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Storia e geografia della Sardegna 2

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3°D (a.sc.2003/04)

Cenni geografici

Momenti di storia  

L’origine del nome

L’uomo di Neanderthal

L’età neolitica

La civiltà nuragica

Fenici e Cartaginesi

La dominazione romana

Dai Vandali ai Bizantini

L'età dei Giudicati

La dominazione spagnola

Dagli Austriaci ai Savoia

La Sardegna contemporanea

L'economia

Bibliografia

 

Momenti di storia

L’origine del nome.

Secondo gli antichi scrittori, i primi a stabilirsi nell’Isola furono i Shardana, navigatori mediterranei provenienti dalla Lidia. Erano guidati da Sardus, figlio di Ercole e da lui la Sardegna derivò il proprio nome.

L’uomo di Neanderthal.

Si ritiene che l’uomo compaia nell’Isola probabilmente nel Neolitico o età della pietra nuova, tra il 6000 e il 3000 a. C., attratto dai giacimenti di ossidiana del monte Arci (Oristano), un antico vulcano spento. Qui si svolse un’intensa attività di estrazione e di lavorazione dell’ossidiana, una roccia vulcanica dura e resistente.

L’età neolitica.

I primi resti dei Neolitici sono stati trovati nell’isolotto di Santo Stefano (tra La Maddalena e Caprera), nell’isola di Tavolara (Golfo di Olbia), nella Grotta della Volpe (Alghero) e a Serri (Carbonia). Gli oggetti rinvenuti sono: utensili di pietra e di ossidiana, avanzi di pasti e frammenti di ceramica.

I Neolitici praticavano la caccia, la pesca e successivamente anche l’agricoltura e la pastorizia. Con l’ossidiana fabbricavano strumenti per la caccia e per la costruzione di armi. Abitavano nelle grotte e, in alcune di esse, seppellivano i loro defunti. I Prenuragici erano politeisti e praticavano la religione naturalistica.

La civiltà nuragica.

Nell’età nuragica, periodo compreso tra il 1700 a. C. e il 1500 a. C., le costruzioni più interessanti sono i nuraghi (circa 7000), costituiti da una sola torre a due o tre piani e successivamente rinforzate da altre torri per fronteggiare le invasioni di popoli mediterranei. Il nuraghe è una torre tronco-conica costruita con enormi massi di pietra e coperta con una falsa cupola. Questi blocchi, sovrapposti l’uno all’altro, formano tanti anelli concentrici che si restringono verso l’alto. La camera interna della torre sosteneva una terrazza, a cui si accedeva per mezzo di una scala.

 

Nuraghe Sant'Antine

I Nuragici erano divisi in tribù guidate da un capo. Le popolazioni nuragiche praticavano l’agricoltura, la pastorizia, l’allevamento e la metallurgia.

Oltre alle varie divinità essi avevano il culto degli antenati e quello delle forze della natura. Le principali divinità erano la Dea Madre, dea della fertilità e della maternità e il dio Toro. Entrambe le divinità erano raffigurate nei menhirs o pietre fitte, grosse pietre conficcate nel terreno.


Due menhirs di Pranu Mutteddu (Goni) Le domus de janas di Valverde (Nuoro), scavate nel granito

I morti venivano sepolti nelle domus de janas (casa delle fate o streghe), tombe collettive scavate nella roccia e nei dolmens, formati da lastre di pietra infisse verticalmente nel terreno e coperte da un’altra lastra.

Fenici e Cartaginesi.

I Fenici arrivarono in Sardegna intorno al 1800 a.C. per fondare delle colonie, non si spinsero verso l’interno, ma limitarono la loro presenza lungo le coste. Nacquero degli scali che si trasformarono in vere e proprie città: Karalis, Nora, Bythia, Sulcis, Tharros. I Sardi appresero dai Fenici la scrittura, la coltivazione della palma e dell’ulivo, praticarono la pesca e dal mare estrassero il sale.

Vennero introdotti in Sardegna nuovi prodotti, tra cui il vetro e i tessuti di lino e di lana, colorati con la porpora, che i Fenici ricavavano dai murici, molluschi presenti nelle acque antistanti il Libano.

Nell’Isola sono stati trovati oggetti tipici dell’artigianato orientale, che i Fenici producevano oppure acquistavano nei porti da loro visitati. Si tratta di bronzo lavorato, gioielli d’oro e d’argento e oggetti in vetro .

Nel VI secolo a.C. i Cartaginesi conquistarono buona parte dell’Isola. Occuparono le coste, le colline, le pianure e le miniere, ma non penetrarono nell’interno, perché furono respinti dalla disperata resistenza dei Sardi.

La Sardegna punica conobbe un periodo di prosperità economica, dato che i Sardi assoggettati si integrarono con i conquistatori, ebbero un più evoluto tenore di vita e appresero nuove usanze: ad esempio, furono introdotti l’uso della moneta, l’impiego delle fognature e dei pozzi di scarico nelle città.

Nella seconda metà del VI secolo, i Greci tentarono di sostituirsi a Cartagine nel controllo della Sardegna, ma vennero sconfitti anche perché i Cartaginesi trovarono valida alleanza negli Etruschi.

 

La dominazione romana

L’egemonia di Cartagine sulla Sardegna durò quasi 300 anni, fino al 238.

Durante le guerre puniche l’isola fu occupata dai Romani e nel 227 divenne provincia romana.

Nel 215 i Sardi organizzarono una rivolta contro i Romani, che erano impegnati su altri fronti di guerra, ma guidati da Iosto, figlio di Amsicora, subirono una disastrosa sconfitta nelle vicinanze di Cagliari. Quando apprese la notizia, il padre Amsicora, per non cadere prigioniero, si uccise .

I Romani traevano dalla Sardegna il grano e riscuotevano i tributi. La loro amministrazione era spesso in mano a funzionari corrotti. Essi sfruttavano le miniere del Sulcis, servendosi del lavoro dei deportati. Nonostante ciò, essi hanno lasciato alla Sardegna strade, acquedotti e anfiteatri.

Nel I secolo d. Cr. in Sardegna si diffuse il Cristianesimo: si formarono le prime diocesi a Cagliari e a Turris Libisonis (l’odierna Porto Torres).

L’Isola ebbe i suoi martiri: Saturnino, Efisio, Restituta, Gavino e altri.

 

Dai Vandali ai Bizantini

Nel 456 d.C. i Vandali, popolazione di origine germanica, occuparono Karalis e gli altri centri costieri dell’isola.

Ottant’anni dopo i Vandali vennero sconfitti dall’esercito di Giustiniano, imperatore dell’Impero romano d’Oriente a Tricamari, a una trentina di chilometri da Cartagine e la Sardegna con le Baleari e con la Corsica diventava una delle sette province bizantine (534 d.C.).

Nel 533 il duca bizantino Cirillo prese possesso della Sardegna in nome dell’imperatore Giustiniano. L’Isola divenne una delle sette province della prefettura d’Africa e fu amministrata da un giudice, che risiedeva a Cagliari. Il comando militare fu affidato ad un comandante militare, con sede a Forum Traiani (attuale Fordongianus), con l’incarico di difendere l’isola da eventuali attacchi esterni ed interni.

Il dominio bizantino nell’Isola durò circa tre secoli, durante i quali né i Goti, né i Longobardi e neppure gli Arabi riuscirono a sottrarre l’isola a Bisanzio. I governatori bizantini cercarono di arricchirsi alle spalle delle popolazioni indigene, senza preoccuparsi delle necessità del popolo sardo.

L’epoca bizantina non fu davvero felice per la Sardegna, che precipitò in uno stato di miseria e di abbandono. Sottoposti ai continui assalti delle navi barbaresche e per nulla difesi dai Bizantini, i Sardi dovettero provvedere da soli alla propria difesa e ciò porterà alla nascita dei Giudicati.

L'età dei Giudicati

A partire dall’VIII secolo, mentre in Europa si affermava il feudalesimo, in Sardegna si sviluppò un modello di organizzazione politica originale basata su Stati territoriali, che presero il nome di Giudicati, retti da Giudici.

Nel IX secolo esistevano in Sardegna quattro Giudicati o Stati autonomi: Cagliari, , Arborea, Logudoro e Gallura. La carica di Giudice comprendeva anche le donne.

L’economia dei Giudicati era di tipo agropastorale e si basava sull’allevamento del bestiame e sull’agricoltura.


I quattro regni o "Giudicati " sardi.

Nel 1015 gli Arabi, guidati da Museto, tentarono la conquista della Sardegna. Essi occuparono alcune zone costiere. Una flotta composta da navi pisane, genovesi e persino franche, sconfisse Museto, ponendo fine ad ogni tentativo da parte degli Arabi di impadronirsi della Sardegna.

Pisa e Genova miravano al controllo commerciale del territorio strategico anche dal punto di vista militare. Le due repubbliche introdussero in Sardegna una nuova forma di governo: i Comuni.

Iniziarono i Pisani (1216) occupando il colle cagliaritano, dove eressero un castello e si governarono a libero Comune.

Fu poi la volta di Sassari che, nel 1236, si ribellò al governo giudicale di Torres, costituendosi in Comune sotto la protezione di Pisa.

Altri Comuni sorsero nell’Isola, retti da potenti famiglie delle due repubbliche: Castel Genovese (Castelsardo) e Alghero, sotto i Doria di Genova; Bosa, retta dai Malaspina di Genova; Terranova (Olbia) e Villa di Chiesa (Iglesias) sotto i Pisani.

Questa forma di governo, giunta quando ormai i Comuni continentali andavano scomparendo e trasformandosi in Signorie, rimase sempre estranea alla società giudicale sarda.

Pisa e Genova aggravarono lo stato di conflitto tra i regni sardi. Fu questo un periodo continuo di guerre fra Pisani, Genovesi e Giudici, interrotta soltanto da qualche breve tregua. In questo periodo ebbe un grande sviluppo l’architettura, rappresentata soprattutto dalle Chiese di ispirazione romanica e dalle costruzioni militari: castelli e torri saracene.

La torre del Poetto

Tra il XII e il XIII secolo, oltre alle torri saracene, erette per avvistare e bloccare le incursioni arabe, furono costruiti numerosi castelli, che ebbero esclusivamente funzione militare.

La dominazione spagnola.

La dominazione spagnola in Sardegna, durata ben quattro secoli (1323 – 1714), può dividersi in due periodi:

  • Periodo aragonese. E’ il periodo della conquista (1323 – 1478): per oltre un secolo e mezzo l’Isola fu sconvolta dalle lotte che i Giudici di Arborea, poi marchesi di Oristano, condussero contro la nuova invasione.
    Mariano IV è stato uno dei più grandi giudici sardi. Fu un abile politico; infatti, appena si rese conto della divergenza di interessi fra Aragona e Arborea, si ribellò agli Spagnoli e seppe accattivarsi la simpatia dei Sardi. Fu giudice di Arborea e saggio legislatore. Pubblicò infatti la " Carta del Goceano " e la " Carta de Logu ", promulgata poi, quest’ultima, nella sua edizione definitiva, dalla figlia Eleonora.

  • Periodo spagnolo. E’ il periodo della dominazione (1479 – 1714): i Sardi stremati dopo tanti anni di dura lotta, si sottomisero ai nuovi invasori, che portarono l’Isola ad una lenta ma progressiva decadenza in ogni campo. Si è parlato di dominazione spagnola in quanto, pur essendo Spagnoli anche gli Aragonesi, il regno di Spagna vero e proprio sorse nel 1479 con il matrimonio tra Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia.

Con la scoperta dell’America e delle rotte oceaniche, il Mediterraneo perse d’importanza e con esso la Sardegna, che non aveva più il ruolo strategico del passato. Inoltre, una terribile pestilenza (di cui parla Boccaccio nel Decameron) nel 1348 si era abbattuta su buona parte dell’Europa ed aveva investito anche la Sardegna, provocando numerosissime vittime che, sommate a quelle causate dalle operazioni militari per contrastare la conquista aragonese, dimezzarono la popolazione complessiva.

Dopo una breve ripresa demografica, avvenuta nel XVI secolo, nel 1650 una nuova epidemia di peste colpì l’Isola. Quando nel 1652 venne debellata, a Cagliari si pensò all’intervento di S. Efisio.

Nel 1680 una terribile carestia causò l’estinzione di interi villaggi.

Inoltre, il sistema fiscale contribuì ad aumentare lo stato di miseria delle popolazioni. Esso imponeva di pagare tasse pesantissime sia allo Stato (donativo) sia alla Chiesa (decime) e i tributi venivano utilizzati quasi esclusivamente per spese improduttive (esercito e burocrazia).

L’unica iniziativa importante fu l’istituzione delle due Università di Cagliari e di Sassari.

La Spagna, verso la metà del XVII secolo, fu coinvolta in una serie di conflitti, che culminarono agli inizi del XVIII secolo con la guerra di successione spagnola.

Con la morte di Carlo II d’Asburgo, saliva al trono di Spagna Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV, re di Francia.

Gli altri Stati europei, che avevano mire diverse, vennero a conflitto. Nel 1713, con la pace di Utrecht, il re spagnolo Filippo V conservò la Spagna, ma dovette cedere la Sardegna all’Austria. Finiva così, dopo quasi cinque secoli, la dominazione spagnola in Sardegna.

Dagli Austriaci ai Savoia.

Per un brevissimo periodo (1708 – 1720) la Sardegna fu sotto la dominazione austriaca.

Il vicerè austriaco alleggerì la pressione fiscale, ma i soldi ricavati dalle tasse, anziché essere utilizzati per migliorare le drammatiche condizioni dell’Isola, vennero stanziati per rafforzare le sue difese contro un eventuale attacco spagnolo.

Infatti nel 1717 una flotta navale inviata da Madrid tentò di occupare l’Isola, ma gli Austriaci e i loro alleati inglesi impedirono lo sbarco nemico.

Nel 1718 con il trattato di Londra, stipulato tra Inghilterra, Francia, Austria e Olanda, l’Isola venne ceduta al duca Amedeo II di Savoia, che prese il titolo di re di Sardegna. Nel 1720 si insediò a Cagliari il primo vicerè piemontese.

Nel 1726 il governo piemontese introdusse la lingua italiana nell’Isola dove, anche negli atti ufficiali, si ricorreva ancora al castigliano e al catalano.

Nel 1738 Carlo Emanuele III di Savoia favorì il trasferimento nell’isola di San Pietro (Carloforte) di un gruppo di famiglie liguri di Pegli, provenienti da Tabarca, un isolotto antistante la Tunisia, dalla quale erano dovuti fuggire per le continue incursioni di pirati arabi.

Nacque così un borgo marinaro che i fuggiaschi chiamarono Carloforte, in onore del re che li aveva aiutati.

Nel 1770 un altro gruppo di coloni piemontesi e genovesi si stabilì nell’Isola di Sant’Antioco, proprio di fronte a Carloforte.

Un ufficiale del genio militare piemontese progettò la pianta a maglia rettangolare del borgo, che avrebbe preso il nome di Calasetta.

Anche in alcune città più importanti vennero avviate opere di fortificazione e di riassetto urbanistico, che condussero nell’isola numerosi ingegneri e architetti.

Il re Carlo Emanuele III, avvalendosi dell’opera del ministro Giovanni Battista Bogino, reggente della segreteria di Stato per gli affari della Sardegna, realizzò provvedimenti importanti: il ripopolamento di alcune zone, la ricostruzione e la riapertura delle Università di Cagliari e di Sassari, molto decadute negli ultimi tempi della dominazione spagnola; istituì l'Archivio di Stato e la prima stamperia reale di Cagliari. Fondò nuove scuole e le affidò ai Gesuiti.

Il Bogino si preoccupò di incrementare l’agricoltura. Per evitare che i piccoli agricoltori si indebitassero eccessivamente per coltivare i loro terreni, vennero creati i Monti frumentari, centri di raccolta di cereali, che servivano da fondo comune nel periodo della semina. I contadini meno abbienti potevano ricorrervi per prelevare le sementi necessarie.

Più tardi sorsero anche i Monti nummari , che prestavano il denaro a chi intendesse fare dei miglioramenti fondiari: l’interesse era dell’ 1,50 %.

Fu istituito anche un Avvocato dei poveri, con lo scopo di difendere gratuitamente i non abbienti.

Furono istituite le Compagnie barracellari, per tutelare la sicurezza delle campagne e per combattere la piaga dell’abigeato.

Queste riforme furono bruscamente interrotte nel 1773, quando il nuovo re Vittorio Amedeo III licenziò il Ministro Bogino.

Nel 1789 scoppiò la Rivoluzione francese e anche nell’Isola si diffusero le grandi idee di libertà, che erano alla base di questo importante evento storico. Ma, purtroppo, in questo periodo la Sardegna fu di nuovo isolata dal resto dell’Europa.

Nel 1793 il Parlamento sardo chiese al governo sabaudo maggiore autonomia per l'isola, ma la risposta negativa del re scatenò una sommossa antipiemontese che costrinse il vicerè ad abbandonare l'Isola. Scoppiò una vera e propria rivoluzione sarda, nella quale si distinse Giovanni Maria Angioy, il quale tuttavia nel 1796, fu costretto all'esilio.

Nel 1799, in seguito all’arrivo di Napoleone in Italia, la corte dei Savoia si trasferì a Cagliari.

Nel 1806 salì al trono del regno di Sardegna Vittorio Emanuele I che, con la moglie Maria Teresa d'Austria, visse nell'Isola fino al 1814, quando, in seguito alla caduta di Napoleone, poté fare ritorno a Torino.

Nel 1820 venne emanato l'Editto delle Chiudende per eliminare i contrasti tra agricoltori e pastori. Pertanto coloro che erano in possesso di terre comuni potevano chiuderle tenendo conto però dei diritti di passaggio, pascolo, fontane e abbeveratoi.

Ciò provocò una serie di abusi: molti incamerarono nelle loro proprietà pozzi e terreni soggetti a vincoli di servitù. I più colpiti furono i pastori che dovettero pagare per i pascoli canoni sempre più alti con conseguenti liti e scontri armati. Dopo un decennio di lotta, il governo piemontese ordinò la sospensione delle chiusure. Ma i contrasti continuarono anche sotto il regno di Carlo Alberto, il quale dispose il riscatto delle terre espropriate. Fu abolito in tal modo il feudalesimo in Sardegna.

I feudatari sardi capirono che era dannoso continuare a insistere sul concetto di autonomia e nel 1848 la Sardegna fu integrata con diritti identici a quelli delle altre province continentali nello stato sabaudo.

La rinuncia della Sardegna all’autonomia non aveva trovato tutti perfettamente d’accordo, anche perché lo Stato sabaudo aveva inasprito il sistema fiscale.

I malumori erano presenti nel clero che si sentiva preso di mira dall’atteggiamento del governo, che voleva porre fine ai secolari privilegi degli ecclesiastici sardi.

Dopo un forte impulso, fin dal 1880, alla realizzazione di opere pubbliche, quali la strada Carlo Felice e altre importanti arterie, cessarono i lavori.

La Sardegna si vedeva tagliata fuori dal processo di industrializzazione del nord Italia, che viveva soprattutto di prodotti dell’agricoltura; fu danneggiata nell’87 dal blocco francese delle importazioni dall’Italia. I prodotti sardi rimanevano invenduti e fu questo un periodo di grande crisi per l’Isola.

Inondazioni, siccità, malaria erano già flagelli di quegli anni e a questi si aggiunsero i danni causati dalla filossera, che distrusse quasi tutti i vigneti e il fenomeno del banditismo.

Nel 1861 venne proclamato a Torino il Regno d’Italia. La Sardegna entrava così a pieno titolo a far parte della storia del Continente, portandosi un notevole bagaglio di problemi da risolvere.

Nel 1871 nasceva a Nuoro Grazia Deledda, la figura letteraria più importante della Sardegna, che nel 1926 ricevette il premio Nobel per la letteratura. Nelle sue opere descrisse il mondo della Barbagia e i ritmi della vita contadina e pastorale meglio di chiunque altro.

Nello stesso periodo ampie foreste dislocate in tutto il territorio sardo vennero sacrificate e 200.000 ettari di terre comuni furono venduti per finanziare il primo breve tratto ferroviario isolano.

Dopo una decina di anni, questo tratto venne terminato e ciò consentì il collegamento di Cagliari con Sassari, Porto Torres e Golfo Aranci, luogo d’imbarco per il continente.

Nel 1885 l’isola venne colpita da una terribile epidemia di colera e il governo italiano espropriò le terre dell’Asinara di proprietà di una cinquantina di famiglie di contadini per trasformarle in un Lazzaretto e in una colonia penale.

 

La Sardegna contemporanea

La fine dell’800 e i primi decenni del ‘900 videro lo sviluppo dell’attività mineraria dopo che nel ’59 una legge sabauda aveva diviso il suolo dal sottosuolo.

Il primo rimaneva al proprietario, il secondo diventava invece proprietà dello Stato che poteva cederlo a eventuali concessionari.

Nacquero borghi minerari come Masua e Buggerru, Nebida. Vennero aperte le miniere di Monteponi e altre nel Sulcis.

Nacquero le prime organizzazioni dei lavoratori, che furono protagonisti delle lotte per il miglioramento delle condizioni di vita.

Il malumore esplose il 4 settembre del 1904 a Buggerru. I soldati, chiamati alla direzione della miniera, spararono contro gli scioperanti; ci furono tre morti e diversi feriti. Una lapide e tre sculture di Sciola ricordano, nella piazza antistante il porticciolo, quei tragici avvenimenti.

Quando nel maggio del 1915 l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, i Sardi non accolsero con grande entusiasmo tale evento, ma vi presero parte con coraggio; infatti la Brigata Sassari si guadagnò due medaglie d’oro.

Conclusa la guerra, i reduci fondarono il Partito Sardo d’azione, un movimento autonomistico, che tuttavia nel 1923 confluì per la maggior parte nel Partito fascista, che promise invano autonomia.

Nel 1924 si stanziava un miliardo per il finanziamento di opere pubbliche, a dirigere le quali fu istituito a Cagliari il Provveditorato alle opere pubbliche.

Fu un provvedimento che non modificò le condizioni di arretratezza dell’Isola. Furono bonificate alcune zone paludose e furono costruite le dighe del Tirso, del Coghinas e dell’Alto Flumendosa.

Scoppiata la Seconda guerra mondiale, la Sardegna subì pesanti bombardamenti, che danneggiarono i porti di Cagliari, Olbia, Porto Torres. Cagliari in particolare, ebbe il 75 % delle case distrutte.

Quando l’8 settembre fu firmato l’armistizio, il generale Basso fu accusato di non aver difeso l’Isola. Fu processato, ma dopo un breve periodo di detenzione, fu assolto. Dopo che nel luglio del 1943 cadde il regime fascista, l’Isola rimase estranea alle vicende che caratterizzarono la fine della guerra nel resto d’Italia. La Sardegna fu occupata dalle truppe alleate; nel gennaio del 1944 fu nominato un Alto Commissario, il generale sardo Pietro Pinna, con il compito di emanare norme per l’attuazione delle leggi relative all’agricoltura, al commercio, ecc… Nel settembre del 1944 fu costituita una Giunta Consultiva sarda con rappresentanti di tutte le forze politiche antifasciste. Al centro del dibattito politico ritornò la questione dell’autonomia, ritenuta indispensabile per riparare i danni della guerra e per favorire la ripresa economica.

Dopo il referendum costituzionale del 1946, i cui risultati in Sardegna segnarono una prevalenza della monarchia, furono eletti i 14 rappresentanti sardi dell’Assemblea costituente, che il 26 febbraio 1948 approvò lo Statuto Autonomo Sardo. L’articolo 15 dello Statuto costituì organi della Regione il Consiglio regionale, la Giunta regionale e il suo Presidente. Nel 1951 fu istituita dal Governo una Commissione di studio per il Piano di Rinascita, che terminò i suoi lavori nel 1958, ma solo nel 1962 il Piano fu approvato dal Parlamento. Così nasceva la Regione autonoma sarda a statuto speciale con capoluogo Cagliari.

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