IL GIOCO DEGLI SCACCHI
Considerazioni di carattere pedagogico
Relatrice prof.ssa Maria Teresa Mearini

PRESENTAZIONE
pag 1
pag 2

LE RELAZIONI
Prof.ssa M.T. Mearini:
Considerazioni di carattere pedagogico

Prof.ssa L.Serra: Scacchi in aula

Prof. P.Ligas:
L'insegnamento degli scacchi nella scuola media. Pratica motoria e sportiva ...

Prof. M.Perrone:
Linee programmatiche dell’azione della F.S.I. nel settore scuola.

Prof. P.Passerotti:
Aspetti psicologici della pratica scacchistica scolastica

HANNO SCRITTO DI NOI
GiornAmat 12/99
da L'Unione Sarda:

Simultanea con 25 giocatori
Prima di cominciare a giocare ha chiesto una bottiglia di Cannonau e due portacenere
Due sfidanti non capitolano
Ragazzina tiene testa al russo
Scacchista per gioco

LE PARTITE IN SIMULTANEA DI IGOR EFIMOV
Claudio Trincas
Lorenzo Clementini
Fabio Saccheri
Enrico Santilli
Danilo Corona
Piero Pilia
Marcello Sanna
Federico Sanna
Franco Loi
Antonio Zuccarello
Pietro Serra

Il gioco può essere considerato come una necessità fondamentale dell'essere umano, che assume un particolare significato durante l’età evolutiva, dove rappresenta creatività, espressione dell'Io, soddisfazione dei bisogni, dimensione centrale e pervasiva dell'esperienza.
Il gioco è uno strumento d'apprendimento eccezionale, perché può essere sempre adeguato al livello di sviluppo del soggetto (''c’è un gioco per ogni età").
Al gioco vengono riconosciute numerose funzioni. Si va dalla funzioni socializzante, quella probabilmente più universalmente attribuita al gioco, alla funzioni cognitiva (il gioco come mezzo di costruzione e consolidamento delle strutture cognitive); dalla funzioni diagnostica (l'osservazione della condotta ludica per ricavare informazioni sulla personalità) a quella terapeutica con l'impiego clinico del gioco in psicologia (la terapia del gioco); ancora, la funzioni linguistica o quella motoria, la finzione etica e via di seguito.
Il tutto con un'idea del gioco quale attività che favorisce lo sviluppo delle varie dimensioni della persona, svolgendo quindi un ruolo essenziale nella maturazione globale del soggetto. Ogni gioco può presentare una più funzioni, mentre altre possono non essere presenti o avere un ruolo solo marginale.
Il presente contributo consta essenzialmente di due parti. Nella prima parte si spiegherà brevemente quali funzioni in maniera più specifica possono essere attribuite al gioco degli scacchi, con l'intento di vedere quale contributo gli scacchi possono dare in una prospettiva educativa. Nella seconda parte verrà invece illustrato quale dovrebbe essere l'approccio più adeguato dal punto di vista metodologico nell'insegnamento di questo gioco. Le due parti sono strettamente correlate, perché, se vogliamo veramente sfruttare le potenzialità educative insite nel gioco degli scacchi, è indispensabile un adeguato approccio al gioco, che tenga conto prima di tutto del soggetto che apprende, delle sue capacità, dei suoi bisogni, delle sue aspettative. A conclusione dell'intervento verranno affrontate alcune questioni connesse in maniera più specifica all'inserimento degli scacchi nella scuola.

GLI SCACCHI: PERCHE'?

Cominciamo allora a vedere quali funzioni si presentano come maggiormente caratterizzanti il Gioco degli scacchi
La funzione socializzante, la funzione cognitiva e la funzione etica sono probabilmente le più evidenti nel gioco degli scacchi .
In relazione alla funzione socializzante, va innanzitutto sottolineato che gli scacchi favoriscono l’interazione con altri e, soprattutto, pongono il soggetto di fronte alla necessita’ di tener conto del punto di vista altrui .Ciò è tanto più importante quanto più giovane è l’allievo .
Sappiamo infatti che il bambino è tendenzialmente portato a considerare la propria visione delle cose come l'unica possibile. Nel corso di una partita a scacchi, però, impara poco per volta a tener conto della presenza dell'avversario e delle mosse che l'avversario oppone alle sue. Tale graduale presa di coscienza aiuta ad attenuare e a superare questo naturale egocentrismo e a tener conto delle aspettative e del punto di vista altrui.
Vi è poi un altro aspetto del gioco degli scacchi connesso alla funzione socializzante, ed anche a quella etica. Gli scacchi sono un gioco competitivo. In relazione al gioco competitivo vengono espresse opinioni diverse. C'è chi ritiene che i giochi competitivi non favoriscano la socializzazione, in quanto portano a voler vincere a tutti i costi e con ogni mezzo, a sviluppare il senso di superiorità nei confronti dell'avversario; meglio sarebbero, per costoro, i giochi cooperativi, nei quali i soggetti devono collaborare per raggiungere una meta comune.
Proprio in questi anni sono andate diffondendosi le tesi dell'apprendimento cooperativo (es. David W. Johnson e Roger T. Johnson), che sono nate proprio come reazione a certi eccessi dei metodi individualistici e competitivi, accusati di generare alunni ansiosi di dimostrare di essere i migliori o, al contrario, scoraggiati dal confronto con i compagni. L'apprendimento cooperativo punta invece alla valorizzazione del gruppo come esperienza educativa. Si tratta di un insieme di tecniche da impiegare nel lavoro in classe in base alle quali si privilegia il lavoro in piccolo gruppo; si da così agli alunni l'opportunità di imparare a lavorare insieme per il raggiungimento di obiettivi condivisi, sostenendo l'apprendimento proprio e quello dei compagni. La valutazione non è solo di tipo individuale, ma tiene conto dei risultati conseguiti dal gruppo.
Questa metodologia, laddove ben applicata, si è rivelata valida sia per quanto riguarda i risultati scolastici che per ciò che concerne lo sviluppo interpersonale.
L'apprendimento cooperativo può trovare un'applicazione anche nell'insegnamento degli scacchi soprattutto nelle attività che implicano la ricerca di soluzioni (il gruppo può diventare una risorsa per lo svolgimento di compiti di questo tipo).
Può risultare utile, sempre nell'ottica di questa modalità di insegnamento, organizzare, oltre che tornei individuali, anche tornei a squadre, dove la prestazione individuale è in funzione di un obiettivo comune; ciò può contribuire a sviluppare lo spirito di solidarietà e collaborazione con gli altri, nonché la comunicazione in un senso più generale.
Rimane comunque il fatto che durante una partita a scacchi i due avversari si fronteggiano e alla fine ci saranno un vincitore e un perdente. La competitività e quindi presente, così come è presente in tanti altri giochi che i bambini fanno. Ciò che è importante è canalizzare e non esasperare questa componente. L'agonismo è una dimensione naturale della vita psichica, un fenomeno che consente di scaricare le pulsioni aggressive in un modo socialmente accettabile, come forma di superamento e misura. Anche nel caso in cui la competitività generi un rapporto conflittuale, la dimensione socializzante va recuperata, cogliendo l'occasione per aiutare i soggetti coinvolti a gestire il conflitto, attraverso la riflessione e il dialogo, consapevoli del fatto che il conflitto è una componente della relazione, che non va drammatizzata, ma controllata e superata.
Siamo a questo punto già sfociati nella dimensione etica. In che senso gli scacchi possono avere una funzioni etica? Si tratta di un gioco con regole, regole che sono numerose e complesse, e il rispetto di tali regole si presenta come condizione imprescindibile per lo svolgimento del gioco stesso. I giochi con regole consentono di sviluppare concetti di equità, di turnazione, di reciprocità e di guidare al rifiuto di quegli atteggiamenti di prevaricazione, di scorrettezza, di ingiustizia che non consentono il regolare svolgimento del gioco. Gli scacchi sono inoltre un gioco competitivo, dove il rispetto per l'avversario e l'accettazione del risultato della partita diventano atteggiamenti ai quali è importante educare gli allievi. Ancora, si tratta di un gioco individuale che però può diventare, in alcune occasioni, anche di squadra, favorendo così lo spirito di solidarietà e di collaborazione, stimolando il soggetto a responsabilizzarsi nei confronti dei compagni di squadra.
Veniamo, infine, alla funzioni cognitiva, quella che forse è stata sempre maggiormente evidenziata e valorizzata nel gioco degli scacchi. In più occasioni è stato sottolineato che gli scacchi favoriscono lo sviluppo di abilità di tipo cognitivo, quali la memoria, la concentrazione, l'attenzione, la capacità di previsione, l'abilità spaziale, la capacità di trovare soluzioni... e ciò è senza dubbio vero. Proprio in relazione a questo aspetto, è importante tener sempre presente l'età dei soggetti ai quali si propone il gioco degli scacchi, nonché il loro livello di sviluppo cognitivo, dal quale non si può prescindere.

GLI SCACCHI: COME?

Vediamo ora attraverso quale approccio al gioco è possibile valorizzare al meglio le potenzialità educative offerte dagli scacchi.
Si parla molto, in questi tempi, di insegnamento "efficace". Quali sono, dunque, le condizioni che consentono all'insegnamento di attuarsi efficacemente? Sicuramente sono molte e tutte devono entrare in gioco ed intrecciarsi per garantire la qualità dell'azione di insegnamento.
Vediamo alcune delle variabili più significative e il modo in cui esse si applicano all'insegnamento degli scacchi:

1) motivazione

2) livello di difficoltà delle proposte

3) insegnamento attivo.

1 - Motivazione

E' risaputo che, se gli allievi non sono motivati ad apprendere, gli sforzi per insegnare loro qualcosa sono destinati a fallire.

Chi si accinge ad insegnare il gioco degli scacchi si trova, per quanto riguarda la motivazione, in una posizione vantaggiosa, perché la promessa di insegnare un gioco crea nei soggetti un'aspettativa ludica che li predispone positivamente all'ascolto dell'insegnante. Occorre però tener presente che gli scacchi non sono un gioco semplice, le regole sono numerose e complesse e se pretendiamo di insegnarle subito tutte corriamo il rischio di annoiare gli allievi prima che essi possano veramente giocare, apprezzare la bellezza del gioco e il divertimento che ne può scaturire.
Ecco perché è importante mettere gli allievi nella condizione di poter giocare il più presto possibile, insegnando inizialmente solo le regole veramente indispensabili per poter svolgere una partita (movimento dei pezzi, scacco, scacco matto). In questo modo è possibile soddisfare l’aspettativa ludica che è stata inizialmente suscitata.
Le altre regole potranno essere introdotte con gradualità in momenti successivi; alcune potranno scaturire proprio dalla pratica del gioco, che costituirà sempre l'occasione privilegiata per presentare nuovi principi, concetti, regole.
Per mantenere alto il livello di motivazione non solo nella fase iniziale, ma anche in quelle successive, è importante organizzare sempre la lezione in forma attiva e coinvolgente, variare le tipologie di esercizi e attività (principio della variazione dello stimolo), accettare e valorizzare le idee degli allievi, dare approvazione e incoraggiamento.

2 - Livello di difficoltà delle proposte

Il soggetto che apprende ha bisogno di essere riconosciuto come persona abile e capace, come soggetto m grado di affrontare i compiti e gli apprendimenti scolastici e, quindi, la realtà più in generale con fiducia nei propri mezzi. Se il soggetto vive insuccessi continui, matura una immagine negativa di sé e, magari, cerca delle alternative per affermarsi e sentirsi competente (spesso la provocazione nasce proprio dall'esigenza di sentirsi capace di affrontare la realtà). Ecco perché l'insegnante deve porre molta attenzione alle proprie scelte programmatiche. E' necessario che i compiti siano alla portata degli allievi: né troppo facili (in quanto possono demotivare), né troppo difficili (in quanto portano sicuramente all'insuccesso), bensì in grado di provocare una reazione positiva dell'allievo, proponendo cioè una sfida che l'allievo può vincere.
Non si può prescindere dal livello di sviluppo cognitivo del soggetto. Ricordiamo ad esempio (riprendendo le fasi dello sviluppo cognitivo individuate da Jean Piaget) che il bambino fino all'età di 10-11 anni si trova nella fase del pensiero operativo concreto e che quindi apprende attraverso l'azione diretta sulle cose. Il bambino di questa età ha bisogno prima di agire e poi di essere stimolato a riflettere sulle azioni che ha compiuto. Anche negli scacchi, quindi, il bambino deve innanzitutto giocare e poi deve essere aiutato a riflettere sul suo gioco.
La fase delle operazioni formali, vale a dire della capacità di ragionare in forma ipotetico-deduttiva in base ad assunzioni che non fanno necessariamente riferimento alla realtà, inizia all'età di 10-11 il anni. E' a questa età, quindi, che i bambini cominciano ad essere in grado di acquisire e sviluppare concetti strategici più complessi, perché riescono a rappresentarsi mentalmente situazioni ipotetiche e a dedurre le conseguenze. I bambini più piccoli, invece, possono comprendere, e quindi utilizzare, mosse tattiche, brevi e semplici combinazioni che portano ad un risultato subito visibile (cattura di un pezzo, scacco matto...), ovvero ad una conseguenza immediata e non a lungo termine.
Sono quindi ben diverse le proposte che si possono avanzare, secondo che ci si trovi di fronte a soggetti di scuola elementare, di scuola media o di scuola superiore.
Molto importante è anche la gradualità delle proposte, soprattutto nella fase iniziale. Per chi gioca a scacchi da molto tempo le regole del gioco sono diventate un automatismo; c'è il rischio di non rendersi conto delle difficoltà che possono incontrare gli allievi proprio nel momento dell'apprendimento delle basi del gioco.
E' indispensabile verificare sempre, prima di procedere, che quanto è stato insegnato sia stato appreso.

3 - Insegnamento attivo

Gli scacchi si prestano molto bene a mettere in pratica questo importante principio dell'insegnamento; forniscono una notevole quantità di attività, problemi, esercizi, qualitativamente vari; sono un valido esercizio di problem solving. Naturalmente, è importante che l'insegnante ponga domande, stimoli gli allievi a produrre idee, non si limiti cioè a fornire soluzioni, ma le faccia trovare agli allievi.
Negli scacchi, come in ogni altra attività, è preferibile insistere su un apprendimento ragionato e non puramente mnemonico, sfruttando le opportunità che gli scacchi offrono in tal senso. Va tenuto presente che un ragazzo, ma anche un bambino piuttosto piccolo, è in grado di memorizzare con relativa facilità una serie di mosse. La memorizzazione, però, non va confusa con la reale comprensione della concatenazione logica che lega le mosse. E' importante che il soggetto affini progressivamente il proprio gioco sulla base delle esperienze dirette, aiutato, ovviamente, a fermare l'attenzione sui momenti positivi e più significativi, in vista di una progressiva concettualizzazione e sintesi delle considerazioni tattiche e strategiche che via via emergono.
Anche negli scacchi, insomma, ciò che conta non è solo dare informazioni, dare concetti già elaborati, ma anche insegnare ad organizzare le informazioni e ad elaborare i concetti. Oltre tutto, gli apprendimento basati sulla reale comprensione e non sulla semplice memorizzazione sono radicati più in profondità, quindi:

- possono essere ricordati con maggiore facilità

- possono essere ricostruiti nel caso siano stati dimenticati

- possono essere applicati a situazioni diverse.

 

GLI SCACCHI A SCUOLA

Concludiamo con alcune considerazioni relative all'inserimento degli scacchi nella scuola.

1 - Quale materiale è necessario per insegnare a giocare a scacchi? Non sono richiesti spazi o attrezzature particolarmente sofisticati; servono solo un'aula, scacchiere e scacchi, una scacchiera murale. In un secondo momento sarà indispensabile anche l'uso dell'orologio. Può essere utile la disponibilità di un buon manuale, nel quale l'alunno può ritrovare e rivedere ciò che gli è stato insegnato.

2 - Quale collocazione trovare per gli scacchi nel curricolo scolastico? Vi sono esperienze di inserimento degli scacchi nella scuola come disciplina sportiva, oppure nell'ambito della matematica, o come attività di laboratorio. Tutte le soluzioni hanno una legittimazione e sono pertanto ugualmente accettabili.

3 - In quale ordine di scuola è preferibile inserire l'insegnamento degli scacchi? Quale è l'età migliore per iniziare, quella della scuola elementare, quella della scuola media o quella della scuola superiore? In realtà l'insegnamento del gioco degli scacchi può essere impartito a qualsiasi età; è importante però che la proposta tenga conto dell'età dei destinatari, del loro livello di sviluppo cognitivo, delle loro possibilità di apprendimento.

Lo psicopedagogista americano Jerome S. Bruner ha affermato che "di ogni capacità o conoscenza esiste una adeguata versione che può venire impartita a qualsiasi età si desideri cominciare l'insegnamento, per quanto iniziale e preparatoria tale versione possa essere". Se è motivato (condizione indispensabile), un bambino di 4-5 anni non è troppo piccolo per giocare a scacchi, anche se magari il suo modo di giocare può far "inorridire" uno scacchista esperto; un bambino di così tenera età può senza dubbio imparare a muovere i pezzi, comprendere che cosa è lo scacco matto, capire come si svolge una partita, ma non pretendiamo da lui che predisponga un piano strategico, che capisca l'utilità di sacrificare un pezzo, che si renda conto dell'opportunità di non catturare un pezzo avversario minacciato perché ci può essere qualcosa di meglio. Tutto ciò è al di fuori della sua portata, eppure egli è in grado di giocare, di divertirsi giocando, di trarre da questa esperienza tutti i vantaggi che sono stati in precedenza illustrati.

4 - Chi deve insegnare a giocare a scacchi nella scuola? Innanzitutto va ricordato che chi insegna dovrebbe sempre possedere tre requisiti fondamentali:

- conoscenza della disciplina che deve essere insegnata;

- competenza psico-pedagogica e metodologico-didattica ("possesso di conoscenze sull'apprendimento e sul comportamento umano e padronanza di tecniche di insegnamento che facilitino l'apprendimento degli alunni);

- competenza relazionale (capacità di incoraggiare l'apprendimento e le relazioni umane autentiche).

La condizione ideale per quanto riguarda l'insegnamento degli scacchi è quella dell'insegnante di scuola che, possedendo i requisiti indicati, propone questo insegnamento ai suoi alunni. Purtroppo, non sempre gli insegnanti conoscono gli scacchi e allora si aprono due possibilità:
- la formazione degli insegnanti (gli insegnanti possono acquisire quella competenza in ambito scacchistico che è indispensabile per poter insegnare agli alunni)
- l'intervento di un istruttore esterno (l'istruttore è sicuramente competente in ambito scacchistico; è importante però che possieda anche gli altri requisiti).

 

CONCLUSIONE

L'obiettivo che ci si pone come operatori della scuola è quello dello sviluppo globale della personalità nelle sue varie dimensioni e questo obiettivo va tenuto presente anche quando parliamo di introduzione degli scacchi nella scuola. Ciò significa che non puntiamo a uno sviluppo specialistico, settoriale, né ad una preparazione agonistica ; al massimo possiamo dire di gettare le basi perché questo possa eventualmente avvenire in seguito.
L'intento di questo contributo è stato quello di presentare gli scacchi come un utile e valido supporto (non esclusivo)per promuovere la formazione degli alunni.
E' possibile leggere i risultati di alcune ricerche che sono state condotte soprattutto negli Stati Uniti con una duplice funzione: a) scoprire i fattori che maggiormente incidono sull'abilità scacchistica, b) scoprire l'influenza che l'apprendimento degli scacchi può esercitare sullo sviluppo di determinate abilità. Ciò che maggiormente colpisce in questi resoconti è la frequente affermazione che gli scacchi producono effetti positivi non solo nei bambini normodotati o plusdotati, ma anche in quelli con difficoltà di apprendimento o con disturbi comportamentali (soprattutto i bambini iperattivi). Gli scacchi farebbero cioè emergere abilità latenti che non sono state raggiunte da altri mezzi educativi. Si dice, sempre in questi rapporti, che i bambini con difficoltà traggono vantaggio dall'analisi e dall'utilizzo di schemi; riescono anche ad aumentare i tempi di attenzione. I bambini con problemi comportamentali imparano a praticare l'autocontrollo, diventano consapevoli del fatto che certi comportamenti portano a certe conseguenze.

Si tratta di una tematica che sarebbe interessante e utile approfondire anche in Italia.

Maria Teresa Mearini

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