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Laboratorio classe 1aG
Merlino:
dalla magia alla scienza
2009-10
prof.sse
Alessandra Usai, Simonetta Pau, Patrizia Mamberti
INTRODUZIONE
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Merlino
Preferisco le grandi querce frondose
Le alte cime e le lande verdeggianti che si stendono ai loro
piedi
Questo mi piace
La foresta di Kelyddon ricca di noci
Sarà la dimora che prediligerò sopra ogni altra.
L'avaro brama
una ricompensa
L'avaro non pensa che a possedere
Quello che hanno non basta loro
A me bastano le ghiande dell'amena Keliddon
Le chiare sorgenti
Che fluiscono attraverso i prati odorosi
I doni vanno bene per l'avaro
In quanto a me
Non possono comperarmi
La libertà
Sono le mie valli boscose!
(Vita
Merlini)
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Dalla
magia alla scienza
Il mito, la leggenda e le arti magiche.

Attività laboratoriale di recupero e potenziamento
Tempi: il giovedì nel tempo prolungato dalle 14.30 alle 16.30
Ambiti disciplinari: Italiano Matematica Scienze Storia Informatica
Attività manuali: realizzazione grafica delle immagini e realizzazione
di castello medioevale con materiale riciclato

Inizia qui il
nostro viaggio nel magico mondo
della scienza.
Il mito la
leggenda e le arti magiche
La nascita della scienza è stata lenta,
incerta e difficoltosa . I nostri antenati provarono e sentirono il
bisogno di capire la natura attraverso l’interpretazione magica,di
conoscere il perché dei fenomeni naturali . La scarsa conoscenza che
essi avevano del mondo gli spinse a creare miti e leggende . Gli
antichi greci infatti credevano che fosse il dio Giove a scagliare i
fulmini sulla terra . La cultura greca elaborò nel corso del tempo
un enorme qualità di racconti mitologici tuoi quali il diluvio
universale, il furto del fuoco da parte di Prometeo; e quelli in cui
sono narrate le imprese di Ercole oppure quello di Orfeo e di
Euridice in cui si affronta il problema dell’amore, della morte e
dell’importanza dell’arte. Ancora oggi , presso alcune tribù
primitive, i così detti “stregoni” impersonano l’uomo di scienza;
con le loro “magie” curano gli ammalati e interpretano e cercano di
modificare i fenomeni naturali.

Due
antiche civiltà
Una prima “vera scienza” nasce presso due antiche civiltà, quella
dei Sumeri e quella degli Egizi. Iniziò infatti con questi due
popoli lo studio dell’astronomia, dell’anatomia umana e anche della
medicina. Ben presto l’uomo non si accontentò più di osservare fatti
e fenomeni solo per risolvere problemi pratici , ma sentì l’esigenza
di dare delle spiegazioni a tutti i fenomeni che osservava. Infatti
già gli antichi Egizi e i Fenici conoscevano le tecniche per fondere
i metalli, per fabbricare il vetro e per ottenere sostanze coloranti
da vegetali e animali.


L’origine
dell’alchimia
L'Alchimia è una scienza
tradizionale le cui origini risalgono all'antico Egitto.Nella
cultura mediterranea fu considerato fondatore dell’alchimia
Ermete Tenegisto. All’epoca dell’antico Egitto Ermete fu spesso
identificato con una divinità che possedeva la conoscenza di
tutte le arti e le scienze sacre e segrete della mummificazione
dei morti. .
Ma l’intuizione alchemica di
base risiede in una visione cosmologica che vede i metalli
collegati al cielo e ai pianeti . I miti e i simboli
dell’alchimia sono sempre stati correlati principalmente alla
purificazione dei metalli, secondo il principio detto “dissolvi
e solidifica” principio utile anche per produzione di collanti,
di profumi, di medicamenti e arti mediche già sviluppate
all’epoca delle antiche popolazioni Assiro-Babilonesi.
Alla base della teoria alchemica c'è il principio della
trasformazione dei metalli vili in oro attraverso la pietra
filosofale.
Gli alchimisti ritenevano che se fosse stata scoperta la “pietra
filosofale” , cioè il segreto della purificazione dei metalli,ciò
avrebbe permesso di trasformare tutti i metalli in oro puro perché,
l’oro, era considerato non soggetto al decadimento del tempo.
I due principi fondamentali sono lo Zolfo (simbolo del maschile) ed
il Mercurio (simbolo del femminile). Si noti che si partiva sempre
dal Mercurio e gli alchimisti nulla sapevano della Chimica moderna:
il Mercurio ha numero atomico 80 e l'Oro 79, cioè ora noi sappiamo
che basterebbe togliere un protone dall'atomo di Mercurio per
trasformarlo in Oro. L'opera alchemica veniva compiuta in gran
segreto nel forno alchemico, chiamato Atanor. Il risultato finale
era la Pietra Filosofale.

Queste donne riccamente vestite e ingioiellate, si sistemano sul capo
dei contenitori di grasso profumato. Col calore il grasso si
scioglie profumando l’ambiente.

l'Alchimia
greco-alessandrina
Dall'Alchimia egizia sono derivate l'Alchimia greco-alessandrina,
cinese, indiana, islamica e le grandi società segrete alchemiche
dell'Europa medioevale.
Le
prime teorie che tentarono di spiegare la struttura della materia
risalgono ai filosofi greci per i quali la scienza e la religione
sono ben distinte. Intorno al 600-500
a.C. , in Grecia, i primi naturalisti cercarono di dare una risposta
alle domande sulla costituzione della materia; tra questi sono
famosi Empedocle e Aristotele che sostenevano la teoria secondo la
quale la materia doveva essere formata da quattro elementi
essenziali: aria, acqua, terra e fuoco. Questi ultimi mescolandosi
tra loro avrebbero dato origine a tutte le sostanze. Un altro
filosofo greco, Democrito, ebbe invece l’intuizione che la materia
fosse costituita da atomi, cioè particelle piccolissime, diverse per
forme e grandezza in continuo movimento. In seguito agli influssi
egizi sulla cultura greca portarono alla nascita dell’alchimia,
un’antica pratica protoscientifica che fu una prima forma di
scienza che combinava elementi di chimica, fisica, astrologia, arte,
metallurgia, medicina e religione.
La tecnica e scienza in
Grecia
Quando i greci uscirono dal periodo di crisi
“dei secoli bui “, nell’ottavo secolo a.C. essi conoscevano la
lavorazione del ferro e l’alfabeto. Quanto al ferro già sappiamo che
la sua lavorazione fu conosciuta inseguito all’invasione degli
Ittiti nell’Asia minore , tra il 1400 e il 1200 a.C. Quando il loro
impero si sfaldò, la tecnologia del ferro si diffuse nelle isole
dell’Egeo, e giunse fino al Norico (attuale Austria). Qui furono
scoperti i ricchi giacimenti d ferro , accanto a miniere di
estensione mai viste. Nacquero quelle che per lungo tempo furono
le più grandi officine europee per la lavorazione del ferro. La
tecnologia del ferro giunse in Grecia solo alla fine dell’ottavo
secolo : ma per un certo periodo il ferro fu ancora considerato un
metallo prezioso . Nell’ Iliade si parla di bocce di ferro come dei
premi che vengono attribuiti ai vincitori delle gare più
impegnative.
.
Nascevano nuovi strumenti , come le forbici
per tosare le pecore, utilizzante anche dal barbiere e dal sarto, o
come le incudini e tenaglie del fabbro. Anche gli strumenti che
prima erano in bronzo , se costruiti in ferro diventavano più
economici e più duraturi . IL ferro era infatti assai più resistente
del bronzo. Ma se il ferro presentava tanti vantaggi , perché la sua
lavorazione fu l’ ultima ad essere scoperta nelle fucine dei
fabbri? La risposta è semplice : perché le operazioni per ricavare
il ferro sono cosi complicate solo un caso fortunato potè condurre
alla sua scoperta . I forni che gli antichi usavano per fondere il
bronzo , non raggiungevano temperature sufficienti a fondere il
ferro. IL minerale di ferro deve essere caduto per caso in uno di
questi forni e qualche fabbro deve aver provato a martellare quell’
materiale, riscaldandolo più volte nel forno per mantenerlo
malleabile .Quando la conoscenza di questa tecnica si diffuse ,
molti la impararono , e il mestiere del fabbro divenne tra i più
popolari , pronto a soddisfare le esigenze degli artigiani , dei
contadini e dei soldati.

La
meccanica
nell'antica
Grecia
In
Grecia le prime macchine furono inventate, per creare effetti
meravigliosi e sorprendenti, che divertissero gli uomini liberi. La
carrucola per esempio, semplice ma utilissima, rotelle sospesa sulla
quale scorre una corda, che ancora oggi i muratori usano per
sollevare i secchi di cemento, fu usata dai Greci per ottenere
effetti teatrali, per esempio calare dall’ alto sulla scena un’
attore che impersonava una divinità. Meccanismi ben più
complessi furono inventati nell’ II secolo a.C. da Erone, uno
scienziato del museo di Alessandria d’ Egitto. Erone chiamava le sue
macchine “automi”, perché si muovevano da soli, senza la forza del
uomo o degli animali. In realtà Erone aveva scoperto la possibilità
di trasformare in movimento la forza del vapore. L’ eolipila la
stupefacente macchina a vapore di Erone. In questa macchina il fuoco
fa evaporare l’ acqua e il vapore uscendo dalla sfera, la fa muovere
velocemente. Questo principio venne “riscoperto” secondo secolo fa
nell’ invenzione della macchina a vapore in quei tempi invece Erone
la utilizzava per l creazione di giocattoli aveva un effetto
stupefacente l’ apertura delle porte de tempio grazie all’
accensione del fuoco utilizzando una serie di carrucole grazie alla
dilatazione dell’ aria riscaldata faceva scorrere le funi
collegate alle porte del tempio. In un solo campo i Greci finirono
per ammettere ‘ utilità delle macchine da guerra. Per concludere
questo discorso bisogna far notare che il l’ atteggiamento dei
romani nei confronti delle macchine fu (specialmente in età
imperiale) diverso da quello dei Greci. Non perché i Romani fossero
inventari ma perché erano più pratici. Sviluppando conoscenze ch
provenivano dal mondo greco i romani utilizzavano per esempio
largamente macchine per sollevare pesi (il termine “gru”
deriva dal latino “grus”). Una combinazione di carrucole rendeva
possibile svolgere lavori che, con la sola forza umana, non si
sarebbero mai portate a termine. Il “motore” di queste macchine era
pur sempre l’ uomo o meglio gli uomini, che chiusi in una specie di
grande ruota, camminando facevano muovere gli ingranaggi. Nel tardo
impero i romani progettarono per far muovere le macchine da qualche
altra forma di energia che non fosse quella dell’ uomo o degli
animali. La mano d’ opera infatti cominciava a scarseggiare . Anche
gli animali potevano svolgere un lavoro molto limitato perché non
era stato ancor trovato un modo adeguato di attaccarli al traino.
Dato la situazione non stupisce per tanto che i romani abbiano
pensato di utilizzare l energia dell’ acqua corrente per un lavoro
estremamente faticoso come la macinatura del grano. Naquero così i
primi mulini ad acqua (VI secolo d.C.)

La geometria e
l’astronomia nell’antica Grecia.
La diffusione della scrittura alfabetica ebbe un
effetto importante sulla cultura greca ,determinando un nuovo tipo
di sapere . I maestri di questo nuovo sapere erano filosofi di cui
abbiamo già parlato. I filosofi cercavano di spiegare la natura non
più con i miti della religione ,ma con la ragione. Uno dei più
antichi filosofi Greci, Talete(vissuto nel sesto se colo a.C.),
pensava che ogni cosa derivasse dall’acqua. In alcuni campi i primi
filosofi raggiunsero conoscenze veramente scientifiche, che sono
valide ancora oggi. Ciò accadde nell’aritmetica e nella geometria:
si tratta di discipline che richiedono soltanto tanta
riflessione e una buona capacità di ragionamento. Vi siete mai
chiesti perché la tavola pitagorica si chiama così? In onore del
primo grande matematico Greco, Pitagora, Che fondò la sua scuola in
Calabria nel VI secolo a.C.. Il teorema di Pitagora relativo ai
triangoli è la più famosa delle sue scoperte.
Nel terzo secolo a.C. visse il grande matematico Euclide che
lavorava presso il museo di Alessandria d’Egitto.

Nel VI secolo a.C così veniva rappresentata la Terra che si
pensava fosse piatta
Le conoscenze geometriche e matematiche consentivano ai Greci
di realizzare notevoli progressi anche nell’astronomia.
L’osservazione delle stelle e dei pianeti era stata coltivata dagli
uomini fin dai tempi più antichi. I sacerdoti Babilonesi sostenevano
che le stelle esercitavano un’influenza sulla vita degli uomini.
Attraverso l’osservazione del cielo si fecero importanti scoperte
astronomiche. I Babilonesi e gli Egiziani, per esempio,
sapevano prevedere le Eclissi del Sole e della Luna. In Grecia
iniziarono ad occuparsi di Astronomia non soltanto gli Astrologi, ma
anche gli Scienziati. Essi però costruirono le loro teorie
astronomiche su una convinzione sbagliate: pensavano che la
Terra fosse al centro del Universo, e che i pianeti ruotassero
attorno, trasportati da un’insieme di sfere concentriche che si
trasmettevano in movimento a vicenda. Un notevole passo avanti fu
realizzato in epoca ellenistica (terzo secolo a.C.) dagli scienziati
del museo di Alessandria uno di essi, Aristarco di Samo trovò un
metodo per misurare la grandezza del Sole e si accorse che è molto
più grande della Terra. Aristarco fu il primo scienziato a pensare
che fosse il Sole e non la Terra, il centro dell’Universo.. Anche
Eratostene, un altro astronomo di Alessandria d’Egitto, pensava che
la Terra girasse attorno al Sole. Eratostene con un metodo
geometrico, riuscì a misurare la circonferenza della Terra. Però non
fu dello stesso parere l’ultimo grande astronomo Alessandrino
Tolomeo (secondo secolo d.C.):e poi che il suo trattato di
astronomia fu considerato per molti i secoli un’opera valida per
1400 anni, sino ai tempi di Copernico e di Galilei, si continuò a
credere che il Sole girasse intorno alla Terra. Questa credenza, che
era confermata anche dalla Bibbia, si chiama sistema geocentrico o,
dal nome dell’astronomo alessandrino, tolemaico.

Sistema geocentrico o tolemaico
Il sapere
degli Arabi
Nei
secoli ottavo e nono la cultura araba raggiunse il suo massimo
splendore. L’immenso impero Arabo veniva ad occupare terre che erano
state sedi di antiche civiltà:da quella persiana a quella Egiziana ,
da quella greca dell’Asia minore a quella mesopotamica , a quelle
ebraiche e cristiane .Proprio a Baghdad un astronomo indiano
comunicò agli Arabi un’invenzione di importanza incalcolabile : si
trattava di quelli che noi chiamiamo impropriamente numeri arabi,
cioè di quei 10 semplici simboli coi quali facciamo quotidianamente
uso. Sono due gli aspetti rivoluzionali di questa invenzione: la
possibilità di trascrivere qualunque numero, piccolo o grande
solo quei 10
simboli che assumono valore diverso a seconda del
posto che occupano(unità, decine e centinaia). Un grande matematico
arabo adottò i nuovi simboli in un famoso trattato il cui titolo” Al
Giabr “diede luogo al termine “algebra”. Il ramo della matematica
che studia le più complesse operazioni. In secondo luogo,
l’introduzione dello zero, un numero utilissimo. Soltanto all’
inizio del 1200, un commerciante pisano, Leonardo Fibonacci
portò in Europa l’uso dei numeri arabi.
L'alchimia Araba
Eccellenti nella matematica, nell'astronomia
e nell'astrologia, gli Arabi avevano anche un'altra grande passione:
l'alchimia. A metà tra la scienza, la magia e la filosofia, questa
disciplina derivava agli Arabi da traduzioni Egiziane, Greche,
Persiane e Indiane. L'interesse Arabo per la scienza alchemica,
derivava da alcune sconfitte subite a causa del “fuoco greco”
preparata da un certo Callinico, che aveva incendiato la flotta
araba. Sino al 1100 l'alchimia fu in mano araba e molti termini
hanno origine araba, come: Alambicco, Alcalino, Nafta, Alcool,
Zirconio. Anche l'alchimia Araba aveva due scopi principali: il
primo consisteva nel cercare una sostanza speciale, “la pietra
filosofale” (in Arabo Al-Kimya), che avrebbe dovuto trasformare
tutti i metalli comuni in oro purissimo. Il secondo scopo consisteva
nel preparare l'elisir di lunga vita che avrebbe dovuto assicurare
all'uomo immortalità. Gli alchimisti Arabi esaminavano le varie
sostanze, le pestavano, e le miscelavano nei mortai, le cuocevano
nei forni, le distillavano negli alambicchi, le combinavano, le
separavano, le sperimentavano sull'uomo. Alcune di queste sostanze
studiate molti secoli più tardi dalla chimica, iniziarono allora a
essere conosciute. Le conoscenze chimiche degli Arabi avevano utili
applicazioni pratiche: ricordiamo che sono stati gli Arabi a
distillare per primi l'alcool (in Arabo Al- Kuhl) e a utilizzarlo
per scopi medici. Inoltre essi (Arabi) realizzarono un'
invenzione della quale oggi non sapremo più farne a meno: il sapone,
per cui la composizione utilizzavano olio d'oliva e carbonato di
sodio (ricavato dalle ceneri fuse ricavate di piccoli arbusti) con
l'aggiunta di essenze profumate. D'altronde anche i Greci e i Romani
si lavavano con l'olio d'oliva; ma se occorreva una pulitura più
energica, all'olio d'oliva si aggiungeva la crusca oppure sabbia o
polvere di pomice. Un altro alchimista Persiano conosciuto in
seguito con il nome di Avicenna, nei suoi studi descrisse l'uso del
gesso per le fratture.

L’Alchimia nel
Medioevo
La data in cui si stabilisce l’ ingresso dell’ Alchimia nel Medioevo è il
1144, data in cui compare in Europa la traduzione latina del
Marienus. Con le Crociate gli europei si impadronirono delle
conoscenze arabe. Verso la metà del XII secolo l’ uomo si afferma
come un artigiano che trasforma e crea . La nuova disciplina
Alchemica è accolta con entusiasmo e interesse : alla fine del XII
secolo alle traduzioni dall’ Arabo si affiancano opere composte in
latino dai nuovi e numerosi alchimisti . Il primo alchimista europeo
fu Alberto Magno che nei vari esperimenti descritti nei suoi testi
trattò l’arsenico con molta chiarezza. Contemporaneamente apparve
sulla scena inglese Ruggero baffone fautore della applicazione
matematica agli studi scientifici. L’ Alchimia è una scienza anche
per gli europei , una scienza nuova che contiene molte informazioni
che permettono di conoscere meglio la natura. I più importanti
risultati dell’ alchimia medievale furono la descrizione dell’ acido
solforico e la preparazione dell’acido nitrico, concentrat o ( acidi
minerali ). Questo , dopo l’estrazione del ferro dai minerali
avvenuta 3000 anni prima , fu il più importante progresso della
chimica ; si apriva agli alchimisti la possibilità di effettuare
e reazioni chimiche negate a chi li aveva preceduti.

Il
laboratorio dell’alchimista medievale
Critica e condanna
dell’alchimia nel Medioevo
A questo punto è lecito domandarsi quale
posizione assunse la Chiesa nei confronti di questi
nuovi “eventi scientifici “. La Chiesa dopo un primo periodo
di osservazione , ad iniziare dalla seconda metà del 1200
condannò lo studio e la pratica dell’ alchimia :”Perché
_ così si è espressa la Chiesa _ è impossibile realizzare la
trasmutazione dei metalli in oro ,e coloro che affermano di
trasmutare e non ottengono nessun risultato sono truffatori ,
o se vi riescono allora hanno trasmutato per mezzo della magia” . E’
probabile che la chiesa rifiutasse la scienza dell’alchimia perché
era di origine pagana ( babilonesi , egiziani,greci) e trasmessa
dalle terre del nemico più vicino e temibile : gli arabi . I
risultati della condanna non si fanno attendere ma gli alchimisti
europei non abbandoneranno lo studio e la pratica dell’alchimia .
Immagini di apparati alchemici
Stampi di fusione

Recipienti per lavaggio dell’oro

Appoggio per beuta con anelli di piombo – Forbici per metallo
Myrddin, le
origini di Merlino
Eccoci giunti al nostro Merlino, il mago medievale più conosciuto e
amato dal pubblico, con il quale termina il nostro viaggio nel magico mondo
della scienza.
Il mago e chiaroveggente Merlino è uno dei personaggi
centrali del ciclo bretone e della letteratura su Re Artù. Fu lui
l'artefice della Tavola Rotonda; grazie a un suo incantesimo Artù
venne concepito; fu ancora lui ad allevare Artù e condurlo fino
all'ascesa al trono. Sua allieva fu Morgana (Morgan Le
Fay), un altro personaggio magico importante della tradizione
arturiana. Myrddin appare per la prima volta in alcuni resoconti
gallesi dell'inizio del X secolo come un profeta, ma il suo ruolo
diviene presto quello di mago, profeta e consigliere, incantatore,
attivo in tutte le fasi del regno di Re Artù. Alla nascita gli era
stato dato il nome di Emrys (o Ambrosius), avvenuta a
Caer-Fyrddin (Carmarthen).
La denominazione
Merlinus venne utilizzata per la prima volta da Geoffrey di
Monmouth, un chierico gallese, verso il 1135: nell'Historia Regum
Britanniae, dove si narrano le gesta di Re Artù, nelle Prophetiae
Merlini e nella Vita Merlini, e dunque solo più tardi viene
conosciuto come Merlino (Merlin), una versione latinizzata della
parola gallese, Myrddin, derivante dal suo luogo di nascita,
la città di Caermyrddyn dove era nato. Nella letteratura
in lingua gaelica vi sono in effetti due diversi personaggi di nome
Merlino (Myrddin): uno dei due, Myrddin Wyllt, non ha alcuna
relazione specifica con il ciclo di Artù. L'altro, Myrddin Emrys, fu
ripreso da Geoffrey of Monmouth, che nella sua Historia Regum
Britanniae pose in relazione per la prima volta Merlino con la saga
arturiana, di cui Merlino divenne in seguito uno dei personaggi più
importanti. Fu il Vescovo Alessandro di Lincoln a richiedere a
Geoffrey di Monmouth di tradurre le profezie dal gaelico al
latino.
Nella Histora Regum
Britanniae Geoffrey narra l'incredibile nascita di Merlino
dall'unione di un incubo con una vergine, aveva poi ricordato
episodicamente le sue profezie e gli interventi magici da lui
compiuti alla corte dei re Vortigern e Uther Pendragon, ma non aveva
più fatto menzione di lui dopo l'episodio dello straordinario
concepimento di Artù. Merlino era il figlio illegittimo di una
Principessa reale monaca di Dyfed.Il padre era un angelo che visitò
la ragazza e la lasciò incinta. Myrddin, raccontano, fu subito
battezzato, un evento che aveva annullato la sua natura maligna, ma
lasciato intatti i suoi poteri. La sua vita - almeno secondo le
incerte cronologie del basso medioevo - fu incredibilmente
lunga.Merlino compariva col nome di Ambrogio compariva negli anni
829-830 nell'Historia Brittorum, un tempo attribuita a
Nennio, nella quale egli era contemporaneo di Vortigern, e come
bardo Myrddin, protagonista di un ciclo di poemi profetici gallesi.
Al
centro delle Profezie di Merlino, Geoffrey collocò dunque una
formidabile figura destinata a suscitare enorme curiosità: quella di
Merlino, celebrato più tardi come mago nel Roman de Merlin di
Robert de Boron. Qui egli appare innanzitutto nelle vesti di
profeta che espone una serie di vaticini relativi alla storia
britannica a partire dall'invasione dei Sassoni.
Tra
le sue profezie, la seguente sembra parlarci oggi, in un momento in
cui sembra che l'equilibrio delicato del mondo sia sempre più in
pericolo:
Gli
uomini si inebrieranno di vino e dimenticheranno il cielo per la
terra.
Gli
astri si allontaneranno da loro e confonderanno il loro corso.
Le
messi seccheranno e l'acqua scomparà dalla terra.
Le
radici si muteranno in rami e i rami si muteranno in radici.
La
luce del Sole sarà eclissata dalla luce argentata di Mercurio ...
Il
carro della Luna turberà lo Zodiaco e le Pleiadi verseranno lacrime.
Tutto cesserà presto di compiere il suo ufficio, ma Arianna si
rinchiuderà presto dietro la sua porta chiusa.
Il
colpo del raggio solleverà i mari, e la polvere dei tempi antichi
ricomparirà.
I
venti si urteranno e il loro baccano andrà a perdersi negli astri
[cit.
In Markale, Merlino, p. 262, Milano).
Il pubblico moderno
conosce anche il Merlino rappresentato da Walt Disney ne “La
spada nella roccia”. Il secondo lungometraggio animato Disney degli
anni sessanta si occupa di uno degli eroi leggendari più celebri, ma
lo fa in modo originale. Il protagonista del film è infatti
nientemeno che re Artù, ma non è il guerriero che ci
immaginiamo, nè il re magnanimo e giusto. Dei suoi cavalieri poi,
nemmeno l'ombra.
Come mai?
Semplice, Walt Disney ritrae l'eroe negli anni della sua infanzia.
Artù è in questo film un ragazzino, nessuno immagina lontanamente
quale sarà il suo destino, così il piccolo vive facendo lo sguattero
nello sgangherato castello di Sir Ettore e di suo figlio
Caio, che lo hanno ribattezzato, senza troppo rispetto,
Semola. Non è vero però che proprio nessuno è in grado di
vedere nel gracile ragazzino un grande sovrano, ci riesce infatti il
buon Mago Merlino, abituato ai viaggi nel tempo, e che quindi
conosce il futuro allo stesso modo del presente e del passato.
Il mago è, nella versione disneyana, un simpatico ed arzillo
vecchietto un po' svanito e sempre sul punto di far danni di ogni
misura, il che lo rende il più simpatico personaggio della
pellicola. Nella gara di simpatia corre contro il saggio gufo
parlante Anacleto, suo compagno di battibecchi, e, strano a
dirsi, con la strega cattiva, Maga Magò, raro caso di strega
disneyana che anzichè far paura ai bambini, li diverte.
 "La
Spada nella Roccia" inizia il suo racconto con la leggenda classica,
quella del re d'Inghilterra che muore senza eredi e con la spada che
appare magicamente per porre fine alle battaglie per il trono.
Colui che riuscirà ad estrarre l'arma dall'incudine (e non dalla
roccia, in realtà), sarà re per volere divino. Negli anni nessuno
riesce. In un castello in rovina vive Sir Ettore, nobile
decaduto che si prende "magnanimamente" cura dell'orfano Semola.
Il piccolo, in realtà, è trattato alla stregua di un servo.
Durante una battuta di caccia al fianco di Caio, Semola
finisce col perdersi nel bosco e qui trova ad aspettarlo il Mago
Merlino. L'anziano uomo lo prende sotto la sua protezione e
inizia ad insegnarli tutto il necessario per farne un sovrano. Per
fare ciò si trasferisce al castello di Sir Ettore dove gli viene
assegnata la stanza degli ospiti, ovvero la peggiore dell'intero
edificio.
Il
massimo delle aspirazioni di Semola si risolve in una vita da
scudiero, Merlino, però, cerca e trova in lui la tempra di un re.
Non gli insegna a destreggiarsi con la spada, preferisce spiegargli
le difficoltà che affronta uno scoiattolo nella foresta, un pesce
nel'acqua, un uccellino nell'aria, e il modo migliore per capirlo
e.. provare.
Merlino, maestro di arti magiche, trasforma Semola a suo piacimento
e lo mette davanti a situazioni più o meno rischiose, dalle quali
c'è sempre da imparare.
Il
pericolo maggiore arriva quando il giovane arriva nella capanna di
Maga Magò, strega che ha nella cattiveria la sua ragione di
essere. Il suo obiettivo primario sembra essere contrastare Merlino
e le sue teorie. Quando le capita tra le mani Semola, la sua
intenzione è di distruggerlo. Quando il mago lo scopre ha inizio un
duello di magia in cui la strega e Merlino cercano di annientarsi a
vicenda a colpi di metamorfosi. Merlino ha la meglio, naturalmente.
E la spada nella roccia?
Semola la trova per caso, quando nei panni di scudiero del suo
fratellastro Caio, ne perde l'arma e ne trova una sostitutiva
davanti ad una chiesa. Si tratta di una vecchia spada abbandonata
che giace infilata in un'incudine. Semola l'afferra e l'estrae senza
fatica. L'Inghilterra ha un nuovo re!
Il commento musicale che accompagna l'avventura di Semola è
simpatico e comprende momenti celebri, va citato almeno il brano
"Higitus Figitus", cantato da Merlino mentre riduce tutti gli
oggetti della sua dimora a dimensioni tali da farli entrare in una
sola valigia. Il brano rientra nella categoria dei "vocaboli
Disney", parole inventate di sana pianta, o praticamente
sconosciute, che riportano direttamente al film che le contiene.
Succede, ad esempio, con "Supercalifragilistichespiralidoso", "Zip A
Dee Dooh Dah", "Hakuna Matata”

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