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Le testimonianze
e la memoria

"Personalmente ho sofferto la persecuzione razziale fino alle estreme conseguenze. L'espulsione dalla scuola, avevo allora 10 anni, fu per me un grosso trauma perché ero stato educato all'amore per lo studio. Particolarmente mia madre mi ricordava spesso che per riuscire nella vita era necessario riuscire nello studio. Mi chiedevo quindi cosa avrei mai potuto combinare nella vita se non avessi potuto studiare e mi vedevo costretto a dover fare i mestieri più umili per vivere. Sopravvennero poi nella mia famiglia alcune difficoltà economiche perché mio padre, che era l'unico sostentamento della famiglia, svolgeva l'attività di agente di commercio che era vietata. I miei fratelli e mia sorella furono costretti ad abbandonare gli studi e trovarono un' occupazione presso aziende gestite da ebrei.
E' certo che le leggi razziali, con l'emarginazione, le persecuzioni, l'essere considerato cittadino di seconda categoria, sono state la prima spinta che mi ha portato sull'orlo di quell'orrendo abisso dove poi sono stato fatto precipitare e che si chiama Auschwitz
…"

Piero Terracina

Testimonianza di
GOTI BAUER
 

"Avevo 14 anni quando nel 1938 la nostra vita che, fino ad allora era stata perfettamente integrata nella società, fu sconvolta dalle leggi razziali. Leggi che ci privarono da un giorno all’altro dei più sacrosanti diritti civili, quelli che consentono ai giovani di frequentare le scuole, ai loro padri di esercitare le loro professioni.
Vivevo a Fiume con i miei genitori e un fratello di 12 anni. Fummo emarginati: solo pochi ci dimostrarono solidarietà mentre la maggioranza della popolazione fu del tutto indifferente al dramma che stavamo vivendo. Per opportunismo o per totale insensibilità era più comodo far finta di non vedere adeguarsi alle disperazioni governative.
Nel 1943, quando dopo l’8 settembre i tedeschi invasero l’Italia ed estesero qui da noi le loro leggi antiebraiche, la nostra condizione divenne tragica. Si veniva arrestati per strada, spesso denunciati da ignobili individui che, pur di intascare la squallida taglia che c’era su ogni ebreo, non si ponevano problemi di coscienza.
Intere famiglie, neonati, malati, centenari inclusi venivano prelevati di notte dalle case e sparivano nel nulla. Disperatamente ognuno cercava una qualsiasi via di scampo: pochi fortunati trovavano ospitalità presso generosi amici che affrontavano il rischio di severe punizioni pur di soccorrerli, c’è chi trovò rifugio nei conventi, altri, noi tra questi, cercarono di mascherare la propria identità attraverso documenti falsi. Una copertura alquanto precaria in un clima sospetto e di terrore qual era quello di allora in cui in ogni luogo e in ogni momento potevi essere fermato e interrogato sui dati che su quella carta figuravano. E quando ogni minima esitazione nella risposta equivaleva a un’autodenuncia.
Cercammo allora di trovar rifugio in Svizzera dove, prima di noi, molti erano riusciti a trasferirsi. Ci rivolgemmo a un’organizzazione di Milano che, dietro lauto compenso, aiutava chi era in pericolo a varcare clandestinamente il confine. Purtroppo le cose andarono male: a Varese fummo affidati a due guide, contrabbandieri che conoscevano ogni nascosto sentiero di montagna attraverso il quale accompagnare i fuggitivi. Ci portarono a Ghirla e da lì, dopo ore di faticato cammino, durante il quale, spudoratamente, ci avevano rassicurati e illusi, arrivammo a Cremenaga dove ci tradirono. Sì, proprio lì, sul confine, ci consegnarono ai militi della Guardia di Finanza italiana. Era un losco tranello in cui, notte dopo notte, cadevano intere famiglie in cerca di salvezza.
Cominciò allora il nostro calvario finale: le SS che vennero a prenderci e ci condussero da un carcere all’altro. La locanda di Ponte Tresa che fungeva da quartier generale, poi Varese, Como e San Vittore qui a Milano. Infine il convoglio di vagoni bestiame sprangati che da Fossoli partì il 16 maggio 1944 per destinazione ignota. Una settimana di orribile viaggio, di indescrivibile sofferenza, fisica e morale, dopo la quale approdammo a Birkenau, il lager di Auschwitz dove erano state allestite le poderose strutture di sterminio".

Goti Bauer

Goti Bauer fu arrestata in provincia di Varese, sul confine svizzero, a causa del tradimento dei "passatori", il 1°maggio 1944. Deportata ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello, il 16 maggio 1944. Fu liberata a Theresienstadt l’8 maggio 1945, unica sopravvissuta della sua famiglia.

 

Testimonianza di
ANNAMARCELLA FALCO TEDESCHI

 

Annamarcella Falco Tedeschi –la terza a destra- con i suoi compagni del Liceo Manzoni di Milano (Anno  scolastico 1937/38). Aveva 15 anni e frequentava la V ginnasio.

In seguito alle leggi antiebraiche gli ebrei dovettero lasciare le scuole pubbliche. Alcune comunità ebraiche organizzarono scuole per far studiare i propri ragazzi. Così racconta Annamarcella Falco Tedeschi

"In prima media entrai al Ginnasio Manzoni e lì trascorsi cinque ottimi anni. Il fatto di essere ebrea non creava la minima discriminazione; c’erano altre bambine ebre in classe, "uscivamo" all’ora di religione e ben presto fu organizzata un’ora sostitutiva di ebraismo a cui partecipavano noi ragazzine ebree magari unendo varie classi insieme.

La nostra famiglia viveva in quello che sembrava un perfetto equilibrio: mio padre insegnava diritto ecclesiastico, ma era anche consigliere della Comunità Ebraica di Milano; mia madre era Vice-presidente dell’Associazione Donne Ebree d’Italia e dirigeva un giornaletto per ragazzi "L’Israel dei Ragazzi", già esistente da molti anni; quanto a me ero molto legata con alcune compagne di classe, naturalmente cattoliche…

Tutto proseguì serenamente fino al 1938 quando, quasi di soppiatto, sui giornali cominciarono a fare capolino frecciate antiebraiche e la parola "razza"… a imitazione di quanto ormai da tempo accadeva nell’alleata Germania.

La prima mossa ufficiale si ebbe il 14 luglio con la pubblicazione del "Manifesto della Razza", opera tra l’altro del professor Nicola Pende che comunicava appunto nella rivista che "gli ebrei non appartenevano alla razza italiana"

Per noi fu un’estate pesantissima: eravamo in vacanza a San Vito di Cadore e ogni mattina si apriva il giornale con il batticuore. E ogni volta c’era qualche amarezza…

Mio padre riceveva lettere e visite incoraggianti da colleghi cattolici: erano i suoi amici antifascisti come lui, (primi fra tutti il professor Carlo Arturo Temolo) che gli esprimeva solidarietà. Ma questo non bastava a rasserenarci né a rassicurarci.

Il 5 settembre (eravamo appena rientrati a Milano) la situazione si fece drammatica; il Regio decreto-legge numero 1390, pubblicato in quel giorno, era esplicito: da quel momento ai docenti e agli studenti di origine ebraica era vietato accedere alle scuole di ogni ordine e grado. Per la nostra famiglia fu una mazzata tremenda. Mio padre veniva messo in pensione a me veniva precluso l’ingresso a scuola ".

Ho passato prove durissime nella mia vita , in seguito, ma quella volta mi sembrò che il mondo mi crollasse addosso. Le mie compagne di scuola ( la mamma mi aveva detto "Aspetta che ti chiamino loro") non si facevano vive; e – cosa veramente incredibile – anche le più intime sembravano dissolte nel nulla. Quello che è diventato mio marito, Enrico Tedeschi, invece, che frequentava il Ginnasio Parini, ebbe eccezionali manifestazioni di solidarietà, in particolare da parte del suo compagno Marco Vercesi, figlio dell’avvocato Galileo Vercesi, uno dei "martiri di Fossoli"

Nella comunità ebraica, dopo i primi momenti di sbandamento, si cominciò ad agire: con la collaborazione di numerosi volenterosi "padri di famiglia" iniziò una frenetica corsa con il tempo e con gli spazi per creare le scuole superiori per i ragazzi ebrei… Nella scuola oltre che gli spazi mancava tutto ma vi erano tanti professori rimasti anch’essi senza lavoro e il miracolo si verificò: il 7 novembre , a due mesi della promulgazione delle leggi razziali, le scuole medie e superiori iniziarono l’attività.

Ricordo quei primi giorni come giorni di felicità: nonostante tutto ci eravamo riusciti e credo che nessun ragazzo sia mai andato a scuola con la gioia con cui ci andavamo noi; non andavamo a scuola obbligati dai genitori come tutti i ragazzi del mondo, la scuola ce l’eravamo conquistata.

Scoprimmo nuovi orizzonti, stringemmo nuove amicizie: la situazione comune le rendeva più facili. Più tardi vennero organizzati (nelle inesauribili cantine di via Eupili) anche due corsi universitari, uno di chimica ed uno di diritto ed economia, per i quali furono coinvolti docenti universitari di alto livello, e che a guerra finita furono riconosciuti dalle autorità accademiche.
Quanto a me, partecipai brevemente al corso di chimica, poi le vicende tragiche ebbero il sopravvento. Nell’autunno del 1942 fui per alcuni mesi precettata (come molti ragazzi ebrei) come operaia allo "Scatolificio Ambrosiano", mentre altre ragazze lavorarono in una fabbrica di borracce e i ragazzi furono adibiti alla sezione "orti e giardini" del Comune di Milano. Ma si trattò di episodi di breve durata, travolti prima dai bombardamenti e poi dalle tragiche vicende dell’autunno del 1943.
Personalmente, con la mia famiglia "sfollai" (si diceva così!) a Ferrara nella casa dei nonni. Dopo l’8 settembre (armistizio) la situazione andò precipitando. Mio padre, minato dalle ansie, morì di infarto e al suo funerale, al Cimitero ebraico di Ferrara, il 7 ottobre 1943, erano presenti poco più di una decina di eroiche persone: proprio il giorno precedente era stata fatta una prima retata di ebrei ferraresi tra i quali il rabbino stesso Leone Leoni.
Il seguito della storia mia, di mia madre e mia sorella ha aspetti miracolosi: il professor Jemolo (il grande amico di mio padre), ignaro della sua morte scriveva cartoline che incredibilmente conservo in cui invitava ad andare a Roma dove si sperava che la "liberazione" sarebbe arrivata prima che al nord. Dopo molte esitazioni, partimmo ignare di quanto nel frattempo era avvenuto proprio a Roma e cioè della terribile retata del 16 ottobre.
Nonostante ciò l’accoglienza della famiglia Jemolo (il professore, la moglie e i tre figli) fu stupenda: non ebbero un attimo di esitazione e ci accolsero in casa dichiarando alla portinaia e a chi ci stava intorno che eravamo parenti provenienti da Napoli. Ci fornirono documenti di identità falsi e grazie al loro eroico comportamento, alla loro straordinaria ospitalità e disponibilità vivemmo presso di loro fino al giorno della Liberazione di Roma, avvenuto il 4 giugno 1944.

Annamarcella Falco Tedeschi

(a cura di Mattia Spanu)

 I bambini nella Shoah
ricordi di Sultana Razon

Sultana Razon nella sua testimonianza racconta:

"I primi ricordi che ho sono i bauli, che mia mamma riempiva, ancora nel 1936 e 1937, per andare in America, perché mio papà aveva un sacco di fratelli a Cuba, in Messico… questo è il primo ricordo che ho. I bauli sono sempre rimasti in corridoio, sempre pieni, mai spediti, perché poi non siamo partiti. Con l’uscita delle leggi razziali iniziavamo ad avvertire l’ostilità, se ne parlava in casa, ma non avevo molto sentore, sentivo che c’era trambusto in casa, i pianti di mia mamma, discussioni perché mio padre avrebbe voluto andare via dall’Italia, e li erano iniziate le opposizioni delle mamma che non voleva muoversi, pensava che fosse tutta una cosa passeggera. Non siamo partiti per aspettare l’evolversi delle cose. Finche ci si è resi conto che forse era meglio che fossimo partiti…"

 

La famiglia di Sultana non comprende il pericolo incombente neppure quando il padre è arrestato e condotto nel Campo di Ferramonti di Tarsia in Calabria, e la madre decide di raggiungerlo con le due figlie. Il campo di Ferramenti rappresenta un caso particolare ed una felice eccezione rispetto agli altri campi d’internamento, qui i detenuti vengono trattati con dignità, ed essendovi diversi uomini di cultura vengono allestite diverse attività, persino le scuole per i bambini. Si trasformò in una vera e propria cittadina munita di scuole, sinagoghe, libreria, asili, circoli culturali, e addirittura un parlamento interno con il compito di tenere i contatti con la direzione e risolvere i problemi degli internati.

La situazione all’interno del campo peggiora all’inizio del 1943 a seguito di un irrigidimento delle autorità fasciste, le quali riducono i permessi di uscita dal campo e la conseguente possibilità di approvvigionamento al mercato nero. Il peggioramento delle condizioni di vita emerge anche nei ricordi di Sultana Razon:

"Devo dire che il campo di concentramento di Ferramonti non era molto…rigido, era abbastanza grande… c’erano i casermoni e gli alberi, il sole, era estate, quindi era

abbastanza piacevole, c’era molta gente…non è stato un trauma, assolutamente. Siamo stati lì un anno, e in quest’ anno la situazione peggiorava sempre più, soprattutto per le molte malattie, perché era una zona malarica."

Dopo Ferramenti la famiglia di Sultana conosce il campo di Fossoli e da lì viene deportata al campo di concentramento di Bergen Belsen. Conosceranno il dolore la disperazione,ma i bambini, come gli adulti, di fronte alla necessità di sopravvivere concentravano tutte le loro forze per riuscirci, nonostante, la sporcizia, la denutrizione, il freddo, le umiliazioni.

Sultana con i suoi c’è riuscita ….

Sultana ricorda lo studio intensissimo per recuperare gli anni di scuola perduti, una volta tornata a casa :

" Avevo saltato cinque anni di scuola, e quindi ho fatto dei corsi accelerati, studiando da sola. Avevo fatto le tre elementari prima della guerra, poi a Taglio di Po era riuscita a fare la quarta e poi avevo studiato solo il francese. Nel 1946 ho ricominciato e ho fatto le tre medie da sola, studiando disperatamente giorno e notte, mi sono presentata agli esami di terza media. Avevo preparato tutte le materie da sola, mi sentivo molto motivata a recuperare. Poi è stato tutto un recuperare, cercare di affermarsi, studiare intensamente. Non volevo che i miei figli dovessero soffrire la fame, né patimenti. Ho studiato medicina, che è quello che avevo deciso di fare, e mi sono specializzata in pediatria".

Già nei lager di fronte alle epidemie aveva deciso che sarebbe diventata medico ed oggi è pediatra.

(a cura di Christian Olla con la collaborazione di Denise Manis)

 

LILIANA SEGRE

 

 

 Liliana Segre descrive in questa testimonianza la propria esperienza nel periodo fascista, a partire dall’anno 1938, quando le fu spiegato dal padre che non avrebbe più potuto andare a scuola perché era ebrea. Fu allora che cominciò a capire di essere diventata una cittadina di serie "b", per lei incominciò una nuova vita frequentando una nuova scuola.

Liliana Segre in vacanza nel 1943

Dopo l’otto settembre del 1943 con l’occupazione tedesca il padre tentò di metterla in salvo ma mentre fuggivano in Svizzera furono catturati e Liliana entrò per la prima volta a 13 anni nel carcere di Varese. Fu caricata su un camion merci e deportata ad Auschwitz.

"Avevo13 anni nel 1943 e conoscevo da cinque la persecuzione, perché una sera di fine estate del 1938, cinque anni prima, mio papà mi spiegò con dolcezza che non avrei più potuto andare a scuola, in via Ruffini, poiché ero una bambina ebrea e c’erano delle nuove leggi che mi impedivano di continuare la mia vita come prima. Eravamo diventati cittadini "di serie B". Cominciò una nuova vita, una nuova scuola; sentivo crescere le preoccupazioni, vedevo i visi dei miei familiari intristiti, a volte umiliati da situazioni che non mi venivano spiegate, ma che io intuivo dolorosamente.
Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale, furono le leggi di Norimberga a condannarci. Mio papà decise di mettermi in salvo: mi procurò documenti falsi e mi affidò ad amici eroici che rischiarono la vita per nascondermi. Allora lasciai per sempre la mia casa e i miei nonni. Dopo qualche tempo mio papà ed io cercammo di fuggire in Svizzera. Eravamo in balìa di contrabbandieri esosi e senza scrupoli. Con grande fatica passammo il confine sulle montagne dietro a Viggiù e arrivammo in Svizzera. Il sogno durò poco: pochi passi in un bosco e ci imbattemmo in una sentinella che ci accompagnò al vicino comando. Là un ufficiale svizzero-tedesco non volle sentire né ragioni, né suppliche e ci rimandò indietro. A 13 anni entrai da sola nel carcere di Varese, piangendo disperatamente:::… Alla fine di gennaio un implacabile appello scandì anche i nostri nomi. Alla fine di gennaio un implacabile appello scandì anche i nostri nomi… La mattina dopo, era il 30 gennaio 1944, una lunga fila silenziosa e dolente uscì dal quinto raggio per arrivare al cortile del carcere. Attraversammo un altro raggio di detenuti comuni. Essi si sporgevano dai ballatoi e ci buttavano arance, mele, biscotti, ma, soprattutto, ci urlavano parole di incoraggiamento, di solidarietà e benedizioni!
Furono straordinari. Furono uomini che, vedendo altri uomini andare al macello solo per la colpa di essere nati da un grembo e non da un altro, ne avevano pietà.
Fu l’ultimo contatto con esseri umani.
Poi, caricati violentemente su camion, traversammo la città deserta e, all’incrocio di via Carducci vidi la mia casa di corso Magenta 55 sfuggire alla mia vista dall’angolo del telone: mai più. Mai più.
Arrivati alla Stazione Centrale, la fila dei camion infilò i sotterranei enormi passando dal sottopassaggio di via Ferrante Aporti; fummo sbarcati proprio davanti ai binari di manovra che sono ancor oggi nel ventre dell’edificio. Il passaggio fu velocissimo: SS e repubblichini non persero tempo: in fretta, a calci, pugni e bastonate, ci caricarono sui vagoni bestiame. Non appena un vagone era pieno, veniva sprangato e portato con un elevatore alla banchina di partenza…..
Il viaggio durò una settimana. Eravamo ammassati l’uno sull’altro; un secchio per gli escrementi e un po’ di paglia per terra, senza né luce, né acqua….
All’alba del 6 febbraio il treno si fermò ad Auschwitz…. entrammo nel grande lager femminile di Birkenau. Il primo giorno fummo rasate e ci fu tatuato un numero sul braccio. Questo numero sostituiva il nome della persona che lo portava."

La protagonista racconta ancora la terribile esperienze del periodo trascorso nel lager, tra umiliazioni e sofferenze indicibile. Riuscì a resistere a tutte le privazioni e a sopravvivere fino alla primavera del 1945, quando fu liberata, insieme ai pochi sopravissuti, dagli alleati: gli Americani e i Russi. "Tornai a Milano dopo mesi, quando gli americani riuscirono a organizzare il rientro, dopo averci diviso per nazionalità. Nell’agosto del 1945 arrivai, in un camion americano in piazza Cadorna. Mi avviai alla mia casa di corso Magenta per vedere se c’era qualcuno dei miei, ma le finestre rimasero chiuse per sempre".

Liliana Segre, apparteneva ad una famiglia benestante. Viveva a Milano con il padre Alberto e con i nonni. Amata e coccolata come una principessina dal suo papà , la sua vita è stata felice fino al 1938. Mentre tentavano di espatriare venne arrestata e deportata ad Auschwitz, col suo papà. Liliana Segre è l’unica sopravvissuta della sua famiglia.

Leggere la sua testimonianza è stato molto commovente.

(a cura di Mauro Olla)

 

"Quella che io chiamo la mia guerra è iniziata nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali fasciste"

Testimonianza di Gianfranco Moscati

"Allora non avevo ancora 14 anni e vivevo a Milano. Ero il più giovane di cinque figli maschi e avevo perduto il papà l’anno prima.
Noi siamo italiani da molte generazioni. I miei nonni sono da parte di mio papà i Moscati di Urbino e gli Olivetti di Biella; da parte di mia mamma i Vitale di Alessandria e i Del Vecchio di Ferrara.
In quei tempi la mia era una famiglia proletaria: mio fratello maggiore, David, era rimasto a lavorare in Etiopia dopo avervi combattuto la guerra per l’Italia fascista; gli altri tre fratelli erano impiegati in aziende private a Milano e io studiavo. Un fratello di mio papà, Roberto Moscati, ufficiale decorato era morto in combattimento sul Carso nella Prima guerra mondiale, e un fratello di mia mamma, Clemente Vitale, era gran mutilato della stessa guerra.
La mia era quindi una famiglia con alti sentimenti patriottici italiani e fu per me, ragazzo, un grande shock il vedermi cacciato da scuola perché ebreo e constatare che per la stessa ragione mio fratello David, zii e cugini, dipendenti statali, perdevano il posto di lavoro.
A seguito di queste leggi fasciste non ci consideravano più italiani: a mio zio Clemente, gran mutilato, tolsero anche la tessera di quella associazione (senza per questo restituirgli il polmone perso per la patria italiana!).
Noi abitavamo in una casa popolare, in viale Certosa a Milano, zona allora di periferia: vi eravamo nati in quattro fratelli dal 1912 al 1924 e per questa ragione eravamo molto ben voluti dagli inquilini del caseggiato. Quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra, essendo gli ebrei esclusi con le leggi razziali fasciste dal servizio militare, i miei tre fratelli milanesi vennero chiamati a prestare il servizio di lavoro obbligatorio: Sandro a tagliare legna per il Comune di Milano, Giorgio a scegliere rottame "pregiato" tra gli scarti di lavorazione di un’industria milanese. Ricordo che quando tornavano a casa raccontavano della solidarietà riscontrata tra i veri operai con i quali avevano contatto e delle idee antifasciste che venivano loro prospettate.
Nel 1939, non potendo andare a scuola, mi impiegai e sul mio libretto di lavoro, che ancora conservo, c’è una bella scritta rossa: "di razza ebraica" a fianco del mio nome e a fianco di quello dei miei famigliari.

Nel 1943 lavoravo da uno spedizioniere che era nativo di Ala (Trento) e, riferendosi ai nazisti, ricordo molto bene che mi diceva testualmente in dialetto trentino: "FRANCHETTO (Gianfranco) SE I TE CIAPA, I TE COPA!!!!"
Quando venne il 25 luglio di quell’anno, la caduta di Mussolini, fu per noi una grande gioia, ma molto breve perché subito arrivò l’8 settembre e due dei miei fratelli, Giorgio e Sandro, di ritorno da un breve soggiorno in agosto nel Trentino, raccontarono della massiccia entrata in Italia delle truppe naziste.
Quindi io, ricordando quanto mi aveva detto il mio principale e della improvvisa visita che ufficiali nazisti fecero nell’abitazione del fratello di mia mamma, gran mutilato, cercando non si sa cosa, ma dicendo "JUDE" (ebreo), dissi a mia mamma e ai miei fratelli, che volevo rifugiarmi in Svizzera.
Decidemmo così che mio fratello Sandro mi avrebbe accompagnato alla frontiera di Cantello, sopra Varese (dove nel frattempo lavoravo con il mio principale che era lì sfollato con la sua Ditta) per esaminare la possibilità di espatrio clandestino.
Ricordo, era venerdi 17 settembre del 1943 e alla frontiera ci dissero che alla sera gli

svizzeri l’avrebbero chiusa e che accettavano solo i militari italiani che, sbandati, volevano rifugiarsi laggiù. Ricordo che molti soldati meridionali volevano invece tornarsene a casa e che cercavano indumenti civili, per non essere presi dai nazi-fascisti.
Fu così che mio fratello Sandro si fece con due soldati, uno scambio di vestiti e passammo, come militari, sotto il reticolato di frontiera, aiutati dai bravi cittadini di Cantello che ci assicurarono avrebbero avvertito la nostra mamma e i fratelli che ci attendevano a Gavirate (Varese) dove eravamo sfollati a seguito dei forti bombardamenti alleati su Milano.
Dopo qualche giorno che ci eravamo rifugiati in Svizzera, mio fratello Sandro e io, passata la paura di essere respinti in Italia, ci dichiarammo rifugiati civili e così restammo internati sino all’aprile del 1945.
Noi eravamo entrati in Svizzera sicuri che la guerra sarebbe finita dopo brevissimo tempo. Come denaro avevo con me una banconota da cento Lire che in Svizzera non valeva quasi nulla e che conservo gelosamente ancora oggi, come ricordo.
Effettivamente, quella notte del 17 settembre 1943 quando con mio fratello entrai in Svizzera, quella frontiera venne chiusa e gli altri due miei fratelli che erano restati a casa, tentarono ben tre volte di attraversare il confine, ma furono respinti dagli svizzeri, sino a quando dovettero andare a Milano, nel nostro appartamento e trovare un documento che comprovava che erano ebrei e come tali perseguitati, e così alla fine furono anche loro accettati come rifugiati.
Poi però venni a sapere dagli ebrei svizzeri che anche in Italia era iniziata da parte dei fascisti e dei nazisti, la caccia agli ebrei e quindi ero molto preoccupato per la vita della nostra mamma che avevamo lasciato a Gavirate, in provincia di Varese, dove a causa dei bombardamenti, eravamo sfollati.
Immensa fu quindi la gioia quando il 29 ottobre di quel 1943 mi giunse dalla Svizzera uno scritto della mia cara mamma: con la famiglia di sua sorella, Renata Rietti, era entrata in Svizzera dal valico di Cantello (dove eravamo passati noi), aiutati dal parroco e dalla buona popolazione locale.
Così restai in Svizzera 18 mesi: noi fratelli in un campo di lavoro a dissodare il terreno ai margini di un fiume straripato alcuni decenni prima, e la mamma in un albergo di montagna attrezzato per le famiglie dei rifugiati. Noi dormivamo in baracche, sui pagliericci, ma almeno eravamo al sicuro.
Il 26 aprile del 1945, esattamente il giorno dopo della liberazione di Milano, con il solo mio fratello Giorgio attraversai nuovamente la frontiera, clandestinamente a Ponte Tresa, rientrando a Milano dove fummo a lungo festeggiati dai coinquilini della casa dove eravamo nati e divenuti adulti. Il nostro appartamento era stato occupato da una fascista repubblichina che aveva bruciato i nostri mobili, ma dopo pochi giorni ci fu possibile, con gioia, rientrarvi".

Gianfranco Moscati, nato a Milano nel 1924, risiede a Napoli dal 1952, dal 1945 ha cominciato a raccogliere documenti di ogni tipo sulla Shoah. Oggi la sua raccolta è considerata tra le più preziose al mondo. La mostra itinerante da lui voluta e realizzata in anni di lavoro intenso e appassionato, dal titolo Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah, nel 2004 è stata esposta alla Camera dei Deputati.

La famiglia Moscati, ha sofferto le privazioni, la paura e la fuga da casa, ma è riuscita ad espatriare e ad evitare la deportazione.

(lavoro curato da Marta Cocco e Michela Piras)

 

Una studentessa di nome Regina Gani

del Liceo Manzoni di Milano

Due professori e un gruppo di studenti scoprono tra le vecchie carte dell’ archivio del loro liceo -il liceo Manzoni di Milano- il provvedimento dell’espulsione dalla scuola degli studenti ebrei, all’indomani delle leggi sulla razza, del settembre 1938. Desiderano SAPERNE DI Più SU quella scolaresca sfortunata e così attraverso una serie di documenti e testimonianze ricostruiscono l’intera vicenda della discriminazione e della repressione degli ebrei in Italia.

Fra le carte impolverate trovano un verbale di un Consiglio dei professori del 15 settembre 1938. In tale riunione il Preside informa gli insegnanti sull’applicazione del decreto sulla razza, ed annuncia l’"eliminazione"di cinquanta studenti ebrei dalla scuola.

Studenti e insegnanti continuano la ricerca e così scoprono che il Manzoni era una scuola di riferimento per gli ebrei e che gli studenti allontanati per effetto delle leggi razziali furono 65: erano ragazzi della piccola e media borghesia milanese, figli di commercianti e professionisti, Famiglie normali, serene, benestanti fino a quel tragico 1938. Di fronte alle persecuzioni saranno sole ed incontreranno silenzio e indifferenza. Molte di quelle storie di ragazzi, allontanati dalla scuola, finiranno sui binari dei treni che portano ad Aushwitz.

Fra quegli studenti vi era Regina Gani, figlia di Giuseppe, commerciante, e di Speranza Zaccar, abitavano in Corso Vercelli n.9. Nell’anno 1937-38 frequentava il ginnasio inferiore. Rimandata a settembre, nell’estate del ’38 studia, ma inutilmente. Verrà espulsa assieme agli altri studenti ebrei. Sei anni dopo, nel 1944, verrà arrestata con la sua famiglia a Seregno e deportata ad Aushwitz. La madre e il fratello minore furono eliminati subito dopo il loro arrivo; mentre il padre, Regina e la sorella più piccola furono destinati ai campi di lavoro. Spariscono negli ultimi giorni, morti probabilmente in una delle marce di trasferimento dal campo di lavoro. La famiglia Gani è stata sterminata.

(a cura di Eleonora Cappai)

Scuola Media Statale "L. Amat" © 1998 Sinnai (CA)
web-apprentice: G. Cogoni