“UN VECCHIO E UN BAMBINO”

 

 

si presero per mano e andarono insieme a fare una passeggiata nei dintorni di Villasimius.


L’uno, più che con gli occhi, guardava mari e campagna con… la memoria.
L’altro, libero dal peso dei ricordi, “con gli occhi trasparenti di un bambino”.
Mentre camminavano raccontavano...

         Il vecchio: ricordo che una volta, ed era primavera, quando frequentavo le scuole elementari, le uniche del paese, gli insegnanti decisero di farci fare una scampagnata, senza altro impegno se non quello di giocare. Non avevamo né zaino, né alimenti, né bevande, né palloni... Forse, come voi, avevamo molta voglia di uscire dalle aule per evitare le solite noiose lezioni. Dopo aver giocato, si tornava a scuola con un piccolo fascio di legna che serviva per preparare il minestrone che ci offriva la scuola…Qualche insegnante stravagante ci chiedeva anche di cercargli una… scricchiola frisianti de ollastu per domare gli indisciplinati!  Non ti spaventare, siamo sopravvissuti... Quel maestro, invece, è già morto! Allora quei metodi non erano proibiti come oggi. E, sinceramente, non saprei dirti se fosse meglio o peggio di adesso…
         In campagna, inquadrati scolasticamente, non andavamo quasi mai. Andavamo per conto nostro a funghi, per raccogliere asparagi, bietole selvatiche, a nidi, a caccia, per fichidindia, a far legna, con le pecore, le capre, i buoi… 
         Si può dire che i maschi vivevamo più nei campi che in paese, a contatto con la terra. Abbiamo imparato presto a capire che la terra, con l’aiuto del cielo, da cui aspettavamo la pioggia, ci dava il pane. Dalla generosità o avarizia del cielo dipendeva la buona o la cattiva stagione, con buona raccolta o scarsità di grano e di legumi, abbondanza o scarsità d’erba per gli animali domestici e selvatici che ci fornivano latte, carne, lana, pelli…  Dal cielo aspettavamo l’acqua per i torrenti, dove le donne andavano a lavare i panni, per le sorgenti che ci dissetavano in tutte le stagioni. La campagna, da sempre, ci dava la legna per fare il famoso carbone e la legna per far da mangiare e scaldarci durante l’inverno. Nei boschi della montagna c’erano le querce che davano ghiande per il maiale che ammazzavamo a Natale. C’era il lentisco con le sue bacche da olio per la cucina e con cui ingrassavano i tordi e i merli per far le grive, c’era il mirto  e le sue saporite bacche, per noi e per gli uccelli migratori.
         Il mare, più che bello, azzurro, dalle acque cristalline, più che un luogo di svago come lo è oggi per voi, era per noi, che conoscevamo solo il nostro mare così com’era, prima di tutto, il luogo dove c’erano pesci, polpi, seppie, aragoste, granchi, ricci, patelle, meduse (ociadas), berte (giaurrus) nelle due isole… Per questo e non per… poesia o altri interessi, su satu e su mari, non potevamo non sentirli parte di noi. Non so se li ammiravamo per la loro bellezza, se li amavamo. Questi verbi non li usava nessuno. Neppure tra l’uomo e la donna o tra genitori e figli! Penso che li vivevamo, senza dirlo. rispettando la terra e il mare perché erano fonte di vita!
 

Il bambino Io non so raccontare. Ti dico solo quello che pensiamo noi ragazzi dopo il corso di educazione all’ambiente fatto con gli insegnanti in classe e nei percorsi differenziati:
 “Abbiamo acquisito maggiore consapevolezza della nostra terra e senso di appartenenza molto forte al territorio”.

“Per non rovinare la nostra ricchezza dobbiamo fare in modo di non strappare niente e non fare niente che danneggi la natura”.
“… Non sporcare il nostro mare… altrimenti muoiono i pesci!”
“Non facciamo del male alle piante, aiutiamole a star bene!”
“Gli alberi sono belli da vedere quando hanno i fiori, perciò dobbiamo trattarli bene e non incendiarli”.
“Arrivati alla torre (di Porto Giunco) abbiamo potuto ammirare un panorama bellissimo…”
“… Visto che le dune di Porto Giunco non sono protette dal continuo calpestio dei turisti durante l’estate, abbiamo deciso di scrivere delle lettere di protesta al direttore dell’Area marina Protetta”.
“Abbiamo imparato ad apprezzare il sacrificio fatto dai nostri antenati per contribuire allo sviluppo del paese e al consolidamento delle nostre tradizioni”.

         “Il nostro racconto finisce qui… Vi preghiamo solo di lasciare intatto il nostro ambiente che noi amiamo e rispettiamo perché l’incanto e la magia dei posti rimangano immutati nel tempo”.