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Un padrone e un servo avevano
scoperto che in una certa casa fuori dal paese una banda di ladri aveva
stabilito il suo covo e che tutte le sere, al rientro dalle loro
scorribande, i banditi vi scaricavano il loro bottino.
“Ci
deve essere ogni ben di Dio dentro quella casa!” osservò il padrone. E
siccome rubare ai ladri non è un gran peccato, l’uomo decise di sfruttare
l’opportunità che la fortuna gli offriva. Così si appostò con il suo servo
nelle vicinanze della casa e attese pazientemente che i banditi la
lasciassero incustodita. Passò tutta la notte. Poi con le prime luci d ell’alba
i ladri abbandonarono il loro covo per eseguire una nuova razzia. E allora
l’uomo e il servo piantarono sul muro dei grossi chiodi, uno sull’altro,
per formare una specie di scala fino ad una finestrella. Dopo di che si
arrampicarono, entrarono nella casa e riempirono due bisacce di gioielli e
marenghi d’oro. Ma il tesoro era così ricco che, quando i banditi
ritornarono con dell’altro bottino, non notarono la sparizione dei
gioielli e delle monete. Il mattino dopo l’uomo e il suo servo ritornarono
nella casa e portarono via tre bisacce di diamanti e altre ricchezze.
Anche questa volta gli andò bene. Ma il terzo giorno il servo mise in
guardia il padrone: “non è possibile che i banditi non si siano accorti di
nulla.” “Se hai paura non venire!” tagliò corto il padrone. E questa volta
andò solo. Ma i banditi si erano davvero accorti della sparizione di buona
parte del loro tesoro e avevano anche individuato la scala di chiodi e la
finestrella che permetteva l’accesso. Perciò avevano preparato una
trappola: avevano messo sotto la finestrella, all’interno della casa, un
enorme paiolo pieno di pece, scaldato da un braciere. E quando il padrone
avido si lasciò calare dalla finestra, cadde dritto come un salame
nella trappola di pece e ci lasciò la pelle. Il buon servo attese per ore
l’arrivo del padrone ma poi, vedendo che non tornava, decise di andare a
vedere ciò che era successo. Si recò nella casa dei ladri, salì sulla
scala di chiodi, guardò dalla finestrella e vide il padrone ormai morto
dentro il paiolo. Visto che non c’era più nulla da fare i servo pensò bene
di rendere irriconoscibile il corpo e gli tagliò la testa, che portò via
con sé. Quando i banditi rientrarono si meravigliarono della presenza
dell’uomo senza testa perché, non riconoscendolo, era impossibile
recuperare la refurtiva. Il loro capo disse: “E’ semplice! Basterà andare
in paese e tendere le orecchie dietro le porte: se sentiremo qualcuno
piangere per la morte di un parente, là troveremo il nostro tesoro!” Detto
fatto, andarono in paese e si misero ad origliare dietro le porte alla
ricerca di pianti e lamenti, ma non udirono nulla. Il capo decise allora
di mettere il corpo dell’uomo senza testa in una cassa al centro del
paese, sicuro che la vedova non avrebbe resistito alla tentazione di
venire a piangere davanti la bara del marito. E così fecero! Il servo,
preoccupato per le sorti della vedova, andò in un ovile e si fece prestare
cento capre. Alle corna di ciascuna capra legò due candele accese, due le
legò alla testa del suo cavallo e due le sistemò ai lati della testa del
suo padrone, che tenne in mano. Poi salì a cavallo e marciò con quella
strana processione verso la piazza del paese. Era notte fonda e le cento
capre battevano lugubremente con gli zoccoli sul selciato, messe in fila
come nella processione dei Misteri e la testa del morto sollevata a
mezz’aria diceva (ma era il servo che parlava): “Anime del Purgatorio:
andate e prendete anima e corpo di tutti coloro che fanno la guardia al
mio corpo.” E le capre rispondevano: “ Beeene, beeene, beeene!” A
quell’orribile visione i banditi presero un tale spavento che scapparono a
gambe levate, senza nemmeno voltarsi indietro. Il servo ne approfittò per
trascinare la salma del suo padrone, che poi andò a seppellire nel
cimitero assieme alla testa. |