Prima di cominciare a giocare ha chiesto una bottiglia di Cannonau e due portacenere, poi si è versato un bicchiere di vino, si è acceso una sigaretta, ha stretto la mano al primo sfidante e ha mosso il pedone bianco. Un uomo, "gran maestro internazionale" di scacchi (sull'intero pianeta ce n'è un centinaio in tutto, il più giovane è un francese di quattordici anni) contro venticinque tra i più bravi professionisti e dilettanti sardi. Missione impossibile? Non per Igor Efimov, che ha combattuto anche contro settanta avversari contemporaneamente, che si diletta a fare simultanee "alla cieca" (cioè a mente), che da adolescente ha battuto anche Kasparov, riconosciuto universalmente il più forte scacchista vivente.

Efimov, come nella migliore tradizione del nobile gioco, è russo, georgiano per la precisione, e ha cominciato ad avere dimestichezza con torri, regine e alfieri a cinque anni. Oggi ne ha quaranta, vive a Montecatini con la moglie e due figli, è capitano della nazionale italiana di scacchi ed è in attesa di diventare ufficialmente cittadino del nostro Paese. «Nell'ex Unione sovietica un campione di scacchi era come per voi un calciatore. Certo, non aveva stipendi miliardari, ma era tenuto in grande stima. Ora non è più così e per fortuna gli scacchi stanno prendendo piede in molti Stati in cui, non si capisce per quale motivo, erano trascurati. L'Italia, ad esempio, è uno di questi».

Efimov è sbarcato per la prima volta nell'Isola pochi giorni fa, per giocare a Sinnai la simultanea che ha chiuso il convegno dal titolo "L'insegnamento degli scacchi a scuola". Ha fatto insomma da testimonial per promuovere la diffusione degli scacchi tra i giovanissimi, come materia da studiare sui libri, ma soprattutto come «metafora della vita». «Credo che il gioco degli scacchi si possa proporre ai ragazzi come valida alternativa ai videogame», sottolinea il maestro, «come un hobby che non rincretinisce, ma al contrario aiuta a pensare, a fare congetture, a prendere decisioni autonome». A Sinnai ci credono sul serio, tanto che la scuola media statale "Amat" (che ha organizzato il seminario insieme alla Fsi, ai Provveditorati e al Coni) ha rappresentato la Sardegna agli ultimi Giochi sportivi studenteschi e in Italia, insieme a Mantova, costituisce il primo vero esempio dove nelle aule si gioca a scacchi. «Il nostro obiettivo, insieme ai circoli scacchistici, è quello di incrementare l'insegnamento degli scacchi, particolarmente nelle scuole medie», spiega il preside, Nunzio Casu. Un'idea che fino a poco tempo fa si realizzava soltanto in pochissime realtà e per iniziative singole e che oggi è stata decisamente rivalutata, con l'inserimento degli scacchi nei campionati studenteschi e perfino tra le discipline olimpiche. «Sinnai è sicuramente un'isola felice in questo senso», sostiene Marcello Perrone, consigliere nazionale della Federazione scacchistica italiana, «ma in Sardegna anche altre scuole stanno sperimentando la nuova materia, una per tutte quella di San Basilio». L'utilità degli scacchi per i giovani? «Creano l'abitudine alla concentrazione, tengono in allenamento la memoria, sviluppano intuito ecreatività».

Altro che tema freddo, matematico, logico-deduttivo, con movimenti ingabbiati dove la fantasia non trova spazio. Gli scacchi sono perfino parte integrante della cultura letteraria, «Dante ad esempio paragona il numero degli angeli nel Paradiso al doppiare degli scacchi», spiega Pierluigi Passerotti, maestro della Fide di Roma, «rifacendosi alla leggenda secondo la quale il gioco sarebbe stato inventato da Sissa, un vecchio saggio che doveva trovare il modo di rallegrare il suo re». Il re fu così contento che offrì a Sissa di esaudire qualsiasi desiderio: lui chiese un chicco di riso per la prima delle 64 case della scacchiera, due per la seconda, quattro per la terza, otto per la quarta e così via in progressione geometrica. Il risultato era un numero talmente alto che per accontentare il saggio non sarebbero bastate le piantagioni della terra.

«Gli scacchi sono un'attività antitetica ai tempi moderni, quindi con un singolare contenuto rivoluzionario», prosegue Passerotti. «I tentativi di adattarli ai media e a Internet, e di renderli più veloci, simili ai giochi elettronici, li ha snaturati e li ha resi meno affascinanti. Non serve denaro per praticarli, non servono grandi impianti sportivi, non è necessaria la prestanza fisica, né un'intelligenza fuori del comune per diventare bravi. Gli scacchi sono una delle poche attività alla portata di tutti e possono combattere efficacemente sia le devianze giovanili che gli handicap».

CRISTINA COSSU


(Si ringrazia l'U. S. per l'autorizzazione alla diffusione dell'articolo nel nostro sito)

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