LA STORIA E LA TRADIZIONE
 
La storia della Pasqua

Il termine Pasqua deriva dalla parola latina pascha e dall'ebraico pesah, che significa probabilmente passaggio. Con questo nome si indicano due feste, molto diverse tra loro, una ebraica, l'altra cristiana. La Pasqua più antica è quella ebraica, con la quale si celebra la liberazione del popolo di Mosè dalla schiavitù in Egitto e viene festeggiata in occasione del primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera. La Pasqua cristiana celebra, invece, la Resurrezione di Cristo e viene festeggiata la domenica successiva al primo plenilunio dopo l'equinozio primaverile.
La festa, oltre alle radicate motivazioni religiose, è legata al risveglio della natura. L'evento ha sempre avuto risonanze agresti e risale ad un'antica celebrazione con cui veniva festeggiato l'arrivo della primavera tramite offerte di ringraziamento, tra cui le primizie del campo e dell'orto, e sacrifici di agnelli, la cui carne veniva consumata con un pasto rituale. Oggi come in passato si ritrovano sulla tavola le spighe di grano tramutate in pane, le erbe, le uova, l'agnello, irrinunciabili e caratteristici alimenti della Pasqua.

 
 
La Settimana Santa e la Pasqua in Italia:

Nel nostro Paese, i festeggiamenti della Pasqua variano da regione a regione, pur restando, in linea di massima, legati alla liturgia cristiana.
Ogni piccolo paese italiano ha le sue processioni, e ricorda la passione e la Resurrezione di Cristo in maniera specifica.
Una particolarità della Pasqua italiana risiede anche nella sua cucina. Tutte le regioni italiane si preparano, infatti, ai festeggiamenti con piatti tipici.

 

 
 

La Settimana Santa e la Pasqua in Sardegna:

Molti studiosi affermano che i riti della Settimana Santa in Sardegna, sono stati introdotti dalla dominazione spagnola nel 1400 e che in seguito siano state però influenzati dalla tradizione sarda. Infatti i riti della passione di Cristo si fondono armoniosamente con gli usi e i costumi del passato, in perfetto connubio tra sacro e profano, collegati al ciclo dell’attività agro-pastorale, col risveglio della natura in primavera.
“Pasca manna”, ossia Pasqua grande, è così definita questa ricorrenza, per distinguerla dal Natale “Paschisgedda” ossia Pasqua piccola. Le funzioni religiose di questa festività sono più o meno uguali in tutta la Sardegna. In alcuni paesi i riti celebrativi iniziavano la Domenica delle Palme, quando per ricordare l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, avveniva “su ndellittu a porta”: i fedeli con il prete e le confraternite vestite di bianco uscivano dalla chiesa sul sagrato per la processione, chiudendo la porta. Dentro restavano i cantori a pregare e cantare in latino e ad aspettare il rientro dei fedeli. Allora il prete con la palma bussava per tre volte e i cantori alla terza volta aprivano, facevano entrare tutti e si celebrava la Messa. Il Giovedì Santo si faceva la processione e il Venerdì Santo si deponeva il Cristo nel sepolcro. Qui si sistemavano “is nennerese” ottenuti facendo germogliare dal mercoledì delle Ceneri, dei chicchi di grano in un piatto con bambagia, da tenere sempre umida, al buio. I chicchi, germogliando, assumevano un colore giallognolo, poiché veniva a mancare l’azione clorofilliana. Si celebrava poi la deposizione nel sepolcro. Dal Venerdì Santo inoltre venivano legate le campane in segno di lutto e al loro posto i ragazzini suonavano “is caragoloso, is sicchirriasa e sa matracca”. Intanto si preparavano i dolci tipici: “pardulasa” e il pane “su pani pintau” al quale se si applicava un uovo sodo, era “s’anguli e coccoi” per i più piccoli. “Anguli” trae origine dall’arabo angul, anche se a portarlo in Sardegna dall’Arabia, sono stati gli aragonesi. Il giorno di Pasqua al suono delle campane a tutti i simulacri presenti in chiesa venivano tolti i veli color viola che avevano tenuto per tutta la quaresima e si preparava la processione. Allora come oggi il momento culminante è “s’incontru” tra la Madonna e Gesù risorto che avviene nella via Roma