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(trascrizioni a cura  della Redazione sito Internet)

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Le incursioni piratesche contro la Sardegna ebbero inizio nel 710 e andarono avanti, con intervalli più o meno lunghi, fino al 1015 ma, la progettata conquista araba dell’isola fallì per la resistenza delle milizie giudicali. Gli sbarchi non furono sempre fortunati tanto che i cronisti arabi affermano che "ne davano e ne buscavano".La Sardegna in una carta del 1779 I Sardi quasi mai si facevano cogliere alla sprovvista e affrontavano i pirati sulla via del ritorno verso le spiagge tendendo delle imboscate, soprattutto di notte, nelle quali gli incursori cadevano. Questa prima fase delle spedizioni arabe vede protagonista il mitico Museto, sovrano di Denia, il quale tentò la conquista della Sardegna riuscendo a stabilire nei territori occupati una serie di presidi. Secondo un cronista pisano, Museto fece costruire nell’isola una cittadella fortificata usando manovalanza che poi, una volta terminata l’opera, fu murata viva. Alcuni studiosi hanno individuato tale fortificazione a Piscina Nuxedda il cui toponimo è legato a Mugahid (Museto). Le scorrerie ripresero nel XVI secolo quando la Sardegna, caduta sotto la signoria spagnola, dovette affidare la difesa ai dominatori e subì, quasi sempre in perdita, gli attacchi barbareschi. Tutti i villaggi situati in prossimità delle coste si spopolarono e le popolazioni si rifugiarono verso l’interno. I pirati si spinsero anche a notevoli distanze dalle spiagge risalendo talvolta il corso dei fiumi.

 

E’ questo il caso del versante orientale del golfo di Cagliari preso di mira dai Barbareschi e che provocò lo spopolamento e l’abbandono di zone un tempo produttive (Geremeas, Solanas). Per le vie sopraindicate, i pirati si spinsero ripetutamente fino a Sinnai soprattutto durante le sagre campestri tanto che furono emanate dal viceré delle disposizioni che imponevano sentinelle sui campanili e vietavano il pernottamento nei "muristenes". Con l’espulsione dai territori del regno di Spagna dei Moriscos, XV- XVI secolo, questi si trasferirono prevalentemente nel Nord-Africa rinforzando quei piccoli stati maghrebini che avevano trasformato la guerra di corsa in pirateria. Ferdinando il Cattolico e Carlo V deliberarono in favore di una difesa attiva, anche se con alterna fortuna, volta alla conquista della fascia costiera africana. La prima metà del XVI secolo vide le imprese leggendarie dei Barbarossa che si erano posti sotto la protezione del sultano di Costantinopoli divenendo i pirati più pericolosi che mai avessero minacciato i litorali dei territori appartenenti alla Spagna. La Sardegna fu particolarmente esposta alle incursioni tanto che nei parlamenti sardi furono deliberati altissimi donativi per far fronte alle spese necessarie alla difesa mediante la costruzione di torri litoranee presidiate da soldati.

I paesi vicini al mare venivano assaliti durante le feste religiose, visto che in tali circostanze gli uomini andavano disarmati, su indicazione di cristiani rinnegati, che si convertivano all’islamismo per convenienza, o di fiancheggiatori locali che favorivano il nemico senza essere costretti e non traendone alcun vantaggio.

Il problema del collaborazionismo dei Sardi nei confronti dei Turchi e dei Barbareschi emerge da una serie di relazioni conservate nell’archivio della corona d’Aragona di Barcellona. In tali relazioni si evidenzia la necessità di un maggior numero di soldati effettivi poiché nulla era la affidabilità dei Sardi.

La quasi totalità della povera gente affrontava il nemico proveniente dal mare unicamente per difendere la propria vita e i beni nella consapevolezza però che il nemico proveniente dal mare non fosse peggiore di quello che già possedeva in casa e che lo immiseriva giorno per giorno attraverso una tirannia esclusivamente fiscale pertanto, mentre la dominazione Aragonese prima e Spagnola poi rappresentava il quotidiano, gli assalti dei Saraceni venivano considerati una delle tante calamità cui erano ormai abituati.

Anche durante il periodo Sabaudo il problema degli attacchi dei Barbareschi rimase inalterato e impose dei rimedi consistenti soprattutto in una maggior vigilanza e in pene più severe nei confronti di alcaidi e torrieri in caso di inadempienze. Le incursioni Barbaresche continuarono fino al 1815 quando i bey di Tunisi, Tripoli e Algeri accettarono di abolire la schiavitù secondo i dettami del congresso di Vienna.

Da un manoscritto settecentesco conservato nell’archivio storico del comune di Cagliari ed attribuito a un anonimo piemontese, funzionario regio o militare, si ricavano notizie dettagliate sull’amministrazione delle torri anche se non aggiunge molto a quanto Martin Carrillo e il Vico avevano riportato nelle loro opere peraltro ripetutamente citate. Il governo generale delle torri veniva dal re conferito ad un cavaliere nazionale col titolo di capitano delle torri con l’obbligo di visitarle ogni tre anni per vigilare sulla funzionalità delle stesse. Il presidio di queste torri consisteva in un alcaide, che ne era il comandante, in un artigliere suo vice e in un numero di soldati che dipendeva dalla ubicazione e dalla funzione della torre medesima (gagliarda, senzilla, torresilla). Lo stipendio era modico e veniva integrato con i diritti pagati dai bastimenti. Le spese divennero eccessive per l’erario perciò nel 1583 furono convocati gli Stamenti (il Parlamento Sardo) per fissare il donativo (12.000 ducati) che si sarebbe dovuto ricavare con una tassa su pelli, lana e formaggi. Gli Stamenti approvarono il donativo a patto che l’amministrazione dello stesso fosse affidata a rappresentanti degli Stamenti medesimi.

Le torri furono di mediocre utilità poiché, avvenendo gli sbarchi in genere nelle notti senza luna, i primi a cadere prigionieri erano proprio i pochi uomini di vedetta.

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INDICE MAPPA DELLE TORRI

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Bibliografia

  • Anonimo Piemontese. Descrizione dell’isola di Sardegna, Comune di Cagliari, Ass. alla Pubblica Istruzione e Beni Culturali

  • R. Carta Raspi. Storia della Sardegna, Mursia (MI)

  • G. Francesco Fara. Geografia della Sardegna, Editrice Quattro Mori (SS)

  • G. Montaldo. Le torri costiere della Sardegna, Carlo Delfino Editore (SS)

  • William Henry Smyth. Relazione sull’isola di Sardegna, Ilisso (NU)

  • P. Valery. Viaggio in Sardegna, Della Torre (CA)

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