti all’ elenco di quelli che sapevano cosa stava accadendo agli ebrei in Italia".

Con queste parole Pupa sottolinea l’importanza dell’istruzione e dello studio, come motivo di orgoglio e di affermazione personale per i ragazzi ebrei, in un periodo in cui venivano loro negati tutti i diritti.

a cura di Eleonora e Claudia

 

IDA

Le memorie di Ida Marcheria raccontate da Roberto Olla

La mente di Ida è frastornata da angosce, dal continuo pensiero del campo di Auschwitz, dal ricordo dei suoi cari e di tutte le persone che hanno fatto la via del camino.

Tutto inizia nel 1938 con le leggi razziali. Ida allora aveva 9 anni e viveva a Trieste, una vita normale di bambina felice. Frequentava la scuola ebraica, perciò quando furono emanate le leggi razziali lei non dovette abbandonare la sua scuola, ma furono tutti gli altri bambini ebrei di Trieste che allontanati dalle scuole pubbliche, arrivarono nella scuola di Ida.

Era una bambina allora e non sapeva cosa fosse il razzismo, ma ben presto comincia a capire che non tutto è come prima; quando, recatasi dall’amica del cuore, sulla porta del bar trova un cartello con su scritto "Qui non entrano cani ed ebrei" , le crolla il mondo addosso; non vedrà più la sua amica del cuore. Intanto nella città cominciano le violenze delle squadracce fasciste, queste spesso bivaccano davanti alla scuola ebraica per ore, urlando insulti e minacce. Nessuno interveniva!

Ma la data che Ida non dimenticherà mai è l’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio , giorno in cui i Tedeschi entrarono a Trieste.

Il primo di novembre la sua famiglia venne arrestata dai fascisti, "Gli italiani avevano delle liste con tutti i nomi degli ebrei della città, per ogni nome un indirizzo. Erano gli elenchi che le questure da anni aggiornavano e quei militi, forti delle loro divise, li tenevano in mano mentre bussavano in pieno giorno, alle dieci di mattina, a casa di Ida.

Padre, madre e bambini furono costretti ad uscire di casa lasciando le pentole sul fuoco…." tutti furono condotti nel carcere e rinchiusi come delinquenti. Dopo 40 giorni di carcere furono consegnati ai tedeschi e deportati nel campo di concentramento di Auschwitz .

Per Ida, che allora aveva 14 anni, e per i suoi familiari inizia il periodo più tragico. Nel campo di sterminio le deportate vengono trattate come schiave, lavorano senza sosta nei kanàda, vengono umiliate e private della propria dignità Ma nonostante tutto Ida riesce a tener vivo nel suo animo il desiderio di sopravvivere alla distruzione e ci riesce. Dopo la liberazione torna in Italia, si crea una famiglia, ma la paura, le angosce e la tristezza accompagnano la sua esistenza, perchè Ida dal suo cuore e dalla sua mente non può cancellare il dolore e il ricordo di quelle giornate terribili che ha vissuto.

Ida non parla facilmente di questo suo tragico passato che non può dimenticare, per lei, parlarne significa rivivere l’angoscia e la disperazione di allora fino a star male, significa rinnovare la rabbia " per quanti in Italia hanno visto, quanti sapevano e fingevano di nulla. Parla del re che firmò le leggi della persecuzione e se ne fuggì al sicuro lasciandoli agli aguzzini.." Si arrabbia perché nessuno corse in loro aiuto." La sua storia è cominciata nel silenzio e nell’indifferenza generale e si è conclusa nel silenzio e nell’indifferenza generale, su un carro bestiame all’andata e al ritorno".

Il racconto di Ida ci vuole far pensare a quei momenti duri e crudeli per conservarne il ricordo affinché non si ripetano mai più.

Eleonora

Piero

Piero era un bambino che frequentava la scuola elementare,aveva concluso la quarta e passata l’estate nel settembre del 1938 quando erano uscite le leggi razziali. Il 15 novembre entrò regolarmente in classe e si diresse verso il suo banco, come faceva da un mese e mezzo. Tutti i suoi compagni si fermarono in silenzio ad osservarlo. L’insegnante lo bloccò e gli disse: "Esci, che tu non puoi stare qui".

Per lui educato all’amore per lo studio e per la scuola fu un grande dispiacere che lo fece piangere di rabbia e di vergogna.

La famiglia risolse il problema degli studi mandando Piero ed i fratelli ad una scuola per soli ebrei, nata proprio in quel periodo per accogliere i bambini esclusi dalla scuola pubblica. I guai tuttavia non finirono lì, anche il padre che faceva il rappresentante di commercio fu cacciato dal lavoro. Per fronteggiare le necessità della famiglia, composta da otto persone ( due nonni, padre, madre e quattro figli) si decise di ritirare dalla scuola i ragazzi più grandi , che trovarono un lavoro.

Poi un giorno andò con suo padre a consegnare la radio al Commissario di pubblica sicurezza: era uscita l’ordinanza che gli ebrei non potevano tenere apparecchi radio. Arrivarono i primi caldi e avrebbero voluto andare a fare il bagno, come prima, nelle spiagge vicine ( Ostia, Fregane) , ma agli ebrei era vietato! Andarono, per cambiare aria in una località poco conosciuta, ma vennero cacciati subito dal maresciallo che aveva controllato i nuovi arrivi.

Tanti conoscenti svanirono, le amicizie nate nel vicinato, il verduraio, la parrucchiera, quelle persone con le quali si era soliti scambiare quattro chiacchiere. Ora non incontravano più nessuno. Su molti negozi comparve la scritta "Negozio ariano". Intanto aumentavano le circolari con le quali agli ebrei veniva negato il diritto di avere e anche quello di essere.

Poi arrivò la guerra e la situazione peggiorò per tutti, ma in modo particolare per gli Ebrei. Con l’8 settembre 1943 cambiò tutto. Piero e la sua famiglia riuscirono a scampare al primo grande rastrellamento da parte dei tedeschi che avevano occupato la città..

Abbandonarono precipitosamente il loro indirizzo. Trovarono un altro appartamento , era molto piccolo, ma era l’unico disponibile in tutta la zona. In questa drammatica situazione trovarono la solidarietà e l’aiuto del portinaio, che con un comportamento eroico ( chi aiutava gli ebrei rischiava egli stesso l’arresto e la deportazione) offrì ospitalità ai nonni sotto la prima rampa di scale. I genitori e la sorella dormivano nell’appartamento, mentre Piero e i fratelli si sistemavano nello scantinato dove vi era il carbone per il riscaldamento.

Poi di giorno si usciva per cercare qualcosa per sopravvivere. Piero naturalmente dovette interrompere gli studi.

Resistettero così con la paura per sette mesi, fino al 7 aprile del 1944. Alla vigilia di Pasqua mentre dicevano le preghiere bussarono alla porta: era la Gestapo; portarono via tutti, tranne la nonna che era morta pochi giorni prima. Furono portati in prigione e dopo pochi giorni iniziò il loro viaggio per Auschwitz: Fu un vero orrore!

Della sua famiglia Piero è l’unico sopravvissuto.

Mattia Spanu e Mauro Olla

 

 

"Il silenzio dei vivi"

 

 

 

 

Il libro "Il silenzio dei vivi" è stato scritto da Elisa Springer, una di quelle poche persone sopravissute allo sterminio di milioni di ebrei.

L’ autrice ha avuto la forza e il coraggio di raccontare la propria vita spezzata dalle atrocità, dall’ indifferenza e dalla crudeltà dell’ uomo. E cosi Elisa racconta la sua storia, le difficoltà durante il periodo delle leggi razziali: l’espulsione dalla scuola. Così scrive l’autrice "Per noi ebrei ogni giorno era caratterizzato da nuovi divieti e, di conseguenza, la vita diventava sempre più precaria…"

Venne rifiutata dagli amici, dalle persone che le erano state sempre accanto, poi la fuga dalla persecuzione attraverso la Jugoslavia, passando da Belgrado fino ad arrivare in Italia Per ottenere la cittadinanza italiana si sposò con un ebreo italiano, ma tutte le sue fatiche andarono sprecate e nel ’44 fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, nella più grande fabbrica di terrore dell’ Europa. Durante la vita nel campo di concentramento conobbe Hedy e con lei condivise le lunghe umiliazioni, i pianti di dolore e il desiderio di sopravvivere alla grande shoah. Dopo la liberazione tornò a Vienna, la sua città natale, e successivamente in Italia dove si sposò ed ebbe un figlio cercando di continuare la sua vita nel silenzio… ma Elisa non riesce a tacere a dimenticare le umiliazioni e le privazioni subite, i milioni di persone andate in fumo, le persone senza un nome, senza dignità, tutte quelle persone che ad Auschwitz senza aver commesso alcuna colpa hanno fatto un viaggio senza ritorno…

Con questo libro, l’ autrice ha voluto raccontare la sua storia che è anche quella di tanti altre persone , per far sapere ai giovani di oggi i fatti che avrebbe voluto dimenticare, in modo che orrori simili non capitino mai più. Raccontando la sua sofferenza vuole mantenere vivo nella mente e nel cuore di tutti noi il ricordo di tutti quegli innocenti "nati per morire".

Questo testo mi ha colpito molto perché racconta fatti realmente accaduti di cui tutti, ma soprattutto noi giovani che siamo il futuro di un domani, ne dobbiamo portare sempre vivo il ricordo per onorare quelle persone che hanno sofferto e lottato per la giustizia e per la pace. Nel leggere le pagine scritte da Elisa Spring mi sono soffermata a riflettere su qualche problema che esiste ancora oggi come la violenza, il razzismo.

Un episodio in particolare mi è rimasto impresso, quando un kapò ha salvato Elisa dalla camera a gas risparmiandole la vita, in un mondo disumano è finalmente apparsa un po’ di pietà e umanità!…

Eleonora

 

L' eco del silenzio

 

 

 

 

Nel libro "L’ eco del silenzio" sono raccolte le testimonianze di Elisa Springer una ragazza ventenne che viveva a Vienna con i sogni comuni di tutti i ragazzi della sua età.

" Finché un giorno il sogno della nostra spensierata giovinezza ebbe una drammatica svolta. Era iniziata la tragedia della persecuzione degli ebrei, e l’ impietoso abbandono dell’ umanità al nostro destino". Era nel 1934 ( assassinio del cancelliere Dolfuss) quando in Austria si avvertiva il pericolo imminente della dittatura nazista e si diffondeva l’ ansia e la paura. Poi arrivò il 1938, una data tristissima per tutti gli ebrei in particolare per Elisa.

L’ Austria, invasa dalle truppe naziste, subisce le leggi razziali, il padre di Elisa viene arrestato dalle SS e deportato a Buchenwuald, dove morirà pochi mesi dopo, all’ età di 59 anni.

Elisa, per poter lasciare l’Austria, nel 1939 si sposa con un uomo ebreo - italiano, così con la cittadinanza italiana, diventa più semplice sfuggire alla cattura delle forze naziste. L’ anno dopo, nel 1940, avviene l’ ultimo triste incontro con sua madre, la quale morirà nei lager, anche lei come tanti milioni di vittime subì le torture disumane nei campi di concentramento.

Elisa nel frattempo si è trasferita a Milano, qui viene arrestata dalle SS nel 1944 e portata nel carcere di San Vittore. Nello stesso anno viene deportata nel campo di Auschwitz-Birkenau, e in seguito nel campo di Bergen, dove rimarrà sino al febbraio del 1945. riuscirà a sopravvivere fino all’arrivo "dell’ Armata Rossa" che liberò il campo di sterminio.

L’autrice vuole mandare un messaggio importante: "bisogna conoscere la storia per evitare che si ripetano gli errori del passato e per non dimenticare…

È necessario raccontare per scuotere la sensibilità delle persone perché le tragedie non devono passare inosservate tra le generazioni ma devono aiutare a prendere coscienza dalle atrocità, commesse in un passato non tanto lontano ma un passato da cui si deve imparare".

a cura di Michela Carta

 

La stanza segreta

di

Johanna Reiss

Siamo nel 1940 quando la Germania occupa l’Olanda, e la protagonista del libro, Annie, è solo una bambina di 10 anni. Annie non capisce perché i suoi compagni non vogliono più giocare con lei, sedersi vicino a lei, o semplicemente salutarla. Capirà in seguito che è colpa di quelle assurde leggi contro gli ebrei.

Passati un paio d’anni Annie e sua sorella sono costrette a scappare di casa e sono state nascoste in una stanza segreta, da li costruiscono un mondo tutto loro fatto di fantasia e di sogni.

È un libro da leggere perché ci fa capire l’assurdità di quanto è successo realmente.

Francesca

 

Il diario

di
David Rubinowicz

Poco dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, i giornali diedero notizia del ritrovamento, tra le macerie di una casa in Polonia, di un nuovo "diario di Anna Frank": cinque quaderni scolastici, scritti con calligrafia incerta da un ragazzo ebreo, David Rubinowicz, che aveva dodici anni quando cominciò a narrare le tragiche vicende del suo villaggio occupato dai tedeschi, tra il 1940 e il 1942.

Il diario che ci ha lasciato David in realtà è molto diverso da quello di Anna Frank: il figlio del lattaio di Krajno non ha la precoce sensibilità psicologica e poetica della ragazzina olandese e la sua non è una storia di delicati rapporti umani nel chiuso di un ‘interno’ borghese assediato dalla tragedia. Seguendo giorno per giorno la vita di una piccola comunità ebrea negli anni della persecuzione nazista, il giovane polacco ne fa un resoconto oggettivo, privo di interventi personali – il che non significa che dalle pagine di quel resoconto non traspiri il sentore dell’incubo che, come anche David sapeva bene, minacciava i suoi cari.

A un certo punto, il diario si interrompe: forse in quei giorni avvenne qualcosa di tragico a David o alla sua famiglia? Singolarmente, il racconto dell’ultimo giorno inizia con la frase ‘Giornata di felicità ’ e si interrompe con la notizia di due ebree uccise dai tedeschi. Non sappiamo, di David se non le scarne notizie che possiamo trarre dal diario.

Si suppone che sia morto nel campo di stermio di Treblinka II, come quasi tutta la popolazione ebraica di quella provincia.

Emanuele Ibba

Scuola Media Statale "L. Amat" © 1998 Sinnai (CA)
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