Home Page
15 giugno 2003 %%sezione%% Pagina 39
  PRIMA PAGINA

  FATTO

  POLITICA REG

  CRONACA REG

  POLITICA NAZ

  ITALIA

  ESTERI

  NOTIZIARIO

  CAGLIARI

  NECROLOGIE

  QUARTU

  HINTERLAND

  PROV DI CAGLIARI

  MEDIO CAMPIDANO

  CARBONIA

  IGLESIAS

  SULCIS IGLESIENTE

  ORISTANO

  NUORO

  OGLIASTRA

  SASSARI OLBIASARI

  ECONOMIA

  SPETTACOLI

  CULTURA

  SPORT

  TEMPO LIBERO

  CHI VIAGGIA

  METEO

  TV

  MARGHINE

  SASSARI

  OLBIA

  GALLURA




  Come navigare
  Chi Siamo
  Redazioni
  Mail
  Gerenza
Design JAP Interactive
Powered by NAVITA
  

Iniziativa de L’Unione Sarda

“Lama non l’ama”, un gioco-concorso riservato ai lettori

Qualche anno fa l’ex ambasciatore Sergio Romano, in Lettera a un amico ebreo (titolo ingannevole per un saggio che scatenò violente polemiche e venne accusato dalle comunità ebraiche di non velato antisemitismo), lamentava l’abnorme attenzione data alla Shoah negli ultimi decenni. Con più di mille titoli pubblicati nella sola lingua inglese e con una bibliografia che anche in Italia era a suo dire “ormai sterminata”.
Un autentico moto di fastidio contro un eccesso di memoria ritenuto particolarmente ingombrante, che sembra aver trovato in questi ultimi tempi numerosi proseliti. Da quanti oggi sposano apertamente le tesi negazioniste o revisioniste (lo storico tedesco Ernst Nolte qualche settimana fa ha potuto addirittura tenere una conferenza al Senato), fino a coloro che danno addosso alla “santificazione” della Memoria della Shoah solo in virtù dei pregiudizi che a qualsiasi latitudine politica e ideologica ristagnano ancora contro Israele.
A cinquant’anni dallo sterminio ebraico, non si può insomma affermare che l’appello di Primo Levi, così imperativo ma così disperatamente essenziale nel chiedere di ricordare che “questo è avvenuto”, sia oggi stato accolto, sia oggi universalmente condiviso.
Eppure, a prescindere dalle lacerazioni e dalle diatribe sulle quali continua ad esercitarsi un folto stuolo di intellettuali, a volte le migliori e più confortanti lezioni arrivano dal basso. Soprattutto dall’operato di quegli insegnanti che giorno dopo giorno, muovendosi sul terreno dell’insegnamento della Storia e insieme del pensiero critico, costruiscono percorsi, delimitano paradigmi e offrono ai più giovani concrete opportunità di misurarsi con il tema della Memoria.
Un lavoro quotidiano e silenzioso che ha visto, in quest’anno scolastico che va a concludersi, numerose esperienze di eccellenza anche in Sardegna. Valga come esempio il percorso didattico che ha finito per portare gli studenti di Orgosolo sino ai campi di concentramento nazisti, sotto l’attenta guida di Giancarlo Bastanzetti, uno straordinario lumbard che dedica la sua vita al ricordo del padre Pietro morto a Mauthausen e a una piccola rivista ostinatamente intitolata Giustizia e Libertà.
E valga come esempio, soprattutto, la singolare esperienza svoltasi nella scuola media “Luigi Amat” di Sinnai, che smentisce molti luoghi comuni e dimostra come di Memoria della Shoah si possa e si debba parlare anche con i giovanissimi.
A tessere i fili di un itinerario nel passato Ñ conclusosi con una visita ai campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau e con una mostra video-fotografica allestita nei giorni scorsi nella Pinacoteca comunale sinnaese Ñ è stata Mariangela Zedda, insegnante di Lettere e Storia. Che ha coinvolto i suoi ragazzi della 3^B in un percorso meditato ed esemplare.
«Parlare a freddo di un argomento così cupo e così doloroso come quello della Shoah restando ancorati alle poche righe di testo dei libri, non è il modo migliore per ottenere il risultato voluto», spiega la professoressa: «Occorre prima di tutto preparare i ragazzi ad affrontare un tema di per sé difficile e spinoso, e occorre soprattutto motivarli».
La scelta di Mariangela Zedda, in altre parole, sembra aver tenuto conto dell’ammonimento che Alberto Cavaglion, grande saggista ebreo, non si stanca di ripetere nei suoi corsi di propedeutica all’insegnamento della Memoria: «Pensare di abbellire una storia di Shoah è pura follia. Le memorie dello sterminio richiedono una particolare condizione psicologica prima di essere affrontate».
Da qui l’approccio dialogico con i ragazzi, la ricerca della condivisone emotiva, l’empatia cercata e trovata nelle pagine più intime e struggenti dei sopravvissuti, a partire da quelle di Se questo è un uomo di Primo Levi. E poi ancora il dialogo e l’analisi degli eventi, dell’ideologia del razzismo scientista e della sopraffazione dell’Altro, della cronologia dell’orrore. E infine la scelta, condivisa e interiorizzata dai ragazzi, con quel coraggio di cui solo i ragazzi sono capaci, di partire e vedere con i propri occhi i resti di quell’universo capovolto che porta il nome di Auschwitz.
«Anche in questo caso, abbiamo individuato un percorso che coinvolgesse tutti più da vicino», spiega ancora l’insegnante sinnaese. «E visto che il nostro viaggio in Polonia si sarebbe dovuto comunque autofinanziare, abbiamo deciso di raccogliere qualcosa con un mercatino autogestito».
Il resto di questa storia, come è giusto che sia, sta tutta nel racconto che i ragazzi della 3^B («della mitica terza B», come puntualizza con orgoglio Valeria, 13 anni e una vivacità traboccante negli occhi) hanno fatto alle centinaia di persone che hanno visitato la loro mostra giungendo anche da Cagliari. «Con l’aiuto dello scultore Angelo Pilittu e di un’altra collaboratrice, Antonella Spiga Ñ riferiscea la tredicenne Claudia Ñ abbiamo “costruito” numerosi manufatti natalizi. Siamo usciti fuori dalla scuola, più volte, e nella piazza della nostra cittadina li abbiamo venduti nel periodo di Natale. Poi a marzo siamo partiti, assieme alla professoressa Zedda e a don Guido Rossandich, nostro insegnante di religione, e siamo arrivati ad Auschwitz, il posto che volevamo vedere».
A starli ad ascoltare, questi ragazzi, ancora adolescenti ma capaci di esprimere i propri pensieri e le sensazioni più intime, si capisce quanto i percorsi scelti dalla loro insegnante siano stati fruttuosi. Perché l’Auschwitz che hanno attraversato non è più, dentro di loro, l’icona celebrativa stampata frettolosamente sui libri, ma un luogo reale dove si sono svolti fatti reali sui quali non è più possibile esercitarsi in sterili o demagogiche diatribe. Dove il male è semplicemente il male, e come tale viene riconosciuto, sia che esso abbia la sembianze di un forno crematorio, di una matassa di capelli strappati alle vittime, di una camera a gas o di una divisa a strisce con la stella gialla.
Il grande scrittore delle shetl ebraiche spazzate via per sempre dal nazionalsocialismo, Isaac B. Singer, diceva che dopo Auschwitz non si possono più fare domande. Non almeno quelle domande, sul piano metafisico e di fronte agli innominabili abissi di cui l’uomo ha riempito l’intero Novecento, che non possono avere risposte.
Si deve e si può però continuare a porsi domande, e a porre domande; questo è d’altronde il ruolo della scuola pubblica, su tutto ciò che una risposta ha già insita in sé, in termini di verità fattuali e incontestabili. Un esercizio, per dirla con Paolo Jedlowski, autore della pièce Smemoraz, capace di rendere concreta la possibilità che il passato si prolunghi entro il presente, e «che il presente protenda all’indietro una delle sue braccia a rendere attuale, significativo e operante il passato».
Valeria, Claudia, Marco, Roberto, Sara e i loro compagni della “mitica terza B”, questo oggi hanno capito. E non è poco, in giorni nei quali altri non si vietano di parlare di “eccessi di Memoria”, forse alla ricerca di un oblio che porti al silenzio muto e acritico delle coscienze.


Alberto Melis

vai alla pagina precedentetorna alla pagina precedentevai alla pagina precedente