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Carissimi fratelli Luigi e Mario
Carissime sorelle Rosaria, Angela, Verina e Gianna.
Queste righe vi giungono con molto ritardo, anche se ho cominciato a
mettere giù il contenuto subito dopo il mio rientro dall’Argentina. Solo
oggi, 5 febbraio 2001, ho una macchina da scrivere a disposizione per
scriverle in modo leggibile da voi. So bene che sarebbe stato inutile
scrivere a mano, fare fotocopie per ognuno di voi. La mia mano, avendo
cominciato tardi -a 16 anni compiuti- l’esercizio della calligrafia, candu,
si podit nai, ca teniat prus in pràtica … sa frunza de sa pinna, oggi non
riesce più a scrivere chiaro! I vizi presi da giovani difficilmente si
correggono del tutto da grandi. “Burro viejo no agarra trote!”, si dice in
Argentina – asino vecchio non trotta più!- Sarebbe stato difficile per voi
decifrarla e non vi avrebbe dato la possibilità di leggere con piacere,
spero, quel che vi scriverò. Mi auguro che, oltre che lungo, il racconto
del viaggio e di quello che ha suscitato, non vi risulti anche noioso. Per
me queste righe, sono l’opportunità di ripercorrere gli anni che, nel bene
e nel male, attraverso le gioie e le sofferenze vissute, mi hanno maturato
umanamente ed hanno dato senso e direzione alla mia maniera di essere
prete. Mi hanno insegnato a guardare il mondo in modo abbastanza diverso
da come lo vedevo in Italia. Non è esagerato dire che quel periodo passato
in Argentina m’hat fattu torrai a nasci! Di questo cambio trovo tracce nel
mio diario personale nel dicembre del 1969. Ve ne trascrivo la traduzione
dallo spagnolo:
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“…
preso da un amore nuovo,
mi vedo obbligato a riscoprire Dio.
Con totale sincerità, con angustia e sofferenza,
Come se andassi alla deriva nell’oceano della vita,
Sto cercando di individuare il nuovo.
Amando, vivo quest’esperienza.
Vette ed abissi si alternano
alla luce ed alle tenebre.
Albe e tramonti si congiungono
Nella gioia della scoperta e nel dolore
di quel che resta dietro. Faticosamente avanzo.
Si rinnovano gli amici ed altri van morendo
lontano, con quello che credevo parte di me stesso.
Vibrante compagnia, immensa solitudine
di un mondo che si impone, che accetto,
sento di accogliere, senza capricci,
né interessi preconcetti.
Perdo ed acquisto, alla ricerca
del volto umano di Dio.
Non più l’Orsa del nord,
ma la Croce dell’emisfero sud
orientano i miei passi nella notte.
E vado, sento che avanzo
verso il profondo mistero dove
si perde la Legge e il Conosciuto
e l’esistenza è solo divenire.
In questo mare incontro
Quel che credo e vivo nel profondo del mio io:
La Vita stessa nel l’amore nudo! |
Subito dopo il mio rientro ho capito che vi dovevo una spiegazione del
perché ho preferito andare a riposarmi in Argentina piuttosto che in paese
e con voi.
“Ti stai dimenticando di noi”, mi ha detto qualcuna! Forse l’avrete
pensato tutti. Niente affatto! Leggendo quanto segue capirete il perché.
Ma non farò l’auto giustificazione di tale scelta. Anzi, a proposito di
tutti i miei viaggi per il mondo, che sono tanti davvero, posso ripetere
quello che diceva Gandhi dei suoi: “ho viaggiato tanto per ritornare alla
mia terra”. Un giorno succederà anche a me, spero! Ecco cosa vi voglio
raccontare:
- perché sono andato
- come ho vissuto quel viaggio
- cosa vi ho trovato
- con quale stato d’animo ne sono tornato.
Il fatto di scrivere e leggere ci permetterà anche di conoscerci un po’ di
più, visto che, come capita a tutti i fratelli e le sorelle di questo
mondo, la vita ci ha spinti a vivere lontani l’uno dall’altro. Per cui,
abbiamo manifestato quel che siamo e comunicato quel che pensiamo, voi, a
coloro che avete sposato, ed io, a quelli che la vita mi ha permesso di
avvicinare per svariate ragioni.
Pur non potendomi lamentare del buon rapporto che c’è con ognuno di voi e
con le vostre rispettive famiglie, è altrettanto vero che ci conosciamo
poco. Quasi per niente con i vostri figli e con le famiglie che hanno
formato a loro volta. E’ la vita! Purtroppo! Lo constato con un po’ di
rimpianto e con un sincero desiderio di comunicare un po’ di più . E’ lo
scopo di questa mia lunga lettera come di tutti gli scarabocchi che vi ho
mandato di volta in volta. Più d’una volta poi, non vedendo alcuna
risposta da parte vostra, ho avuto la sensazione di affidare lettere al
vento e mi sono chiesto se vi giungono gradite oppure sono… rotture! Credo
che si tratti semplicemente del fatto che… non avete tempo, che non siete
più abituati a scrivere poita ca sa pinna est grai, che si fa prima col
telefono… Vi capisco, vi scuso e continuo a comunicare a modo mio,
convinto o supponendo che vi faccia piacere.
Allora, perché sono andato in Argentina?
Non certo perché “vi ho lasciato moglie e figli”, come avevo detto a mamma
quando cercava di scoraggiarmi dal desiderio di voler ritornarvi dopo il
mio rientro in Sardegna. Ma perché l’invito del direttore generale della
Congregazione mi offriva l’occasione di tornarvi per partecipare ad un
incontro con il gruppo di preti della mia generazione con i quali avevo
condiviso i tempi della dittatura militare e lunghe ore di riflessione per
capire insieme il da farsi in tempi così duri e difficili. Dopo 23 anni di
assenza forzata e mai accettata, avevo veramente voglia di rivederli, di
risentirli, di sapere cosa stanno facendo nell’Argentina di oggi. Volevo
capire meglio di quanto lo capisca da lontano cosa è successo dei militari
oppressori, dei tanti amici scomparsi, desaparecidos, e delle loro
famiglie.
Volevo constatare com’è rimasta l’Argentina dopo quell’immane, tragico ed
indimenticabile naufragio socio-politico-religioso degli anni 76-83.
Volevo vedere se era possibile smentire coloro che mi etichettano di
delinquente comunista, fuggito dal luogo del delitto. Anche se, in
coscienza, non mi sono mai sentito tale, altri, anche della mia
congregazione, hanno giudicato il mio operato e l’operato di tanti preti e
laici impegnati nel sociale come una colpa con espressioni di esplicita
condanna: “Se lo cercavano a morte per qualcosa sarà”, “Qualcosa avrà
combinato”. Anzi, qualcuno diceva senza pensare se era vero o falso e alle
conseguenza che simili affermazioni potessero avere, che io come molti
altri preti eravamo implicati nella guerriglia armata! Avevo molti anni in
meno e i venti libertari soffiavano alla pari di quelli dell’oppressione
ed ero molto più propenso di oggi a lasciarmi trasportare dagli ideali. In
più, quelli ideali erano condivisi da milioni di argentini e di latino
americani. Sì, ho sognato una sinistra liberatrice e giustizialista perché
eravamo tutti stufi della prepotenza della destra e del suo braccio
armato. Lo gridavo con forza e convinzione. E’ questo il grande peccato.
Ci siamo sbagliati? Non lo so. Quello di cui sono certo è che avevo 43
anni! Tanti quanti bastano per fare una riflessione più ponderata e
responsabile prima di imbarcarmi in modo suicida nella guerriglia che
vedevo votata al fallimento. Disgraziatamente, per voler realizzare
quell’ideale, ci sono state troppe vite spezzate, tante famiglie
distrutte, ideali spenti per sempre dalle armi di coloro che freddamente
avevano programmato di spegnerli con la distruzione e la rovina dei
poveri. Alla fine di quel “processo” il popolo argentino si trova di
fronte al futuro sognato, ma già passato. Il passato ritorna duro come
prima. Quelli che allora avevano vent’anni oggi sono uomini adulti,
spenti, rassegnati alla realtà e con la paura che si ripeta un’altra
mattanza inutile se per caso i giovani insorgessero di nuovo.
Varie volte, attraverso la lettura di libri, attraverso la corrispondenza
che non ho mai interrotto con gli amici preti e con i laici impegnati, ho
cercato di capire fino a che punto non fossi responsabile anch’io di quel
disastroso naufragio. Sentivo, come dovere di uno che non se ne vuole
lavare le mani per dimenticare, il desiderio di capire se il naufragio dei
“nostri giovani” imprigionati, torturati, fatti fuori e spariti nel nulla
buttandoli nell’oceano, fosse stato causato anche per la nostra
disattenzione, per mancanza di riflessione, per sbaglio di rotta dietro
falsi ideali… Ancora oggi è possibile chiedersi: “La nave “Argentina” è
affondata perché ha sbattuto in qualche scoglio prevedibile o è stata
affondata dalla furia dei venti contrari alla rotta giusta che stava
percorrendo ?”. Questi e molti altri erano gli interrogativi.
Il P. Luis P. Gastaud, compagno di sventure persecutorie da parte dei
militari e scampato miracolosamente all’eccidio, il nove agosto del 96 mi
mandò il libro sulla strage dei cinque religiosi Pallotini “El honor de
Dios” di Gabriel Seisdedos con una dedica di cui mi piace stralciare
qualche passaggio:
“… non poteva essere che tu ti perdessi questo pezzo di storia della
nostra Patria che ci è toccato vivere e che ci ha segnati così
profondamente. Spero che presto questo libro giunga fra le tue mani perché
possa rivivere quel passato così ricco che più d’una volta ci ha fatto
sognare in un mondo nuovo. Non v’è dubbio che abbiamo accumulato molta
esperienza, forse siamo maturati o cresciuti, non lo so. Non pretendiamo
neppure di aver avuto ragione. Ma quel che mi sembra che possiamo
rivendicare umilmente con diritto è il fatto di aver agito con
autenticità. Penso nel caso tuo soprattutto, e anche mio, esserci giocati
l’esistenza con totale generosità per il Vangelo in quel tempo in cui la
maggior parte dei nostri confratelli erano impegnati e puntavano su
qualcosa di molto diverso… Quello che è successo ai Padri Pallottini e ai
due seminaristi, poteva essere capitato tranquillamente anche a te, a me e
a tanti altri… I tre sacerdoti assassinati sono sepolti qui in Mercedes,
dove hai vissuto e sofferto durante un tempo della tua vita… Questo libro,
questo gioiello, è un piccolo contributo alla verità che, nonostante le
menzogne che vi si oppongono, continua ad essere verità e trionferà! Un
forte abbraccio”.
Come ho vissuto quei giorni?
Sono riandato con lo stesso sentimento di chi ritorna sul luogo del
naufragio da cui uno si è potuto salvare e come tale l’ho vissuto. Ho
cercato di sapere qualcosa di più di miei compagni di viaggio
sopravvissuti come me, dei morti e dei dispersi! Ho vissuto quei giorni
con l’ansia e la certezza che una volta per tutte mi sarei scaricato di un
complesso di colpa che pesava su di me, e su tutti coloro che abbiamo
vissuto quel pezzo di storia, come se davvero avessi indicato la rotta
sbagliata a Liliana, Orlando, Gerardo, Carlito, Alejandro- el rubio, Tuti,
sua moglie, Lorenzo, Carmen e tanti altri…; come se avessimo guidato male
le scialuppe di salvataggio dopo che ci eravamo accorti che la nave faceva
acqua da tutte le parti. Un persistente senso di colpa per essere fuggito
dal luogo del naufragio senza caricare sulla scialuppa i miei giovani
trucidati ... La madre di Carlito Rodriguez rivedendomi dopo tanti anni,
sentendo chi ero, non mi riconosceva più dopo 23 anni, indurita dal dolore
per la perdita del figlio, mi disse: “ Il suo nome risveglia in me tristi
ricordi! Dio, la chiesa e lei mi avete portato via mio figlio! Perché lei
si è salvato e non ha salvato mio figlio?!”. Carlos era stato sequestrato
mentre scendeva dall’autobus con le sue due bambine molto tempo prima
della mia fuga dal paese e probabilmente era già stato trucidato dopo
essere stato barbaramente torturato. Fu dopo la sua cattura e tortura, che
sicuramente lo obbligò a fare dei nomi che conosceva, il mio, quello di
Gerardo, e di Orlando che vennero abbattuti. Io non potevo sentirmi
colpevole per non aver salvato Carlito, ma le parole della madre mi hanno
ferito profondamente, lasciano il segno, pesano e bruciano dentro come
piombo rovente! Alla fine del nostro incontro la lasciai abbastanza
serena. Volle accompagnarmi fino al cancello per salutarmi e mi ha chiesto
di scriverle. La sera stessa ho telefonato alla figlia Liliana. “Oggi
mamma, dopo tanto tempo, si è rifatta il segno della croce ed ha voluto
pregare con me! Grazie per essere passato a casa. L’aspettiamo ancora…”
Tutto il mese trascorso in Argentina mi ha confermato nella consapevolezza
di essere un sopravvissuto che ritorna sui luoghi del naufragio. Non posso
e non voglio dimenticare il vissuto e tanto meno le persone. Luis Gastaud,
Enzo Giustozzi, Mamerto Menapace… sopravvissuti come me, durante lunghe
ore di conversazione, mi hanno confermato in questa convinzione. Anche
loro hanno la stessa sensazione perché sono stati vittime di quel
“processo” e delle stesse condanne da parte dei ben pensanti! Abbiamo
passato molto tempo alla ricerca delle cause, la provenienza e le
implicazioni del terrore che ha causato il naufragio.
E’ stato un tempo troppo breve per tutto quello che avrei voluto
conoscere. Pur sapendo che non avrebbe cancellato il loro dolore, era
forte il desiderio di poter rincontrare tutti i genitori e parenti dei
miei giovani per dir loro la mia convinzione: “meglio essere i genitori di
chi è morto che essere padre o madre di chi ha assassinato, di chi ha
commesso o di chi ha giustificato quel massacro”! Sapendo di non avere il
tempo materiale necessario per percorrere con i genitori che non si
vogliono convincere della morte dei loro figli le tappe psicologiche
necessarie per arrivare all’accettazione, non ho neppure tentato di farlo.
Questo me lo porto dentro come un debito nei loro confronti.
Non mi è mai venuto in mente di andare per dir loro: “Cercate di
dimenticare quel che avete sofferto… perdonate i carnefici dei vostri
figli!”. So bene che prima di arrivare al perdono indicato come via
d’uscita dal tunnel dell’odio e della violenza, sono necessarie varie
cose: ascolto sincero delle persone ferite, che si faccia giustizia
secondo verità, e non si chieda loro di dimenticare l’accaduto. Questo,
oltre che essere impossibile per loro, sarebbe la via spianata per
ripetere simili crimini. Ricordare, serve anche alla comunità argentina e
mondiale per non ripeterli. Quanto a chiedere loro e a me stesso di
perdonare in vista di una riconciliazione nazionale poi, realisticamente
parlando accetto che si aprono due strade nel cuore delle persone ferite:
quella dell’odio silenzioso che distrugge più la persona che odia che
l’odiata, o quella della giustizia personale (quella dei... banditi
sardi,
chiamata vendetta da chi moraleggia tenendosi in disparte dalle sofferenze
di coloro che si immedesimano nelle situazioni di ingiustizia per
combatterle), soprattutto quando la giustizia umana è asservita a
interessi politici. E’ proprio quello che è successo e succede ancora oggi
in Argentina. I vari presidenti che si sono succeduti al potere: Alfonsin,
Menem, ora De la Rua hanno parlato di perdono, di riconciliazione, di pace
con l’intento di arrivare a “ borròn y cuenta nueva” – cancelliamo -
dimentichiamo e andiamo avanti - dispensandosi dalla fatica di percorrere
la strada della giustizia per arrivare alla pace. Allora è successo in
Argentina con i generali, sostenitori convinti della Sicurezza Nazionale,
difensori accecati della “Civiltà Occidentale e Cristiana”, con gli
ideologi dei crimini commessi in nome di ideologie alienanti da coloro che
avevano bisogno di soldi per sostenere la guerriglia; oggi lo si ripete in
Cile con Pinochet. Si ha paura che i generali insorgano perché non
accettano di vedersi spodestati dell’intoccabilità e dei privilegi che si
arrogano con il potere delle armi. Non risulta in nessuna dichiarazione
pubblica che questi signori, per i quali si invoca il perdono da parte
delle vittime, che abbiano riconosciuto i loro crimini e ne abbiano
chiesto perdono! Di quale perdono stiamo parlando? Di perdono evangelico,
umano o semplicemente politico?
Mi sono impegnato per trovare ed esaminare la maggior quantità di relitti
possibile. Ho potuto ascoltare tante persone che potessero parlare di quel
naufragio. Ho letto libri, articoli di giornali e riviste. Infine l’ho
vissuto con l’amara certezza di sapere che raccogliendo, ricomponendo ed
esaminando i resti non potrò rianimare quelle vite stroncate, né
riaccendere tanti ideali spenti nel cuore dei giovani argentini di oggi
sui quali sembra che sia passato un Caterpilar. “Nadie nos va a quitar lo
bailado – nessuno può cancellare quel che abbiamo vissuto”. Comunque, sono
convinto che la verità che son riuscito a capire riflettendo, ascoltando
“i superstiti” e leggendo libri, non sarà inutile né per me, né per coloro
ai quali cercherò di raccontarla. Tra questi, i primi siete voi, carissimi
fratelli e sorelle, perché, essendo nati a Villasimius, siete in grado di
capire bene cos’è un naufragio.
Da che mondo è mondo Capo Carbonara e i mari che lo bagnano sono esposti a
correnti imprevedibili. Sono flagellati dai venti di maestrale,
tramontana, libeccio, scirocco e levante che, quando soffiano forte,
impediscono alle imbarcazioni di mantenere la rotta, le spingono contro le
due isole, sugli scogli seminascosti tra le onde. Vi ricordate Portu
Giuncu o Santu Stevini pieni di imbarcazioni in attesa del buon tempo per
poter continuare la rotta? Le imbarcazioni di tutti i tempi affondate,
oggi sono parte della ricchezza archeologica del nostro paese, ma è anche
il cimitero di migliaia di desaparecidos. Tutti noi, eccetto Mario e
Gianna per fortuna loro, ricordiamo che, durante l’ultima guerra, dopo le
battaglie aero-navali nei nostri mari, sulle spiagge approdavano resti di
ogni genere. Vedendoli ci incuriosivano, ci permettevano di avere qualcosa
di strano in casa, ci riempivano di orrore quando questi resti erano
cadaveri in decomposizione o mutilati dai pesci. I sopravvissuti che
giungevano sulle coste stremati e con la paura di essere presi, se
appartenevano all’esercito nemico, a loro volta ci mettevano paura perché
noi li credevamo “nemici” anche quando non lo erano. Tutto giungeva
insieme ai pesci morti in seguito allo scoppio delle bombe sganciate dagli
aerei.
In Argentina, lungo tutta la costa atlantica, a cominciare da Mar del
Plata, la città balneare distante 400 chilometri da Buenos Aires, fino a
Ushuaia, ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre naufragi di
imbarcazioni di ogni genere. Ma nei mari del sud, fra la provincia di
Santa Cruz e quella della Tierra del Fuego, ci sono due canali che, come
quelli del sud est della Sardegna, hanno il triste primato dei naufragi.
Mi riferisco allo stretto di Magellano e al canale di Beagle. Certo, là le
acque sono molto più gelide delle nostre. Ma i venti dell’ovest, pur con
la dovuta differenza di velocità, specialmente quando si incanalano lungo
lo stretto di Magellano, si assomigliano molto al nostro più violento
maestrale. Sotto la loro furia, che si abbatte su tutto quel trova, acqua,
coste, isole, scogli e imbarcazioni, si ripetono i naufragi da sempre.
Come quei mari australi, il tratto compreso tra Kala Burronis, Punta
Molentis e l’isola madre diventa una trappola mortale. In quei mari come
nel nostro i sogni, i progetti e gli ideali di poter raggiungere i porti
desiderati sono affondati con coloro che li nutrivano. Le acque sono
diventate tombe per navi e naviganti. Oggi il nostro mare è stato
dichiarato “parco geomarino”. Mi auguro che ripercorrere quelle acque, con
il rispetto che si deve ai cimiteri e ai morti, aiuti i sopravvissuti di
altri naufragi - guerre, alluvioni, stragi del sabato sera, terremoti -
che si riversano sulle nostre spiagge in veste di turisti per distrarsi, a
non dimenticare le tragedie del passato.
Quasi per ammettere l’impotenza dell’uomo di fronte alla forza della
natura, accanto ai resti archeologici, è stata calata, nei gelidi e
trasparenti fondali, una statua della “Madonna del naufrago”. L’uomo, se
non dimentica i misfatti e i “crimini contro l’umanità”, con la complicità
dei mass media, li trasforma, li mistifica, li giustifica e poi li
seppellisce con altri misfatti: colpi di stato, genocidi, stragi, dissesti
idrogeologici, incendi dolosi, nuove guerre…
In Argentina ho sperimentato quanto sia doloroso ricordare ed essere
impotenti di fronte ai fatti successi che invocano ancora giustizia. Ma il
fatto stesso di essere voluto tornare nel territorio del naufragio di
tutto un popolo vi dice chiaramente che io non voglio dimenticare. Come
potrei, se mi sento parte di esso? Più di uno, sentendomi parlare ancora
il castellano rioplatense, si meravigliava che dopo tanta assenza dal
Paese, le parole uscissero fluide e con accento perfettamente identico a
quello di coloro che vi sono nati. Il segreto è che tutte le volte che mi
si offre l’occasione, dovunque, io continuo a parlare e a scrivere in
castellano. Amo la lingua e amo profondamente i valori “criollos” che essa
veicola.
COSA VI HO TROVATO
Con i relitti sono riaffiorati i ricordi e i sentimenti. Descrivendo cosa
vi ho trovato, che è la parte più dolorosa, difficile, complessa e
certamente parziale, cercherò di evitare di mistificare sia parlando dei
morti che dei sopravvissuti.
Prima di addentrarmi nei ricordi e nella descrizione che forse mi porterà
lontano, voglio esprimere una condanna della dollarizzazione in atto in
campo monetario. Non credo di esagerare se lo chiamo un naufragio nel
naufragio! Per frenare la svalutazione il peso è stato trasformato in
australe il cui valore, locale non all’estero, è pari al dollaro. Questo
sistema di moneta forte ha spiazzato economicamente l’Argentina di fronte
al Brasile e al Cile che producono ed esportano. Il 18 dicembre scorso, il
Fondo Monetario Internazionale, in seguito alle varie crisi ministeriale
del governo in carica, annuncia ai suoi accoliti interessati che
l’Argentina beneficerà di 39,7 miliardi di dollari dalla comunità
internazionale, di cui 13 miliardi dal FMI stesso, per evitare una
bancarotta al paese in recessione da due anni e incapace di rimborsare il
debito estero stimato in 153 miliardi di dollari. E’ come se ai superstiti
che stavano cercando di salvarsi dal grande naufragio, fosse stata offerta
una palla di piombo invece di una tavola. Dalla dollarizzazione infatti si
è passati al debito estero, vera palla al piede di ogni argentino e causa
della chiusura di centinaia di fabbriche e della disoccupazione che riduce
11 milioni di argentini a vivere al di sotto della soglia di povertà
tollerabile, 3 milioni si trovano in condizioni di indigenza. Per dare una
risposta d’emergenza la Caritas nazionale, associazione di estrazione
cattolica, mobilita 25 mila volontari in circa 200 progetti con contributi
privati a beneficio dell’infanzia, per le famiglie in difficoltà,
disoccupati. Uno di questi progetti che comprende: - mensa popolare dove
una settantina di bambini e molte donne incinte possono nutrirsi una volta
al giorno, - un panificio che prepara il pane che si consuma nella mensa e
viene dato alle famiglie bisognose, un – orto - scuola per i bambini che
lo gestiscono imparando a coltivare e producendo le verdure per la cucina
, è sovvenzionato con grande generosità dall’Associazione per adozione a
distanza “Le Cinque Parole” di Carbonia.
Anche se con minor “coscienza politica” di quando noi, spinti da una gran
dose di ideale, lottavamo contro le cause della fame, devo ammettere che
dietro la maggior parte di questi progetti ci sono sempre dei preti, delle
suore o dei laici di estrazione cattolica. Durante la prima settimana, con
una ventina di preti della mia età, ho potuto ascoltare il vescovo di
Quilmes, Jorge Novak, nel cui territorio si trovano gli eccessi
dell’impoverimento più disumano a cui è sottoposta l’Argentina con
centinaia di fabbriche chiuse. Il P. Cristian Moores di S. Francisco
Solano mi ha confermato che il vescovo Novak, relitto di denuncia durante
gli anni del terrore e testimone che grida ancora oggi contro i soprusi
che si commettono in nome della mondializzazione, continua come ieri nella
lotta per la salvaguardia dei diritti umani dei poveri della sua diocesi.
“Ieri difendeva i poveri dagli attacchi della dittatura militare, oggi li
difende dagli attacchi della dittatura del capitalismo spietato a cui si è
concesso diritto di cittadinanza in Argentina. Questo mostro non uccide
con le armi, ma uccide il corpo con la fame e la denutrizione e lo spirito
con lo scoraggiamento. E’ lecito chiedersi se per un povero diavolo che
non ha più nulla da perdere faccia molta differenza affrontare la morte
con un fucile in mano o lasciarsi morire perché non ha più la speranza nel
cuore per sé e per i suoi figli! Vedi Rafael, ti ricordi che i poveri una
volta per vivere si appoggiavano su tre piedi: lo Stato Peronista, il
lavoro e la Chiesa. I primi due sono quasi scomparsi. E’ rimasta la Chiesa
cattolica e alcune confessioni protestanti. La chiesa cattolica, è vero,
da dopo che ha collaborato alla cacciata di Peron con la scomunica e altri
atteggiamenti squalificanti durante la dittatura militare, in campo
dottrinale, non è più credibile come prima, ma, attraverso le sue
organizzazioni caritative, attraverso la voce forte di cristiani convinti
come Mons. Novak è un sicuro punto di riferimento per gli affamati ed una
voce forte che si alza per denunciare le cause della fame. Noi avevamo
fatto la scelta preferenziale dei poveri nel nostro lavoro pastorale molto
prima che la Chiesa ufficiale lo dichiarasse nei documenti di Medellin,
Puebla e Santo Domingo e non ci sfiorava neppure lontanamente il dubbio di
aver fatto la scelta migliore in senso evangelico. Oggi , dopo tante
esitazioni, ambiguità e paure da parte della gerarchia, può sorgere il
dubbio, anche giustificato se vuoi, se la Chiesa abbia veramente fatto la
scelta preferenziale dei poveri, ma purtroppo non resta nessun dubbio sul
fatto che i poveri siano costretti a scegliere la Chiesa per
sopravvivere!”
Mi viene in mente, sempre come relitto di quel naufragio, il dialogo che
ebbi con un vecchio “descamisado” nella mia parrocchia di Lomas de Burzaco.
“ Ah, è lei il nuovo parroco?”. Sì, mi chiamo P. Rafael”. “Piacere. Io mi
chiamo Vargas. A che debbo l’onore della sua visita?” “Niente, un semplice
saluto. Così, giusto per cominciare a conoscerci anche fuori delle mura
della chiesa”. Il vecchio mi guarda con un sorriso un po’ distaccato, e
come aggiungendo qualcosa di cui voleva informarmi prima di illudermi
sulla sua frequenza in chiesa: “… Penso proprio che sia questo lo spazio
più adatto per intenderci. Io in chiesa ho lasciato di entrarvi da tempo.
Non penso che lei abbia dimenticato quel che è successo tanti anni fa e
che ha chiuso molte porte… Molte porte di chiese si sono chiuse per
altrettanti “peronisti” dei quali si è chiuso il cuore che una volta era
gioiosamente aperto alla parola della chiesa… Voi che ci avete tolto
Peron, non illudetevi di venire a chiederci di andare in chiesa per
parlarci di Dio. Penso che sia necessario prima chiarire tanti equivoci
del passato…”.
Lo tranquillizzai dicendogli che non avevo fretta per far delle prediche e
tanto meno in “rodeo ajeno” -- fuori casa !- “I tempi di Dio sono più
lunghi e anche diversi da quelli degli uomini… Prima ci conosceremo da
uomini e poi vedremo”. Con don Vargas ci lasciammo da amici. Senza
volerlo, mi aveva indicato il sentiero da prendere per percorrere senza
sussulti la parrocchia, formata in gran parte da vecchie famiglie
peroniste immigrate dal nord ovest argentino. La mia “riconciliazione
clericale” con il vecchio Vargas e con altri che la pensavano come lui
rispetto alla Chiesa ufficiale, avvenne il 20 giugno del 73 in occasione
del ritorno definitivo di Peròn dall’esilio spagnolo. Tra quelli che
salirono nel mio “colectivo” - l’autobus con cui lavoravo - e che quel
giorno misi a disposizione per andare all’aeroporto di Ezeiza a
festeggiare il ritorno tanto atteso da milioni di argentini, c’era anche
lui. Ai suoi occhi ero diventato uno dei loro!
Come era prevedibile, quell’avvenimento coinvolse tutto il paese.
Approfondì il solco della divisione con sentimenti diametralmente opposti.
C’erano quelli che lo aspettavano da 18 anni come la ripresa di un cammino
di liberazione interrotto. Altri lo temevano. Anzi cordialmente lo
detestavano. Detestavano Peron.
Il giorno dopo l’arrivo, ero a pranzo nel refettorio del Cottolengo di
Claypole con una trentina di religiosi. Eravamo più del solito per la
presenza del direttore generale della Congregazione don Giuseppe
Zambarbieri che aveva seguito l’avvenimento con interesse e
preoccupazione. Sapendo che mi ero recato all’aeroporto, mi chiese di
raccontare qualcosa di quel che era successo. Tutti ascoltarono con
interesse la cronaca dei fatti tragici. Quando paragonai il palco a un
grande altare su cui si era celebrata la messa della speranza nella grande
chiesa che estendeva le sue navate per tutta la superstrada Richieri e che
conteneva circa 12 milioni di persone, cominciò a levarsi un mormorio che
presto divenne aperta protesta. “Lei sta dimenticando il male che ha fatto
quell’uomo…”. Ovviamente i protestatari dimenticavano quello di cui
parlava don Vargas e chiudevano gli occhi e il cuore ad un’altra realtà,
la più importante, la presenza e il perché era presente quella marea umana
calcolata in 12/13 milioni di argentini. Dopo che Peron riprese il potere,
durante uno dei suoi incontri con la marea umana che si recava ad
ascoltarlo, spiegò il perché di quella presenza: “Noi non siamo stati
buoni governanti quando eravamo al potere, ma quelli che sono venuti dopo
di noi ci hanno fatti ottimi!”. Quella presenza, dunque, non era solo
frutto dell’entusiasmo populista di un popolo ignorante, come veniva
classificato dai protestatari e dalla borghesia in genere, ma la
conseguenza di un malgoverno che aveva dimenticato le sofferenze di quel
popolo a cui Peron aveva dato delle risposte concrete.
Purtroppo l’arrivo di Peron non avvenne come, né dove era previsto. Sul
palco non si presentò, la marea umana fu terrorizzata dall’attacco armato
verificatosi in tutto lo spazio circostante. Dagli alberi del lato
sinistro del palco, in cui mi trovavo con il gruppo della mia parrocchia,
dei giovani colpiti a morte cadevano come uccelli. Nessuno capiva cosa
stesse succedendo, né perché si sparasse. Non lo si seppe mai, come non si
seppe il numero dei morti, né chi avesse organizzato quella carneficina.
Alla speranza subentrò la delusione, la tristezza e la paura. Sul volto di
don Vargas si leggeva tutto questo e sulle labbra di tutti ammutolirono i
canti e gli slogan peronisti. Si spensero i canti di gioia e di “vittoria”
popolare. Nessuno sapeva se Peron era arrivato o no. Con tutti quelli
spari si pensò al peggio, a qualsiasi cosa. La delusione e la rabbia
lasciarono il posto alla convinzione che non c’era più nulla da spettare
se non mettersi in marcia per il ritorno a casa. La Superstrada Ricchieri,
a differenza del mattino, si trasformò in un corteo… funebre!
Solo verso mezzanotte potemmo tornare a casa. Questo fu il temporale
decisivo che spingerà l’Argentina alla deriva e la condurrà al naufragio.
Poco tempo dopo venne assassinato il sindacalista José Rucci. Il P.Carlos
Mugica che, nonostante la diffusa contrarietà dei preti delle bidonville,
e di tutti preti “peronisti” che vedevamo in lui un certo desiderio
vedettista e nel governo, di cui faceva parte lo “stregone” Lopez Rega,
ideologo delle tripla A, una chiara strumentalizzazione della sua persona,
volle andare a Madrid con la delegazione per accompagnare Peron, venne
colpito a morte mentre si stava recando a celebrare la messa un sabato
sera.
Il mio primo viaggio in Argentina cominciava il 12 ottobre del 1967.
Partivo con l’illusione di migliaia d’immigrati realizzando, per altri
ideali, il sogno di babbo che aveva fatto domanda per emigrare, ma non
poté perché, giusto in quel periodo, per ragioni di stato, furono chiuse
le frontiere della libertà a migliaia di poveri che la sognavano. Sto
pensando che, se babbo fosse partito, e fosse partita tutta la famiglia,
come è successo per tanti altri, Mario e Gianna e, forse anche Verina,
sarebbero nati in Argentina e per il diritto vigente, che è quello del
suolo, invece di quello del sangue a dare la nazionalità, oggi sarebbero
argentini! Io, senza nessuno sforzo, ma con chiara convinzione mi sento
argentino di adozione. Sicuramente lo sarei diventato di diritto se babbo
vi si fosse stabilito.
La traversata dell’Atlantico la iniziai con grande illusione, ingenuità e
una buona dose di… incoscienza. Cioè, mancanza di conoscenza della realtà
socio-politico-religiosa che mi aspettava. Mi sentivo attratto da qualcosa
di cui avevo solo sentito parlare da qualche “missionario” della
Congregazione di don Orione che veniva a raccontare le sue gioiose ed
affascinanti “avventure” durante gli interminabili e duri anni di studio
fuori della Sardegna. Mi sentivo spinto dalla voglia di “cambiare lavoro”,
da un innato spirito di avventura che, credo, si annida nel cuore di tutti
in gioventù, e dei sardi in particolare. Da idealista quale mi hanno
sempre etichettato e forse lo sono anche, nutrivo una carica di ideali. Mi
sembrava normale poter spendere la mia vita ed il mio sacerdozio fuori
degli ambiti ristretti delle solite cose e secondo schemi non condivisi.
Pur condividendo gli entusiasmi dei cambi introdotti dal Concilio Vaticano II, mio malgrado, mi stavo incamminando a diventare “funzionario del
sacro” come lo sono diventati tanti miei compagni rimasti in Italia.
Accettai la richiesta di volontari per l’America Latina fatta dal
Direttore Generale senza pensarci troppo, solo il necessario per capire
che sarei andato lontano…e partii!
Quel viaggio mi liberò da condizionamenti sicuri, aprì orizzonti sognati e
fu, come lo fu la mia permanenza in Argentina poi, tutto un susseguirsi di
cose nuove ed arricchenti. Tutto era nuovo: i porti di Cannes, di
Barcellona, lo stretto di Gibilterra, le isole Canarie, la scomparsa della
terra, degli uccelli, la comparsa dell’immenso oceano Atlantico con solo
cielo, sole, luna, stelle sulla testa, acqua e pesci sotto e intorno.
Giorno e notte! Per giorni e notti l’Eugenio Costa ci trasportava senza
sobbalzi né paure per chi come me si sentiva amico del mare. Per altri fu
una traversata da incubo per il mal di mare e di panico perché non
sentivano la terra sotto i piedi. Il battesimo dell’equatore, amministrato
con una spinta in piscina… vestito, fu un momento di brivido e di
liberazione dall’afa opprimente durante quei tre giorni di intensa umidità
salmastra e di caldo nauseante. Quattro o cinque giorni dopo la traversata
della fascia equatoriale cominciava ad affiorare il desiderio di rivedere
la terra. Ed ecco la grande emozione dell’avvistamento delle colline delle
coste del Brasile, il porto di Rio de Janeiro dove, all’alba di non so
quale giorno, scendemmo sul suolo del “nuovo mondo”. Per la prima volta
assaggiavo, con evidente diffidenza, i cibi di cui avevo sentito parlare.
Il caffè brasiliano tanto famoso ci fu servito a Santos in una tazza da
caffelatte riempita dal getto di un… rubinetto! Non ricordo bene i nostri
commenti… L’aroma era del caffè, ma il gusto era… francese annacquato! Da
buoni italiani viziati dal “nostro” caffè, non piacque a nessuno.
L’emozione più grande la sperimentai nel porto di Montevideo. Avvenuto
l’attracco, mi affacciai sulla banchina dove c’erano centinaia di persone
in attesa di qualcuno. Gli altoparlanti di bordo, dopo gli annunci di
routine per comunicare dove eravamo, trasmisero la musica di “La banda
suona per noi…”che si intrecciava con le voci della gente che gridava i
nomi di gente in attesa e in arrivo. Non ricordo bene quali sentimenti
abbiano vibrato dentro di me. Ricordo che scoppiai a piangere preoccupando
il mio carissimo fratello ed amico Di Nicola Vittorio, abruzzese, che
viaggiava con me. Piansi anche il giorno dopo quando, arrivando al porto
di Buenos Aires, non vidi nessun viso conosciuto ad attendermi sulla
banchina… Non c’era nessuno di voi che, dopo esserci salutati a Sant’Antonino
ed avermi accompagnato nel ricordo durante quel lungo viaggio, non vi
avevo voluto al porto di Genova per non soffrire al momento del distacco.
Eravate rimasti dietro tanto mare, tante notti e tanti giorni di
solitudine!
L’abbraccio di coloro che erano venuti a prenderci lo sentii come il gesto
sinceramente accogliente di coloro che già amavo e stavano diventando
compagni di viaggio di un’altra traversata sulla nave Argentina. Una lunga
e difficile traversata della durata di 9 anni sul territorio, ventitré
giorni più un mese sulla scialuppa di salvataggio rispettivamente in
Paraguay e in Brasile, due anni con gli esuli argentini e latinoamericani
a Parigi.
L’Argentina degli anni settanta, come già la Cuba dei tempi di Battista,
il Brasile e l’Uruguay degli anni 60, il Cile nel 73, il Nicaragua, il
Salvador, il Guatemala, la Colombia… tutto il Continente latino americano,
era esposta a venti politici dell’Est – Russia, e del Nord – Stati Uniti.
Due venti gelidi come l’indifferenza e l’egoismo dei due blocchi che, a
Yalta, si erano spartiti gli ambiti di dominio nel mondo per sfruttarlo
con la brutalità sanguinaria delle dittature di sinistra e di destra.
Queste due nefaste tendenze, diventate ideologie, erano presenti in molti
argentini fino all’esasperazione dell’attacco armato. Senza dubbio, queste
sono le vere cause del naufragio argentino. Un po’ come succede
atmosfericamente quando soffiano il vento del nord, caldo come il fuoco o
quello dell’est carico di acque che inondano l’immensa pianura del delta
del Rio de la Plata. I due venti, scontrandosi sul territorio con quelli
del sud-sud ovest, si abbattono sul suolo argentino e formano una spirale
che si trasforma in uragano che distrugge tutto. L’immagine più chiara
ancora la dà il vento dell’ovest che s’incanala nei due mari di Magellano
o di Beagle.
Durante il lungo viaggio di ritorno Buenos Aires-Abidjan, via Amsterdam,
mi sono letto “La Tragedia del Fournier” regalatomi dal carissimo amico e
compagno il P. Luis Pedro Gastaud il cui fratello, Ruben, fu uno dei
naufraghi di quella tragedia marina verificatasi il 22 settembre del 1949.
La lettura del libro mi ha rivelato l’esatta immagine della tragedia
argentina. Si può dire che come il dragamine Fournier, carico di gente
piena di forti ideali mentre percorreva lo stretto di Magellano per
arrivare nel più breve tempo possibile al porto di Ushuaia, altrettanto
era della nave Argentina nella sua lotta per la liberazione.
Dell’affondamento del Fournier come del naufragio dell’Argentina ci si
chiede come mai? Perché? Tanti perché? Di chi la colpa? Del capitano
Negri, del suo equipaggio disattento? Dei generali golpisti, del silenzio
complice della Chiesa cattolica? Del capitalismo, del comunismo,
dell’estrema destra, di quella di sinistra? Dove ha avuto inizio la
perversa spirale di violenza fratricida, tra le file della gente, ridotta
in condizioni di vita inaccettabili o tra coloro che le hanno create ed
imposte come qualcosa di normale, giustificabile? La miseria della maggior
parte dei “dannati della terra” e i privilegi di quella minoranza che
naviga tranquilla nelle ricchezze, è davvero un fatto insito nella
condizione umana? Non si possono dare risposte sempliciste. Nessuno le
accetterebbe con la coscienza di oggi. E’ difficile anche dare una
risposta che non sia di parte. Senza volerlo, e pur non accettandone i
metodi come già lo feci con i miei giovani durante le molte riunioni, io
darò una risposta coscientemente di parte come di parte era stata la mia
scelta di vita. Risulterà dalla parte della gente che amavo e con la quale
avevo scelto di vivere per fedeltà alla mia “classe sociale” di figlio di
poveri e per convinzione personale di voler appartenere al “popolo”. Non
mi animava nessuno spirito demagogico o di lotta che non fosse quella per
la giustizia. Mi sentivo gioiosamente parte della gente “peronista” della
mia parrocchia in Lomas de Burzaco, nel cinturone sud della città di
Buenos Aires. Come allora di fronte alla realtà, oggi di fronte ai resti,
ai sopravvissuti non posso avere le stesse reazioni, gli stessi sentimenti
se questi relitti appartengono al popolo o all’antipopolo! Ne sono certo,
non sarà lo stesso neppure il giudizio della storia su l’equipaggio e sui
passeggeri della nave Argentina di quel tristissimo periodo.
Probabilmente si riesce a capire qualcosa della complessa situazione
venutasi a creare se si pensa che l’Argentina degli anni 30 era la quarta
potenza economica mondiale. Con una sequela impressionante di colpi di
stato, negli anni 60, si viene a trovare a far parte del sud del mondo,
del “Tercer Mundo” invece del Primo, come volevano continuare a credere e
a far credere al paese e al mondo, i “porteños” - gli abitanti della città
del porto, Buenos Aires -, la borghesia nazionale, certi settori della
gerarchia cattolica e la cupola militare. Tutta questa gente, non solo
viveva di spalle al paese reale, ma lo indicava come la causa dei propri
mali!
La nuova situazione economica però è vista, sofferta e giudicata con una
nuova coscienza politica dalla gioventù studentesca, specialmente quella
militante in associazioni cattoliche, dai preti delle baraccopoli, dai
preti per il Terzo Mondo, dai Preti Operai, dagli operai e dai sindacati.
I due governi del presidente Peron e di Evita, che aiutarono il popolo a
prendere coscienza della propria dignità e dei propri diritti, i motti
giovanili europei del 68, non erano passati invano. Il profondo malessere
sociale, ignorato dai vari governi nelle sue giuste cause, esplode in una
violenta rivolta con la presa della Calera, nella città di Cordoba,
chiamato “il Cordobaso”, che fa cadere il governo del generale Ongania.
Poi continua la deriva andando di male in peggio.
Io stavo ancora cercando di capire dove mi trovavo e allo stesso tempo
stavo cominciando la traversata di quel burrascoso periodo storico
sull’orgogliosa nave “Titanic” chiamata Argentina. Perché possiate capire
meglio le cause del suo naufragio voglio provare a raccontarvi quali
venti, con quale forza e in quale direzione soffiavano.
In molte zone della Sardegna, specialmente nelle coste occidentali, la
forza e la direzione dei venti la si capisce dall’inclinazione degli
alberi, obbligati a crescere orizzontalmente anziché verticalmente. Alla
furia e persistenza dei venti si piegano anche gli alberi dal legno duro
come s’ollastu, s’ilixi, sa modhitzi…
Tuttavia, sia per gli alberi che per le imbarcazioni, i venti più
pericolosi non sono sempre quelli più furiosi, ma quelli di intensità e
direzione variabile. Ai primi, gli alberi resistono piegandosi, le
imbarcazioni, orientando la prua contro vento e riparando nei porti
naturali sottovento. I secondi diventano pericolosi quando, in un
crescendo improvviso, formano un vortice capace di squassare e di
affondare, di spezzare e di sradicare. Ripensando al nostro angolo di
mare, così fidato lungo le coste con le sue spiagge dolcemente degradanti
verso il fondo, dall’acqua così chiara che ogni pericolo si direbbe
allontanato, mi devo ricredere sapendo che i tanti relitti appartengono ad
altrettante imbarcazioni fatte colare a picco o frantumate contro i
graniti delle due isole o degli scogli, a causa della risacca.
Dal 1967 e fino al 75 l’Argentina si trovava in balia di simili correnti
di superficie e di fondo che, a causa del brusco susseguirsi di fatti nei
diversi fronti, del crescendo pauroso della violenza organizzata a livello
ideologico sui due fronti, non davano tempo ai timonieri di orientare bene
la rotta. Le correnti di pensiero “progressista” ,o di “sinistra”, in cui
si immedesimarono circa 150.000 giovani schierati maggioritariamente nelle
file dei “montoneros”, tutto l’immenso popolo dei poveri, i preti di cui
vi ho parlato sopra, si scontravano con la corrente “tradizionalista”, di
“destra” impersonata dalla borghesia, da un consistente numero di vescovi
e preti, dagli alti ranghi dell’esercito e dai loro cappellani militari.
Gli ideali, le lotte e i sogni dei primi nutrivano la speranza di un
cambio per poter mangiare, curarsi, istruirsi, avere un lavoro e una casa
per poter vivere in pace.
Gli altri, sotto la copertura della lotta contro “il comunismo apatrida” e
la civiltà occidentale e cristiana in realtà sognavano di poter mantenere
i loro privilegi e il benessere raggiunti. Essendo opposti gli ideali
dovevano differire anche i metodi. I primi lottavano per avere e gli altri
per mantenere. La lotta per avere ha dato origine alla guerriglia e quella
per mantenere ha instaurato la repressione più violenta e fuorilegge che
l’Argentina abbia mai conosciuto. Ambedue gli schieramenti, purtroppo,
ricorrevano agli stessi strumenti: le armi omicide con cui eliminare il
nemico. Quando si giunge a questi livelli è logico che nessun ideale può
essere addotto come giustificativo. Chiunque commette crimini calcolati si
schiera e sarà classificato fra i criminali! Questa è stata la mia
convinzione di sempre e l’avevo chiaramente manifestata nel 74 ai “capi”
del gruppo dei montoneros che operavano nella zona sud del gran Buenos
Aires, in occasione del sequestro e assassinato della giovane catechista
Liliana Ivanof da parte dei para militari della “triple A” - Associazione
Anticomunista Argentina -.
“Quello dei guerriglieri, tanto dell’estrema destra che dell’estrema
sinistra, fu un delirio totale con il ricorso indiscriminato
all’assassinio di militari, di poliziotti e civili come unico linguaggio
per le loro rivendicazioni politiche ... I militari, chiamati ad agire con
i mezzi a loro più consoni, cominciarono a sterminarli sistematicamente...
La violenza scatenata aveva le caratteristiche di un uragano. E nessuno,
nemmeno se dotato della migliore volontà di spirito, poteva contribuire a
porvi un freno”.(Passarelli – Elemberg – il Cardinale e i desaparecidos
Ed. EDI 2000; pag. 50). Quando mi lamentai per quello che era successo con
Liliana per la loro mancanza di prudenza perché l’avevano mandata da sola
ad attaccare manifesti della Gioventù Peronista, mi fu risposto: “Quale
altro cammino ci rimane?”.
L’ideale di poter liberare l’Argentina come fu liberata Cuba e il Vietnam
era talmente radicato nelle menti giovanili che nessuno avrebbe potuto
convincerli del contrario. Lasciando tutto al giudizio della storia, penso
che a loro, come a milioni di disperati della storia di tutte le
latitudini, si possa addebitare questo ideale come il maggior delitto
commesso. Tutti sognavano un mondo più giusto e bisognava tentare di
sgominare l’egoismo dei ciechi che non volevano vedere la sofferenza degli
oppressi. Si è detto che i militari hanno potuto realizzare lo sterminio
grazie all’approvazione del popolo. Io mi permetto di sostenere che il
“popolo peronista”, tutto l’immenso popolo dei poveri fu spettatore
impotente, mai plaudente. Non fu condiviso affatto come non fu condiviso
l’azionare dell’ERP e di Tacuara, per la violenza dei loro metodi estranei
al sentimento del popolo. Se qualcuno pensa quel “processo” come a una
nuova epopea del popolo argentino, si sbaglia di molto proprio per questa
ragione. Chi condivise quella barbarie non appartiene al popolo ma alla
borghesia che non si identificò mai con “los cabecitas negras” – le teste
nere – con i lavoratori!
E’ vero che alla nave Argentina, in quel momento, la rotta verso la
liberazione si presentava in condizioni di quasi totale disorientamento
per tutti. Ma quel che mi risultava certo era che il cammino della
violenza era una rotta nella notte. Era una strada senza uscita non solo
perché il metodo è antievangelico, ma perché era una scelta suicida di
fronte allo strapotere delle armi dell’esercito, e soprattutto perché il
popolo non lo condivideva affatto. Ci sentivamo profondamente impegnati
nel sociale, ma non nella guerriglia! Per noi non c’era nessuna ambiguità
né ideologica né pratica. I corsi di alfabetizzazione popolari fatti
secondo il metodo di Paulo Freire, durante il mese sotto la grande tenda,
si svolgevano alla luce del sole e con chiaro intento di promozione umana,
con molto entusiasmo e…altrettanta ingenuità! Mai a nessuno venne in mente
di inserire addestramenti di guerriglia!
Per le organizzazioni della destra para militare noi eravamo gente
sospetta: chiunque operasse per e con i poveri, chiunque si interessasse
dei giovani e lavorasse con loro a favore della povera gente era un
“pericoloso sovversivo comunista”. La frase di Mons Herder Camara era di
una attualità irrefutabile: “Se uno fa l’elemosina a un povero è visto
come un santo, se uno insegna a quel povero come uscire dalla povertà,
è
un comunista!” Tranquilli della nostra linearità noi continuammo il nostro
impegno senza sospettare quel che si stava tramando a nostra insaputa. Ci
stavano schedando uno per uno sia come singoli che come gruppo. Le liste –
de los zurdos – dei sinistroidi – furono quelle che il giorno stesso del
colpo di stato del 24 marzo del 76 facilitarono alle forze della
repressione la grande retata dei “sovversivi” e di chiunque avesse avuto
rapporto con loro.
Io ero tra questi schedati fin dal 1974. Un giorno stavo uscendo in moto
dal Cottolengo di Claypole quando due individui in borghese mi fermarono
per chiedermi se conoscevo il P. Rafael! Capii subito che si trattava di
militari o paramilitari. Li feci accomodare in parlatorio dicendo che
sarei andato dal direttore per farlo rintracciare . Prima di uscire però
mi azzardai a chiedere perché lo cercavano. Per tutta risposta mi mostrano
un foglio su cui appariva il mio nome “facente parte di un gruppo di
Tupamaros (gruppo guerrigliero dell’Uruguay, da me mai conosciuto se non
di nome!) composto da Orlando Bastarrica, Gerardo, Alicia, Liliana,...”
una lunga lista di nomi conosciuti e no, che certamente non erano né
uruguaiani, né tupamaros. C’erano tutti i responsabili dei vari quartieri
che si occupavano delle attività socio-religiose della parrocchia e della
zona fino a S. Francisco Solano.
Confermato in quello di cui avevo sospettato presi la moto e andai ad
avvisare gli interessati perché non si facessero trovare in casa o nei
centri operativi e stessero in guardia perché “la pesquisa” - la razzia -
era in atto. Sentitisi beffati quella prima volta, circa una settimana
dopo erano andati a cercarmi in parrocchia. Interrogarono il mio compare
Andrès Vivas, che con la moglie e i figli abitava e faceva da custode ai
locali della parrocchia. Volevano sapere “Come mai non è in parrocchia, da
dove prende i soldi per costruire la scuola del quartiere don Orione e
questi locali?. “Il padre lavora da trasportista con l’autobus. Come noi
collabora anche lui alla costruzione dei locali di cui parlate…”. Come mi
venne confermato in seguito, la ricerca e l’interrogatorio erano dettati
dal sospetto che i soldi mi venissero dalla guerriglia! Spesso questi
sospetti venivano “confermati” sotto la tortura dai malcapitati che
cadevano nelle mani dei para militari.
Anche se, già in quel periodo, la pratica del sequestro, della tortura e
dell'assassinio era cominciata, l’insicurezza e la violenza seminavano già
terrore e morte ogni giorno, tuttavia, l’aberrante pratica di far sparire
la gente nel nulla, dei desaparecidos, non era ancora in atto. I cadaveri
dei sequestrati ed degli assassinati potevano essere trovati, riconosciuti
dai loro familiari ed essere sepolti.
Fu in seguito che “... i militari si sentivano investiti da un duplice
mandato: schiacciare senza pietà la guerriglia marxista e castigare tutti
i responsabili della corruzione che aveva caratterizzato il pessimo e
impotente governo di Isabel Peròn.... Con il colpo di stato del 24 marzo
76 si innescò un meccanismo caratterizzato dalla più malvagia perversione
che mente umana avesse potuto concepire” ( Passarelli- Ed. Op. cit. Pag.
57). Non agirono con la trasparenza della legge. Preferirono imboccare la
strada della repressione indiscriminata di militanti, ideologi, parenti,
simpatizzanti o semplici amici, nell’anonimato e di notte. Fecero uso
della tortura senza pietà né limiti per avere informazioni. Si servirono
della scomparsa nel nulla dei cadaveri. Dei sequestrati nessuno sapeva
niente! Su ogni sequestrato scendeva “notte e nebbia” di hitleriana
memoria! L’aeronautica, la marina, l’esercito, la polizia avevano carta
bianca nell’attuazione dello sterminio. Nessuna arma interferiva
sull’altra né rendeva conto del suo operato. Ancora oggi non si sa con
esattezza il numero dei desaparecido anche se qua e là si danno delle
cifre approssimative. Sono sempre approssimative tanto fu studiato e
spietato il piano dell’annientamento del nemico. Arrivarono a tal punto di
aberrazione mentale da essere convinti che anche i figli dei “sovversivi”
fossero dei sovversivi in potenza per cui bisognava eliminarli prima che
fosse troppo tardi. I bambini nati in cattività da donne arrestate in
stato di gravidanza o messe incinta dai loro torturatori nei diversi campi
di tortura e di sterminio furono fatti sparire e presi in affidamento
dalle famiglie degli stessi militari. Tra i desaparecido ricercati dalle
madri e dalle nonne di Plaza de Mayo, oggi ci sono anche quei bambini!
Dicevo che la morsa della repressione insensata aveva cominciato a
chiudersi attorno a me fin dal ‘74 quando mi trovavo ancora nella
parrocchia di Lomas de Burzaco.
Il P. Beron de Astrada, all’epoca direttore provinciale, preoccupato del
crescendo di violenza nella zona e pressato dalla necessità di un
direttore per l’Hogar J.R.Torello di Mercedes, dove si trovavano in serie
difficoltà socio-educative circa 80 ragazzi e giovani dai 9 ai 18 anni del
tribunale dei minori della Provincia di Buenos Aires con sede nella città
di La Plata, pensò bene di trasferirmici.
La città di Mercedes a un centinaio di km verso l’ovest di Buenos Aires
non si può dire che fosse un oasi di tranquillità sociale. La presenza di
un importante centro di addestramento militare scoraggiava iniziative
guerrigliere di grande rilievo, ma la borghesia latifondista e gli alti
ranghi militari vegliavano anche qui e controllavano persone e idee.
La situazione di profondo disagio fra i giovani e certi abusi pedagogici
messi in atto dal personale nei confronti dei ragazzi mi indussero a
inoltrare una serie di cambi nel sistema educativo che scomodarono certi
signori che, senza alcuno scrupolo e con l’assenso del direttore reggente,
si servivano del lavoro dei ragazzi per preparare pranzi e feste,
lasciando come unica ricompensa per i ragazzi quello che avanzava.
D’accordo con il direttore del tribunale dei minori della Provincia, dopo
aver operato una serie di cambi nel personale ed averlo reso edotto del
metodo pedagogico che mi sembrava più idoneo alla formazione dei giovani
in vista di un loro reinserimento nella società, tentai l’esperienza
dell’educazione in un clima di libertà vigilata. Troppa legna sul fuoco
fece si che le fiamme fossero avvertite da lontano soprattutto da chi si
sentiva toccato negli interessi che credeva “acquisiti”. Convinti di
mettere a nudo il mio tallone d’Achille venni invitato a dare spiegazioni
di quanto stava succedendo nel Hogar – focolare - davanti alla crema di
Mercedes nella sede del Collegio dei Notai il sabato 15 settembre del 74.
Il giornale “El Oeste” riportava l’incontro in termini elogiativi: “…Nella
sala del Collegio dei Notai ieri sabato si è tenuta un’interessante
conferenza dal P. Rafael Boi direttore dell’Hogar Torello… Detto
sacerdote, uomo giovane e di esperienza nell’educazione dell’irregolare
sociale, ha spiegato che i nuovi tempi obbligano a introdurre nuovi metodi
educativi basati su importanti documenti quali il Vaticano II e Medellin
per l’America Latina…che possono arrivare a produrre cambi che potrebbero
allarmare chi è abituato a pensare l’educazione secondo metodi del
passato. Va rispettata la libertà del minore in campo religioso. Obbligare
chi non è convinto ad andare a messa o fare delle pressioni psicologiche
perché si confessino è controproducente ai fini di una vita cristiana
convinta…Quanto al lavoro dei giovani nell’Hogar ha affermato che si è
messo in atto un metodo stimolante mediante l’attribuzione di percentuali
sulla vendita del latte e della carne ai giovani che se ne occupano. Poter
già disporre di una piccola somma li abituerà a gestire responsabilmente i
propri soldi… Si lascia la libera uscita il sabato e chi vuole può recarsi
a visitare parenti o amici in modo che si abituino a fare uso corretto
della propria libertà… Nell’Opera don Orione siamo coscienti che un
ragazzo lo riceviamo non per sopravvivere alle difficoltà della sua età e
della situazione familiare, ma per educarlo a inserirsi il più preparato
possibile nella società che lo aspetta… Il controllo sul minore non è
fatta direttamente o impedendogli di porre degli atti per paura che si
sbagli. Lo si segue indirettamente mediante verifica settimanale…” Seguì
una tempesta di domande insidiose alle quali, a detta dello stesso
giornalista, risposi in modo convincente. Ripeto, in linea di massima, gli
orientamenti esposti e praticati nell’Hogar erano approvati anche dal
direttore del Tribunale dei minori che, in due opportunità, mi aveva
invitato a parlare ai direttori di Istituti similari perché orientassero
le loro linee pedagogiche in tal senso.
Era chiaro che, non potendo essere accusato apertamente di oppormi agli
interessi meschini e vili come quelli sopra ricordati, si inventasse la
storia di incontri dei giovani del Hogar a fini politico-sovversivi. Non
fui l’unico prete, nella città di Mercedes, ad essere accusato con simili
e pericolose menzogne. Il P. Juan Dieuzeide, incaricato diocesano della
pastorale giovanile, venne imprigionato nel marzo del 76 e tenuto in
completo isolamento senza giudizio fino al luglio dello stesso anno.
Dimesso dal carcere, si ritirò nel monastero benedettino di Los Toldos,
dove lo trovai in dicembre. Anche lui era tra gli schedati come
sovversivo.
Sotto la pressione di una serie di accuse il P. Provinciale, per la
serenità dei giovani e per la mia incolumità, decise di porre fine
all’esperienza invitandomi a lasciare l’Hogar prima dell’inizio dell’anno
sociale del 75.
Con rabbia, con dispiacere per quel che poteva verificarsi con i giovani,
con chiara coscienza del pericolo reale per la mia persona accettai e
chiesi di partire in Sardegna per rivedere i miei che non vedevo
dall’ottobre del 67! Passai un paio di mesi nella nostra parrocchia della
zona di Pompeya, nella Capitale Federale, di cui era parroco il carissimo
amico Angelo Pellizzari. Avendo già in programma di viaggiare non mi
impegnai a fondo nella parrocchia. Ripresi a lavorare questa volta da
trasportista di merci con una camionetta presa in affitto. Ero uno dei 25
trasportisti che facevamo capo ad un’agenzia. Tutti i giorni ci mettevamo
in attesa del lavoro dalle 3 e mezzo/quattro del mattino. Durante quelle
lunghe ore di attesa leggevo o mettevo giù qualche idea che trovo ancora
nel mio diario. Molti dei compagni di lavoro venivano dal paese profondo
in cerca di lavoro nella capitale. Erano immigranti come… me.
|
Immigrante
“Lottando a denti stretti
per l’umiliante paga di un giorno
mi guadagno il pane sudando dolore e sangue
in questa terra di sconosciuti!
Vivo incatenato
A un correre impazzito
Di treni, metro, autobus,
Di gente, stipendi e sindacati,
Ladri, padroni e scrocconi!
Per questo mondo di…città
Estraneo al mio modo di vivere
Ho lasciato la mia gente ed ho conosciuto l’inganno
Di un vivere sporco in strade asfaltate.
Ho perso i miei figli, mia moglie, me stesso!
Perdo la mia vita quotidianamente.
Rinchiuso giorno e notte
Festivi e feriali, tra le sbarre
Di fabbriche malsane
Creo ricchezze che io non godrò mai!
Mi guadagno il pane sudando dolore e sangue! (24/05/75).
|
Dopo questa parentesi a Buenos Aires tornai in Val Susa, a S. Antonino, da
dove ero partito e dove vi trovavate ancora voi tutti. Babbo e mamma erano
tornati in paese, se mal non ricordo, con Mario. In paese arrivai per
Natale. Nonostante che mi trovassi in compagnia di babbo e mamma, dopo
tanti anni di assenza, in paese mi sentivo come un estraneo, uno dei tanti
turisti sconosciuti per la maggior parte dei più giovani. Le notti si
facevano lunghe. Spesso me ne scendevo alla spiaggia a camminare o
stendermi sulla sabbia a ricordare e guardare quel cielo di cui ricordavo
ancora i nomi delle stelle in sardo. Per un fenomeno strano da spiegare a
me stesso, non le sentivo vicine come una volta. Era evidente che dopo
tanti anni mi sentissi un po’ sradicato.
La notte del 2 ottobre del 75, tornato a casa dalla mia passeggiata alla
spiaggia di Simius scrivevo: “Questa notte ho guardato le stelle. Sono
quelle dell’emisfero nord che non vedono quelle dell’emisfero opposto.
Loro continuano serene per la stessa strada. Son le stesse che vedevo da
bambino. Lo stesso palpitare, la stessa luce chiara. Ma più fredda!… Io
non sono lo stesso. Ho camminato molto ed ho vissuto molto lontano da
quest’angolo di pace. Ho perso tante cose lungo la strada della vita!
Certamente non mi rincontrerò più con loro perché io non sono lo stesso di
una volta. Non tento più di contare le stelle, anche se le chiamo per
nome. Non penso più di poter salire sulla collina di fronte a casa per
toccare la luna che spunta dietro la collina per illuminare il cortile di
casa ed il paese tutto che si addormentava presto, avvolto dall’oscurità,
rispettosa della fatica della gente. Perché non sono più lo stesso? Questa
notte vorrei fermare il tempo. Io stesso vorrei tornare ad essere semplice
come l’aria che respiro. Come vorrei restare, ma so che non potrò, qui in
riva a questo mare ed essere eterno come lui. Vorrei potermi abbandonare
al mio pensiero peregrino nello spazio immenso del cielo come lui
s’abbandona al suo monotono va e vieni sulla spiaggia. Questo mare immenso
di fresco vitale continuerà. Mi dà un fremito alle ossa. Lo sento come un
piacevole abbraccio. Sento il piacere di questa solitudine ma allo stesso
tempo mi fa paura! Son solo a guardare quelle fredde stelle nella notte
fonda di questa costa oscura che canta la sua canzone incomprensibile ed
eterna!…”.
9/10/75 “… mi sento un po’ stanco mentalmente. Stanotte sono rimasto nella
spiaggia fino alle 22,30 solo. Solitudine e mormorio, fruscio delle onde
che si infrangono sulla sabbia vellutata e fredda. Sdraiato, ho guardato a
lungo il cielo. Che sensazione piacevole e triste allo stesso tempo. Quel
silenzio totale mette i brividi nelle ossa e suscita pensieri strani. Tra
i pensieri insistenti, quello del ritorno in Argentina, dei miei genitori
anziani, la mia età, io stesso. Ho la sensazione che tutto si confonda col
mormorio dell’acqua sulla sabbia e che tutto si cancelli come le mie orme
sulla sabbia quando arriva l’onda. Tutto è fugace come quei meteoriti che
illuminano e si disintegrano lontano, senza alcun rumore nell’atmosfera di
una notte come questa. E’ così la mia vita? E’ questa la luce che io
lascio dietro di me come uomo e come prete? Chissà perché ho l’impressione
che gli uomini che incontro e che vorrei “rischiarare” siano come questo
mare di fronte allo spettacolo di un meteorite in fiamme. Con fredda
indifferenza, il mare continua la sua canzone senza sosta o distrazione di
fronte alla luce folgorante del meteorite…Ho finito qui la mia giornata
stanca. Non ricordo più con quali parole, ho pregato il Dio dell’infinito
cielo, dell’immenso mare e dell’altrettanto immenso ed insondabile mistero
della vita. Ho finito chiedendoGli forza per tornare in Argentina e lunga
vita per i miei genitori. Il ritornello di mamma “chissà se quando
tornerai saremo ancora vivi” oggi mi si è presentato come un’ineludibile
verità. Ma quel che mi ha scosso ancora di più è stato il pensiero che io
stesso potrei non tornare vivo da quel marasma socio-politico argentino.
Che terribile la morte e i limiti del tempo imposti all’uomo!”
3 novembre “ …Trovo vitale ricordare gli anni giovanili trascorsi in
paese. Come un’antica foto la memoria visiva mi aiuta a ricordare che la
prima volta che mi accorsi di essere vivo non ricordo quanti anni avevo.
Ma fu il giorno in cui in paese era stato ucciso “Cristollu”. Lui ero
morto perché aveva perso tutto il suo sangue per strada ed io ero vivo
perché l’avevo ancora dentro di me. Non so più nulla di lui. Né ricordo di
averlo mai visto vivo. Ricordo solo il nome. Della sua persona ricordo il
suo corpo disteso nel cortile dove era potuto arrivare animato dal suo
sangue. Il resto l’aveva lasciato lungo la strada dall’osteria dove
l’avevano accoltellato al cancelletto della casa di suo padre.
… Quando mi accorsi di essere maschio fu il giorno in cui mi accorsi che
Maria fuat a ogus de gattu. Erano di colore azzurro e trasparenti come
l’acqua del mare in cui nuotavo ad occhi aperti. Mi piaceva guardarli per
vedere in fondo, i suoi pensieri, come mi piaceva nuotare nei fondali
chiari e rocciosi ad occhi aperti. Mi piaceva fissarli come mi piace oggi
fissare l’acqua del mare. Mentre li guardavo provavo un po’ di rabbia
perché lei non guardava i miei. Pensavo che non mi guardasse perché ero
piccolo... Volevo crescere in fretta perché si accorgesse anche lei di me!
Fugace ritorno alle radici affettive non ancora morte”.
E’ evidente che vivevo in lotta tra due sentimenti: ripartire in Argentina
e restare in paese. Dovetti partire perché tutto era stato così
programmato. Verso il 15 novembre chiesi a Mario di accompagnarmi
all’aeroporto da dove avrei preso l’aereo per Palermo. Avevo voglia di
rivedere il mio compagno don Antonino Villari con il quale avevamo
condiviso quattro anni di studio e di fraterna amicizia durante gli studi
filosofici e teologici.
Ricordo che per circa 12 km., fino ad arrivare a Solanas, mi fu
impossibile pronunciare una parola a causa del pianto che me lo impediva.
Passata una settimana a Palermo presi il treno per Bari dove passai
un’altra settimana con nostra cugina Teresina e la sua famiglia. Pian
piano riuscii a distrarmi dai pensieri che mi mettevano tanta tristezza
addosso e a convincermi che dovevo ripartire. A S. Antonino giunsi
rasserenato e deciso a riprendere il viaggio per l’Argentina da Madrid. In
Spagna, grazie alla cordiale accoglienza di un mio compagno e di un mio
vecchio professore allora superiore della Congregazione orionina in
Spagna, trascorsi una ventina di giorni.
Il 18 gennaio del 76, alle ore 23,30, vigilia della mia partenza,
scrivevo:
|
“ …fa freddo.
La luna è molto alta nel cielo chiaro e sereno.
Domani mattina, ancora una volta la brina coprirà la terra gelata.
La sera prenderò l’aereo per tornare a Buenos Aires.
Tornerò con il ricordo e la sensazione di questa notte fredda ed insonne…
Chiamami, Argentina, ho freddo!
Accoglimi con il tuo calore.
Io ritorno con le mie valigie piene di bianco,
di neve di montagna, di gelo di pianura e d’altopiano.
Ritorno vestito con la mia povera roba.
Ritorno con qualcosa che forse tu non conosci:
Il freddo d’Europa e della sua gente indaffarata.
Ma, è anche il mio freddo,
Il mio dolore di tornare a te diverso.
Ritorno vestito di freddo dove sono atteso
e io non vorrei tornare vestito della mia povera roba.
Mi sento vestito di neve e di brina, di ghiaccio.
Sì, io ritorno, ma non sono lo stesso
Ritorno vestito di freddo e con della povera roba.
Aspettami vestita d’azzurro. Quello del tuo cielo!” |
Per il fenomeno della rotazione della terra chi attraversa l’Atlantico
verso le americhe affronta una notte di circa 14 ore. Il resto fu tutto
normale. Un taxi mi portò a Buenos Aires. Dove attesi il mio nuovo destino
come membro della Congregazione. Il P. Pellizzari e la lettura dei
giornali, radio e TV mi aggiornarono presto su quanto continuava a
succedere nel paese. Non era cambiato nulla. Era cambiato solo il ritmo
della violenza. Un crescendo spaventoso di terrore. Il giorno dopo presi
una macchina e uscii di buon mattino a fare un giro intorno a Buenos
Aires. Nell’autostrada di circonvallazione General Paz vidi due cadaveri
abbandonati nella fanghiglia ai bordi della strada. Avevano le mani legate
dietro le spalle. Il traffico scorreva veloce. Nessuno si fermava! Neppure
io!
Il P. Provinciale mi chiese se avessi piacere di occuparmi della scuola di
falegnameria e della chiesetta della città di Tigre, nel cinturone nord
del Gran Buenos Aires. Il problema non ero certo quello di andare a nord o
a sud, ma trovare un posto in tutto il paese dove si potesse vivere fuori
di quell’inferno mascherato di politica. Proprio in quei giorni nella
città di Tigre era stato assassinato il P. Francisco Soares, che viveva
con un fratello handicappato ed era colpevole di essere andato a pregare
sui cadaveri di due sindacalisti dei cantieri navali della città, caduti,
a loro volta, sotto i colpi dei para militari. Pur appartenendo alla
Comunità di Victoria, io vivevo solo in Tigre. Solo e con la chiara
sensazione di non essere per niente al sicuro. Non lo era nessuno, specie
di notte. Rincasando la sera, prima di entrare in casa, guardavo da una
parte e dall’altra della strada per vedere se qualcuno mi stava seguendo
con qualche arnese per farmi fuori. Le notti trascorrevano popolate di
rumori di ogni genere dagli spari alle macchine che correvano impazzite
verso tutte le direzione nella grande Avenida Cazòn. Non posso ricordare
quante volte sognai che mi avevano messo una bomba sul tetto della casa.
I giornali uscivano con le più allarmanti notizie su attentati e
sequestri, su imboscate tese alla polizia scontri a fuoco veri o presunti
per giustificare stragi, sui colpi inferti dai militari alla guerriglia,
sull’assenza di autorità generalizzata nel paese…Si facevano sempre più
insistenti le notizie della possibilità di un imminente colpo di stato
militare “per mettere fine al caos” regnante in ogni settore della vita
del paese.
Gli argentini, disgraziatamente esperti, sapevano che da un colpo di stato
non può venire nulla di buono per la povera gente. Ne avevano visti tanti.
Tutti uguali. Più di uno non credeva neppure nella libertà conquistata con
le guerre di indipendenza dalla Spagna. “La torta, le ricchezze del paese,
non furono tolte ai colonizzatori a beneficio del popolo. Entrarono nelle
tasche della borghesia locale”.
Ma volenti o nolenti le cose andarono per quel verso e la notte del sabato
23 marzo del 76 successe quello che tutti si aspettavano.
|
Colpo di stato
Incubo
Di un popolo che sognava libertà
Il risveglio.
La radio prostituisce la sua funzione:
Musica estranea
Di popoli dominatori.
Come tela di fondo alle leggi di terrore,
Sinfonie… macabre!
Lento e rossiccio Paranà,
Prepara le tue viscere di piraña
Per divorare i morti!
I bianchi cigni dei tuoi laghi,
Verde Palermo,
Si convertono in civette
Annunciatrici di un tragico destino!
Un avvenire interrotto da vile tradimento
Cospirato all’ombra
durante gli anni di falsa libertà.
Vanno i militari come padroni
Nella strada ammutolita
A reprimere!
Vanno i gorilla su carri armati neri,
come alberi senza foglie,
con rami di… bazooka, itakas e cannoni
a reprimere!
Si sente inconfondibile
il crepitare sordo
della mitraglia sulla carne
di… chiunque e dei suoi “complici”:
la madre, la moglie, e i suoi figli,
gli amici ed i parenti tutti.
Lampeggia sinistra la stella militare
illuminando a giorno la strada senza uscita
della repressione.
Picchia, ancora una volta picchia
la dittatura insana!
L’antipopolo avanza contro il popolo,
Distrugge i focolari ed i silenzi,
spezza le speranze giovanili.
E’ il terrore!
(Tigre 24 marzo del 76)
|
Alle otto di quella triste domenica, con il sangue raggelato e la voce
spezzata da mille sentimenti, mi vidi la cappella piena di militari armati
fino ai denti. I camion e due carri armati leggeri fuori della porta. Era
l’inizio della tappa più dura ed incredibile della traversata sulla nave
Argentina. Per le messe domenicali veniva ad aiutarmi da Victoria un
carissimo prete cordobese, Bepe Godino. Oltre la messa mi offriva la sua
amicizia e il suo tempo quando ci dovevamo sedere per riflettere e capire
quel che stava succedendo e quello che dovevamo dire o fare. Tutto era
diventato difficile e pericoloso. Soprattutto prendere la parola in
chiesa. In chiesa c’era, lo sapevamo, qualche simpatizzante del colpo di
stato che interpretava e ti faceva dire quello che non avevi mai pensato.
Data questa situazione, una domenica, al posto della “predica” dopo il
Vangelo, ci vedemmo obbligati a leggere questo comunicato che avevamo
preparato il giorno prima.
“Da un po’ di tempo a questa parte ci sono delle persone che recepiscono
male la nostra predicazione.
C’è di più, sappiamo che recentemente si sono recate dal vescovo per
accusarci. Sappiamo che ci accusano di essere “comunisti”. Possiamo anche
riconoscere di esserci espressi male qualche volta, ma crediamo anche
onestamente che il criterio che ci guida è quello di Gesù Cristo: servire
la comunità secondo verità. Ci sono due cose sufficientemente chiare che
non lasciano spazio per il dubbio:
Prima di tutto c’è gente che ha reagito contro il documento dei vescovi
che si sono pronunciati sul momento presente. E questo è stato fatto
pubblicamente. In secondo luogo siamo stati accusati di essere comunisti
per esserci riferiti alla violazione dei diritti umani in Cile. Tale
affermazione non è nostra, ma delle Nazioni Unite.
Di fronte a questi dati di fatto ci vediamo obbligati ad interrogarci
seriamente sulla nostra predicazione. Non possiamo neppure tralasciare
alla leggera quel che significa nell’Argentina di oggi essere etichettati
come comunisti. Siamo convinti che non basta la tranquillità della nostra
coscienza per liberarci dalle conseguenze di affermazioni così ingiuste. E
osiamo persino pensare e affermare che se un giorno i militari arrivassero
ad ucciderci, la pallottola uscita dai loro fucili sparata contro di noi
non sarà prima, ma la… seconda! La prima era uscita dalla bocca di quelli
che ci accusano!
Ricordiamo il passaggio del documento dei vescovi dove affermano: “è un
errore, se cercando una necessaria sicurezza, si confondesse con la
sovversione politica, con il marxismo o la guerriglia, gli sforzi
generosi, spesso di radice cristiana, per difendere la giustizia, i più
poveri o quelli che non hanno voce”.
Il nostro atteggiamento: riconosciamo di esserci sbagliati pensando di
poter interpretare la Parola di Dio applicandola agli avvenimenti attuali.
L’esperienza ci insegna che non è stato così. Di fronte a certe reazioni
capiamo che la Parola di Dio e la sua applicazione viene considerata
accettabile quando non disturba la vita. Non crediamo sia prudente
continuare a correre il grave rischio che comporta di questi tempi
l’accusa di essere considerati comunisti perché le nostre prediche vengono
giudicate tali. Pertanto, a cominciare da oggi, al posto della predica si
lasceranno dieci minuti di silenzio per la riflessione personale sulla
Parola di Dio. Per vedere come continuare in futuro aspettiamo la reazione
del vescovo nei nostri confronti e il vostro avviso che ci sarà
manifestato da vostri rappresentanti”.
Questa situazione andò avanti per circa un mese. Il vescovo di S. Isidro
Antonio Aguirre, parlò con il Direttore Provinciale al quale manifestò la
sua contrarietà alla presenza in diocesi di “alcuni preti d’avanguardia!”.
Eravamo il P. Enzo Giustozzi, P. Bepe Godino ed io. Di quanto stava
succedendo nella cappella di Tigre io avevo messo al corrente il vescovo
ausiliare, Osvaldo Laguna. Mi disse di continuare tranquillo perché il
vescovo, “pur non condividendo la vostra linea pastorale, non può esigere
delle decisioni drastiche dal vostro superiore diretto. Tanto più che
nessuno di voi è parroco”. Tutti e tre continuammo per un paio di mesi,
ma non eravamo tranquilli. Predicare in chiesa era diventato pericoloso
non solo per noi due, ma per tutti i preti sospetti. Ogni mese ci
riunivamo con il vescovo ausiliare Laguna per preparare, a grandi linee,
quel che dovevamo e potevamo dire in chiesa la domenica evitando di
calcare la mano inutilmente sulla situazione politica.
Il quattro luglio del 1976, all’una e mezza di quella gelida notte, nella
parrocchia S. Patricio del quartiere Belgrano della città di Buenos Aires,
furono trucidati tre sacerdoti e due seminaristi da uomini dell’esercito.
Le scritte che lasciarono i criminali sui muri “così imparate a corrompere
le menti vergini” erano un chiaro avvertimento per tutti i preti
“terzomondisti” che figuravano in una lista di circa trecento ed erano
tenuti sotto stretto controllo dalla polizia con un dossier
particolareggiato delle loro attività. Oltre questa situazione di
insicurezza generalizzata in tutto il paese, per noi si aggiungeva il
fatto di non essere ben visti dal vescovo, apertamente ostile, come la
maggior parte dei vescovi argentini di quel tempo, ad ogni linea di
pastorale “progressista”. Era una ragione in più per non sentirci
tranquilli.
Il P. Enzo Giustozzi, più volte minacciato di morte e ripetutamente
vittima di attentati alla bomba o alla mitragliatrice (gli avevano
mitragliato la facciata dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di
cui era direttore e in seguito, quando era nella Commissione
Internazionale per i Diritti Umani, una bomba fu fatta scoppiare di notte
davanti al portone della Comunità di don Orione di Mar Del Plata in cui
abitava), fu mandato a Gerli, nella zona sud del Gran Buenos Aires. Bepe
Godino smise di venire a Tigre e, restando in Victoria, si dedicò alla
redazione dei libri che pubblicava con le Edizioni Paoline di Buenos
Aires. Io venni chiamato dal provinciale per dirmi quello che gli aveva
detto il vescovo: dovevo essere trasferito! Data la situazione di
pericolo, l’intransigenza e l’ostilità del vescovo nei miei confronti, il
provinciale doveva eseguire il cambio, ma non aveva deciso dove mandarmi.
Non c’era molto da scegliere! A nord e a sud, ad est e a ovest era tutto
un fronte. Fui io a prendere l’iniziativa di scegliere un posto e un
incarico che non mi mettesse troppo in vista.
Né parrocchie, né istituti. La situazione sembrava consigliarmi, dopo
tanta attività durante altrettanti lunghi anni di sacerdozio, di fare una
sosta lontano dai pericoli e dall’attività. Nell’ottobre del ‘76 scrissi
una lettera al Provinciale e suo Consiglio chiedendo di lasciare il paese
per recarmi in Colombia per frequentare un corso di aggiornamento di un
anno. Per ragioni che non mi fu dato di conoscere nella risposta alla mia
domanda mi venne negata questa possibilità: 20 ottobre ‘76 “ Stimato e
caro P. Rafael Boi, la pace di Cristo sia sempre con noi. Rispondo alla
sua del 18 u.s. dopo aver dialogato con i Padri Consiglieri nella riunione
tenuta ieri in Villa Lugano – Capitale – tutti ci troviamo d’accordo che
vada a passare un periodo di tempo nel convento benedettino secondo le
possibilità che i monaci stessi le offriranno.
Quanto alla sua partecipazione al corso di aggiornamento sacerdotale in
Colombia, crediamo più opportuno lasciare questa possibilità ad altra
opportunità. Magari quando finalizzi la prima tappa nel monastero… Resto
in attesa della sua decisione e di sapere la data della sua partenza…”
Nella mia risposta del 28 di ottobre ‘76 esprimevo il mio disappunto alla
negativa di lasciarmi partire in Colombia. Io avevo bisogno di pace, ma
era più urgente scappare dall’inferno argentino. Lo manifestai in questi
termini: “… Da come si esprime nella sua lettera mi sembra di intuire che
ci sono alcune difficoltà. Se così fosse mi piacerebbe sapere i motivi con
chiarezza e al più presto possibile. Non trovo opportuno infatti aspettare
fino a marzo ‘77 se in marzo cominciano i corsi. E le pratiche necessarie
quando le sbrigo? Rispetto alla mia partenza da Tigre resta fissata per la
prima quindicina di dicembre. La prego inoltre di non dimenticare che la
zona è continuamente setacciata dalla polizia. Anche l’altra sera uscendo
dalla casa del mio catechista Horacio Horza, siamo stati bloccati tutti e
due, messi contro il muro, perquisiti persino nel… sedere e tenuti lì
mezz’ora, mentre controllavano i nostri documenti che per fortuna, anche Horacio aveva con sé, nonostante dovesse accompagnarmi alla fermata
dell'’autobus a non più di 50 metri di distanza da casa sua... Riceva un
cordiale e fraterno saluto”.
Io stesso inoltrai la domanda al Priore del monastero Santa Maria de Los
Toldos e la risposta fu affermativa.
Il 17 dicembre del ‘76 annotavo nel mio diario:
“Sono arrivato ieri da Buenos Aires con un treno di speranza, un treno di
dubbi, un treno carico di dolore mio e di tutto un popolo che sanguina…
Spero che durante questo tempo di preghiera, di studio, di riflessione, di
lavoro manuale silenzioso, di dialogo con l’amico Mamerto, arrivi un po’
di chiarezza su questa tormentata storia che mi è dato di vivere”.
Gli amici sinceri di Tigre e di Burzaco non solo di tanto in tanto
venivano a trovarmi, ma mi tempestavano di lettere incoraggianti e di
attesa del mio ritorno. Natale si avvicinava e la tristezza divenne
opprimente. Pur avendo voluto questo distacco non mi risultava facile da
gestire lontano da tutti e con un ritmo di vita a cui non ero abituato. La
notte di Natale, durante la lunga veglia che i monaci sono soliti fare
prima della messa di mezzanotte mi ritrovai in lacrime. Fu uno sfogo colto
e confortato da Mamerto.
Verso la fine di febbraio Mamerto una mattina mi si avvicina mentre
lavoravo nell’orto e mi invita a sedermi perché voleva parlarmi. “Senti,
tu sai che le cose nel paese vanno sempre peggio e il controllo diventa
asfissiante su tutti. Anche sul monastero. Il commissario ha lasciato
detto al direttore delle poste che voleva vedermi per chiedere
informazioni sul P. Rafael Boi che riceve tanta posta da varie parti del
paese… L’ho ascoltato. Gli ho detto che tu sei una persona importante
nella diocesi di S. Isidro… Ma ho l’impressione che non sia rimasto troppo
convinto e sospetto che presto verrà con un comando a perquisire il
monastero! Qué hacemos, flaco? Che facciamo, magro?” Io non potevo dare
altra risposta che quella di cercare un altro “nascondiglio”. Ma lui,
d’accordo con i monaci che aveva già consultato, decise di aspettare
tempi… migliori. Parlò ancora con il commissario e la possibilità della
perquisizione sembrava scartata.
Il 12 marzo mi arriva questa lettera dal P. Provinciale:
“… come vedi ti sto lasciando in santa pace senza angosciarti con i
problemi che diventano sempre più drammatici. Non posso tuttavia fare a
meno di comunicarti l’imprescindibile pur con la prudenza necessaria e il
rispetto dovuto alla tua persona…. Ieri 9 marzo sono stato al Cottolengo
di Claypole e lì mi è venuto a trovare il P. Vincenzo Re. Strano che
questo buon confratello vada in giro nei padiglioni in cerca del P. Pablo…
Si vede che aveva una ragione grave…Ti accludo la fotocopia di uno scritto
che mi ha consegnato a mano: l’originale si trova scritto a mano nelle
prime pagine bianche di un libro che lui sta leggendo… In tutto il gran
Buenos Aires la situazione brucia senza tregua. Stamattina ho conversato
del problema con il mio Vicario P. Luis Alpeggiani e ricordando che in
altre opportunità ti ho salvato in situazioni difficili, cercando di non
impressionarti più del necessario e considerando che il P. Re mi dà
informazioni particolareggiate del pericolo che stai correndo, penso
offrirti la possibilità di allontanarti dal Paese.
Sono momenti pericolosi, ci sono violazioni dei diritti più elementari
delle persone e vendette provenienti dai quattro angoli della società
argentina, pensarci troppo a lungo potrebbe essere troppo tardi. Non è un
ordine, ma un’opportunità. La decisione definita la lascio nelle tue mani.
Da parte mia voglio avere la coscienza tranquilla. Avviso e aiuto in nome
della famiglia religiosa alla quale appartieni. Stop!
Qualunque sia la decisone che prenderai ti sarei grato se me la
comunicassi. Ti sono vicino con il pensiero e la preghiera. Pazienza se
perdo un Religioso nella Provincia. Peggio sarebbe se lo perdesse la
Chiesa per sempre… Fraterni Saluti. Firmato Pablo Bussolini – direttore
provinciale.
Prima di riportare la nota del P. Re mi permetto una riflessione sulla
lettera appena trascritta. Se il Consiglio Provinciale mi avesse dato
l’opportunità di partire in Colombia come e quando l’avevo chiesto,
presentendo quanto mi poteva capitare, non ci sarebbe stato bisogno di
questa partenza, né di mettere in pericolo i monaci a causa della mia
presenza nel monastero!
“9/3/77… far arrivare al P. Rafael Boi questa notizia: la mattina di
giovedì è stato assassinato il suo amico e catechista Orlando del Barrio
el Trebol – quartiere trifoglio - Tre mesi fa è stato trovato morto in
Ezeiza Julio Arena e la razzia è continua in questa zona confinante con
Rifugio - Merto -– Imberini e il Noviziato. Il nostro consiglio da
fratelli, insieme ad ogni possibile aiuto, è che ti si aprano le porte per
Italia, Cile o Brasile” firmato P. Vicente Re
Letto il contenuto della lettera le reazioni dentro di me furono un
vortice di confusione, di rabbia e di impotenza. Ma non rimaneva dubbio
che il consiglio di abbandonare il paese era la miglior soluzione. Se su
questo non v’erano dubbi, ce n’erano invece sul come portarlo a termine e
quale altra nazione scegliere tenuto conto che quel che meno volevo era di
lasciare l’America Latina per sempre.
Nessuno poteva uscire dal Paese senza un permesso scritto e personale
concesso dalla Polizia Federale con sede in Buenos Aires. Dalla capitale
federale mi separavano circa 400 chilometri! Ci pensai su tutto il
pomeriggio e non vedevo alcuna via d’uscita in quanto a sicurezza di non
cadere nelle mani della polizia. La via legale era andare a chiedere il
permesso. Ma questo era consegnarsi personalmente per subire ogni sorta di
violenza fisica e psicologica, carcere, tortura, scomparsa, morte come già
era successo ad altri, per esempio a Perez Esquivel, a cui in seguito fu
attribuito il premio Nobel per la pace, che, quando si recavano a ritirare
il passaporto con l’illusione di espatriare venivano arrestati. Non vi
poteva essere scampo. Per informarlo, e perché mi aiutasse a capire
qualcosa di più sul da farsi, consegnai la lettera a Mamerto. Durante la
cena invita la comunità a ritrovarsi nella sala del capitolo per
comunicazioni urgenti.
Riuniti i monaci alle ore 21 Mamerto legge la lettera con voce tremante e
alla fine scoppia a piangere. Senza nessun commento ai monaci perché non
riusciva a riprendersi dall’emozione, con l’immaginabile peso della lunga
notte che si prospettava, comincia il grande silenzio monastico. Io osai
romperlo bussando alla porta della cella del Priore Mamerto per
ringraziarlo, per chiedere consiglio e per sapere cosa convenisse fare il
giorno dopo. Ci abbracciammo a lungo in silenzio. Poi mormorò. “Pucha, qué
he sido floco!” (accidenti, come sono stato debole!).
Conoscendo la sua tempra umana, non potevo certo essere d’accordo con il
severo giudizio che dava di se stesso! Di Mamerto si poteva dire tutto,
meno che fosse un debole. Parlammo fino alle 23. La conclusione fu:
partire per Buenos Aires il giorno dopo. Quello che io non volevo lui me
lo impose dicendo “come posso stare tranquillo lasciandoti partire da
solo?” Esponendosi al pericolo che comportava essere trovato con un
ricercato come me mi disse che avremo viaggiato insieme in treno. Il
viaggio, abitualmente controllato da pattuglie militari, fu tranquillo e
ci recammo direttamente alla sede della Casa Provinciale dell’Opera don
Orione per vedere il Provinciale. Non essendo in sede, parlai col vicario
e gli comunicai che non vedevo altra via che quella dell’abbandono del
Paese. Finiamo di parlare e proprio in quel momento chiamò per telefono il
P. Mario Cabri, che mi rimpiazzava nella casa di Tigre, per comunicare che
“era appena passata la polizia in cerca del P. R. Boi. Se potete
comunicarvi con lui fategli sapere che è in pericolo. Alla polizia la
moglie del custode della casa ha detto che è da molto che è partito in
Italia…”.
D’accordo sulla partenza forzata bisognava trovare la maniera: fuggire
attraverso una delle frontiere meno controllate o chiedendo un
salvacondotto all’Ambasciata Italiana. La fuga, sapendo dei controlli in
vigore dappertutto e della stretta collaborazione con il governo argentino
da parte dei paesi limitrofi Uruguay, Cile, Brasile e Paraguay, era da
affrontare con molta cautela e prendendo tutte le misure di sicurezze.
Neppure idea di quali potessero essere, da quale parte e con quali mezzi.
Dopo averlo ringraziato, riuscii a convincere Mamerto che tornasse a Los
Toldos. Io mi sarei recato all’Ambasciata per chiedere il salvacondotto.
Anche lui, per maggior sicurezza, mi consigliò di fare così.
Prima di andare all’ Ambasciata passai per gli uffici della Calle Arenales
dove si trovava il sociologo e amico P. Nicolàs Rosato per metterlo al
corrente dei fatti e per chiederne il parere sul da farsi. “Tu sai che il
tuo problema con i militari non è di oggi. Penso che non ci sia altra
scelta. Parti al più presto possibile”. Dei pochi soldi che aveva a
disposizione per il suo lavoro di sociologo, come gesto di solidarietà e
perché gli avevo dato una mano anni addietro andando a fare delle
inchieste ai preti delle diocesi di Lomas de Zamora e di Mar del Plata, mi
offrì circa 1000 dollari!
L’illusione di poter usufruire del salvacondotto dell’Ambasciata durò ben
poco perché l’Ambasciatore si mostrò restio a concederlo. Direttamente me
lo negò “per non complicare inutilmente (?) le relazioni diplomatiche con
il governo argentino… Faccia il possibile per uscire con i suoi mezzi
cercando rifugio provvisorio fuori d’Italia”. Sbalordito per questa
proposta pilatesca, incredibile ed assurda volli accertarmi se
l’Ambasciata si stesse occupando degli italiani e dei figli di italiani
imprigionati o scomparsi, chiesi notizie del P. Gianfranco Testa, un prete
di Bra – Cuneo – salvatosi poi grazie all’intervento delle Nazioni Unite e
oggi in Nicaragua, che si trovava in carcere nello stato argentino del
Chaco. “Sappiamo che si trova ancora a disposizione del Potere Esecutivo,
ma non ci è permesso di visitarlo!!” . Non c’era nulla da aggiungere.
Salutai e me ne andai con la chiara convinzione di essere abbandonato a me
stesso e che, se volevo salvare la pelle, dovevo sbrigarmela da solo. A
quell’epoca non ero a conoscenza degli intrighi e amicizie
dell’Ambasciatore con i generali argentini. Lo venni a sapere dopo da
qualcuno al quale raccontavo quanto mi era accaduto.
Tornai alla sede provinciale e comunicai l’accaduto al Vicario
provinciale. In base a ciò il P. Rosato mi consigliò di scegliere la
Francia come Paese d’esilio e di prendere l’aereo da Asunciòn del Paraguay
passando per il Brasile, dove avrei regolarizzato le vaccinazioni e i
documenti necessari per viaggiare in Europa. Non sapendo quanto tempo mi
sarei fermato in Brasile, il biglietto lo limitai Asunciòn - Rio de
Janeiro.
Durante il pomeriggio di quel 13 marzo del 77 telefonai a Juan Carlos, un
amico di Buenos Aires, non più tra i vivi. Dopo aver sentito, per nulla
sorpreso, la mia storia venne di corsa a Carlos Pellegrini.
“Qui ci sono i soldi del viaggio in aereo fino alla Città di Corrientes…
Parti subito! Se no ti faccio partire io a calci in…Cosa aspetti che ti
vengano a dare un passaggio i militari?”
La casa Provinciale completò il montante per il probabile viaggio in
Europa e scesi all’Aeroparque per prendere il volo delle 16 per Corrientes,
città a 1300 chilometri vicino alla frontiera col Paraguay. Sceso
dall’aereo mi incamminai verso l’uscita. Per eludere il controllo della
polizia non andai a prendere il pullman per Itati, ma continuai a piedi
per un paio di chilometri. Poi mi decisi a chiedere un passaggio a un
camionista che, dopo avermi posto alcune domande, tranquillizzato dalle
risposte, gentilmente me lo diede. Mi lasciò all’entrata della cittadina
di Itatì. Il sole era quasi all’orizzonte sulla sponda opposta del Rio
Paranà. A piedi e guardingo, mi avvicino a un porticciolo naturale di
pescatori con la speranza che qualcuno si avvicinasse per chiedergli di
portarmi in Paraguay. Andai a sedermi sotto un albero. Dalla valigetta in
cui avevo le mie poche cose, tirai fuori un pacchetto di biscotti per
mangiarne un paio. Sarebbe stata la mia cena per quel giorno. Il tempo
passava facendo scendere la sera e il fresco umido. Pensando che forse vi
avrei dovuto passare la notte raccolsi un po’ di legna per il fuoco che
avrei dovuto accendere durante la notte. Tra le cose che riuscii a portare
con me c’era il diario, fedele depositario di gioie e dolori di quelli
anni di traversata che volgeva ormai al termine in un modo così complicato
e pericoloso. Lo tirai fuori e mi misi a scrivere quello che stavo vivendo
in riva al grande fiume di frontiera sul quale erano riposte le speranze
della mia salvezza.
|
“Argentina,
la sera è calmissima sul fiume.
Dolci come il silenzio i tuoi messaggi
sono scesi nel profondo del mio spirito
facendo di me un innamorato!
Nella tua gente, sul tuo suolo e nei tuoi mari
ho lasciato il calore della mia tenerezza
e un pezzo della mia vita
come al tramonto il sole va lasciando
il dolore del giorno che muore
dissanguandosi nel fiume”. |
Per chi assiste al tramonto sulle acque rossicce del fiume Paranà non è
difficile scrivere cose come queste. Vi avevo assistito altre volte. Ma il
riscontro con quel che stavo vivendo aggiunsero un fremito particolare.
Ancora oggi, ogni volta che rileggo queste righe, rivivendo quella sera,
mi sento scosso dalla stessa sensazione.
Quando la speranza sembrava persa, ormai sull’imbrunire, ecco una barca a
motore vuota che veniva per attraccare e partire l’indomani. “Non potrebbe
partire stasera, signore? A Itacorà c’è il P. Angel che mi aspetta…”. Il
P. Angel Pellizzari in effetti era, meglio, sarebbe dovuto essere là… Ma
non era vero che mi aspettava. Per fortuna il pescatore lo conosceva e
accettò, dietro pagamento di quel che chiese e di cui non ricordo, né mi
importava l’ammontare, di portarmi in Paraguay. Non conoscevo nessuno in
quel villaggetto. Inoltre, sapendo che un paio di mesi prima la marina
argentina aveva svolto delle esercitazioni militari insieme a quella
paraguaiana proprio in quelle acque, mi guardai bene dal cercare alloggio
per passarvi la notte. Chiesi semplicemente a un signore se conosceva il
P. Angel. Mi disse di sì e aggiunse che “ha viaggiato per Buenos Aires
proprio questa mattina. Credo che torni la settimana prossima che è
Settimana Santa e non può mancare di venire”. Quel signore era un
cristiano presso il quale il P. Angel si recava per consumare i pasti
quando si trovava a Itacorà. Non ricordo bene quando però trovandomi in
Tigre ero stato nella missione orionina del Paraguay con Juan Carlos
proprio per accompagnare il P. Angel da Pompeya. Essendomi piaciuta tutta
la zona di missione non escludevo il desiderio, vista la situazione
argentina, di rimanere in quella missione con il P. Angel. Ricordo che
come possibilità ne parlai anche con il Provinciale.
Rassicurato dal fatto che conoscevo il P. Angel e dopo aver capito che ero
venuto per incontrarmi con lui, mi invitò a passare la notte nel porticato
della sua casa. La passai coricato e spesso seduto su una stuoietta da
spiaggia lottando con il fresco della notte autunnale, con le zanzare che
infestavano le rive del Paranà e con la durezza del suolo sulle povere
ossa.
All’arrivo del P. Angel mancavano un paio di giorni e dovevo organizzarmi
per mangiare e per dormire. Per mangiare, non essendoci né restaurant, né
rivendite alimentari di nessun genere, neppure pane, ebbi la fortuna di
trovare un pescatore che usciva dal fiume con un grosso zurubì, una specie
di pesce gatto, nella barca. Glielo comprai e lo portai alla famiglia del
signore presso cui avevo dormito. Gliene offrii la metà e gli chiesi se
poteva friggere l’altra metà per me. Io stesso lo preparai per farlo
fritto in piccoli pezzi che, una volta fritto, misi in un sacco di
plastica, lo appesi a un albero e servì da pranzo e cena per parecchi
giorni.
Il 28 marzo giunse il P. Angel con una lettera del P. Provinciale:
“Stimato e caro P. Rafael, ieri mi sono incontrato con il P. Angel, il
missionario del Paraguay ed ho parlato anche di te. In conclusione: da
parte mia non ci sono difficoltà che tu resti in Paraguay con Pellizzari.
In tal senso e in tutte le decisioni che tu prenderai Pablo (lui stesso) è
disposto ad accompagnarti, sempre che si tratti di qualcosa che dipende da
me e sia viabile. Tra le difficoltà del momento che lamentiamo tutti,
credo che sia bello trovare fratelli con le braccia aperte come quelle del
P. Angel disposte ad accoglierlo. Buona e santa Pasqua. Pablo Bussolini –
direttore provinciale.
Il problema non era affatto l’accoglienza del P. Angel, ma la possibilità
di restare in Paraguay senza riesporre me e lui ad incursioni poliziesche.
Il Paraguay di Stroesner non offriva maggiore sicurezza dell’Argentina di
Videla. Anche qui esistevano i campi di sterminio stile nazista proprio
perché Stroesner, discendente di immigrati tedeschi, governava col terrore
eliminando gli oppositori politici servendosi di ex nazisti a cui aveva
offerto rifugio e terreni in Paraguay.
L’incontro con Angel fu di un’emozione tale che ci abbracciamo a lungo
piangendo e borbottando parole di speranza di poter finalmente lavorare
insieme in un ambiente conforme alle nostre aspirazioni. Finita la Pasqua
il P. Angel dovette ripartire per Buenos Aires ed io rimasi a Itacorà per
sostituirlo, con prudenza e… paura a causa della vicinanza del confine con
l’Argentina e del va e vieni giornaliero di gente tra Itacorà e Itatì.
Tramite P. Angel in data 11 aprile 77, mandai una lettera al Provinciale
di cui non ho potuto conservare copia ma che, dalla risposta alla stessa,
in data 14 aprile 77, si può intuire il contenuto:
“… Ho ricevuto la tua lettera del giorno 11/4 portatami dal P. Angel. Ti
accompagniamo con il pensiero e con la preghiera e cerchiamo di non
parlare a voce alta perché le onde della violenza si plachino. Durante i
giorni scorsi ho scritto a Roma e a Parigi, tenendo presente quello che
avevamo conversato. Per ciò che si riferisce alla tua richiesta circa la
possibilità di restare con il P. Angel fino alla fine dell’anno,
personalmente non ho nulla in contrario. Tuttavia preferirei consultarlo
con il P.Terzi (direttore generale della congregazione all’epoca) quando
arriverà. Sembrerebbe abbastanza presto.
Cerca di “accettare tutto” per la purificazione della tua anima e di
quella di altri come te, non esclusa la mia, e che possa trovare nella
preghiera del “povero” la risposta piena di bontà del Padre Celeste.
Una postilla alla stessa lettera in data 20 aprile 77 dice:
“Rafael: ho consultato in riunione di Consiglio Provinciale, tenuto ieri
con i Padri Terzi, Zanatta, Pilatowich(consiglieri generali): dopo aver
esaminato diversi punti di vista, per il tuo bene e della Congregazione,
tutti pensiamo che conviene che tu parta al più presto possibile in
Europa. Fai così! Buon viaggio!
Dunque alla mia paura motivata dal terrore che diventava sempre più
pesante, si aggiungeva questa convinzione e decisione dei superiori di cui
non potevo non tener conto sia per l’obbedienza dovuta che per le ragioni
“politiche”. Quel che mi fece riflettere sulla lettera del Provinciale fu
il suo invito ad “ accettare tutto” per la purificazione della tua anima e
di quella di altri come te, non esclusa la mia” . In sostanza l’invito è
accettabile. Davanti a Dio nessuno è senza peccato. Ma, cercando di dare
un nome ai miei peccati e ai suoi c’era una grande differenza. La mancanza
di dialogo lasciava molto spazio alle supposizioni e ci rendeva lontano
l’uno dall’altro nel perseguimento degli ideali. Come di solito capita tra
“superiori e sudditi” ci si conosce più per sentito dire che per
conoscenza del profondo modo di pensare e del perché dell’agire. Lui era
convinto che il mio peccato fosse quello di essermi messo o di aver
convinto i miei giovani a mettersi nella guerriglia armata per la
conquista del potere! Io ero convinto, e purtroppo lo sono ancora dopo
aver saputo durante questo viaggio, che si era schierato a favore del
“processo” cioè di quello che hanno fatto i militari scrivendo anche su
qualche giornale di cui, purtroppo non mi sono potuto portare copia.
Sarebbe un prezioso relitto! Sì, Dio perdona, ma la storia, a volte con
ragione, è un po’ più severa! Ogni povero diavolo chiederà perdono per i
suoi secondo la propria coscienza!
Il pomeriggio del 22 aprile, con il P. Angel, salimmo su una piroga di
pescatori e ci spingemmo al largo su una placida e piacevole ansa del
Paranà per una passeggiata al fresco, per metterci al riparo dalle zanzare
e per poter decidere in pace sul da farsi. Si decise la partenza per
Asunciòn il giorno dopo alle quattro del mattino. Così si mise d’accordo
col padrone di una camionetta che doveva viaggiare per Pilar a quell’ora.
Nonostante la mia richiesta insistente di lasciarmi partire da solo Angel
volle accompagnarmi fino ad Asunciòn.
Dopo aver mangiato qualcosa, prima che la notte scendesse con il suo buio
totale, accendemmo un fuoco con dello sterco secco di cavallo per
allontanare le zanzare e continuammo a parlare. Poi cercammo di dormire
sulle solite stuoiette sotto lo stesso albero dove ci trovavamo.
La partenza fu puntuale come furono puntuali le sorprese di
quell’avventuroso viaggio di 150 chilometri percorsi nel cassone della
camionetta. La prima fu una sprofondata nelle abbondati sabbie della
strada bianca che, in occasione delle piogge e delle soventi inondazioni,
diventava un ruscello. Per un buon tratto fu necessario spingere. Le
fermate più preoccupanti, almeno per me, erano quelle richieste dalla
polizia per i controlli a tappeto. Tutto andò liscio fino a Pilar dove
salimmo sul Pullman per Asunciòn. Passammo la notte in un alberghetto e
l’indomani ci recammo presto all’aeroporto per l’imbarco a Rio de Janeiro.
E’ poco dire che l’abbraccio di saluto con Angel fu uno strazio per tutti
e due. Entrai nell’aereo come si entra in una gabbia, in una cella di
prigione. Quell’aereo mi stava strappando definitivamente dai miei
affetti. Partii verso mezzogiorno con volo senza scalo per Rio. Ma verso
Foz de Iguazù venne annunciato uno scalo tecnico e tutti i passeggeri
fummo invitati a lasciare l’aereo per “controlli di routine”. Quando uno
ha “la coda di paglia ha paura di ogni scintilla!”. Era tanta la paura di
finire nelle mani della polizia che pensai che il “controllo di rutile”
dovessero farlo su di me! Per fortuna fu solo paura. Ma non era finita.
Arrivato a Rio fui fermato all’uscita per “irregolarità di transito”. Il
problema era che sul passaporto mancava il visto di entrata e di uscita
dal Paraguay! In effetti, all’imbarco, non avevo presentato il passaporto,
ma la carta d’identità argentina. Mi salvò lo scontrino di pagamento dei
diritti aeroportuali. Lo presentai mentendo “io ho presentato anche il
passaporto al momento del pagamento. Non capisco perché non l’abbiano
vistato”. Evidentemente non li convinsi. Fui condotto in una cabina e
trattenuto per circa un ora e mezzo. Credendo di potermi liberare più
facilmente presentai anche la carta d’identità argentina e fu peggio.
Volevano sapere per quale transito di frontiera fossi uscito
dall’Argentina ed entrato in Paraguay. Ogni spiegazione era insufficiente,
inutile. Le ragioni dei loro sospetti erano fondate sul fatto che
attraverso il Brasile erano centinaia che cercavano di espatriare
dall’Argentina, dal Cile e dall’Uruguay. Quindi io, per loro, ero uno di
quei fuggiaschi ed erano decisi a rinviarmi a Buenos Aires. Fortuna volle
che il mio biglietto, come già detto, finiva a Rio de Janeiro. Le
irregolarità di transito erano evidenti e gravi. Comunque mi lasciarono
libero solo quando dissi che ero un prete dell’opera don Orione in visita
alla comunità che si trova vicino al Jardim Botanico di Rio.
A sera inoltrata mi presentai al parroco P. Lemos G. Antonio. Gli
raccontai brevemente da dove venivo e perché. Spiegai il motivo della mia
sosta in Brasile e mi accolse con il calore umano con cui si accolgono le
persone in America Latina. Mi venne offerta una frugale cena di riso e
fagioli mentre la conversazione diventava interessata e fraterna allo
stesso tempo. Siccome starete pensando come facevo a capire uno che
parlava portoghese-brasiliano vi rispondo che ognuno parlava la sua
lingua: io in spagnolo e lui in portoghese e ci capivamo perfettamente.
Così fu durante tutto il mese trascorso in Brasile. Dopo tanta paura e
tensione sentivo che cominciavo a distendermi accettando la vita come
veniva e facendomi all’idea che ormai ogni ribellione era tempo perso ed
energie sprecate.
Il P. Lemos non aveva fretta di farmi partire ed io ne avevo ancora meno.
Mi venne offerta l’accoglienza e il tempo che volevo per conoscere le case
della Congregazione in Brasile prima di svolgere le pratiche necessarie
per viaggiare in Europa. Non conoscevo molta gente. Ma quei pochi volevo
andare a salutarli. Uno si trovava a Brasilia, capitale politica del
Brasile a circa 1300 chilometri da Rio. Andai in pullman e passai una
settimana nel collegio per orfani di cui era direttore P. Franco Sagresti.
Riuscii anche a rincontrare un giovane di Muravera, un certo Cherchi, che
aveva viaggiato con me in occasione del primo viaggio in Argentina. Era
impiegato in una società ebrea che si occupava della lavorazione e vendita
di pietre preziose a Belo Horizonte. Felici di rivederci, mi fece visitare
il palazzo delle pietre preziose che mi sbalordì per la maniera con cui
ogni tipo di pietra era presentata al pubblico. Ogni pietra ha un suo
colore. A quel colore si adattavano le luci che le mettevano in risalto, i
mobili che le contenevano e persino le poltrone su cui i clienti
prendevano comodamente il tempo per esaminarle. Il mio amico mi aveva
presentato ai colleghi come amico visitatore e non come cliente, per cui
non si sorpresero quando, invece di comprare, li ringraziai ed espressi la
mia sbalordita ammirazione per la bellezza delle cose viste.
Grazie all’attenzione e alla gentilezza dei confratelli che non mi
lasciarono il tempo per annoiarmi il tempo passò rapidamente e arrivò il
giorno della partenza.
Prima di staccarmi dal suolo della Pacha Mama - Madre Terra - dell’America
Latina spedii idealmente una lettera di commiato alla mia “amata”
Argentina.
Anche se so che farete fatica a leggerla o addirittura non la leggerete
affatto nella lingua originale, ma nella traduzione italiana, almeno
questa, ve la trascrivo come si trova nel mio diario:
CARTA DE DESPEDIDA
(de Argentina)
A sus manos llegaràs llena de amor!
A ti confìo mi mensaje extremo,
todo mi errar con alma y vida.
Tu sòlo podràs ir
mientras yo estarè volando
entre cielo y mar.
No iré siquiera al pago de mis padres,
lugar de mis querencias cuando niño.
Serà Francia el lugar de mi destierro!
Allà estaré, luchando en mis adentros,
rebelde a la injusticia de este viaje,
trueque de mi vida con la dictadura !
Carta de despedida,
que tienes la dicha de llegar
mientras yo me voy,
recibe el beso
que en ti yo deposito.
Espera la respuesta de otro beso
a mi tan familiar, acostumbrado
en horas de silencio intenso,
de duda, de temor y de ternura
entre sus brazos, a la hora
de llegar y de partir.
Lleva este beso...el mismo
que secò sus làgrimas y fue
bàlsamo suave al despertar,
chispa fugaz, scintilla fugace,
gozo de flor en dìa de sol!
Junto a su amor
hizo màs llevadero mi dolor,
mi soledad y este desarraigo
impuesto por la fuerza del terror !
Carta de despedida,
yo ya me voy ! Tu llegas.
Te apretaràn sus tiernas manos
las mismas que, mil veces,
con la fuerza del nàufrago
y con amor, apretaron las mìas.
Son esas manos,
jasmines del paìs,
que llenaba de flores y regalos
y abrieron otras cartas como tu !
Encierro en ti todo mi amor.
Tu eres la gota de rocìo
que resplandece del color del iris
ante sus ojos.
Si se llenan de làgrimas al verte,
aguarda en silencio reverente.
No te sientas culpable. No eres tu
la causa de su drama y de su llanto
que ensombrece su sereno rostro
y hace sangrar su corazòn!
Es su dolor inconsolable, el de Raquel,
« llora a sus hijos que no son » !
Pero tu, se alegre y juvenil,
llena de vida. Llèvale esperanza.
Dile que...llega el tiempo de las flores !
Dile que cantan ya, en la primavera,
las aves todas de ese suelo hermoso
que dio la vida, la fuerza y la ilusiòn
a miles de « muchachos y muchachas»
capaces de soñar, frente a la muerte,
« al hombre nuevo ». Y venceràn!
Dile que el viento tibio la acaricia,
como mis manos, con perfume a rosas!
Cuando te bese, porque te va a besar,
tu eres abeja, mariposa y flor.
Sobre sus labios deposita
toda dulzura y azahares en su entorno,
porfìa de colores, y los dos
por ella preferidos como emblema:
Azul de cielo, blanco de Cordillera!
De su Bandera |
LETTERA DI COMMIATO (dall’Argentina)
Alle sue mani giungerai piena d’amore
a te affido l’ultimo messaggio
Tutto il mio andirivieni in corpo e anima
Solamente tu potrai andare
mentre io starò volando
tra cielo e mare
Non andrò neppure alla terra dei
miei
Luogo dei miei affetti da bambino
Sarà Francia il luogo del mio
esilio
Io mi troverò lottando nel mio
intimo
ribelle all’ingiustizia di questo
viaggio
baratto della mia vita con la
dittatura
Lettera di commiato
che hai la fortuna di arrivare
mentre io me ne vado
ricevi il bacio
che io in te rinchiudo.
Aspetta la risposta d’un altro bacio
a me tanto familiare, abituale
durante ore di silenzio intenso
di dubbi, di timore e tenerezza
fra le sue braccia, all’ora
dell’arrivo e della partenza.
Porta questo bacio… lo stesso
che asciugò le sue lacrime ed è stato
balsamo soave al suo risveglio
scintilla fugace,
Gioia di fiore in un giorno di sole
Insieme al suo amore
ha reso più sopportabile il mio dolore,
la mia solitudine e quest’esilio
imposto dalla forza del terrore !
Lettera di commiato
Io sto partendo ! Tu arrivi
Ti stringeranno le sue tenere mani
quelle stesse che ; mille volte
con la forza del naufrago
e con amore, strinsero le mie
Son quelle mani,
gelsomini del paese,
che riempivo di fiori e di regali
e aprirono altre lettere come te !
In te rinchiudo tutto il mio amore
sei tu la goccia di rugiada
che risplende con i colori dell’iride
ai suoi occhi.
Se si riempiono di lacrime al vederti,
aspetta con riverente silenzio
Non sentirti colpevole. Non sei tu
la causa del suo dramma e del suo
pianto
che intristisce il suo sereno volto
e fa sanguinare il suo cuore !
Il suo dolore è inconsolabile,
quello di Rachele
« piange i suoi figli che non sono più » !
Ma tu sia allegra e giovanile,
Piena di vita. Portale speranza.
Dille che giunge la stagion dei
fiori
Dille che cantano a primavera entrata
tutti gli uccelli del suo stupendo suolo
che ha dato vita, forza ed
illusione
a migliaia di « ragazzi e di ragazze »
capaci di sognare, sfidando anche la morte,
« un uomo nuovo ». E vinceranno !
Dille che l’accarezza il vento tiepido
come le mie mani, con profumo di rose !
Quando ti bacerà, perché ti bacerà,
tu sei l’ape, la farfalla e il fiore
Sulle sue labbra deponi
tanta dolcezza, e intorno profumi d’arancia
dovizie di colori, e i due
da lei preferiti come simbolo:
Azzurro di cielo, bianco di Cordillera !
della sua Bandiera |
Venendo dall’America la notte finisce verso le tre del mattino. Ma fu
sufficiente per rendermi conto che stavo andando verso l’ignoto. La famosa
Parigi, con tutti i suoi monumenti ed attrazioni per me era un semplice
suono senza contenuto. Quello universalmente ammirato. Non mi interessava
affatto. Anzi per me suonava già a “luogo d’esilio” come sarebbe dovuto
diventare per circa due anni. Pur sapendo che c’era una casa di don
Orione, non vi conoscevo nessuno. A seguito di tutti questi pensieri, che
aumentavano e si accumulavano dentro di me gonfiando il cuore di angoscia
e di incertezza, ricordo che ebbi un momento di profondo sconforto e la
sensazione di trovarmi solo al mondo. Andavo dove nessuno mi aspettava.
Passai ore di tale smarrimento che dimenticai che voi esistevate, che
babbo e mamma erano sempre coloro che mi amavano sopra ogni cosa. L’idea
che avrei potuto rincontrare coloro che stavo lasciando dietro non mi
sfiorava neppure lontanamente. Mi trovai privo di interessi per tutti e
per tutto. Quasi senza passato e tanto meno futuro! Che l’aereo andasse a
Parigi, in Concincina o… a su corr’e sa furca per me dava lo stesso.
Poteva anche sprofondare nell’oceano… Sarebbe stata una liberazione da
quel cumulo di cose vissute che mi sembrava impossibile poter raccontare,
essere capito e creduto. Come, a chi e per quale ragione spiegare che mi
trovavo in questa situazione di fuggiasco senza aver fatto nulla di cui
sentirmi veramente colpevole? “Sin comerla ni beberla…” – senza averla né
mangiata né bevuta…stavo pagando le conseguenze solo perché così si
supponeva. Questa riluttanza a raccontare la sto vincendo solo ora. Ero
convinto, e l’ho anche scritto, di dovermi portare tutto nel silenzio alla
tomba. Non era mia intenzione cercare di cancellare dalla mia mente le
drammatiche esperienze vissute. Come tanti altri esuli che incontrai
successivamente, altrettanto restii a raccontare e propensi a custodire
nella propria intimità pezzi di vita che sanguinano, preferivo viverlo da
solo come qualcosa di molto difficile da comunicare anche ai propri
familiari.
Per fortuna mia, e di tutti i passeggeri ignari del mio dramma, l’aereo
non obbediva ai miei pensieri e ai miei desideri. Atterrò senza problemi
all’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi! Il poco francese registrato
nella mia memoria durante gli anni di studio e ascoltando le canzonette
del gesuita “chitarrista di Dio” Padre Aimé Duval che mi appassionava
durante gli studi teologici a Tortona, mi permise leggere e capire le
indicazioni e di giungere in metropolitana al Foyer di St. Ouen in
giornata.
Con mia grande sorpresa vi trovai il P. Gino Carradori che era stato, ed è
tuttora, in Argentina e il P. Petros Shamlian, un orfanello armeno
salvatosi dal genocidio del suo popolo realizzato dai musulmani turchi e
accolto come chierico da don Orione stesso. Pur non sapendo quando, erano
già al corrente che sarei dovuto arrivare e fui accolto con affetto e
comprensione da ambedue. L’indomani fui presentato ai giovani e cominciai
ad inserirmi nella comunità. Mi adattai senza difficoltà allo stile di
vita orionino già praticato dai due confratelli più anziani. Anch’io
collaboravo in cucina e nelle faccende della casa, dove albergavano circa
quindici giovani lavoratori francesi, polacchi, italiani…
Questi due anziani non solo apersero il loro cuore per accogliere me nel
foyer, ma, secondo il loro stile aperto ed accogliente tipicamente
orionino, apersero le porte del cuore e anche quelle della casa al gruppo
di cui avrei fatto parte in seguito. Vi realizzammo molte riunioni di
lavoro del gruppo argentino. Fu grazie alla loro comprensione e
sensibilità(quella di P. Carradori era anche dovuto all’affetto che
continuava a nutrire per gli argentini) che vi potei stabilire il mio
quartier generale di lavoro, con la mia segretaria Olga, una maestrina d’Entre
Rios che da due anni non sapeva più nulla del marito Rogelio, sequestrato
in Argentina. Oggi sono ambedue sani e salvi in Canadà con i loro tre
figli.
I primi due mesi sembravano interminabili. Nonostante l’attenzione del P.
Petros, che mi portava con lui a far le spese e a conoscere Parigi e
dintorni, nonostante il lavoro di ristrutturazione della casa che svolgevo
ogni giorno con don Gino, il senso di inutilità della mia presenza, in una
città di sconosciuti e nella quale non avevo interessi di nessun genere,
cresceva di giorno in giorno. Per le ragioni di riserbo di cui parlavo
sopra, ricordando i problemi causati al monastero con la corrispondenza e
per evitare guai alle persone con le quali avevo una struggente voglia di
comunicare, passarono due mesi prima di dare mie notizie. Quando poi lo
feci dovetti farlo con nome cambiato: Fulgencio Carbonaro, Robert Le Bois…
Siccome le prospettive sembravano impormi un tempo di permanenza in
Francia abbastanza lungo, mi decisi ad accettare di iscrivermi alla
Alliance Francaise per imparare la lingua. Il giorno stesso che mi recai a
quello stabilimento multirazziale ebbi la gradita sorpresa di trovarvi,
oltre che spagnoli, italiani con cui poter parlare, anche dei latino
americani. Addirittura degli argentini. Vi trovai Alicia, della mia
parrocchia di L. de Burzaco! Indescrivibile la sorpresa e l’abbraccio.
Incredibile il numero di argentini che, mi diceva, si trovavano a Parigi.
Di qualcosa ero al corrente. Ma mai e poi mai avrei pensato di trovare
tanti superstiti del naufragio con i quali continuare a condividere tutto
quel mondo che, sia in bene che in male, faceva parte delle nostre
esistenze.!
Il primo incontro fu alla Munipacilité il sabato seguente. Tutte quelle
nazioni latino americane che erano state terrorizzate dalle varie
dittature militari sia di recente che in tempi passati erano presenti:
Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Guatemala…Tutte le estrazioni sociali
erano accomunate dalla sventura dell’esilio. Tutti eravamo animati dagli
stessi sentimenti: rabbia, impotenza, voglia di far sapere al mondo
europeo la sciagura che si abbatteva sui nostri popoli. Ogni gruppo aveva
i suoi luoghi di incontro, i canali preferiti per operare. C’erano anche
dei tempi e dei luoghi comuni per la riflessione di gruppo. Come cristiani
noi, argentini e cileni, avevamo la Chiesa di St Marry, vicino a Notre
Dame, per la preghiera domenicale e per i momenti di condivisione con i
cristiani francesi. Erano loro che pian piano ci misero in relazione con
altri cristiani di Base di varie città europee: Bruxelles, Bon, Amsterdam,
Stoccolma, Madrid, Roma, Londra…In quest’ultima città io mi rifiutai di
andare per la mia avversione agli inglesi che si facevano padroni delle
Malvinas!
I fine settimana erano sempre impegnati in queste tournée di denuncia. In
molte città francesi ci recavamo anche durante la settimana, viaggiando
dopo gli impegni personali di ciascuno per tornare il giorno dopo. Gli
impegni aumentavano a dismisura e non avevamo più tempo per annoiarci. A
un certo momento invece ci sentivamo stanchi di parlare di… ingiustizie,
di gente in prigione, di torturati, di desaparecidos, di morti trucidati,
di militari contro i quali aumentavano i sentimenti di rabbia e di… odio.
In una riunione di preghiera in St. Marry, dopo aver letto certi brani del
Vangelo di Matteo che invitano i seguaci di Gesù di Nazareth a non odiare
neppure i nemici, scoprimmo una grande verità: la rabbia e l’odio
rischiavano di sterilizzare la nostra esistenza a tutto vantaggio degli
odiati militari contro i quali non potevamo agire efficacemente con la
rabbia e l’odio ma con la serenità dell’analisi e la chiarezza della
denuncia dei fatti. Sapevamo che la pressione internazionale, pur non
rispondendo alle nostre attese, era l’unica arma che poteva colpire lo
strapotere dei militari oppressori. Avevamo fatto la scelta della
serenità. Ma non riuscivamo a condividere quella del silenzio della Chiesa
Argentina, né ad accettare la così detta prudenza diplomatica del Vaticano
e del Nunzio Apostolico Pio Laghi. Tutti ricordavamo che il nunzio,
lasciandosi strumentalizzare (ingenuamente?) dai militari golpisti o per
altre ragioni che noi non riuscivamo a capire, il giorno del colpo di
stato apparve nella TV di Stato fra i generali Videla e Massera quando
diedero l’annuncio dell’avvenuto rovesciamento del governo di Isabelita
Peròn. L’ambiguità dei comportamenti di Pio Laghi diveniva inaccettabile
quando, facendolo passare come un momento opportuno per ottenere
informazioni su desaparecidos o la liberazione di qualche prigioniero,
frequentava il generale Harguindeguy e andava a giocare a tennis con il
generale Massera! Ci fu difficile accettare il gesto severo del Papa che,
in occasione della sua visita in Nicaragua, puntò il dito minaccioso
contro Ernesto Cardenal, monaco e ministro dell’educazione del suo paese,
il Nicaragua e strinse la mano invece al presidente del Salvador Dubuisson,
mandante certo dell'assassinio di Monsignor Romero, del Gesuita Rutilio
Grande e di tanti altri religiosi e laici…
L’occasione del campionato mondiale di calcio, che i militari avrebbero
sicuramente strumentalizzato per giustificare il loro operato e mostrare
al mondo che, “quanto si andava dicendo all’estero dai nemici della
Patria, era tutta una menzogna”, fu un momento di tensione anche tra noi.
La strumentalizzazione era chiara, come lo fu quella di Hitler e di
Mussolini quando Germania e Italia vinsero rispettivamente un campionato
del mondo sotto la loro dittatura, ma era altrettanto possibile che i
giornalisti che sarebbero andati per lo sport avessero potuto conoscere,
come lo sanno fare loro, la reale situazione del Paese e denunciarla.
Nonostante il forte impegno per il boicottaggio i mondiali si tennero in
Argentina e i militari riuscirono nel loro intento di vincerli! Quanto a
me, che ero un fautore convinto del boicottaggio, a causa di quella
vittoria e perché due giorni prima era stato il mio compleanno, dovetti
pagare due bottiglie di Whisky per… festeggiare il trionfo!
Attraverso la stampa francese, specialmente Le Monde, il giornale
filogovernativo Argentino La Naciòn, anche se superficialmente, ci
tenevamo informati sugli avvenimenti del Paese. Le notizie più
particolareggiate le avevamo quando arrivava qualche nuovo “compagno” che,
in un modo o nell’altro, riusciva ad uscire. Pian piano il numero degli
esuli aumentava. Tutti avevano delle storie terribili alle spalle.
Prigione, come il P. Rafael Iacuzzi e il P. Ramondetti. Prigione e
tortura, come il P. Patrik Rice, irlandese, l’amico medico Lorenzo
Riquelme… Quasi tutti erano conosciuti da qualcuno di noi. Ma successe
anche quello che sospettavamo e che temevamo. Viaggiando nella
metropolitana parlavamo sempre a bassa voce e osservando attentamente che
qualcuno non ci stesse osservando con interessi strani.
Ritenendoli dei gesti politicamente inconsulti, azzardati e squalificanti
per i militari perché commessi in Francia, non avevamo paura di attentati
o di sequestri, ma non era da scartare il pericolo di infiltrazioni. Fu
quanto avvenne. Con la storia commovente della moglie ammalata ci aveva
chiesto accoglienza il famigerato capitano Astiz in persona! Un infame
criminale che tra le tante vittime contava anche due suore francesi per il
cui delitto è stato condannato all'ergastolo da un tribunale francese.
Senza sapere esattamente come e attraverso chi ci trovammo coinvolti
nell’assistenza alla donna ammalata in ospedale e con lui nelle nostre
riunioni!
Non potevamo essere al corrente delle conseguenze che le sue soffiate
potessero avere nel Paese per i familiari e conoscenti, ma certamente ne
ebbero se si tiene conto della sequela di crimini che tutti i giorni
continuarono a insanguinare il paese fino alla fine di quella macabra
danza di terrore chiamato Processo di Riconciliazione Nazionale! Una
conferma che qualcuno informasse dall’estero la ebbi sul mio caso. Un mese
dopo il mio arrivo in Francia, quando ancora non avevo scritto a nessuno,
dei militari argentini si erano presentati in Paraguay dal P. Angel
Pellizzari per chiedere informazioni su di me. Poiché non le ebbero da
lui, a modo di avvertimento per il P. Angel, gliele diedero loro:
“Noi sappiamo che circa due mesi fa è passato di qui, venendo da Itatì, il
P. Rafael Boi, che si è fermato in Brasile e che ora si trova in Francia
con altri sospetti. Stia attento, Padre! Se si dovessero ripetere dei casi
del genere potrebbe…”. Dei casi simili non si ripeterono. Ma, a causa del
mio passaggio clandestino in un punto che doveva essere sotto stretto
controllo della prefettura marittima, successe invece che fu destituito il
prefetto marittimo della zona! Questa la ritengo una soddisfazione
personale visto tutto quel che avevo sofferto e quello che avrei sofferto
se mi avessero preso!
A confermare che le nostre paure che eventuali infiltrazioni ed
informazioni potessero avere ripercussioni nel paese, in data 12 settembre
‘77, mi giunse una lettera del provinciale:
“Finalmente ho ricevuto la sua prima lettera… Le sue notizie le ho passate
oralmente, perché le cose qui non sono ancora tranquille e non voglio
commettere imprudenze. In questi giorni c’è un altro… pasticcio con il P.
Luis Gastaud che spero non arrivi a conseguenze più gravi!”…
Le nostre attività di denuncia continuavano su vari fronti. I componenti
la CADHU - Commisiòn Argentina por los Derechos Humanos - nel settembre
del ‘77, presentammo alll’UNESCO, con sede in Zurigo, un’informazione
particolareggiata sull’aggressione di cui erano oggetto l’Educazione, la
Cultura, la Stampa e la Religione in Argentina. Il libretto di circa 150
pagine offriva al direttore dell’UNESCO dati sulla violenza inflitta, non
solo alle persone fisiche, ma anche alle Istituzioni e agli ideali di cui
erano portatrici. Pur offrendo un elenco documentato delle persone che in
ognuna delle Istituzioni avevano subito violenze di ogni tipo sul
territorio o erano riuscite a fuggire, noi mettevamo in evidenza che
l’attacco si dirigeva contro gli ideali che dette Istituzioni incarnavano
nel loro azionare. A me era toccato redigere, con un gruppetto di giovani,
il capitolo riguardante l’attacco alla Religione, ed in particolare alle
Istituzioni Cattoliche.
Nell’introduzione è detto:
“La chiesa Cattolica influisce su tutti gli aspetti della vita argentina.
Lungo tutta la nostra storia essa ha segnato la vita sociale del nostro
paese per cui è impensabile che si possano separare le aggressioni contro
la nostra cultura popolare da quelle di cui è vittima la Chiesa.
Attaccare la chiesa in Argentina non è solamente attaccare la libertà di
culto, o attaccare i preti e le suore, ma è un attacco a tutti quei mezzi
di cui la Chiesa si serve per difendere i diritti delle persone: tali la
proclamazione della Parola di Dio, la predicazione, le opere come le
scuole, gli Istituti di carità, le pubblicazioni editoriali. E’ un attacco
al cuore della cultura di cui la dimensione religiosa dell’uomo è un
aspetto.
La ragione per cui gli attacchi diretti contro chi predica, contro le
pubblicazioni cristiane, le biblioteche, i centri parrocchiali, le scuole
e le comunità cattoliche non costituiscono solo aggressione al culto
cattolico. Tutti questi atti sono da considerarsi degli attacchi diretti
ai diritti umani perché, mediante l’intimidazione e la violenza, limitano
e spesso impediscono la libertà della persona umana. Per incidere
negativamente, intimidire e scoraggiare i portatori di questi messaggi di
libertà si ricorre a:
- perquisizione e saccheggio di stabilimenti educativi;
- sequestro di materiale pedagogico, saccheggio e distruzione di
biblioteche;
- chiusura di Editorie quali le Paoline e le Claretiane;
- interdizione di vendita e sequestro in tutto il territorio nazionale
della Bibbia Latinoamericana”.
In fondo la nostra denuncia voleva smascherare la filosofia della
dittatura tendente al controllo e alla sostituzione totalitaria delle idee
che circolavano in ogni settore della cultura e che si opponevano alla
loro idea di Patria, libertà, Dio, religione. L’incredibile era che questi
signori, con l’intenzione di creare confusione e di apparire,
ipocritamente, agli occhi del popolo quello che non erano, si servivano
dei simboli religiosi popolari a loro uso e consumo. Parlavano come…preti
e agivano come demoni. In occasione dei funerali dei tre sacerdoti e dei
due seminaristi Pallottini entrò in chiesa Suarez Mason con un gruppo di
militari, mandante sicuro il primo e probabili esecutori i secondi. Non
solo andarono a piazzarsi nei primi posti riservati alle autorità, ma
Suarez Mason si avvicinò sacrilegamente a prendere la comunione. Il fatto
fu talmente aberrante che il Nunzio apostolico Pio Laghi “che era a pochi
passi”, non poté fare a meno di mormorare: “Dio mio, ma come si può
accettare una cosa simile, è inaudito e inconcepibile, invece di dargli la
Santa Comunione bisognerebbe sferrargli un pugno in piena faccia!”. Il
generale Massera, in un’intervista concessa a Famiglia Cristiana
riprodotta dal giornale “Clarin” il 13 marso ‘77, affermava “Noi, quando
agiamo come potere politico continuiamo ad essere cattolici ed i sacerdoti
cattolici, quando agiscono come potere spirituale, continuano ad essere
cittadini….Prendendo come fonte del nostro agire l’amore, essenza della
nostra stessa religione, non abbiamo problemi e le relazioni con i
sacerdoti cattolici sono ottime, come si addice ai cristiani”.
Un altro esempio che mi sembra utile per capire il nostro lavoro è la
denuncia della persecuzione agli scrittori e ai cantautori del Folklore.
La musica popolare “di protesta” era ritenuta pericolosa perché veicolava
idee “rivoluzionarie”. Violeta Parra, Serrat, Mercedes Sosa, Cafrune,
Larralde, Zitarrosa, gli Intilimani dovettero tutti prendere la via
dell’esilio. I libri di Pablo Neruda, di Mario Benedetti, di Miguel
Hernàndez, di Vargas Llosa, trovati nelle case dei ricercati in occasione
di perquisizioni, per i militari, costituivano materiale sovversivo
sufficientemente probatorio per fare degli abitanti della casa dei
“sovversivi” punibili!
Con l’amico e confratello Enzo Giustozzi, con il quale non ho mai smesso
di mantenere degli arricchenti rapporti umani ed epistolari, e con la
Commissione Internazionale per i diritti Umani di cui era membro convinto
e infaticabile, non arrivammo a integrare il lavoro che loro facevano nel
paese per salvare le persone e noi all’estero per cercare di demolire le
cause dello stesso male. Il nostro lavoro era visto come “poco
diplomatico” e di disturbo al loro. A distanza di tempo e lasciando da
parte le sterili discussioni per attribuirsi dei meriti, credo invece che
da ambedue i fronti abbiamo dato una mano che pose fine a quella
sanguinosa dittatura.
La nostra denuncia continuava ad essere fondata sulla riflessione come
quando eravamo nel paese. Più riflettevamo e più capivamo che i diritti
dell’uomo non si riducono solo al diritto di respirare, di mangiare, di
essere lasciato in pace, ma include anche il diritto di pensare e di poter
esprimere quel che uno pensa mediante la parola e lo scritto e ciò che uno
crede. Soprattutto mediante il libretto presentato all’UNESCO abbiamo
voluto difendere questo diritto inalienabile elencando allo stesso tempo
coloro che ne erano stati difensori fino a subire l’arresto arbitrario,
l’esilio, la tortura, la morte in tutti gli ambiti dove si manifesta il
pensiero umano. Come si deve dare da mangiare a colui che sta morendo di
fame prima di fargli dei discorsi sulla giustizia, senza rinunciare a
farglieli dopo che si è sfamato perché prenda coscienza della sua
situazione e cerchi di lottare per cambiarla, così era necessario fare
quello che facevano nel paese la Commissione Internazionale per i diritti
dell’uomo, il nunzio Pio Laghi, l’organizzazione delle Nazioni Unite e le
varie Ambasciate per salvare delle vite umane, ma era necessario allo
stesso tempo denunciare nelle sedi appropriate che quelle persone subivano
tutti quei soprusi perché le strutture, l’impostazione ideologica della
società restava tranquillamente in mano dei militari. Anche se, di tanto
in tanto, per evitare che venisse messo in pericolo il potere che
gestivano, concedevano la libertà a qualcuno, il terrore continuava
indisturbato a imperversare in tutto il territorio nazionale. E’ sotto
questa luce che mi permetto di interpretare la preoccupazione
dell’ambasciatore italiano “per non complicare le relazioni diplomatiche è
meglio che lei faccia di tutto per uscire dal paese con i suoi mezzi”.
Sapeva benissimo che io tornando in Italia non avrei fatto silenzio su
tutto quello che avevo vissuto direttamente o indirettamente. Quindi, ecco
le complicazioni diplomatiche! Nonostante i nostri limiti, la denuncia
all’estero ebbe il suo peso nel processo e infastidì abbastanza i
benpensanti del paese. La loro reazione contro di noi conferma che il
nostro operato disturbava i loro piani. Unito al crescente malessere
sociale che proiettava nel lutto migliaia di famiglie nel paese fu il
discredito internazionale che riuscì a porre fine a quella tragedia!
Sotto la guida del teologo cileno Pablo Richard, durante l’anno scolastico
‘77-‘78, al Centre Lebret di Parigi, approfondivamo, durante corsi serali
bisettimanali, le linee portanti della Teologia della Liberazione. Con il
P. Charles Antoine, responsabile di Justice et Paix francese, riflettevamo
sulle radici bibliche dell’impegno per la costruzione della pace mediante
la lotta per la giustizia.
Con il gesuita cileno Gonzalo Arroyo continuammo ad approfondire il libro
dell’Esodo. Volevamo essere liberati. Volevamo che il nostro popolo
conoscesse la liberazione che tutti desideravamo. Non volevamo accettare
il suggerimento del Profeta Geremia agli ebrei deportati ed esuli in
Babilonia.
Il biblista E. Giustozzi, in una lettera che lessi al gruppo, ce ne
ricordava i punti salienti:
“Costruitevi delle case e abitatele. Coltivate dei giardini e mangiatene i
frutti. Sposatevi, fate figli e figlie, prendete mogli per i vostri figli
e date le vostre figlie in matrimonio: che abbiano dei figli e delle
figlie. Moltiplicatevi là dove siete e non diminuite in numero.
Collaborate allo sviluppo del paese dove io vi ho esiliato, pregate Dio
per lui, perché la vostra prosperità dipende dalla sua…Non vi lasciate
ingannare dai vostri profeti o dai fattucchieri…Solo quando sarete rimasti
70 anni a Babilonia (per noi sarebbe dovuto essere Parigi!) io vi visiterò
e manterrò la mia promessa di riportarvi qui a Gerusalemme!”(Gr. 29,
5-10).
Quando finii di leggere, il commento degli interessati non fu dei più
rispettosi nei miei confronti che venivo con simili letture, né nei
confronti di Giustozzi, né di Geremia e neppure di Dio che, con i suoi
tempi lunghi, ci prometteva il rientro fra settanta anni! Letteralmente,
fummo mandati tutti quanti alla…m! I tempi lunghi di Dio, rischiavano di
far perdere la speranza…ed erano lunghi e pesanti per tutti. Sempre
difficili da accettare. Si prospettavano lunghi anche per me. Sempre nella
lettera del 12 settembre il provinciale mi diceva: “…Circa il suo futuro,
ho la Direzione Generale che chiedeva informazioni su un suo possibile
ritorno. Francamente, per come stanno le cose nel paese noi non siamo del
parere che ritorni a breve scadenza. Sarebbe sommamente imprudente per lei
e compromettente per noi tutti”.
Nel nostro gruppo di riflessione e preghiera, a volte, era presente anche
il P. Jorge Adur, un prete assunzionista, ex parroco de La Lucila,
cittadina situata sulla linea ferroviaria Ritiro-Tigre. Più sopra dicevo
che tutti noi avevamo accettato di essere al servizio della liberazione
con il popolo. Ci sentivamo e volevamo restare lontani dagli intrighi e
dalle ambiguità con cui era stato e veniva interpretato il nostro operato
nel paese. Volevamo restare al di fuori dalle correnti politiche e da ogni
possibile strumentalizzazione della religione da parte di chiunque. A
causa delle scelte di Jorge Adur ci fu un momento di forte tensione nel
gruppo argentino perché, non solo si occupava di offrire logistica a gente
che era notoriamente impegnata nella lotta armata, ma si intestardì di
accettare di diventare “Cappellano dell’esercito montonero come l’esercito
statale aveva i suoi cappellani?!” Prima di parlargli personalmente per
manifestargli la nostra perplessità e contrarietà, ne parlammo a lungo tra
noi, sentii cosa ne pensassero Pablo Richard e Gonzalo Arroyo.
Naturalmente tutti ritenevano la cosa “una boludez” - una stupidaggine -
inutile per la causa che stavamo portando avanti, pericolosa per lui e,
forse, anche per noi tutti. Dopo tutto quel che sapevamo di aberrante dei
cappellani militari, quasi tutti a favore della repressione, come si
poteva pensare di mettersi in ruoli simili nella parte contraria? Quando
provai a parlargliene non volle sentire ragioni. Era già tutto combinato:
investitura, viaggio nel paese e pubblicizzazione. Anche se prevedibile,
da lui non era stato previsto il tragico epilogo di quella farsa! In
occasione del viaggio del Papa in Brasile vi andò anche lui ed entrò
clandestinamente in Argentina dove fece delle dichiarazioni alla stampa e
si fece fotografare con una specie di divisa militare con tanto di gradi!
Poi si incamminò verso la frontiera col Brasile. Purtroppo gli andò male
perché di lui non si seppe più nulla di preciso. Sembra che sia stato
sequestrato durante il viaggio e fatto fuori vicino alla frontiera.
Un ultimo importante impegno di gruppo fu il libro “Pueblo en Puebla” -
popolo a Puebla. Un libro in cui esponevamo ai vescovi dell’America Latina
riuniti a Puebla, in Colombia, la realtà socio-politica di oppressione in
cui viveva il popolo dei diversi paesi del Continente.
Prima di concludere aggiungo che i tempi lunghi circa il mio rientro nel
Paese, cui facevo cenno più sopra, divennero, per ragioni difficili da
comprendere e da spiegare irreversibilmente lunghi.
Nel settembre del 78 dovetti lasciare Parigi per la Sardegna. L’idea di
tornare in Sardegna, dopo tanti anni di assenza, non mi dispiaceva, anche
se non mi sembrava quello il momento giusto, tenuto conto della necessità
che avevano tanti esuli latino americani, ed argentini in particolare, di
un prete che li accompagnasse in momenti così difficili. Il cardinale di
Parigi mi aveva già chiesto la disponibilità e mi aveva proposto di essere
incorporato al numero dei “cappellani” per comunità straniere come
l’avevano gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi…Ma i progetti del
direttore generale erano ben diversi e lontani dai miei desideri.
Addirittura mi propose di andare nel Texas, Elsa, negli Stati Uniti, dove
c’era una comunità orionina con scarso personale che doveva occuparsi di
immigrati di lingua spagnola. Questa proposta risvegliò in me il ricordo
degli orrori seminati in America Latina dalla CIA, servizi segreti
americani, con la Scuola di…tortura del Panama per i militari. Ricordai
che quando arrivai in Argentina il Sig. Rochefeller, stava facendo “un
giro d’ispezione” in America Latina. Al suo ritorno negli Stati Uniti
dichiarò che “il peggior nemico degli interessi degli Stati Uniti in A.
Latina era la Cattolica”. Ricordai che questa dichiarazione mise in moto
un piano di lotta contro la chiesa cattolica attraverso il
sovvenzionamento delle sette e cercando di indebolirla attaccando i preti
con un piano d’azione ben chiaro e determinato. E’ logico che questi
ricordi mi abbiano suggerito il no più categorico a quella proposta. Il P.
Generale fece difficoltà, ma capì la difficoltà reale.
L’altra era di accettare la parrocchia di Plailly. Una zona
dormitorio-residenziale che era stata abbandonata dal clero francese
perché la frequenza era ridotta a… quattro gatti! Quasi tutti anziani. Mi
azzardai a chiedere di permettermi di andare a dare qualcosa di quel che
mi restava di fede e di entusiasmo sacerdotale tra i “minatori di
Carbonia”. Mi sentivo attratto dalla storia di lotte operaie dei minatori.
Inoltre ricordavo che babbo vi aveva lavorato un tempo rischiando anche di
morire sotto una frana nel momento in cui stava scendendo dall’ascensore
per prendere il turno di lavoro.
Anche se dei giovani argentini mi vennero a trovare più di una volta a
Carbonia, praticamente la mia traversata sulla nave Argentina era finita
con quel viaggio da Parigi su una Simca sgangherata che mi costò 100
franchi francesi presso uno sfascia carrozze!
Stralcio ancora dal mio diario:
|
Parigi 24 marzo 1978 – anniversario del colpo di stato:
Che sappia il mondo che non siamo morti
Né ammutoliti contro l’impotenza
Da delle marionette che si oppongono
alla giustizia, alla pace ed alla libertà
occupando da padroni il suolo altrui!
Carbonia 24 marzo del 1980 – 4° anniversario del colpo di Stato in
Argentina
Se un giorno mi amerai
Ama chi solo ama per amare.
Ama coloro che mi han voluto bene.
Se un giorno mi amerai
Ama chi è morto per la libertà.
Alcuni nomi sono incisi a fuoco
Nella memoria dei miei anni migliori!
Liliana, Orlando, Carlos con Gerardo,
Adriana, Tuty ed Alejandro, el “rubio”.
Se un giorno mi amerai
Con me dovrai lottare
Contro chi spezza vite giovanili
E cosparge di cenere la terra.
Contro chi scrive nomi per l’esilio
E imprime sui volti la tristezza.
Contro chi impone sistemi di terrore
E soffoca nel sangue con la morte
Il grido di coloro che hanno urlato
La rabbia degli oppressi di ogni terra
Se un giorno mi amerai
Con me dovrai gridare:
“voi non sapete d’essere già morti!” |
Carissimi, oggi è martedì
6 marzo 2001. Al “villaggio globale”, al mondo
intero, è stata annunciata una notizia straordinaria: un giudice di uno
degli Stati federali argentini ha dichiarato anticostituzionali le
amnistie, il “punto finale” decretati dai presidenti Alfonsin e Menem
negli anni 1986-87 che metteva fine alla “persecuzione giudiziaria” dei
criminali militari argentini. Questo fu uno degli ultimi scogli contro i
quali si infransero le speranze di giustizia di tante famiglie distrutte
dalla follia criminale di quei mostri. La dichiarazione di questo giudice,
teoricamente, permette di sperare, che i circa 1200 militari che si sono
macchiati impunemente, finora, del sangue di migliaia di esseri umani,
potranno finalmente essere giudicati. Questo è veramente un gran giorno
per la storia dell’umanità. E’ grande come il giorno in cui quel giudice
spagnolo ha spiccato un ordine di cattura internazionale contro il
dittatore Pinochet. Con un atto dopo l’altro si è arrivati a togliere a
quel mostro l’immunità parlamentare per annoverarlo tra gli assassini che
hanno commesso “crimini contro l’umanità”. Non importa se andrà o no in
galera, se ci andasse sarebbe giusto e meglio. Ma il fatto stesso che la
zoppicante giustizia umana sia arrivata a dichiararlo criminale e a
togliergli il privilegio dell’immunità parlamentare che si era lui stesso
attribuito, è già una grande vittoria per i poveri di questo mondo.
Ripeto, ne gioisco con tutte le mamme e le nonne di Plaza de Mayo che non
hanno mai cessato di chiedere giustizia per i loro desaparecidos!
Oggi smetto di scrivere questa velocissima corsa attraverso il tempo
turbolento che ho vissuto. Voi capite che questa strana lettera è solo uno
sguardo a volo d’uccello sul naufragio di cui ho esaminato alcuni relitti.
L’ho scritto per voi. L’ho scritto anche per me. Non è tutto quel che c’è
dentro di me. Anzi è quasi niente. E’ difficile impacchettare la vita
nella carta! E’ scritto in fretta e non gli ho concesso neppure il tempo
necessario per presentarlo in un italiano corretto. L’ho scritto in
italiano, anche se io avrei preferito scriverlo in spagnolo e in sardo,
pensando che ognuno di voi, dopo averlo letto, ne farà l’uso che vuole. Lo
passerà forse ai suoi figli o a qualcuno dei nostri parenti che fanno
fatica con lo…spagnolo e con il mio sardo ormai sbiadito dal tanto tempo
passato fuori della nostra terra e dall’uso abituale di altre lingue! Ve
lo mando così. E’ una memoria: in benedizione per i desaparecidos, in
maledizione per tutti coloro che, con i loro silenzi complici, con i loro
eccessi ideologici di destra o di sinistra, sotto la copertura della
guerriglia libertaria o della “legalità” del governo usurpato hanno
collaborato all’affondamento della nave Argentina e del suo popolo.
Con affetto vostro fratello Raffaele
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