IL NAUFRAGIO DELLA NAVE “ARGENTINA”

 
 


Carissimi fratelli Luigi e Mario
Carissime sorelle Rosaria, Angela, Verina e Gianna.

Queste righe vi giungono con molto ritardo, anche se ho cominciato a mettere giù il contenuto subito dopo il mio rientro dall’Argentina. Solo oggi, 5 febbraio 2001, ho una macchina da scrivere a disposizione per scriverle in modo leggibile da voi. So bene che sarebbe stato inutile scrivere a mano, fare fotocopie per ognuno di voi. La mia mano, avendo cominciato tardi -a 16 anni compiuti- l’esercizio della calligrafia, candu, si podit nai, ca teniat prus in pràtica … sa frunza de sa pinna, oggi non riesce più a scrivere chiaro! I vizi presi da giovani difficilmente si correggono del tutto da grandi. “Burro viejo no agarra trote!”, si dice in Argentina – asino vecchio non trotta più!- Sarebbe stato difficile per voi decifrarla e non vi avrebbe dato la possibilità di leggere con piacere, spero, quel che vi scriverò. Mi auguro che, oltre che lungo, il racconto del viaggio e di quello che ha suscitato, non vi risulti anche noioso. Per me queste righe, sono l’opportunità di ripercorrere gli anni che, nel bene e nel male, attraverso le gioie e le sofferenze vissute, mi hanno maturato umanamente ed hanno dato senso e direzione alla mia maniera di essere prete. Mi hanno insegnato a guardare il mondo in modo abbastanza diverso da come lo vedevo in Italia. Non è esagerato dire che quel periodo passato in Argentina m’hat fattu torrai a nasci! Di questo cambio trovo tracce nel mio diario personale nel dicembre del 1969. Ve ne trascrivo la traduzione dallo spagnolo:
 

“… preso da un amore nuovo,
mi vedo obbligato a riscoprire Dio.
Con totale sincerità, con angustia e sofferenza,
Come se andassi alla deriva nell’oceano della vita,
Sto cercando di individuare il nuovo.
Amando, vivo quest’esperienza.
Vette ed abissi si alternano
alla luce ed alle tenebre.
Albe e tramonti si congiungono
Nella gioia della scoperta e nel dolore
di quel che resta dietro. Faticosamente avanzo.
Si rinnovano gli amici ed altri van morendo
lontano, con quello che credevo parte di me stesso.
Vibrante compagnia, immensa solitudine
di un mondo che si impone, che accetto,
sento di accogliere, senza capricci,
né interessi preconcetti.
Perdo ed acquisto, alla ricerca
del volto umano di Dio.
Non più l’Orsa del nord,
ma la Croce dell’emisfero sud
orientano i miei passi nella notte.
E vado, sento che avanzo
verso il profondo mistero dove
si perde la Legge e il Conosciuto
e l’esistenza è solo divenire.
In questo mare incontro
Quel che credo e vivo nel profondo del mio io:
La Vita stessa nel l’amore nudo!

Subito dopo il mio rientro ho capito che vi dovevo una spiegazione del perché ho preferito andare a riposarmi in Argentina piuttosto che in paese e con voi.
“Ti stai dimenticando di noi”, mi ha detto qualcuna! Forse l’avrete pensato tutti. Niente affatto! Leggendo quanto segue capirete il perché. Ma non farò l’auto giustificazione di tale scelta. Anzi, a proposito di tutti i miei viaggi per il mondo, che sono tanti davvero, posso ripetere quello che diceva Gandhi dei suoi: “ho viaggiato tanto per ritornare alla mia terra”. Un giorno succederà anche a me, spero! Ecco cosa vi voglio raccontare:
- perché sono andato
- come ho vissuto quel viaggio
- cosa vi ho trovato
- con quale stato d’animo ne sono tornato.
Il fatto di scrivere e leggere ci permetterà anche di conoscerci un po’ di più, visto che, come capita a tutti i fratelli e le sorelle di questo mondo, la vita ci ha spinti a vivere lontani l’uno dall’altro. Per cui, abbiamo manifestato quel che siamo e comunicato quel che pensiamo, voi, a coloro che avete sposato, ed io, a quelli che la vita mi ha permesso di avvicinare per svariate ragioni.
Pur non potendomi lamentare del buon rapporto che c’è con ognuno di voi e con le vostre rispettive famiglie, è altrettanto vero che ci conosciamo poco. Quasi per niente con i vostri figli e con le famiglie che hanno formato a loro volta. E’ la vita! Purtroppo! Lo constato con un po’ di rimpianto e con un sincero desiderio di comunicare un po’ di più . E’ lo scopo di questa mia lunga lettera come di tutti gli scarabocchi che vi ho mandato di volta in volta. Più d’una volta poi, non vedendo alcuna risposta da parte vostra, ho avuto la sensazione di affidare lettere al vento e mi sono chiesto se vi giungono gradite oppure sono… rotture! Credo che si tratti semplicemente del fatto che… non avete tempo, che non siete più abituati a scrivere poita ca sa pinna est grai, che si fa prima col telefono… Vi capisco, vi scuso e continuo a comunicare a modo mio, convinto o supponendo che vi faccia piacere.
Allora, perché sono andato in Argentina?
Non certo perché “vi ho lasciato moglie e figli”, come avevo detto a mamma quando cercava di scoraggiarmi dal desiderio di voler ritornarvi dopo il mio rientro in Sardegna. Ma perché l’invito del direttore generale della Congregazione mi offriva l’occasione di tornarvi per partecipare ad un incontro con il gruppo di preti della mia generazione con i quali avevo condiviso i tempi della dittatura militare e lunghe ore di riflessione per capire insieme il da farsi in tempi così duri e difficili. Dopo 23 anni di assenza forzata e mai accettata, avevo veramente voglia di rivederli, di risentirli, di sapere cosa stanno facendo nell’Argentina di oggi. Volevo capire meglio di quanto lo capisca da lontano cosa è successo dei militari oppressori, dei tanti amici scomparsi, desaparecidos, e delle loro famiglie.
Volevo constatare com’è rimasta l’Argentina dopo quell’immane, tragico ed indimenticabile naufragio socio-politico-religioso degli anni 76-83.
Volevo vedere se era possibile smentire coloro che mi etichettano di delinquente comunista, fuggito dal luogo del delitto. Anche se, in coscienza, non mi sono mai sentito tale, altri, anche della mia congregazione, hanno giudicato il mio operato e l’operato di tanti preti e laici impegnati nel sociale come una colpa con espressioni di esplicita condanna: “Se lo cercavano a morte per qualcosa sarà”, “Qualcosa avrà combinato”. Anzi, qualcuno diceva senza pensare se era vero o falso e alle conseguenza che simili affermazioni potessero avere, che io come molti altri preti eravamo implicati nella guerriglia armata! Avevo molti anni in meno e i venti libertari soffiavano alla pari di quelli dell’oppressione ed ero molto più propenso di oggi a lasciarmi trasportare dagli ideali. In più, quelli ideali erano condivisi da milioni di argentini e di latino americani. Sì, ho sognato una sinistra liberatrice e giustizialista perché eravamo tutti stufi della prepotenza della destra e del suo braccio armato. Lo gridavo con forza e convinzione. E’ questo il grande peccato. Ci siamo sbagliati? Non lo so. Quello di cui sono certo è che avevo 43 anni! Tanti quanti bastano per fare una riflessione più ponderata e responsabile prima di imbarcarmi in modo suicida nella guerriglia che vedevo votata al fallimento. Disgraziatamente, per voler realizzare quell’ideale, ci sono state troppe vite spezzate, tante famiglie distrutte, ideali spenti per sempre dalle armi di coloro che freddamente avevano programmato di spegnerli con la distruzione e la rovina dei poveri. Alla fine di quel “processo” il popolo argentino si trova di fronte al futuro sognato, ma già passato. Il passato ritorna duro come prima. Quelli che allora avevano vent’anni oggi sono uomini adulti, spenti, rassegnati alla realtà e con la paura che si ripeta un’altra mattanza inutile se per caso i giovani insorgessero di nuovo.
Varie volte, attraverso la lettura di libri, attraverso la corrispondenza che non ho mai interrotto con gli amici preti e con i laici impegnati, ho cercato di capire fino a che punto non fossi responsabile anch’io di quel disastroso naufragio. Sentivo, come dovere di uno che non se ne vuole lavare le mani per dimenticare, il desiderio di capire se il naufragio dei “nostri giovani” imprigionati, torturati, fatti fuori e spariti nel nulla buttandoli nell’oceano, fosse stato causato anche per la nostra disattenzione, per mancanza di riflessione, per sbaglio di rotta dietro falsi ideali… Ancora oggi è possibile chiedersi: “La nave “Argentina” è affondata perché ha sbattuto in qualche scoglio prevedibile o è stata affondata dalla furia dei venti contrari alla rotta giusta che stava percorrendo ?”. Questi e molti altri erano gli interrogativi.
Il P. Luis P. Gastaud, compagno di sventure persecutorie da parte dei militari e scampato miracolosamente all’eccidio, il nove agosto del 96 mi mandò il libro sulla strage dei cinque religiosi Pallotini “El honor de Dios” di Gabriel Seisdedos con una dedica di cui mi piace stralciare qualche passaggio:
“… non poteva essere che tu ti perdessi questo pezzo di storia della nostra Patria che ci è toccato vivere e che ci ha segnati così profondamente. Spero che presto questo libro giunga fra le tue mani perché possa rivivere quel passato così ricco che più d’una volta ci ha fatto sognare in un mondo nuovo. Non v’è dubbio che abbiamo accumulato molta esperienza, forse siamo maturati o cresciuti, non lo so. Non pretendiamo neppure di aver avuto ragione. Ma quel che mi sembra che possiamo rivendicare umilmente con diritto è il fatto di aver agito con autenticità. Penso nel caso tuo soprattutto, e anche mio, esserci giocati l’esistenza con totale generosità per il Vangelo in quel tempo in cui la maggior parte dei nostri confratelli erano impegnati e puntavano su qualcosa di molto diverso… Quello che è successo ai Padri Pallottini e ai due seminaristi, poteva essere capitato tranquillamente anche a te, a me e a tanti altri… I tre sacerdoti assassinati sono sepolti qui in Mercedes, dove hai vissuto e sofferto durante un tempo della tua vita… Questo libro, questo gioiello, è un piccolo contributo alla verità che, nonostante le menzogne che vi si oppongono, continua ad essere verità e trionferà! Un forte abbraccio”.
Come ho vissuto quei giorni?
Sono riandato con lo stesso sentimento di chi ritorna sul luogo del naufragio da cui uno si è potuto salvare e come tale l’ho vissuto. Ho cercato di sapere qualcosa di più di miei compagni di viaggio sopravvissuti come me, dei morti e dei dispersi! Ho vissuto quei giorni con l’ansia e la certezza che una volta per tutte mi sarei scaricato di un complesso di colpa che pesava su di me, e su tutti coloro che abbiamo vissuto quel pezzo di storia, come se davvero avessi indicato la rotta sbagliata a Liliana, Orlando, Gerardo, Carlito, Alejandro- el rubio, Tuti, sua moglie, Lorenzo, Carmen e tanti altri…; come se avessimo guidato male le scialuppe di salvataggio dopo che ci eravamo accorti che la nave faceva acqua da tutte le parti. Un persistente senso di colpa per essere fuggito dal luogo del naufragio senza caricare sulla scialuppa i miei giovani trucidati ... La madre di Carlito Rodriguez rivedendomi dopo tanti anni, sentendo chi ero, non mi riconosceva più dopo 23 anni, indurita dal dolore per la perdita del figlio, mi disse: “ Il suo nome risveglia in me tristi ricordi! Dio, la chiesa e lei mi avete portato via mio figlio! Perché lei si è salvato e non ha salvato mio figlio?!”. Carlos era stato sequestrato mentre scendeva dall’autobus con le sue due bambine molto tempo prima della mia fuga dal paese e probabilmente era già stato trucidato dopo essere stato barbaramente torturato. Fu dopo la sua cattura e tortura, che sicuramente lo obbligò a fare dei nomi che conosceva, il mio, quello di Gerardo, e di Orlando che vennero abbattuti. Io non potevo sentirmi colpevole per non aver salvato Carlito, ma le parole della madre mi hanno ferito profondamente, lasciano il segno, pesano e bruciano dentro come piombo rovente! Alla fine del nostro incontro la lasciai abbastanza serena. Volle accompagnarmi fino al cancello per salutarmi e mi ha chiesto di scriverle. La sera stessa ho telefonato alla figlia Liliana. “Oggi mamma, dopo tanto tempo, si è rifatta il segno della croce ed ha voluto pregare con me! Grazie per essere passato a casa. L’aspettiamo ancora…”
Tutto il mese trascorso in Argentina mi ha confermato nella consapevolezza di essere un sopravvissuto che ritorna sui luoghi del naufragio. Non posso e non voglio dimenticare il vissuto e tanto meno le persone. Luis Gastaud, Enzo Giustozzi, Mamerto Menapace… sopravvissuti come me, durante lunghe ore di conversazione, mi hanno confermato in questa convinzione. Anche loro hanno la stessa sensazione perché sono stati vittime di quel “processo” e delle stesse condanne da parte dei ben pensanti! Abbiamo passato molto tempo alla ricerca delle cause, la provenienza e le implicazioni del terrore che ha causato il naufragio.
E’ stato un tempo troppo breve per tutto quello che avrei voluto conoscere. Pur sapendo che non avrebbe cancellato il loro dolore, era forte il desiderio di poter rincontrare tutti i genitori e parenti dei miei giovani per dir loro la mia convinzione: “meglio essere i genitori di chi è morto che essere padre o madre di chi ha assassinato, di chi ha commesso o di chi ha giustificato quel massacro”! Sapendo di non avere il tempo materiale necessario per percorrere con i genitori che non si vogliono convincere della morte dei loro figli le tappe psicologiche necessarie per arrivare all’accettazione, non ho neppure tentato di farlo. Questo me lo porto dentro come un debito nei loro confronti.
Non mi è mai venuto in mente di andare per dir loro: “Cercate di dimenticare quel che avete sofferto… perdonate i carnefici dei vostri figli!”. So bene che prima di arrivare al perdono indicato come via d’uscita dal tunnel dell’odio e della violenza, sono necessarie varie cose: ascolto sincero delle persone ferite, che si faccia giustizia secondo verità, e non si chieda loro di dimenticare l’accaduto. Questo, oltre che essere impossibile per loro, sarebbe la via spianata per ripetere simili crimini. Ricordare, serve anche alla comunità argentina e mondiale per non ripeterli. Quanto a chiedere loro e a me stesso di perdonare in vista di una riconciliazione nazionale poi, realisticamente parlando accetto che si aprono due strade nel cuore delle persone ferite: quella dell’odio silenzioso che distrugge più la persona che odia che l’odiata, o quella della giustizia personale (quella dei... banditi sardi, chiamata vendetta da chi moraleggia tenendosi in disparte dalle sofferenze di coloro che si immedesimano nelle situazioni di ingiustizia per combatterle), soprattutto quando la giustizia umana è asservita a interessi politici. E’ proprio quello che è successo e succede ancora oggi in Argentina. I vari presidenti che si sono succeduti al potere: Alfonsin, Menem, ora De la Rua hanno parlato di perdono, di riconciliazione, di pace con l’intento di arrivare a “ borròn y cuenta nueva” – cancelliamo - dimentichiamo e andiamo avanti - dispensandosi dalla fatica di percorrere la strada della giustizia per arrivare alla pace. Allora è successo in Argentina con i generali, sostenitori convinti della Sicurezza Nazionale, difensori accecati della “Civiltà Occidentale e Cristiana”, con gli ideologi dei crimini commessi in nome di ideologie alienanti da coloro che avevano bisogno di soldi per sostenere la guerriglia; oggi lo si ripete in Cile con Pinochet. Si ha paura che i generali insorgano perché non accettano di vedersi spodestati dell’intoccabilità e dei privilegi che si arrogano con il potere delle armi. Non risulta in nessuna dichiarazione pubblica che questi signori, per i quali si invoca il perdono da parte delle vittime, che abbiano riconosciuto i loro crimini e ne abbiano chiesto perdono! Di quale perdono stiamo parlando? Di perdono evangelico, umano o semplicemente politico?
Mi sono impegnato per trovare ed esaminare la maggior quantità di relitti possibile. Ho potuto ascoltare tante persone che potessero parlare di quel naufragio. Ho letto libri, articoli di giornali e riviste. Infine l’ho vissuto con l’amara certezza di sapere che raccogliendo, ricomponendo ed esaminando i resti non potrò rianimare quelle vite stroncate, né riaccendere tanti ideali spenti nel cuore dei giovani argentini di oggi sui quali sembra che sia passato un Caterpilar. “Nadie nos va a quitar lo bailado – nessuno può cancellare quel che abbiamo vissuto”. Comunque, sono convinto che la verità che son riuscito a capire riflettendo, ascoltando “i superstiti” e leggendo libri, non sarà inutile né per me, né per coloro ai quali cercherò di raccontarla. Tra questi, i primi siete voi, carissimi fratelli e sorelle, perché, essendo nati a Villasimius, siete in grado di capire bene cos’è un naufragio.
Da che mondo è mondo Capo Carbonara e i mari che lo bagnano sono esposti a correnti imprevedibili. Sono flagellati dai venti di maestrale, tramontana, libeccio, scirocco e levante che, quando soffiano forte, impediscono alle imbarcazioni di mantenere la rotta, le spingono contro le due isole, sugli scogli seminascosti tra le onde. Vi ricordate Portu Giuncu o Santu Stevini pieni di imbarcazioni in attesa del buon tempo per poter continuare la rotta? Le imbarcazioni di tutti i tempi affondate, oggi sono parte della ricchezza archeologica del nostro paese, ma è anche il cimitero di migliaia di desaparecidos. Tutti noi, eccetto Mario e Gianna per fortuna loro, ricordiamo che, durante l’ultima guerra, dopo le battaglie aero-navali nei nostri mari, sulle spiagge approdavano resti di ogni genere. Vedendoli ci incuriosivano, ci permettevano di avere qualcosa di strano in casa, ci riempivano di orrore quando questi resti erano cadaveri in decomposizione o mutilati dai pesci. I sopravvissuti che giungevano sulle coste stremati e con la paura di essere presi, se appartenevano all’esercito nemico, a loro volta ci mettevano paura perché noi li credevamo “nemici” anche quando non lo erano. Tutto giungeva insieme ai pesci morti in seguito allo scoppio delle bombe sganciate dagli aerei.
In Argentina, lungo tutta la costa atlantica, a cominciare da Mar del Plata, la città balneare distante 400 chilometri da Buenos Aires, fino a Ushuaia, ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre naufragi di imbarcazioni di ogni genere. Ma nei mari del sud, fra la provincia di Santa Cruz e quella della Tierra del Fuego, ci sono due canali che, come quelli del sud est della Sardegna, hanno il triste primato dei naufragi. Mi riferisco allo stretto di Magellano e al canale di Beagle. Certo, là le acque sono molto più gelide delle nostre. Ma i venti dell’ovest, pur con la dovuta differenza di velocità, specialmente quando si incanalano lungo lo stretto di Magellano, si assomigliano molto al nostro più violento maestrale. Sotto la loro furia, che si abbatte su tutto quel trova, acqua, coste, isole, scogli e imbarcazioni, si ripetono i naufragi da sempre. Come quei mari australi, il tratto compreso tra Kala Burronis, Punta Molentis e l’isola madre diventa una trappola mortale. In quei mari come nel nostro i sogni, i progetti e gli ideali di poter raggiungere i porti desiderati sono affondati con coloro che li nutrivano. Le acque sono diventate tombe per navi e naviganti. Oggi il nostro mare è stato dichiarato “parco geomarino”. Mi auguro che ripercorrere quelle acque, con il rispetto che si deve ai cimiteri e ai morti, aiuti i sopravvissuti di altri naufragi - guerre, alluvioni, stragi del sabato sera, terremoti - che si riversano sulle nostre spiagge in veste di turisti per distrarsi, a non dimenticare le tragedie del passato.
Quasi per ammettere l’impotenza dell’uomo di fronte alla forza della natura, accanto ai resti archeologici, è stata calata, nei gelidi e trasparenti fondali, una statua della “Madonna del naufrago”. L’uomo, se non dimentica i misfatti e i “crimini contro l’umanità”, con la complicità dei mass media, li trasforma, li mistifica, li giustifica e poi li seppellisce con altri misfatti: colpi di stato, genocidi, stragi, dissesti idrogeologici, incendi dolosi, nuove guerre…
In Argentina ho sperimentato quanto sia doloroso ricordare ed essere impotenti di fronte ai fatti successi che invocano ancora giustizia. Ma il fatto stesso di essere voluto tornare nel territorio del naufragio di tutto un popolo vi dice chiaramente che io non voglio dimenticare. Come potrei, se mi sento parte di esso? Più di uno, sentendomi parlare ancora il castellano rioplatense, si meravigliava che dopo tanta assenza dal Paese, le parole uscissero fluide e con accento perfettamente identico a quello di coloro che vi sono nati. Il segreto è che tutte le volte che mi si offre l’occasione, dovunque, io continuo a parlare e a scrivere in castellano. Amo la lingua e amo profondamente i valori “criollos” che essa veicola.
COSA VI HO TROVATO
Con i relitti sono riaffiorati i ricordi e i sentimenti. Descrivendo cosa vi ho trovato, che è la parte più dolorosa, difficile, complessa e certamente parziale, cercherò di evitare di mistificare sia parlando dei morti che dei sopravvissuti.
Prima di addentrarmi nei ricordi e nella descrizione che forse mi porterà lontano, voglio esprimere una condanna della dollarizzazione in atto in campo monetario. Non credo di esagerare se lo chiamo un naufragio nel naufragio! Per frenare la svalutazione il peso è stato trasformato in australe il cui valore, locale non all’estero, è pari al dollaro. Questo sistema di moneta forte ha spiazzato economicamente l’Argentina di fronte al Brasile e al Cile che producono ed esportano. Il 18 dicembre scorso, il Fondo Monetario Internazionale, in seguito alle varie crisi ministeriale del governo in carica, annuncia ai suoi accoliti interessati che l’Argentina beneficerà di 39,7 miliardi di dollari dalla comunità internazionale, di cui 13 miliardi dal FMI stesso, per evitare una bancarotta al paese in recessione da due anni e incapace di rimborsare il debito estero stimato in 153 miliardi di dollari. E’ come se ai superstiti che stavano cercando di salvarsi dal grande naufragio, fosse stata offerta una palla di piombo invece di una tavola. Dalla dollarizzazione infatti si è passati al debito estero, vera palla al piede di ogni argentino e causa della chiusura di centinaia di fabbriche e della disoccupazione che riduce 11 milioni di argentini a vivere al di sotto della soglia di povertà tollerabile, 3 milioni si trovano in condizioni di indigenza. Per dare una risposta d’emergenza la Caritas nazionale, associazione di estrazione cattolica, mobilita 25 mila volontari in circa 200 progetti con contributi privati a beneficio dell’infanzia, per le famiglie in difficoltà, disoccupati. Uno di questi progetti che comprende: - mensa popolare dove una settantina di bambini e molte donne incinte possono nutrirsi una volta al giorno, - un panificio che prepara il pane che si consuma nella mensa e viene dato alle famiglie bisognose, un – orto - scuola per i bambini che lo gestiscono imparando a coltivare e producendo le verdure per la cucina , è sovvenzionato con grande generosità dall’Associazione per adozione a distanza “Le Cinque Parole” di Carbonia.
Anche se con minor “coscienza politica” di quando noi, spinti da una gran dose di ideale, lottavamo contro le cause della fame, devo ammettere che dietro la maggior parte di questi progetti ci sono sempre dei preti, delle suore o dei laici di estrazione cattolica. Durante la prima settimana, con una ventina di preti della mia età, ho potuto ascoltare il vescovo di Quilmes, Jorge Novak, nel cui territorio si trovano gli eccessi dell’impoverimento più disumano a cui è sottoposta l’Argentina con centinaia di fabbriche chiuse. Il P. Cristian Moores di S. Francisco Solano mi ha confermato che il vescovo Novak, relitto di denuncia durante gli anni del terrore e testimone che grida ancora oggi contro i soprusi che si commettono in nome della mondializzazione, continua come ieri nella lotta per la salvaguardia dei diritti umani dei poveri della sua diocesi. “Ieri difendeva i poveri dagli attacchi della dittatura militare, oggi li difende dagli attacchi della dittatura del capitalismo spietato a cui si è concesso diritto di cittadinanza in Argentina. Questo mostro non uccide con le armi, ma uccide il corpo con la fame e la denutrizione e lo spirito con lo scoraggiamento. E’ lecito chiedersi se per un povero diavolo che non ha più nulla da perdere faccia molta differenza affrontare la morte con un fucile in mano o lasciarsi morire perché non ha più la speranza nel cuore per sé e per i suoi figli! Vedi Rafael, ti ricordi che i poveri una volta per vivere si appoggiavano su tre piedi: lo Stato Peronista, il lavoro e la Chiesa. I primi due sono quasi scomparsi. E’ rimasta la Chiesa cattolica e alcune confessioni protestanti. La chiesa cattolica, è vero, da dopo che ha collaborato alla cacciata di Peron con la scomunica e altri atteggiamenti squalificanti durante la dittatura militare, in campo dottrinale, non è più credibile come prima, ma, attraverso le sue organizzazioni caritative, attraverso la voce forte di cristiani convinti come Mons. Novak è un sicuro punto di riferimento per gli affamati ed una voce forte che si alza per denunciare le cause della fame. Noi avevamo fatto la scelta preferenziale dei poveri nel nostro lavoro pastorale molto prima che la Chiesa ufficiale lo dichiarasse nei documenti di Medellin, Puebla e Santo Domingo e non ci sfiorava neppure lontanamente il dubbio di aver fatto la scelta migliore in senso evangelico. Oggi , dopo tante esitazioni, ambiguità e paure da parte della gerarchia, può sorgere il dubbio, anche giustificato se vuoi, se la Chiesa abbia veramente fatto la scelta preferenziale dei poveri, ma purtroppo non resta nessun dubbio sul fatto che i poveri siano costretti a scegliere la Chiesa per sopravvivere!”
Mi viene in mente, sempre come relitto di quel naufragio, il dialogo che ebbi con un vecchio “descamisado” nella mia parrocchia di Lomas de Burzaco. “ Ah, è lei il nuovo parroco?”. Sì, mi chiamo P. Rafael”. “Piacere. Io mi chiamo Vargas. A che debbo l’onore della sua visita?” “Niente, un semplice saluto. Così, giusto per cominciare a conoscerci anche fuori delle mura della chiesa”. Il vecchio mi guarda con un sorriso un po’ distaccato, e come aggiungendo qualcosa di cui voleva informarmi prima di illudermi sulla sua frequenza in chiesa: “… Penso proprio che sia questo lo spazio più adatto per intenderci. Io in chiesa ho lasciato di entrarvi da tempo. Non penso che lei abbia dimenticato quel che è successo tanti anni fa e che ha chiuso molte porte… Molte porte di chiese si sono chiuse per altrettanti “peronisti” dei quali si è chiuso il cuore che una volta era gioiosamente aperto alla parola della chiesa… Voi che ci avete tolto Peron, non illudetevi di venire a chiederci di andare in chiesa per parlarci di Dio. Penso che sia necessario prima chiarire tanti equivoci del passato…”.
Lo tranquillizzai dicendogli che non avevo fretta per far delle prediche e tanto meno in “rodeo ajeno” -- fuori casa !- “I tempi di Dio sono più lunghi e anche diversi da quelli degli uomini… Prima ci conosceremo da uomini e poi vedremo”. Con don Vargas ci lasciammo da amici. Senza volerlo, mi aveva indicato il sentiero da prendere per percorrere senza sussulti la parrocchia, formata in gran parte da vecchie famiglie peroniste immigrate dal nord ovest argentino. La mia “riconciliazione clericale” con il vecchio Vargas e con altri che la pensavano come lui rispetto alla Chiesa ufficiale, avvenne il 20 giugno del 73 in occasione del ritorno definitivo di Peròn dall’esilio spagnolo. Tra quelli che salirono nel mio “colectivo” - l’autobus con cui lavoravo - e che quel giorno misi a disposizione per andare all’aeroporto di Ezeiza a festeggiare il ritorno tanto atteso da milioni di argentini, c’era anche lui. Ai suoi occhi ero diventato uno dei loro!
Come era prevedibile, quell’avvenimento coinvolse tutto il paese. Approfondì il solco della divisione con sentimenti diametralmente opposti. C’erano quelli che lo aspettavano da 18 anni come la ripresa di un cammino di liberazione interrotto. Altri lo temevano. Anzi cordialmente lo detestavano. Detestavano Peron.
Il giorno dopo l’arrivo, ero a pranzo nel refettorio del Cottolengo di Claypole con una trentina di religiosi. Eravamo più del solito per la presenza del direttore generale della Congregazione don Giuseppe Zambarbieri che aveva seguito l’avvenimento con interesse e preoccupazione. Sapendo che mi ero recato all’aeroporto, mi chiese di raccontare qualcosa di quel che era successo. Tutti ascoltarono con interesse la cronaca dei fatti tragici. Quando paragonai il palco a un grande altare su cui si era celebrata la messa della speranza nella grande chiesa che estendeva le sue navate per tutta la superstrada Richieri e che conteneva circa 12 milioni di persone, cominciò a levarsi un mormorio che presto divenne aperta protesta. “Lei sta dimenticando il male che ha fatto quell’uomo…”. Ovviamente i protestatari dimenticavano quello di cui parlava don Vargas e chiudevano gli occhi e il cuore ad un’altra realtà, la più importante, la presenza e il perché era presente quella marea umana calcolata in 12/13 milioni di argentini. Dopo che Peron riprese il potere, durante uno dei suoi incontri con la marea umana che si recava ad ascoltarlo, spiegò il perché di quella presenza: “Noi non siamo stati buoni governanti quando eravamo al potere, ma quelli che sono venuti dopo di noi ci hanno fatti ottimi!”. Quella presenza, dunque, non era solo frutto dell’entusiasmo populista di un popolo ignorante, come veniva classificato dai protestatari e dalla borghesia in genere, ma la conseguenza di un malgoverno che aveva dimenticato le sofferenze di quel popolo a cui Peron aveva dato delle risposte concrete.
Purtroppo l’arrivo di Peron non avvenne come, né dove era previsto. Sul palco non si presentò, la marea umana fu terrorizzata dall’attacco armato verificatosi in tutto lo spazio circostante. Dagli alberi del lato sinistro del palco, in cui mi trovavo con il gruppo della mia parrocchia, dei giovani colpiti a morte cadevano come uccelli. Nessuno capiva cosa stesse succedendo, né perché si sparasse. Non lo si seppe mai, come non si seppe il numero dei morti, né chi avesse organizzato quella carneficina. Alla speranza subentrò la delusione, la tristezza e la paura. Sul volto di don Vargas si leggeva tutto questo e sulle labbra di tutti ammutolirono i canti e gli slogan peronisti. Si spensero i canti di gioia e di “vittoria” popolare. Nessuno sapeva se Peron era arrivato o no. Con tutti quelli spari si pensò al peggio, a qualsiasi cosa. La delusione e la rabbia lasciarono il posto alla convinzione che non c’era più nulla da spettare se non mettersi in marcia per il ritorno a casa. La Superstrada Ricchieri, a differenza del mattino, si trasformò in un corteo… funebre!
Solo verso mezzanotte potemmo tornare a casa. Questo fu il temporale decisivo che spingerà l’Argentina alla deriva e la condurrà al naufragio. Poco tempo dopo venne assassinato il sindacalista José Rucci. Il P.Carlos Mugica che, nonostante la diffusa contrarietà dei preti delle bidonville, e di tutti preti “peronisti” che vedevamo in lui un certo desiderio vedettista e nel governo, di cui faceva parte lo “stregone” Lopez Rega, ideologo delle tripla A, una chiara strumentalizzazione della sua persona, volle andare a Madrid con la delegazione per accompagnare Peron, venne colpito a morte mentre si stava recando a celebrare la messa un sabato sera.
Il mio primo viaggio in Argentina cominciava il 12 ottobre del 1967. Partivo con l’illusione di migliaia d’immigrati realizzando, per altri ideali, il sogno di babbo che aveva fatto domanda per emigrare, ma non poté perché, giusto in quel periodo, per ragioni di stato, furono chiuse le frontiere della libertà a migliaia di poveri che la sognavano. Sto pensando che, se babbo fosse partito, e fosse partita tutta la famiglia, come è successo per tanti altri, Mario e Gianna e, forse anche Verina, sarebbero nati in Argentina e per il diritto vigente, che è quello del suolo, invece di quello del sangue a dare la nazionalità, oggi sarebbero argentini! Io, senza nessuno sforzo, ma con chiara convinzione mi sento argentino di adozione. Sicuramente lo sarei diventato di diritto se babbo vi si fosse stabilito.
La traversata dell’Atlantico la iniziai con grande illusione, ingenuità e una buona dose di… incoscienza. Cioè, mancanza di conoscenza della realtà socio-politico-religiosa che mi aspettava. Mi sentivo attratto da qualcosa di cui avevo solo sentito parlare da qualche “missionario” della Congregazione di don Orione che veniva a raccontare le sue gioiose ed affascinanti “avventure” durante gli interminabili e duri anni di studio fuori della Sardegna. Mi sentivo spinto dalla voglia di “cambiare lavoro”, da un innato spirito di avventura che, credo, si annida nel cuore di tutti in gioventù, e dei sardi in particolare. Da idealista quale mi hanno sempre etichettato e forse lo sono anche, nutrivo una carica di ideali. Mi sembrava normale poter spendere la mia vita ed il mio sacerdozio fuori degli ambiti ristretti delle solite cose e secondo schemi non condivisi. Pur condividendo gli entusiasmi dei cambi introdotti dal Concilio Vaticano II, mio malgrado, mi stavo incamminando a diventare “funzionario del sacro” come lo sono diventati tanti miei compagni rimasti in Italia. Accettai la richiesta di volontari per l’America Latina fatta dal Direttore Generale senza pensarci troppo, solo il necessario per capire che sarei andato lontano…e partii!
Quel viaggio mi liberò da condizionamenti sicuri, aprì orizzonti sognati e fu, come lo fu la mia permanenza in Argentina poi, tutto un susseguirsi di cose nuove ed arricchenti. Tutto era nuovo: i porti di Cannes, di Barcellona, lo stretto di Gibilterra, le isole Canarie, la scomparsa della terra, degli uccelli, la comparsa dell’immenso oceano Atlantico con solo cielo, sole, luna, stelle sulla testa, acqua e pesci sotto e intorno. Giorno e notte! Per giorni e notti l’Eugenio Costa ci trasportava senza sobbalzi né paure per chi come me si sentiva amico del mare. Per altri fu una traversata da incubo per il mal di mare e di panico perché non sentivano la terra sotto i piedi. Il battesimo dell’equatore, amministrato con una spinta in piscina… vestito, fu un momento di brivido e di liberazione dall’afa opprimente durante quei tre giorni di intensa umidità salmastra e di caldo nauseante. Quattro o cinque giorni dopo la traversata della fascia equatoriale cominciava ad affiorare il desiderio di rivedere la terra. Ed ecco la grande emozione dell’avvistamento delle colline delle coste del Brasile, il porto di Rio de Janeiro dove, all’alba di non so quale giorno, scendemmo sul suolo del “nuovo mondo”. Per la prima volta assaggiavo, con evidente diffidenza, i cibi di cui avevo sentito parlare. Il caffè brasiliano tanto famoso ci fu servito a Santos in una tazza da caffelatte riempita dal getto di un… rubinetto! Non ricordo bene i nostri commenti… L’aroma era del caffè, ma il gusto era… francese annacquato! Da buoni italiani viziati dal “nostro” caffè, non piacque a nessuno.
L’emozione più grande la sperimentai nel porto di Montevideo. Avvenuto l’attracco, mi affacciai sulla banchina dove c’erano centinaia di persone in attesa di qualcuno. Gli altoparlanti di bordo, dopo gli annunci di routine per comunicare dove eravamo, trasmisero la musica di “La banda suona per noi…”che si intrecciava con le voci della gente che gridava i nomi di gente in attesa e in arrivo. Non ricordo bene quali sentimenti abbiano vibrato dentro di me. Ricordo che scoppiai a piangere preoccupando il mio carissimo fratello ed amico Di Nicola Vittorio, abruzzese, che viaggiava con me. Piansi anche il giorno dopo quando, arrivando al porto di Buenos Aires, non vidi nessun viso conosciuto ad attendermi sulla banchina… Non c’era nessuno di voi che, dopo esserci salutati a Sant’Antonino ed avermi accompagnato nel ricordo durante quel lungo viaggio, non vi avevo voluto al porto di Genova per non soffrire al momento del distacco. Eravate rimasti dietro tanto mare, tante notti e tanti giorni di solitudine!
L’abbraccio di coloro che erano venuti a prenderci lo sentii come il gesto sinceramente accogliente di coloro che già amavo e stavano diventando compagni di viaggio di un’altra traversata sulla nave Argentina. Una lunga e difficile traversata della durata di 9 anni sul territorio, ventitré giorni più un mese sulla scialuppa di salvataggio rispettivamente in Paraguay e in Brasile, due anni con gli esuli argentini e latinoamericani a Parigi.
L’Argentina degli anni settanta, come già la Cuba dei tempi di Battista, il Brasile e l’Uruguay degli anni 60, il Cile nel 73, il Nicaragua, il Salvador, il Guatemala, la Colombia… tutto il Continente latino americano, era esposta a venti politici dell’Est – Russia, e del Nord – Stati Uniti.
Due venti gelidi come l’indifferenza e l’egoismo dei due blocchi che, a Yalta, si erano spartiti gli ambiti di dominio nel mondo per sfruttarlo con la brutalità sanguinaria delle dittature di sinistra e di destra. Queste due nefaste tendenze, diventate ideologie, erano presenti in molti argentini fino all’esasperazione dell’attacco armato. Senza dubbio, queste sono le vere cause del naufragio argentino. Un po’ come succede atmosfericamente quando soffiano il vento del nord, caldo come il fuoco o quello dell’est carico di acque che inondano l’immensa pianura del delta del Rio de la Plata. I due venti, scontrandosi sul territorio con quelli del sud-sud ovest, si abbattono sul suolo argentino e formano una spirale che si trasforma in uragano che distrugge tutto. L’immagine più chiara ancora la dà il vento dell’ovest che s’incanala nei due mari di Magellano o di Beagle.
Durante il lungo viaggio di ritorno Buenos Aires-Abidjan, via Amsterdam, mi sono letto “La Tragedia del Fournier” regalatomi dal carissimo amico e compagno il P. Luis Pedro Gastaud il cui fratello, Ruben, fu uno dei naufraghi di quella tragedia marina verificatasi il 22 settembre del 1949. La lettura del libro mi ha rivelato l’esatta immagine della tragedia argentina. Si può dire che come il dragamine Fournier, carico di gente piena di forti ideali mentre percorreva lo stretto di Magellano per arrivare nel più breve tempo possibile al porto di Ushuaia, altrettanto era della nave Argentina nella sua lotta per la liberazione. Dell’affondamento del Fournier come del naufragio dell’Argentina ci si chiede come mai? Perché? Tanti perché? Di chi la colpa? Del capitano Negri, del suo equipaggio disattento? Dei generali golpisti, del silenzio complice della Chiesa cattolica? Del capitalismo, del comunismo, dell’estrema destra, di quella di sinistra? Dove ha avuto inizio la perversa spirale di violenza fratricida, tra le file della gente, ridotta in condizioni di vita inaccettabili o tra coloro che le hanno create ed imposte come qualcosa di normale, giustificabile? La miseria della maggior parte dei “dannati della terra” e i privilegi di quella minoranza che naviga tranquilla nelle ricchezze, è davvero un fatto insito nella condizione umana? Non si possono dare risposte sempliciste. Nessuno le accetterebbe con la coscienza di oggi. E’ difficile anche dare una risposta che non sia di parte. Senza volerlo, e pur non accettandone i metodi come già lo feci con i miei giovani durante le molte riunioni, io darò una risposta coscientemente di parte come di parte era stata la mia scelta di vita. Risulterà dalla parte della gente che amavo e con la quale avevo scelto di vivere per fedeltà alla mia “classe sociale” di figlio di poveri e per convinzione personale di voler appartenere al “popolo”. Non mi animava nessuno spirito demagogico o di lotta che non fosse quella per la giustizia. Mi sentivo gioiosamente parte della gente “peronista” della mia parrocchia in Lomas de Burzaco, nel cinturone sud della città di Buenos Aires. Come allora di fronte alla realtà, oggi di fronte ai resti, ai sopravvissuti non posso avere le stesse reazioni, gli stessi sentimenti se questi relitti appartengono al popolo o all’antipopolo! Ne sono certo, non sarà lo stesso neppure il giudizio della storia su l’equipaggio e sui passeggeri della nave Argentina di quel tristissimo periodo.
Probabilmente si riesce a capire qualcosa della complessa situazione venutasi a creare se si pensa che l’Argentina degli anni 30 era la quarta potenza economica mondiale. Con una sequela impressionante di colpi di stato, negli anni 60, si viene a trovare a far parte del sud del mondo, del “Tercer Mundo” invece del Primo, come volevano continuare a credere e a far credere al paese e al mondo, i “porteños” - gli abitanti della città del porto, Buenos Aires -, la borghesia nazionale, certi settori della gerarchia cattolica e la cupola militare. Tutta questa gente, non solo viveva di spalle al paese reale, ma lo indicava come la causa dei propri mali!
La nuova situazione economica però è vista, sofferta e giudicata con una nuova coscienza politica dalla gioventù studentesca, specialmente quella militante in associazioni cattoliche, dai preti delle baraccopoli, dai preti per il Terzo Mondo, dai Preti Operai, dagli operai e dai sindacati.
I due governi del presidente Peron e di Evita, che aiutarono il popolo a prendere coscienza della propria dignità e dei propri diritti, i motti giovanili europei del 68, non erano passati invano. Il profondo malessere sociale, ignorato dai vari governi nelle sue giuste cause, esplode in una violenta rivolta con la presa della Calera, nella città di Cordoba, chiamato “il Cordobaso”, che fa cadere il governo del generale Ongania. Poi continua la deriva andando di male in peggio.
Io stavo ancora cercando di capire dove mi trovavo e allo stesso tempo stavo cominciando la traversata di quel burrascoso periodo storico sull’orgogliosa nave “Titanic” chiamata Argentina. Perché possiate capire meglio le cause del suo naufragio voglio provare a raccontarvi quali venti, con quale forza e in quale direzione soffiavano.
In molte zone della Sardegna, specialmente nelle coste occidentali, la forza e la direzione dei venti la si capisce dall’inclinazione degli alberi, obbligati a crescere orizzontalmente anziché verticalmente. Alla furia e persistenza dei venti si piegano anche gli alberi dal legno duro come s’ollastu, s’ilixi, sa modhitzi…
Tuttavia, sia per gli alberi che per le imbarcazioni, i venti più pericolosi non sono sempre quelli più furiosi, ma quelli di intensità e direzione variabile. Ai primi, gli alberi resistono piegandosi, le imbarcazioni, orientando la prua contro vento e riparando nei porti naturali sottovento. I secondi diventano pericolosi quando, in un crescendo improvviso, formano un vortice capace di squassare e di affondare, di spezzare e di sradicare. Ripensando al nostro angolo di mare, così fidato lungo le coste con le sue spiagge dolcemente degradanti verso il fondo, dall’acqua così chiara che ogni pericolo si direbbe allontanato, mi devo ricredere sapendo che i tanti relitti appartengono ad altrettante imbarcazioni fatte colare a picco o frantumate contro i graniti delle due isole o degli scogli, a causa della risacca.
Dal 1967 e fino al 75 l’Argentina si trovava in balia di simili correnti di superficie e di fondo che, a causa del brusco susseguirsi di fatti nei diversi fronti, del crescendo pauroso della violenza organizzata a livello ideologico sui due fronti, non davano tempo ai timonieri di orientare bene la rotta. Le correnti di pensiero “progressista” ,o di “sinistra”, in cui si immedesimarono circa 150.000 giovani schierati maggioritariamente nelle file dei “montoneros”, tutto l’immenso popolo dei poveri, i preti di cui vi ho parlato sopra, si scontravano con la corrente “tradizionalista”, di “destra” impersonata dalla borghesia, da un consistente numero di vescovi e preti, dagli alti ranghi dell’esercito e dai loro cappellani militari. Gli ideali, le lotte e i sogni dei primi nutrivano la speranza di un cambio per poter mangiare, curarsi, istruirsi, avere un lavoro e una casa per poter vivere in pace.
Gli altri, sotto la copertura della lotta contro “il comunismo apatrida” e la civiltà occidentale e cristiana in realtà sognavano di poter mantenere i loro privilegi e il benessere raggiunti. Essendo opposti gli ideali dovevano differire anche i metodi. I primi lottavano per avere e gli altri per mantenere. La lotta per avere ha dato origine alla guerriglia e quella per mantenere ha instaurato la repressione più violenta e fuorilegge che l’Argentina abbia mai conosciuto. Ambedue gli schieramenti, purtroppo, ricorrevano agli stessi strumenti: le armi omicide con cui eliminare il nemico. Quando si giunge a questi livelli è logico che nessun ideale può essere addotto come giustificativo. Chiunque commette crimini calcolati si schiera e sarà classificato fra i criminali! Questa è stata la mia convinzione di sempre e l’avevo chiaramente manifestata nel 74 ai “capi” del gruppo dei montoneros che operavano nella zona sud del gran Buenos Aires, in occasione del sequestro e assassinato della giovane catechista Liliana Ivanof da parte dei para militari della “triple A” - Associazione Anticomunista Argentina -.
“Quello dei guerriglieri, tanto dell’estrema destra che dell’estrema sinistra, fu un delirio totale con il ricorso indiscriminato all’assassinio di militari, di poliziotti e civili come unico linguaggio per le loro rivendicazioni politiche ... I militari, chiamati ad agire con i mezzi a loro più consoni, cominciarono a sterminarli sistematicamente... La violenza scatenata aveva le caratteristiche di un uragano. E nessuno, nemmeno se dotato della migliore volontà di spirito, poteva contribuire a porvi un freno”.(Passarelli – Elemberg – il Cardinale e i desaparecidos Ed. EDI 2000; pag. 50). Quando mi lamentai per quello che era successo con Liliana per la loro mancanza di prudenza perché l’avevano mandata da sola ad attaccare manifesti della Gioventù Peronista, mi fu risposto: “Quale altro cammino ci rimane?”.
L’ideale di poter liberare l’Argentina come fu liberata Cuba e il Vietnam era talmente radicato nelle menti giovanili che nessuno avrebbe potuto convincerli del contrario. Lasciando tutto al giudizio della storia, penso che a loro, come a milioni di disperati della storia di tutte le latitudini, si possa addebitare questo ideale come il maggior delitto commesso. Tutti sognavano un mondo più giusto e bisognava tentare di sgominare l’egoismo dei ciechi che non volevano vedere la sofferenza degli oppressi. Si è detto che i militari hanno potuto realizzare lo sterminio grazie all’approvazione del popolo. Io mi permetto di sostenere che il “popolo peronista”, tutto l’immenso popolo dei poveri fu spettatore impotente, mai plaudente. Non fu condiviso affatto come non fu condiviso l’azionare dell’ERP e di Tacuara, per la violenza dei loro metodi estranei al sentimento del popolo. Se qualcuno pensa quel “processo” come a una nuova epopea del popolo argentino, si sbaglia di molto proprio per questa ragione. Chi condivise quella barbarie non appartiene al popolo ma alla borghesia che non si identificò mai con “los cabecitas negras” – le teste nere – con i lavoratori!
E’ vero che alla nave Argentina, in quel momento, la rotta verso la liberazione si presentava in condizioni di quasi totale disorientamento per tutti. Ma quel che mi risultava certo era che il cammino della violenza era una rotta nella notte. Era una strada senza uscita non solo perché il metodo è antievangelico, ma perché era una scelta suicida di fronte allo strapotere delle armi dell’esercito, e soprattutto perché il popolo non lo condivideva affatto. Ci sentivamo profondamente impegnati nel sociale, ma non nella guerriglia! Per noi non c’era nessuna ambiguità né ideologica né pratica. I corsi di alfabetizzazione popolari fatti secondo il metodo di Paulo Freire, durante il mese sotto la grande tenda, si svolgevano alla luce del sole e con chiaro intento di promozione umana, con molto entusiasmo e…altrettanta ingenuità! Mai a nessuno venne in mente di inserire addestramenti di guerriglia!
Per le organizzazioni della destra para militare noi eravamo gente sospetta: chiunque operasse per e con i poveri, chiunque si interessasse dei giovani e lavorasse con loro a favore della povera gente era un “pericoloso sovversivo comunista”. La frase di Mons Herder Camara era di una attualità irrefutabile: “Se uno fa l’elemosina a un povero è visto come un santo, se uno insegna a quel povero come uscire dalla povertà, è un comunista!” Tranquilli della nostra linearità noi continuammo il nostro impegno senza sospettare quel che si stava tramando a nostra insaputa. Ci stavano schedando uno per uno sia come singoli che come gruppo. Le liste – de los zurdos – dei sinistroidi – furono quelle che il giorno stesso del colpo di stato del 24 marzo del 76 facilitarono alle forze della repressione la grande retata dei “sovversivi” e di chiunque avesse avuto rapporto con loro.
Io ero tra questi schedati fin dal 1974. Un giorno stavo uscendo in moto dal Cottolengo di Claypole quando due individui in borghese mi fermarono per chiedermi se conoscevo il P. Rafael! Capii subito che si trattava di militari o paramilitari. Li feci accomodare in parlatorio dicendo che sarei andato dal direttore per farlo rintracciare . Prima di uscire però mi azzardai a chiedere perché lo cercavano. Per tutta risposta mi mostrano un foglio su cui appariva il mio nome “facente parte di un gruppo di Tupamaros (gruppo guerrigliero dell’Uruguay, da me mai conosciuto se non di nome!) composto da Orlando Bastarrica, Gerardo, Alicia, Liliana,...” una lunga lista di nomi conosciuti e no, che certamente non erano né uruguaiani, né tupamaros. C’erano tutti i responsabili dei vari quartieri che si occupavano delle attività socio-religiose della parrocchia e della zona fino a S. Francisco Solano.
Confermato in quello di cui avevo sospettato presi la moto e andai ad avvisare gli interessati perché non si facessero trovare in casa o nei centri operativi e stessero in guardia perché “la pesquisa” - la razzia - era in atto. Sentitisi beffati quella prima volta, circa una settimana dopo erano andati a cercarmi in parrocchia. Interrogarono il mio compare Andrès Vivas, che con la moglie e i figli abitava e faceva da custode ai locali della parrocchia. Volevano sapere “Come mai non è in parrocchia, da dove prende i soldi per costruire la scuola del quartiere don Orione e questi locali?. “Il padre lavora da trasportista con l’autobus. Come noi collabora anche lui alla costruzione dei locali di cui parlate…”. Come mi venne confermato in seguito, la ricerca e l’interrogatorio erano dettati dal sospetto che i soldi mi venissero dalla guerriglia! Spesso questi sospetti venivano “confermati” sotto la tortura dai malcapitati che cadevano nelle mani dei para militari.
Anche se, già in quel periodo, la pratica del sequestro, della tortura e dell'assassinio era cominciata, l’insicurezza e la violenza seminavano già terrore e morte ogni giorno, tuttavia, l’aberrante pratica di far sparire la gente nel nulla, dei desaparecidos, non era ancora in atto. I cadaveri dei sequestrati ed degli assassinati potevano essere trovati, riconosciuti dai loro familiari ed essere sepolti.
Fu in seguito che “... i militari si sentivano investiti da un duplice mandato: schiacciare senza pietà la guerriglia marxista e castigare tutti i responsabili della corruzione che aveva caratterizzato il pessimo e impotente governo di Isabel Peròn.... Con il colpo di stato del 24 marzo 76 si innescò un meccanismo caratterizzato dalla più malvagia perversione che mente umana avesse potuto concepire” ( Passarelli- Ed. Op. cit. Pag. 57). Non agirono con la trasparenza della legge. Preferirono imboccare la strada della repressione indiscriminata di militanti, ideologi, parenti, simpatizzanti o semplici amici, nell’anonimato e di notte. Fecero uso della tortura senza pietà né limiti per avere informazioni. Si servirono della scomparsa nel nulla dei cadaveri. Dei sequestrati nessuno sapeva niente! Su ogni sequestrato scendeva “notte e nebbia” di hitleriana memoria! L’aeronautica, la marina, l’esercito, la polizia avevano carta bianca nell’attuazione dello sterminio. Nessuna arma interferiva sull’altra né rendeva conto del suo operato. Ancora oggi non si sa con esattezza il numero dei desaparecido anche se qua e là si danno delle cifre approssimative. Sono sempre approssimative tanto fu studiato e spietato il piano dell’annientamento del nemico. Arrivarono a tal punto di aberrazione mentale da essere convinti che anche i figli dei “sovversivi” fossero dei sovversivi in potenza per cui bisognava eliminarli prima che fosse troppo tardi. I bambini nati in cattività da donne arrestate in stato di gravidanza o messe incinta dai loro torturatori nei diversi campi di tortura e di sterminio furono fatti sparire e presi in affidamento dalle famiglie degli stessi militari. Tra i desaparecido ricercati dalle madri e dalle nonne di Plaza de Mayo, oggi ci sono anche quei bambini!
Dicevo che la morsa della repressione insensata aveva cominciato a chiudersi attorno a me fin dal ‘74 quando mi trovavo ancora nella parrocchia di Lomas de Burzaco.
Il P. Beron de Astrada, all’epoca direttore provinciale, preoccupato del crescendo di violenza nella zona e pressato dalla necessità di un direttore per l’Hogar J.R.Torello di Mercedes, dove si trovavano in serie difficoltà socio-educative circa 80 ragazzi e giovani dai 9 ai 18 anni del tribunale dei minori della Provincia di Buenos Aires con sede nella città di La Plata, pensò bene di trasferirmici.
La città di Mercedes a un centinaio di km verso l’ovest di Buenos Aires non si può dire che fosse un oasi di tranquillità sociale. La presenza di un importante centro di addestramento militare scoraggiava iniziative guerrigliere di grande rilievo, ma la borghesia latifondista e gli alti ranghi militari vegliavano anche qui e controllavano persone e idee.
La situazione di profondo disagio fra i giovani e certi abusi pedagogici messi in atto dal personale nei confronti dei ragazzi mi indussero a inoltrare una serie di cambi nel sistema educativo che scomodarono certi signori che, senza alcuno scrupolo e con l’assenso del direttore reggente, si servivano del lavoro dei ragazzi per preparare pranzi e feste, lasciando come unica ricompensa per i ragazzi quello che avanzava.
D’accordo con il direttore del tribunale dei minori della Provincia, dopo aver operato una serie di cambi nel personale ed averlo reso edotto del metodo pedagogico che mi sembrava più idoneo alla formazione dei giovani in vista di un loro reinserimento nella società, tentai l’esperienza dell’educazione in un clima di libertà vigilata. Troppa legna sul fuoco fece si che le fiamme fossero avvertite da lontano soprattutto da chi si sentiva toccato negli interessi che credeva “acquisiti”. Convinti di mettere a nudo il mio tallone d’Achille venni invitato a dare spiegazioni di quanto stava succedendo nel Hogar – focolare - davanti alla crema di Mercedes nella sede del Collegio dei Notai il sabato 15 settembre del 74. Il giornale “El Oeste” riportava l’incontro in termini elogiativi: “…Nella sala del Collegio dei Notai ieri sabato si è tenuta un’interessante conferenza dal P. Rafael Boi direttore dell’Hogar Torello… Detto sacerdote, uomo giovane e di esperienza nell’educazione dell’irregolare sociale, ha spiegato che i nuovi tempi obbligano a introdurre nuovi metodi educativi basati su importanti documenti quali il Vaticano II e Medellin per l’America Latina…che possono arrivare a produrre cambi che potrebbero allarmare chi è abituato a pensare l’educazione secondo metodi del passato. Va rispettata la libertà del minore in campo religioso. Obbligare chi non è convinto ad andare a messa o fare delle pressioni psicologiche perché si confessino è controproducente ai fini di una vita cristiana convinta…Quanto al lavoro dei giovani nell’Hogar ha affermato che si è messo in atto un metodo stimolante mediante l’attribuzione di percentuali sulla vendita del latte e della carne ai giovani che se ne occupano. Poter già disporre di una piccola somma li abituerà a gestire responsabilmente i propri soldi… Si lascia la libera uscita il sabato e chi vuole può recarsi a visitare parenti o amici in modo che si abituino a fare uso corretto della propria libertà… Nell’Opera don Orione siamo coscienti che un ragazzo lo riceviamo non per sopravvivere alle difficoltà della sua età e della situazione familiare, ma per educarlo a inserirsi il più preparato possibile nella società che lo aspetta… Il controllo sul minore non è fatta direttamente o impedendogli di porre degli atti per paura che si sbagli. Lo si segue indirettamente mediante verifica settimanale…” Seguì una tempesta di domande insidiose alle quali, a detta dello stesso giornalista, risposi in modo convincente. Ripeto, in linea di massima, gli orientamenti esposti e praticati nell’Hogar erano approvati anche dal direttore del Tribunale dei minori che, in due opportunità, mi aveva invitato a parlare ai direttori di Istituti similari perché orientassero le loro linee pedagogiche in tal senso.
Era chiaro che, non potendo essere accusato apertamente di oppormi agli interessi meschini e vili come quelli sopra ricordati, si inventasse la storia di incontri dei giovani del Hogar a fini politico-sovversivi. Non fui l’unico prete, nella città di Mercedes, ad essere accusato con simili e pericolose menzogne. Il P. Juan Dieuzeide, incaricato diocesano della pastorale giovanile, venne imprigionato nel marzo del 76 e tenuto in completo isolamento senza giudizio fino al luglio dello stesso anno. Dimesso dal carcere, si ritirò nel monastero benedettino di Los Toldos, dove lo trovai in dicembre. Anche lui era tra gli schedati come sovversivo.
Sotto la pressione di una serie di accuse il P. Provinciale, per la serenità dei giovani e per la mia incolumità, decise di porre fine all’esperienza invitandomi a lasciare l’Hogar prima dell’inizio dell’anno sociale del 75.
Con rabbia, con dispiacere per quel che poteva verificarsi con i giovani, con chiara coscienza del pericolo reale per la mia persona accettai e chiesi di partire in Sardegna per rivedere i miei che non vedevo dall’ottobre del 67! Passai un paio di mesi nella nostra parrocchia della zona di Pompeya, nella Capitale Federale, di cui era parroco il carissimo amico Angelo Pellizzari. Avendo già in programma di viaggiare non mi impegnai a fondo nella parrocchia. Ripresi a lavorare questa volta da trasportista di merci con una camionetta presa in affitto. Ero uno dei 25 trasportisti che facevamo capo ad un’agenzia. Tutti i giorni ci mettevamo in attesa del lavoro dalle 3 e mezzo/quattro del mattino. Durante quelle lunghe ore di attesa leggevo o mettevo giù qualche idea che trovo ancora nel mio diario. Molti dei compagni di lavoro venivano dal paese profondo in cerca di lavoro nella capitale. Erano immigranti come… me.

Immigrante
“Lottando a denti stretti
per l’umiliante paga di un giorno
mi guadagno il pane sudando dolore e sangue
in questa terra di sconosciuti!
Vivo incatenato
A un correre impazzito
Di treni, metro, autobus,
Di gente, stipendi e sindacati,
Ladri, padroni e scrocconi!
Per questo mondo di…città
Estraneo al mio modo di vivere
Ho lasciato la mia gente ed ho conosciuto l’inganno
Di un vivere sporco in strade asfaltate.
Ho perso i miei figli, mia moglie, me stesso!
Perdo la mia vita quotidianamente.
Rinchiuso giorno e notte
Festivi e feriali, tra le sbarre
Di fabbriche malsane
Creo ricchezze che io non godrò mai!
Mi guadagno il pane sudando dolore e sangue! (24/05/75).
 

Dopo questa parentesi a Buenos Aires tornai in Val Susa, a S. Antonino, da dove ero partito e dove vi trovavate ancora voi tutti. Babbo e mamma erano tornati in paese, se mal non ricordo, con Mario. In paese arrivai per Natale. Nonostante che mi trovassi in compagnia di babbo e mamma, dopo tanti anni di assenza, in paese mi sentivo come un estraneo, uno dei tanti turisti sconosciuti per la maggior parte dei più giovani. Le notti si facevano lunghe. Spesso me ne scendevo alla spiaggia a camminare o stendermi sulla sabbia a ricordare e guardare quel cielo di cui ricordavo ancora i nomi delle stelle in sardo. Per un fenomeno strano da spiegare a me stesso, non le sentivo vicine come una volta. Era evidente che dopo tanti anni mi sentissi un po’ sradicato.
La notte del 2 ottobre del 75, tornato a casa dalla mia passeggiata alla spiaggia di Simius scrivevo: “Questa notte ho guardato le stelle. Sono quelle dell’emisfero nord che non vedono quelle dell’emisfero opposto. Loro continuano serene per la stessa strada. Son le stesse che vedevo da bambino. Lo stesso palpitare, la stessa luce chiara. Ma più fredda!… Io non sono lo stesso. Ho camminato molto ed ho vissuto molto lontano da quest’angolo di pace. Ho perso tante cose lungo la strada della vita! Certamente non mi rincontrerò più con loro perché io non sono lo stesso di una volta. Non tento più di contare le stelle, anche se le chiamo per nome. Non penso più di poter salire sulla collina di fronte a casa per toccare la luna che spunta dietro la collina per illuminare il cortile di casa ed il paese tutto che si addormentava presto, avvolto dall’oscurità, rispettosa della fatica della gente. Perché non sono più lo stesso? Questa notte vorrei fermare il tempo. Io stesso vorrei tornare ad essere semplice come l’aria che respiro. Come vorrei restare, ma so che non potrò, qui in riva a questo mare ed essere eterno come lui. Vorrei potermi abbandonare al mio pensiero peregrino nello spazio immenso del cielo come lui s’abbandona al suo monotono va e vieni sulla spiaggia. Questo mare immenso di fresco vitale continuerà. Mi dà un fremito alle ossa. Lo sento come un piacevole abbraccio. Sento il piacere di questa solitudine ma allo stesso tempo mi fa paura! Son solo a guardare quelle fredde stelle nella notte fonda di questa costa oscura che canta la sua canzone incomprensibile ed eterna!…”.
9/10/75 “… mi sento un po’ stanco mentalmente. Stanotte sono rimasto nella spiaggia fino alle 22,30 solo. Solitudine e mormorio, fruscio delle onde che si infrangono sulla sabbia vellutata e fredda. Sdraiato, ho guardato a lungo il cielo. Che sensazione piacevole e triste allo stesso tempo. Quel silenzio totale mette i brividi nelle ossa e suscita pensieri strani. Tra i pensieri insistenti, quello del ritorno in Argentina, dei miei genitori anziani, la mia età, io stesso. Ho la sensazione che tutto si confonda col mormorio dell’acqua sulla sabbia e che tutto si cancelli come le mie orme sulla sabbia quando arriva l’onda. Tutto è fugace come quei meteoriti che illuminano e si disintegrano lontano, senza alcun rumore nell’atmosfera di una notte come questa. E’ così la mia vita? E’ questa la luce che io lascio dietro di me come uomo e come prete? Chissà perché ho l’impressione che gli uomini che incontro e che vorrei “rischiarare” siano come questo mare di fronte allo spettacolo di un meteorite in fiamme. Con fredda indifferenza, il mare continua la sua canzone senza sosta o distrazione di fronte alla luce folgorante del meteorite…Ho finito qui la mia giornata stanca. Non ricordo più con quali parole, ho pregato il Dio dell’infinito cielo, dell’immenso mare e dell’altrettanto immenso ed insondabile mistero della vita. Ho finito chiedendoGli forza per tornare in Argentina e lunga vita per i miei genitori. Il ritornello di mamma “chissà se quando tornerai saremo ancora vivi” oggi mi si è presentato come un’ineludibile verità. Ma quel che mi ha scosso ancora di più è stato il pensiero che io stesso potrei non tornare vivo da quel marasma socio-politico argentino. Che terribile la morte e i limiti del tempo imposti all’uomo!”
3 novembre “ …Trovo vitale ricordare gli anni giovanili trascorsi in paese. Come un’antica foto la memoria visiva mi aiuta a ricordare che la prima volta che mi accorsi di essere vivo non ricordo quanti anni avevo. Ma fu il giorno in cui in paese era stato ucciso “Cristollu”. Lui ero morto perché aveva perso tutto il suo sangue per strada ed io ero vivo perché l’avevo ancora dentro di me. Non so più nulla di lui. Né ricordo di averlo mai visto vivo. Ricordo solo il nome. Della sua persona ricordo il suo corpo disteso nel cortile dove era potuto arrivare animato dal suo sangue. Il resto l’aveva lasciato lungo la strada dall’osteria dove l’avevano accoltellato al cancelletto della casa di suo padre.
… Quando mi accorsi di essere maschio fu il giorno in cui mi accorsi che Maria fuat a ogus de gattu. Erano di colore azzurro e trasparenti come l’acqua del mare in cui nuotavo ad occhi aperti. Mi piaceva guardarli per vedere in fondo, i suoi pensieri, come mi piaceva nuotare nei fondali chiari e rocciosi ad occhi aperti. Mi piaceva fissarli come mi piace oggi fissare l’acqua del mare. Mentre li guardavo provavo un po’ di rabbia perché lei non guardava i miei. Pensavo che non mi guardasse perché ero piccolo... Volevo crescere in fretta perché si accorgesse anche lei di me! Fugace ritorno alle radici affettive non ancora morte”.
E’ evidente che vivevo in lotta tra due sentimenti: ripartire in Argentina e restare in paese. Dovetti partire perché tutto era stato così programmato. Verso il 15 novembre chiesi a Mario di accompagnarmi all’aeroporto da dove avrei preso l’aereo per Palermo. Avevo voglia di rivedere il mio compagno don Antonino Villari con il quale avevamo condiviso quattro anni di studio e di fraterna amicizia durante gli studi filosofici e teologici.
Ricordo che per circa 12 km., fino ad arrivare a Solanas, mi fu impossibile pronunciare una parola a causa del pianto che me lo impediva. Passata una settimana a Palermo presi il treno per Bari dove passai un’altra settimana con nostra cugina Teresina e la sua famiglia. Pian piano riuscii a distrarmi dai pensieri che mi mettevano tanta tristezza addosso e a convincermi che dovevo ripartire. A S. Antonino giunsi rasserenato e deciso a riprendere il viaggio per l’Argentina da Madrid. In Spagna, grazie alla cordiale accoglienza di un mio compagno e di un mio vecchio professore allora superiore della Congregazione orionina in Spagna, trascorsi una ventina di giorni.
Il 18 gennaio del 76, alle ore 23,30, vigilia della mia partenza, scrivevo:

“ …fa freddo.
La luna è molto alta nel cielo chiaro e sereno.
Domani mattina, ancora una volta la brina coprirà la terra gelata.
La sera prenderò l’aereo per tornare a Buenos Aires.
Tornerò con il ricordo e la sensazione di questa notte fredda ed insonne…
Chiamami, Argentina, ho freddo!
Accoglimi con il tuo calore.
Io ritorno con le mie valigie piene di bianco,
di neve di montagna, di gelo di pianura e d’altopiano.
Ritorno vestito con la mia povera roba.
Ritorno con qualcosa che forse tu non conosci:
Il freddo d’Europa e della sua gente indaffarata.
Ma, è anche il mio freddo,
Il mio dolore di tornare a te diverso.
Ritorno vestito di freddo dove sono atteso
e io non vorrei tornare vestito della mia povera roba.
Mi sento vestito di neve e di brina, di ghiaccio.
Sì, io ritorno, ma non sono lo stesso
Ritorno vestito di freddo e con della povera roba.
Aspettami vestita d’azzurro. Quello del tuo cielo!”

Per il fenomeno della rotazione della terra chi attraversa l’Atlantico verso le americhe affronta una notte di circa 14 ore. Il resto fu tutto normale. Un taxi mi portò a Buenos Aires. Dove attesi il mio nuovo destino come membro della Congregazione. Il P. Pellizzari e la lettura dei giornali, radio e TV mi aggiornarono presto su quanto continuava a succedere nel paese. Non era cambiato nulla. Era cambiato solo il ritmo della violenza. Un crescendo spaventoso di terrore. Il giorno dopo presi una macchina e uscii di buon mattino a fare un giro intorno a Buenos Aires. Nell’autostrada di circonvallazione General Paz vidi due cadaveri abbandonati nella fanghiglia ai bordi della strada. Avevano le mani legate dietro le spalle. Il traffico scorreva veloce. Nessuno si fermava! Neppure io!
Il P. Provinciale mi chiese se avessi piacere di occuparmi della scuola di falegnameria e della chiesetta della città di Tigre, nel cinturone nord del Gran Buenos Aires. Il problema non ero certo quello di andare a nord o a sud, ma trovare un posto in tutto il paese dove si potesse vivere fuori di quell’inferno mascherato di politica. Proprio in quei giorni nella città di Tigre era stato assassinato il P. Francisco Soares, che viveva con un fratello handicappato ed era colpevole di essere andato a pregare sui cadaveri di due sindacalisti dei cantieri navali della città, caduti, a loro volta, sotto i colpi dei para militari. Pur appartenendo alla Comunità di Victoria, io vivevo solo in Tigre. Solo e con la chiara sensazione di non essere per niente al sicuro. Non lo era nessuno, specie di notte. Rincasando la sera, prima di entrare in casa, guardavo da una parte e dall’altra della strada per vedere se qualcuno mi stava seguendo con qualche arnese per farmi fuori. Le notti trascorrevano popolate di rumori di ogni genere dagli spari alle macchine che correvano impazzite verso tutte le direzione nella grande Avenida Cazòn. Non posso ricordare quante volte sognai che mi avevano messo una bomba sul tetto della casa.
I giornali uscivano con le più allarmanti notizie su attentati e sequestri, su imboscate tese alla polizia scontri a fuoco veri o presunti per giustificare stragi, sui colpi inferti dai militari alla guerriglia, sull’assenza di autorità generalizzata nel paese…Si facevano sempre più insistenti le notizie della possibilità di un imminente colpo di stato militare “per mettere fine al caos” regnante in ogni settore della vita del paese.
Gli argentini, disgraziatamente esperti, sapevano che da un colpo di stato non può venire nulla di buono per la povera gente. Ne avevano visti tanti. Tutti uguali. Più di uno non credeva neppure nella libertà conquistata con le guerre di indipendenza dalla Spagna. “La torta, le ricchezze del paese, non furono tolte ai colonizzatori a beneficio del popolo. Entrarono nelle tasche della borghesia locale”.
Ma volenti o nolenti le cose andarono per quel verso e la notte del sabato 23 marzo del 76 successe quello che tutti si aspettavano.

Colpo di stato
Incubo
Di un popolo che sognava libertà
Il risveglio.
La radio prostituisce la sua funzione:
Musica estranea
Di popoli dominatori.
Come tela di fondo alle leggi di terrore,
Sinfonie… macabre!
Lento e rossiccio Paranà,
Prepara le tue viscere di piraña
Per divorare i morti!
I bianchi cigni dei tuoi laghi,
Verde Palermo,
Si convertono in civette
Annunciatrici di un tragico destino!
Un avvenire interrotto da vile tradimento
Cospirato all’ombra
durante gli anni di falsa libertà.
Vanno i militari come padroni
Nella strada ammutolita
A reprimere!
Vanno i gorilla su carri armati neri,
come alberi senza foglie,
con rami di… bazooka, itakas e cannoni
a reprimere!
Si sente inconfondibile
il crepitare sordo
della mitraglia sulla carne
di… chiunque e dei suoi “complici”:
la madre, la moglie, e i suoi figli,
gli amici ed i parenti tutti.
Lampeggia sinistra la stella militare
illuminando a giorno la strada senza uscita
della repressione.
Picchia, ancora una volta picchia
la dittatura insana!
L’antipopolo avanza contro il popolo,
Distrugge i focolari ed i silenzi,
spezza le speranze giovanili.
E’ il terrore!

(Tigre 24 marzo del 76)

 

Alle otto di quella triste domenica, con il sangue raggelato e la voce spezzata da mille sentimenti, mi vidi la cappella piena di militari armati fino ai denti. I camion e due carri armati leggeri fuori della porta. Era l’inizio della tappa più dura ed incredibile della traversata sulla nave Argentina. Per le messe domenicali veniva ad aiutarmi da Victoria un carissimo prete cordobese, Bepe Godino. Oltre la messa mi offriva la sua amicizia e il suo tempo quando ci dovevamo sedere per riflettere e capire quel che stava succedendo e quello che dovevamo dire o fare. Tutto era diventato difficile e pericoloso. Soprattutto prendere la parola in chiesa. In chiesa c’era, lo sapevamo, qualche simpatizzante del colpo di stato che interpretava e ti faceva dire quello che non avevi mai pensato. Data questa situazione, una domenica, al posto della “predica” dopo il Vangelo, ci vedemmo obbligati a leggere questo comunicato che avevamo preparato il giorno prima.
“Da un po’ di tempo a questa parte ci sono delle persone che recepiscono male la nostra predicazione.
C’è di più, sappiamo che recentemente si sono recate dal vescovo per accusarci. Sappiamo che ci accusano di essere “comunisti”. Possiamo anche riconoscere di esserci espressi male qualche volta, ma crediamo anche onestamente che il criterio che ci guida è quello di Gesù Cristo: servire la comunità secondo verità. Ci sono due cose sufficientemente chiare che non lasciano spazio per il dubbio:
Prima di tutto c’è gente che ha reagito contro il documento dei vescovi che si sono pronunciati sul momento presente. E questo è stato fatto pubblicamente. In secondo luogo siamo stati accusati di essere comunisti per esserci riferiti alla violazione dei diritti umani in Cile. Tale affermazione non è nostra, ma delle Nazioni Unite.
Di fronte a questi dati di fatto ci vediamo obbligati ad interrogarci seriamente sulla nostra predicazione. Non possiamo neppure tralasciare alla leggera quel che significa nell’Argentina di oggi essere etichettati come comunisti. Siamo convinti che non basta la tranquillità della nostra coscienza per liberarci dalle conseguenze di affermazioni così ingiuste. E osiamo persino pensare e affermare che se un giorno i militari arrivassero ad ucciderci, la pallottola uscita dai loro fucili sparata contro di noi non sarà prima, ma la… seconda! La prima era uscita dalla bocca di quelli che ci accusano!
Ricordiamo il passaggio del documento dei vescovi dove affermano: “è un errore, se cercando una necessaria sicurezza, si confondesse con la sovversione politica, con il marxismo o la guerriglia, gli sforzi generosi, spesso di radice cristiana, per difendere la giustizia, i più poveri o quelli che non hanno voce”.
Il nostro atteggiamento: riconosciamo di esserci sbagliati pensando di poter interpretare la Parola di Dio applicandola agli avvenimenti attuali. L’esperienza ci insegna che non è stato così. Di fronte a certe reazioni capiamo che la Parola di Dio e la sua applicazione viene considerata accettabile quando non disturba la vita. Non crediamo sia prudente continuare a correre il grave rischio che comporta di questi tempi l’accusa di essere considerati comunisti perché le nostre prediche vengono giudicate tali. Pertanto, a cominciare da oggi, al posto della predica si lasceranno dieci minuti di silenzio per la riflessione personale sulla Parola di Dio. Per vedere come continuare in futuro aspettiamo la reazione del vescovo nei nostri confronti e il vostro avviso che ci sarà manifestato da vostri rappresentanti”.
Questa situazione andò avanti per circa un mese. Il vescovo di S. Isidro Antonio Aguirre, parlò con il Direttore Provinciale al quale manifestò la sua contrarietà alla presenza in diocesi di “alcuni preti d’avanguardia!”. Eravamo il P. Enzo Giustozzi, P. Bepe Godino ed io. Di quanto stava succedendo nella cappella di Tigre io avevo messo al corrente il vescovo ausiliare, Osvaldo Laguna. Mi disse di continuare tranquillo perché il vescovo, “pur non condividendo la vostra linea pastorale, non può esigere delle decisioni drastiche dal vostro superiore diretto. Tanto più che nessuno di voi è parroco”. Tutti e tre continuammo per un paio di mesi, ma non eravamo tranquilli. Predicare in chiesa era diventato pericoloso non solo per noi due, ma per tutti i preti sospetti. Ogni mese ci riunivamo con il vescovo ausiliare Laguna per preparare, a grandi linee, quel che dovevamo e potevamo dire in chiesa la domenica evitando di calcare la mano inutilmente sulla situazione politica.
Il quattro luglio del 1976, all’una e mezza di quella gelida notte, nella parrocchia S. Patricio del quartiere Belgrano della città di Buenos Aires, furono trucidati tre sacerdoti e due seminaristi da uomini dell’esercito. Le scritte che lasciarono i criminali sui muri “così imparate a corrompere le menti vergini” erano un chiaro avvertimento per tutti i preti “terzomondisti” che figuravano in una lista di circa trecento ed erano tenuti sotto stretto controllo dalla polizia con un dossier particolareggiato delle loro attività. Oltre questa situazione di insicurezza generalizzata in tutto il paese, per noi si aggiungeva il fatto di non essere ben visti dal vescovo, apertamente ostile, come la maggior parte dei vescovi argentini di quel tempo, ad ogni linea di pastorale “progressista”. Era una ragione in più per non sentirci tranquilli.
Il P. Enzo Giustozzi, più volte minacciato di morte e ripetutamente vittima di attentati alla bomba o alla mitragliatrice (gli avevano mitragliato la facciata dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di cui era direttore e in seguito, quando era nella Commissione Internazionale per i Diritti Umani, una bomba fu fatta scoppiare di notte davanti al portone della Comunità di don Orione di Mar Del Plata in cui abitava), fu mandato a Gerli, nella zona sud del Gran Buenos Aires. Bepe Godino smise di venire a Tigre e, restando in Victoria, si dedicò alla redazione dei libri che pubblicava con le Edizioni Paoline di Buenos Aires. Io venni chiamato dal provinciale per dirmi quello che gli aveva detto il vescovo: dovevo essere trasferito! Data la situazione di pericolo, l’intransigenza e l’ostilità del vescovo nei miei confronti, il provinciale doveva eseguire il cambio, ma non aveva deciso dove mandarmi. Non c’era molto da scegliere! A nord e a sud, ad est e a ovest era tutto un fronte. Fui io a prendere l’iniziativa di scegliere un posto e un incarico che non mi mettesse troppo in vista.
Né parrocchie, né istituti. La situazione sembrava consigliarmi, dopo tanta attività durante altrettanti lunghi anni di sacerdozio, di fare una sosta lontano dai pericoli e dall’attività. Nell’ottobre del ‘76 scrissi una lettera al Provinciale e suo Consiglio chiedendo di lasciare il paese per recarmi in Colombia per frequentare un corso di aggiornamento di un anno. Per ragioni che non mi fu dato di conoscere nella risposta alla mia domanda mi venne negata questa possibilità: 20 ottobre ‘76 “ Stimato e caro P. Rafael Boi, la pace di Cristo sia sempre con noi. Rispondo alla sua del 18 u.s. dopo aver dialogato con i Padri Consiglieri nella riunione tenuta ieri in Villa Lugano – Capitale – tutti ci troviamo d’accordo che vada a passare un periodo di tempo nel convento benedettino secondo le possibilità che i monaci stessi le offriranno.
Quanto alla sua partecipazione al corso di aggiornamento sacerdotale in Colombia, crediamo più opportuno lasciare questa possibilità ad altra opportunità. Magari quando finalizzi la prima tappa nel monastero… Resto in attesa della sua decisione e di sapere la data della sua partenza…”
Nella mia risposta del 28 di ottobre ‘76 esprimevo il mio disappunto alla negativa di lasciarmi partire in Colombia. Io avevo bisogno di pace, ma era più urgente scappare dall’inferno argentino. Lo manifestai in questi termini: “… Da come si esprime nella sua lettera mi sembra di intuire che ci sono alcune difficoltà. Se così fosse mi piacerebbe sapere i motivi con chiarezza e al più presto possibile. Non trovo opportuno infatti aspettare fino a marzo ‘77 se in marzo cominciano i corsi. E le pratiche necessarie quando le sbrigo? Rispetto alla mia partenza da Tigre resta fissata per la prima quindicina di dicembre. La prego inoltre di non dimenticare che la zona è continuamente setacciata dalla polizia. Anche l’altra sera uscendo dalla casa del mio catechista Horacio Horza, siamo stati bloccati tutti e due, messi contro il muro, perquisiti persino nel… sedere e tenuti lì mezz’ora, mentre controllavano i nostri documenti che per fortuna, anche Horacio aveva con sé, nonostante dovesse accompagnarmi alla fermata dell'’autobus a non più di 50 metri di distanza da casa sua... Riceva un cordiale e fraterno saluto”.
Io stesso inoltrai la domanda al Priore del monastero Santa Maria de Los Toldos e la risposta fu affermativa.
Il 17 dicembre del ‘76 annotavo nel mio diario:
“Sono arrivato ieri da Buenos Aires con un treno di speranza, un treno di dubbi, un treno carico di dolore mio e di tutto un popolo che sanguina… Spero che durante questo tempo di preghiera, di studio, di riflessione, di lavoro manuale silenzioso, di dialogo con l’amico Mamerto, arrivi un po’ di chiarezza su questa tormentata storia che mi è dato di vivere”.
Gli amici sinceri di Tigre e di Burzaco non solo di tanto in tanto venivano a trovarmi, ma mi tempestavano di lettere incoraggianti e di attesa del mio ritorno. Natale si avvicinava e la tristezza divenne opprimente. Pur avendo voluto questo distacco non mi risultava facile da gestire lontano da tutti e con un ritmo di vita a cui non ero abituato. La notte di Natale, durante la lunga veglia che i monaci sono soliti fare prima della messa di mezzanotte mi ritrovai in lacrime. Fu uno sfogo colto e confortato da Mamerto.
Verso la fine di febbraio Mamerto una mattina mi si avvicina mentre lavoravo nell’orto e mi invita a sedermi perché voleva parlarmi. “Senti, tu sai che le cose nel paese vanno sempre peggio e il controllo diventa asfissiante su tutti. Anche sul monastero. Il commissario ha lasciato detto al direttore delle poste che voleva vedermi per chiedere informazioni sul P. Rafael Boi che riceve tanta posta da varie parti del paese… L’ho ascoltato. Gli ho detto che tu sei una persona importante nella diocesi di S. Isidro… Ma ho l’impressione che non sia rimasto troppo convinto e sospetto che presto verrà con un comando a perquisire il monastero! Qué hacemos, flaco? Che facciamo, magro?” Io non potevo dare altra risposta che quella di cercare un altro “nascondiglio”. Ma lui, d’accordo con i monaci che aveva già consultato, decise di aspettare tempi… migliori. Parlò ancora con il commissario e la possibilità della perquisizione sembrava scartata.
Il 12 marzo mi arriva questa lettera dal P. Provinciale:
“… come vedi ti sto lasciando in santa pace senza angosciarti con i problemi che diventano sempre più drammatici. Non posso tuttavia fare a meno di comunicarti l’imprescindibile pur con la prudenza necessaria e il rispetto dovuto alla tua persona…. Ieri 9 marzo sono stato al Cottolengo di Claypole e lì mi è venuto a trovare il P. Vincenzo Re. Strano che questo buon confratello vada in giro nei padiglioni in cerca del P. Pablo… Si vede che aveva una ragione grave…Ti accludo la fotocopia di uno scritto che mi ha consegnato a mano: l’originale si trova scritto a mano nelle prime pagine bianche di un libro che lui sta leggendo… In tutto il gran Buenos Aires la situazione brucia senza tregua. Stamattina ho conversato del problema con il mio Vicario P. Luis Alpeggiani e ricordando che in altre opportunità ti ho salvato in situazioni difficili, cercando di non impressionarti più del necessario e considerando che il P. Re mi dà informazioni particolareggiate del pericolo che stai correndo, penso offrirti la possibilità di allontanarti dal Paese.
Sono momenti pericolosi, ci sono violazioni dei diritti più elementari delle persone e vendette provenienti dai quattro angoli della società argentina, pensarci troppo a lungo potrebbe essere troppo tardi. Non è un ordine, ma un’opportunità. La decisione definita la lascio nelle tue mani. Da parte mia voglio avere la coscienza tranquilla. Avviso e aiuto in nome della famiglia religiosa alla quale appartieni. Stop!
Qualunque sia la decisone che prenderai ti sarei grato se me la comunicassi. Ti sono vicino con il pensiero e la preghiera. Pazienza se perdo un Religioso nella Provincia. Peggio sarebbe se lo perdesse la Chiesa per sempre… Fraterni Saluti. Firmato Pablo Bussolini – direttore provinciale.
Prima di riportare la nota del P. Re mi permetto una riflessione sulla lettera appena trascritta. Se il Consiglio Provinciale mi avesse dato l’opportunità di partire in Colombia come e quando l’avevo chiesto, presentendo quanto mi poteva capitare, non ci sarebbe stato bisogno di questa partenza, né di mettere in pericolo i monaci a causa della mia presenza nel monastero!
“9/3/77… far arrivare al P. Rafael Boi questa notizia: la mattina di giovedì è stato assassinato il suo amico e catechista Orlando del Barrio el Trebol – quartiere trifoglio - Tre mesi fa è stato trovato morto in Ezeiza Julio Arena e la razzia è continua in questa zona confinante con Rifugio - Merto -– Imberini e il Noviziato. Il nostro consiglio da fratelli, insieme ad ogni possibile aiuto, è che ti si aprano le porte per Italia, Cile o Brasile” firmato P. Vicente Re
Letto il contenuto della lettera le reazioni dentro di me furono un vortice di confusione, di rabbia e di impotenza. Ma non rimaneva dubbio che il consiglio di abbandonare il paese era la miglior soluzione. Se su questo non v’erano dubbi, ce n’erano invece sul come portarlo a termine e quale altra nazione scegliere tenuto conto che quel che meno volevo era di lasciare l’America Latina per sempre.
Nessuno poteva uscire dal Paese senza un permesso scritto e personale concesso dalla Polizia Federale con sede in Buenos Aires. Dalla capitale federale mi separavano circa 400 chilometri! Ci pensai su tutto il pomeriggio e non vedevo alcuna via d’uscita in quanto a sicurezza di non cadere nelle mani della polizia. La via legale era andare a chiedere il permesso. Ma questo era consegnarsi personalmente per subire ogni sorta di violenza fisica e psicologica, carcere, tortura, scomparsa, morte come già era successo ad altri, per esempio a Perez Esquivel, a cui in seguito fu attribuito il premio Nobel per la pace, che, quando si recavano a ritirare il passaporto con l’illusione di espatriare venivano arrestati. Non vi poteva essere scampo. Per informarlo, e perché mi aiutasse a capire qualcosa di più sul da farsi, consegnai la lettera a Mamerto. Durante la cena invita la comunità a ritrovarsi nella sala del capitolo per comunicazioni urgenti.
Riuniti i monaci alle ore 21 Mamerto legge la lettera con voce tremante e alla fine scoppia a piangere. Senza nessun commento ai monaci perché non riusciva a riprendersi dall’emozione, con l’immaginabile peso della lunga notte che si prospettava, comincia il grande silenzio monastico. Io osai romperlo bussando alla porta della cella del Priore Mamerto per ringraziarlo, per chiedere consiglio e per sapere cosa convenisse fare il giorno dopo. Ci abbracciammo a lungo in silenzio. Poi mormorò. “Pucha, qué he sido floco!” (accidenti, come sono stato debole!).
Conoscendo la sua tempra umana, non potevo certo essere d’accordo con il severo giudizio che dava di se stesso! Di Mamerto si poteva dire tutto, meno che fosse un debole. Parlammo fino alle 23. La conclusione fu: partire per Buenos Aires il giorno dopo. Quello che io non volevo lui me lo impose dicendo “come posso stare tranquillo lasciandoti partire da solo?” Esponendosi al pericolo che comportava essere trovato con un ricercato come me mi disse che avremo viaggiato insieme in treno. Il viaggio, abitualmente controllato da pattuglie militari, fu tranquillo e ci recammo direttamente alla sede della Casa Provinciale dell’Opera don Orione per vedere il Provinciale. Non essendo in sede, parlai col vicario e gli comunicai che non vedevo altra via che quella dell’abbandono del Paese. Finiamo di parlare e proprio in quel momento chiamò per telefono il P. Mario Cabri, che mi rimpiazzava nella casa di Tigre, per comunicare che “era appena passata la polizia in cerca del P. R. Boi. Se potete comunicarvi con lui fategli sapere che è in pericolo. Alla polizia la moglie del custode della casa ha detto che è da molto che è partito in Italia…”.
D’accordo sulla partenza forzata bisognava trovare la maniera: fuggire attraverso una delle frontiere meno controllate o chiedendo un salvacondotto all’Ambasciata Italiana. La fuga, sapendo dei controlli in vigore dappertutto e della stretta collaborazione con il governo argentino da parte dei paesi limitrofi Uruguay, Cile, Brasile e Paraguay, era da affrontare con molta cautela e prendendo tutte le misure di sicurezze. Neppure idea di quali potessero essere, da quale parte e con quali mezzi. Dopo averlo ringraziato, riuscii a convincere Mamerto che tornasse a Los Toldos. Io mi sarei recato all’Ambasciata per chiedere il salvacondotto. Anche lui, per maggior sicurezza, mi consigliò di fare così.
Prima di andare all’ Ambasciata passai per gli uffici della Calle Arenales dove si trovava il sociologo e amico P. Nicolàs Rosato per metterlo al corrente dei fatti e per chiederne il parere sul da farsi. “Tu sai che il tuo problema con i militari non è di oggi. Penso che non ci sia altra scelta. Parti al più presto possibile”. Dei pochi soldi che aveva a disposizione per il suo lavoro di sociologo, come gesto di solidarietà e perché gli avevo dato una mano anni addietro andando a fare delle inchieste ai preti delle diocesi di Lomas de Zamora e di Mar del Plata, mi offrì circa 1000 dollari!
L’illusione di poter usufruire del salvacondotto dell’Ambasciata durò ben poco perché l’Ambasciatore si mostrò restio a concederlo. Direttamente me lo negò “per non complicare inutilmente (?) le relazioni diplomatiche con il governo argentino… Faccia il possibile per uscire con i suoi mezzi cercando rifugio provvisorio fuori d’Italia”. Sbalordito per questa proposta pilatesca, incredibile ed assurda volli accertarmi se l’Ambasciata si stesse occupando degli italiani e dei figli di italiani imprigionati o scomparsi, chiesi notizie del P. Gianfranco Testa, un prete di Bra – Cuneo – salvatosi poi grazie all’intervento delle Nazioni Unite e oggi in Nicaragua, che si trovava in carcere nello stato argentino del Chaco. “Sappiamo che si trova ancora a disposizione del Potere Esecutivo, ma non ci è permesso di visitarlo!!” . Non c’era nulla da aggiungere. Salutai e me ne andai con la chiara convinzione di essere abbandonato a me stesso e che, se volevo salvare la pelle, dovevo sbrigarmela da solo. A quell’epoca non ero a conoscenza degli intrighi e amicizie dell’Ambasciatore con i generali argentini. Lo venni a sapere dopo da qualcuno al quale raccontavo quanto mi era accaduto.
Tornai alla sede provinciale e comunicai l’accaduto al Vicario provinciale. In base a ciò il P. Rosato mi consigliò di scegliere la Francia come Paese d’esilio e di prendere l’aereo da Asunciòn del Paraguay passando per il Brasile, dove avrei regolarizzato le vaccinazioni e i documenti necessari per viaggiare in Europa. Non sapendo quanto tempo mi sarei fermato in Brasile, il biglietto lo limitai Asunciòn - Rio de Janeiro.
Durante il pomeriggio di quel 13 marzo del 77 telefonai a Juan Carlos, un amico di Buenos Aires, non più tra i vivi. Dopo aver sentito, per nulla sorpreso, la mia storia venne di corsa a Carlos Pellegrini.
“Qui ci sono i soldi del viaggio in aereo fino alla Città di Corrientes… Parti subito! Se no ti faccio partire io a calci in…Cosa aspetti che ti vengano a dare un passaggio i militari?”
La casa Provinciale completò il montante per il probabile viaggio in Europa e scesi all’Aeroparque per prendere il volo delle 16 per Corrientes, città a 1300 chilometri vicino alla frontiera col Paraguay. Sceso dall’aereo mi incamminai verso l’uscita. Per eludere il controllo della polizia non andai a prendere il pullman per Itati, ma continuai a piedi per un paio di chilometri. Poi mi decisi a chiedere un passaggio a un camionista che, dopo avermi posto alcune domande, tranquillizzato dalle risposte, gentilmente me lo diede. Mi lasciò all’entrata della cittadina di Itatì. Il sole era quasi all’orizzonte sulla sponda opposta del Rio Paranà. A piedi e guardingo, mi avvicino a un porticciolo naturale di pescatori con la speranza che qualcuno si avvicinasse per chiedergli di portarmi in Paraguay. Andai a sedermi sotto un albero. Dalla valigetta in cui avevo le mie poche cose, tirai fuori un pacchetto di biscotti per mangiarne un paio. Sarebbe stata la mia cena per quel giorno. Il tempo passava facendo scendere la sera e il fresco umido. Pensando che forse vi avrei dovuto passare la notte raccolsi un po’ di legna per il fuoco che avrei dovuto accendere durante la notte. Tra le cose che riuscii a portare con me c’era il diario, fedele depositario di gioie e dolori di quelli anni di traversata che volgeva ormai al termine in un modo così complicato e pericoloso. Lo tirai fuori e mi misi a scrivere quello che stavo vivendo in riva al grande fiume di frontiera sul quale erano riposte le speranze della mia salvezza.

“Argentina,
la sera è calmissima sul fiume.
Dolci come il silenzio i tuoi messaggi
sono scesi nel profondo del mio spirito
facendo di me un innamorato!
Nella tua gente, sul tuo suolo e nei tuoi mari
ho lasciato il calore della mia tenerezza
e un pezzo della mia vita
come al tramonto il sole va lasciando
il dolore del giorno che muore
dissanguandosi nel fiume”.

Per chi assiste al tramonto sulle acque rossicce del fiume Paranà non è difficile scrivere cose come queste. Vi avevo assistito altre volte. Ma il riscontro con quel che stavo vivendo aggiunsero un fremito particolare. Ancora oggi, ogni volta che rileggo queste righe, rivivendo quella sera, mi sento scosso dalla stessa sensazione.
Quando la speranza sembrava persa, ormai sull’imbrunire, ecco una barca a motore vuota che veniva per attraccare e partire l’indomani. “Non potrebbe partire stasera, signore? A Itacorà c’è il P. Angel che mi aspetta…”. Il P. Angel Pellizzari in effetti era, meglio, sarebbe dovuto essere là… Ma non era vero che mi aspettava. Per fortuna il pescatore lo conosceva e accettò, dietro pagamento di quel che chiese e di cui non ricordo, né mi importava l’ammontare, di portarmi in Paraguay. Non conoscevo nessuno in quel villaggetto. Inoltre, sapendo che un paio di mesi prima la marina argentina aveva svolto delle esercitazioni militari insieme a quella paraguaiana proprio in quelle acque, mi guardai bene dal cercare alloggio per passarvi la notte. Chiesi semplicemente a un signore se conosceva il P. Angel. Mi disse di sì e aggiunse che “ha viaggiato per Buenos Aires proprio questa mattina. Credo che torni la settimana prossima che è Settimana Santa e non può mancare di venire”. Quel signore era un cristiano presso il quale il P. Angel si recava per consumare i pasti quando si trovava a Itacorà. Non ricordo bene quando però trovandomi in Tigre ero stato nella missione orionina del Paraguay con Juan Carlos proprio per accompagnare il P. Angel da Pompeya. Essendomi piaciuta tutta la zona di missione non escludevo il desiderio, vista la situazione argentina, di rimanere in quella missione con il P. Angel. Ricordo che come possibilità ne parlai anche con il Provinciale.
Rassicurato dal fatto che conoscevo il P. Angel e dopo aver capito che ero venuto per incontrarmi con lui, mi invitò a passare la notte nel porticato della sua casa. La passai coricato e spesso seduto su una stuoietta da spiaggia lottando con il fresco della notte autunnale, con le zanzare che infestavano le rive del Paranà e con la durezza del suolo sulle povere ossa.
All’arrivo del P. Angel mancavano un paio di giorni e dovevo organizzarmi per mangiare e per dormire. Per mangiare, non essendoci né restaurant, né rivendite alimentari di nessun genere, neppure pane, ebbi la fortuna di trovare un pescatore che usciva dal fiume con un grosso zurubì, una specie di pesce gatto, nella barca. Glielo comprai e lo portai alla famiglia del signore presso cui avevo dormito. Gliene offrii la metà e gli chiesi se poteva friggere l’altra metà per me. Io stesso lo preparai per farlo fritto in piccoli pezzi che, una volta fritto, misi in un sacco di plastica, lo appesi a un albero e servì da pranzo e cena per parecchi giorni.
Il 28 marzo giunse il P. Angel con una lettera del P. Provinciale:
“Stimato e caro P. Rafael, ieri mi sono incontrato con il P. Angel, il missionario del Paraguay ed ho parlato anche di te. In conclusione: da parte mia non ci sono difficoltà che tu resti in Paraguay con Pellizzari. In tal senso e in tutte le decisioni che tu prenderai Pablo (lui stesso) è disposto ad accompagnarti, sempre che si tratti di qualcosa che dipende da me e sia viabile. Tra le difficoltà del momento che lamentiamo tutti, credo che sia bello trovare fratelli con le braccia aperte come quelle del P. Angel disposte ad accoglierlo. Buona e santa Pasqua. Pablo Bussolini – direttore provinciale.
Il problema non era affatto l’accoglienza del P. Angel, ma la possibilità di restare in Paraguay senza riesporre me e lui ad incursioni poliziesche. Il Paraguay di Stroesner non offriva maggiore sicurezza dell’Argentina di Videla. Anche qui esistevano i campi di sterminio stile nazista proprio perché Stroesner, discendente di immigrati tedeschi, governava col terrore eliminando gli oppositori politici servendosi di ex nazisti a cui aveva offerto rifugio e terreni in Paraguay.
L’incontro con Angel fu di un’emozione tale che ci abbracciamo a lungo piangendo e borbottando parole di speranza di poter finalmente lavorare insieme in un ambiente conforme alle nostre aspirazioni. Finita la Pasqua il P. Angel dovette ripartire per Buenos Aires ed io rimasi a Itacorà per sostituirlo, con prudenza e… paura a causa della vicinanza del confine con l’Argentina e del va e vieni giornaliero di gente tra Itacorà e Itatì.
Tramite P. Angel in data 11 aprile 77, mandai una lettera al Provinciale di cui non ho potuto conservare copia ma che, dalla risposta alla stessa, in data 14 aprile 77, si può intuire il contenuto:
“… Ho ricevuto la tua lettera del giorno 11/4 portatami dal P. Angel. Ti accompagniamo con il pensiero e con la preghiera e cerchiamo di non parlare a voce alta perché le onde della violenza si plachino. Durante i giorni scorsi ho scritto a Roma e a Parigi, tenendo presente quello che avevamo conversato. Per ciò che si riferisce alla tua richiesta circa la possibilità di restare con il P. Angel fino alla fine dell’anno, personalmente non ho nulla in contrario. Tuttavia preferirei consultarlo con il P.Terzi (direttore generale della congregazione all’epoca) quando arriverà. Sembrerebbe abbastanza presto.
Cerca di “accettare tuttoper la purificazione della tua anima e di quella di altri come te, non esclusa la mia, e che possa trovare nella preghiera del “povero” la risposta piena di bontà del Padre Celeste.
Una postilla alla stessa lettera in data 20 aprile 77 dice:
“Rafael: ho consultato in riunione di Consiglio Provinciale, tenuto ieri con i Padri Terzi, Zanatta, Pilatowich(consiglieri generali): dopo aver esaminato diversi punti di vista, per il tuo bene e della Congregazione, tutti pensiamo che conviene che tu parta al più presto possibile in Europa. Fai così! Buon viaggio!
Dunque alla mia paura motivata dal terrore che diventava sempre più pesante, si aggiungeva questa convinzione e decisione dei superiori di cui non potevo non tener conto sia per l’obbedienza dovuta che per le ragioni “politiche”. Quel che mi fece riflettere sulla lettera del Provinciale fu il suo invito ad “ accettare tutto” per la purificazione della tua anima e di quella di altri come te, non esclusa la mia” . In sostanza l’invito è accettabile. Davanti a Dio nessuno è senza peccato. Ma, cercando di dare un nome ai miei peccati e ai suoi c’era una grande differenza. La mancanza di dialogo lasciava molto spazio alle supposizioni e ci rendeva lontano l’uno dall’altro nel perseguimento degli ideali. Come di solito capita tra “superiori e sudditi” ci si conosce più per sentito dire che per conoscenza del profondo modo di pensare e del perché dell’agire. Lui era convinto che il mio peccato fosse quello di essermi messo o di aver convinto i miei giovani a mettersi nella guerriglia armata per la conquista del potere! Io ero convinto, e purtroppo lo sono ancora dopo aver saputo durante questo viaggio, che si era schierato a favore del “processo” cioè di quello che hanno fatto i militari scrivendo anche su qualche giornale di cui, purtroppo non mi sono potuto portare copia. Sarebbe un prezioso relitto! Sì, Dio perdona, ma la storia, a volte con ragione, è un po’ più severa! Ogni povero diavolo chiederà perdono per i suoi secondo la propria coscienza!
Il pomeriggio del 22 aprile, con il P. Angel, salimmo su una piroga di pescatori e ci spingemmo al largo su una placida e piacevole ansa del Paranà per una passeggiata al fresco, per metterci al riparo dalle zanzare e per poter decidere in pace sul da farsi. Si decise la partenza per Asunciòn il giorno dopo alle quattro del mattino. Così si mise d’accordo col padrone di una camionetta che doveva viaggiare per Pilar a quell’ora. Nonostante la mia richiesta insistente di lasciarmi partire da solo Angel volle accompagnarmi fino ad Asunciòn.
Dopo aver mangiato qualcosa, prima che la notte scendesse con il suo buio totale, accendemmo un fuoco con dello sterco secco di cavallo per allontanare le zanzare e continuammo a parlare. Poi cercammo di dormire sulle solite stuoiette sotto lo stesso albero dove ci trovavamo.
La partenza fu puntuale come furono puntuali le sorprese di quell’avventuroso viaggio di 150 chilometri percorsi nel cassone della camionetta. La prima fu una sprofondata nelle abbondati sabbie della strada bianca che, in occasione delle piogge e delle soventi inondazioni, diventava un ruscello. Per un buon tratto fu necessario spingere. Le fermate più preoccupanti, almeno per me, erano quelle richieste dalla polizia per i controlli a tappeto. Tutto andò liscio fino a Pilar dove salimmo sul Pullman per Asunciòn. Passammo la notte in un alberghetto e l’indomani ci recammo presto all’aeroporto per l’imbarco a Rio de Janeiro. E’ poco dire che l’abbraccio di saluto con Angel fu uno strazio per tutti e due. Entrai nell’aereo come si entra in una gabbia, in una cella di prigione. Quell’aereo mi stava strappando definitivamente dai miei affetti. Partii verso mezzogiorno con volo senza scalo per Rio. Ma verso Foz de Iguazù venne annunciato uno scalo tecnico e tutti i passeggeri fummo invitati a lasciare l’aereo per “controlli di routine”. Quando uno ha “la coda di paglia ha paura di ogni scintilla!”. Era tanta la paura di finire nelle mani della polizia che pensai che il “controllo di rutile” dovessero farlo su di me! Per fortuna fu solo paura. Ma non era finita. Arrivato a Rio fui fermato all’uscita per “irregolarità di transito”. Il problema era che sul passaporto mancava il visto di entrata e di uscita dal Paraguay! In effetti, all’imbarco, non avevo presentato il passaporto, ma la carta d’identità argentina. Mi salvò lo scontrino di pagamento dei diritti aeroportuali. Lo presentai mentendo “io ho presentato anche il passaporto al momento del pagamento. Non capisco perché non l’abbiano vistato”. Evidentemente non li convinsi. Fui condotto in una cabina e trattenuto per circa un ora e mezzo. Credendo di potermi liberare più facilmente presentai anche la carta d’identità argentina e fu peggio. Volevano sapere per quale transito di frontiera fossi uscito dall’Argentina ed entrato in Paraguay. Ogni spiegazione era insufficiente, inutile. Le ragioni dei loro sospetti erano fondate sul fatto che attraverso il Brasile erano centinaia che cercavano di espatriare dall’Argentina, dal Cile e dall’Uruguay. Quindi io, per loro, ero uno di quei fuggiaschi ed erano decisi a rinviarmi a Buenos Aires. Fortuna volle che il mio biglietto, come già detto, finiva a Rio de Janeiro. Le irregolarità di transito erano evidenti e gravi. Comunque mi lasciarono libero solo quando dissi che ero un prete dell’opera don Orione in visita alla comunità che si trova vicino al Jardim Botanico di Rio.
A sera inoltrata mi presentai al parroco P. Lemos G. Antonio. Gli raccontai brevemente da dove venivo e perché. Spiegai il motivo della mia sosta in Brasile e mi accolse con il calore umano con cui si accolgono le persone in America Latina. Mi venne offerta una frugale cena di riso e fagioli mentre la conversazione diventava interessata e fraterna allo stesso tempo. Siccome starete pensando come facevo a capire uno che parlava portoghese-brasiliano vi rispondo che ognuno parlava la sua lingua: io in spagnolo e lui in portoghese e ci capivamo perfettamente. Così fu durante tutto il mese trascorso in Brasile. Dopo tanta paura e tensione sentivo che cominciavo a distendermi accettando la vita come veniva e facendomi all’idea che ormai ogni ribellione era tempo perso ed energie sprecate.
Il P. Lemos non aveva fretta di farmi partire ed io ne avevo ancora meno. Mi venne offerta l’accoglienza e il tempo che volevo per conoscere le case della Congregazione in Brasile prima di svolgere le pratiche necessarie per viaggiare in Europa. Non conoscevo molta gente. Ma quei pochi volevo andare a salutarli. Uno si trovava a Brasilia, capitale politica del Brasile a circa 1300 chilometri da Rio. Andai in pullman e passai una settimana nel collegio per orfani di cui era direttore P. Franco Sagresti. Riuscii anche a rincontrare un giovane di Muravera, un certo Cherchi, che aveva viaggiato con me in occasione del primo viaggio in Argentina. Era impiegato in una società ebrea che si occupava della lavorazione e vendita di pietre preziose a Belo Horizonte. Felici di rivederci, mi fece visitare il palazzo delle pietre preziose che mi sbalordì per la maniera con cui ogni tipo di pietra era presentata al pubblico. Ogni pietra ha un suo colore. A quel colore si adattavano le luci che le mettevano in risalto, i mobili che le contenevano e persino le poltrone su cui i clienti prendevano comodamente il tempo per esaminarle. Il mio amico mi aveva presentato ai colleghi come amico visitatore e non come cliente, per cui non si sorpresero quando, invece di comprare, li ringraziai ed espressi la mia sbalordita ammirazione per la bellezza delle cose viste.
Grazie all’attenzione e alla gentilezza dei confratelli che non mi lasciarono il tempo per annoiarmi il tempo passò rapidamente e arrivò il giorno della partenza.
Prima di staccarmi dal suolo della Pacha Mama - Madre Terra - dell’America Latina spedii idealmente una lettera di commiato alla mia “amata” Argentina.
Anche se so che farete fatica a leggerla o addirittura non la leggerete affatto nella lingua originale, ma nella traduzione italiana, almeno questa, ve la trascrivo come si trova nel mio diario:

CARTA DE DESPEDIDA (de Argentina)
A sus manos llegaràs llena de amor! 
A ti confìo mi mensaje extremo,
todo mi errar con alma y vida.
Tu sòlo podràs ir
mientras yo estarè volando
entre cielo y mar.
No iré siquiera al pago de mis padres,
lugar de mis querencias cuando niño.
Serà Francia el lugar de mi destierro!
Allà estaré, luchando en mis adentros,
rebelde a la injusticia de este viaje,
trueque de mi vida con la dictadura !
Carta de despedida,
que tienes la dicha de llegar
mientras yo me voy,
recibe el beso
que en ti yo deposito.
Espera la respuesta de otro beso
a mi tan familiar, acostumbrado
en horas de silencio intenso,
de duda, de temor y de ternura
entre sus brazos, a la hora
de llegar y de partir.
Lleva este beso...el mismo
que secò sus làgrimas y fue
bàlsamo suave al despertar,
chispa fugaz, scintilla fugace,
gozo de flor en dìa de sol!
Junto a su amor
hizo màs llevadero mi dolor,
mi soledad y este desarraigo
impuesto por la fuerza del terror !
Carta de despedida,
yo ya me voy ! Tu llegas.
Te apretaràn sus tiernas manos
las mismas que, mil veces,
con la fuerza del nàufrago
y con amor, apretaron las mìas.
Son esas manos,
jasmines del paìs,
que llenaba de flores y regalos
y abrieron otras cartas como tu !
Encierro en ti todo mi amor.
Tu eres la gota de rocìo
que resplandece del color del iris
ante sus ojos.
Si se llenan de làgrimas al verte,
aguarda en silencio reverente.
No te sientas culpable. No eres tu
la causa de su drama y de su llanto
que ensombrece su sereno rostro
y hace sangrar su corazòn!
Es su dolor inconsolable, el de Raquel,
« llora a sus hijos que no son » !
Pero tu, se alegre y juvenil,
llena de vida. Llèvale esperanza.
Dile que...llega el tiempo de las flores !
Dile que cantan ya, en la primavera,
las aves todas de ese suelo hermoso
que dio la vida, la fuerza y la ilusiòn
a miles de « muchachos y muchachas»
capaces de soñar, frente a la muerte,
« al hombre nuevo ». Y venceràn!
Dile que el viento tibio la acaricia,
como mis manos, con perfume a rosas!
Cuando te bese, porque te va a besar,
tu eres abeja, mariposa y flor.
Sobre sus labios deposita
toda dulzura y azahares en su entorno,
porfìa de colores, y los dos
por ella preferidos como emblema:
Azul de cielo, blanco de Cordillera!
De su Bandera
LETTERA DI COMMIATO (dall’Argentina)
Alle sue mani giungerai piena d’amore
a te affido l’ultimo messaggio
Tutto il mio andirivieni in corpo e anima
Solamente tu potrai andare
mentre io starò volando
tra cielo e mare
Non andrò neppure alla terra dei miei
Luogo dei miei affetti da bambino
Sarà Francia il luogo del mio esilio
Io mi troverò lottando nel mio intimo
ribelle all’ingiustizia di questo viaggio
baratto della mia vita con la dittatura
Lettera di commiato
che hai la fortuna di arrivare
mentre io me ne vado
ricevi il bacio
che io in te rinchiudo.
Aspetta la risposta d’un altro bacio
a me tanto familiare, abituale
durante ore di silenzio intenso
di dubbi, di timore e tenerezza
fra le sue braccia, all’ora
dell’arrivo e della partenza.
Porta questo bacio… lo stesso
che asciugò le sue lacrime ed è stato
balsamo soave al suo risveglio
scintilla fugace,
Gioia di fiore in un giorno di sole
Insieme al suo amore
ha reso più sopportabile il mio dolore,
la mia solitudine e quest’esilio
imposto dalla forza del terrore !
Lettera di commiato
Io sto partendo ! Tu arrivi
Ti stringeranno le sue tenere mani
quelle stesse che ; mille volte
con la forza del naufrago
e con amore, strinsero le mie
Son quelle mani,
gelsomini del paese,
che riempivo di fiori e di regali
e aprirono altre lettere come te !
In te rinchiudo tutto il mio amore
sei tu la goccia di rugiada
che risplende con i colori dell’iride
ai suoi occhi.
Se si riempiono di lacrime al vederti,
aspetta con riverente silenzio
Non sentirti colpevole. Non sei tu
la causa del suo dramma e del suo pianto
che intristisce il suo sereno volto
e fa sanguinare il suo cuore !
Il suo dolore è inconsolabile, quello di Rachele
« piange i suoi figli che non sono più » !
Ma tu sia allegra e giovanile,
Piena di vita. Portale speranza.
Dille che giunge la stagion dei fiori
Dille che cantano a primavera entrata
tutti gli uccelli del suo stupendo suolo
che ha dato vita, forza ed illusione
a migliaia di « ragazzi e di ragazze »
capaci di sognare, sfidando anche la morte,
« un uomo nuovo ». E vinceranno !
Dille che l’accarezza il vento tiepido
come le mie mani, con profumo di rose !
Quando ti bacerà, perché ti bacerà,
tu sei l’ape, la farfalla e il fiore
Sulle sue labbra deponi
tanta dolcezza, e intorno profumi d’arancia
dovizie di colori, e i due
da lei preferiti come simbolo:
Azzurro di cielo, bianco di Cordillera !
della sua Bandiera

Venendo dall’America la notte finisce verso le tre del mattino. Ma fu sufficiente per rendermi conto che stavo andando verso l’ignoto. La famosa Parigi, con tutti i suoi monumenti ed attrazioni per me era un semplice suono senza contenuto. Quello universalmente ammirato. Non mi interessava affatto. Anzi per me suonava già a “luogo d’esilio” come sarebbe dovuto diventare per circa due anni. Pur sapendo che c’era una casa di don Orione, non vi conoscevo nessuno. A seguito di tutti questi pensieri, che aumentavano e si accumulavano dentro di me gonfiando il cuore di angoscia e di incertezza, ricordo che ebbi un momento di profondo sconforto e la sensazione di trovarmi solo al mondo. Andavo dove nessuno mi aspettava. Passai ore di tale smarrimento che dimenticai che voi esistevate, che babbo e mamma erano sempre coloro che mi amavano sopra ogni cosa. L’idea che avrei potuto rincontrare coloro che stavo lasciando dietro non mi sfiorava neppure lontanamente. Mi trovai privo di interessi per tutti e per tutto. Quasi senza passato e tanto meno futuro! Che l’aereo andasse a Parigi, in Concincina o… a su corr’e sa furca per me dava lo stesso. Poteva anche sprofondare nell’oceano… Sarebbe stata una liberazione da quel cumulo di cose vissute che mi sembrava impossibile poter raccontare, essere capito e creduto. Come, a chi e per quale ragione spiegare che mi trovavo in questa situazione di fuggiasco senza aver fatto nulla di cui sentirmi veramente colpevole? “Sin comerla ni beberla…” – senza averla né mangiata né bevuta…stavo pagando le conseguenze solo perché così si supponeva. Questa riluttanza a raccontare la sto vincendo solo ora. Ero convinto, e l’ho anche scritto, di dovermi portare tutto nel silenzio alla tomba. Non era mia intenzione cercare di cancellare dalla mia mente le drammatiche esperienze vissute. Come tanti altri esuli che incontrai successivamente, altrettanto restii a raccontare e propensi a custodire nella propria intimità pezzi di vita che sanguinano, preferivo viverlo da solo come qualcosa di molto difficile da comunicare anche ai propri familiari.
Per fortuna mia, e di tutti i passeggeri ignari del mio dramma, l’aereo non obbediva ai miei pensieri e ai miei desideri. Atterrò senza problemi all’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi! Il poco francese registrato nella mia memoria durante gli anni di studio e ascoltando le canzonette del gesuita “chitarrista di Dio” Padre Aimé Duval che mi appassionava durante gli studi teologici a Tortona, mi permise leggere e capire le indicazioni e di giungere in metropolitana al Foyer di St. Ouen in giornata.
Con mia grande sorpresa vi trovai il P. Gino Carradori che era stato, ed è tuttora, in Argentina e il P. Petros Shamlian, un orfanello armeno salvatosi dal genocidio del suo popolo realizzato dai musulmani turchi e accolto come chierico da don Orione stesso. Pur non sapendo quando, erano già al corrente che sarei dovuto arrivare e fui accolto con affetto e comprensione da ambedue. L’indomani fui presentato ai giovani e cominciai ad inserirmi nella comunità. Mi adattai senza difficoltà allo stile di vita orionino già praticato dai due confratelli più anziani. Anch’io collaboravo in cucina e nelle faccende della casa, dove albergavano circa quindici giovani lavoratori francesi, polacchi, italiani…
Questi due anziani non solo apersero il loro cuore per accogliere me nel foyer, ma, secondo il loro stile aperto ed accogliente tipicamente orionino, apersero le porte del cuore e anche quelle della casa al gruppo di cui avrei fatto parte in seguito. Vi realizzammo molte riunioni di lavoro del gruppo argentino. Fu grazie alla loro comprensione e sensibilità(quella di P. Carradori era anche dovuto all’affetto che continuava a nutrire per gli argentini) che vi potei stabilire il mio quartier generale di lavoro, con la mia segretaria Olga, una maestrina d’Entre Rios che da due anni non sapeva più nulla del marito Rogelio, sequestrato in Argentina. Oggi sono ambedue sani e salvi in Canadà con i loro tre figli.
I primi due mesi sembravano interminabili. Nonostante l’attenzione del P. Petros, che mi portava con lui a far le spese e a conoscere Parigi e dintorni, nonostante il lavoro di ristrutturazione della casa che svolgevo ogni giorno con don Gino, il senso di inutilità della mia presenza, in una città di sconosciuti e nella quale non avevo interessi di nessun genere, cresceva di giorno in giorno. Per le ragioni di riserbo di cui parlavo sopra, ricordando i problemi causati al monastero con la corrispondenza e per evitare guai alle persone con le quali avevo una struggente voglia di comunicare, passarono due mesi prima di dare mie notizie. Quando poi lo feci dovetti farlo con nome cambiato: Fulgencio Carbonaro, Robert Le Bois…
Siccome le prospettive sembravano impormi un tempo di permanenza in Francia abbastanza lungo, mi decisi ad accettare di iscrivermi alla Alliance Francaise per imparare la lingua. Il giorno stesso che mi recai a quello stabilimento multirazziale ebbi la gradita sorpresa di trovarvi, oltre che spagnoli, italiani con cui poter parlare, anche dei latino americani. Addirittura degli argentini. Vi trovai Alicia, della mia parrocchia di L. de Burzaco! Indescrivibile la sorpresa e l’abbraccio. Incredibile il numero di argentini che, mi diceva, si trovavano a Parigi. Di qualcosa ero al corrente. Ma mai e poi mai avrei pensato di trovare tanti superstiti del naufragio con i quali continuare a condividere tutto quel mondo che, sia in bene che in male, faceva parte delle nostre esistenze.!
Il primo incontro fu alla Munipacilité il sabato seguente. Tutte quelle nazioni latino americane che erano state terrorizzate dalle varie dittature militari sia di recente che in tempi passati erano presenti: Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Guatemala…Tutte le estrazioni sociali erano accomunate dalla sventura dell’esilio. Tutti eravamo animati dagli stessi sentimenti: rabbia, impotenza, voglia di far sapere al mondo europeo la sciagura che si abbatteva sui nostri popoli. Ogni gruppo aveva i suoi luoghi di incontro, i canali preferiti per operare. C’erano anche dei tempi e dei luoghi comuni per la riflessione di gruppo. Come cristiani noi, argentini e cileni, avevamo la Chiesa di St Marry, vicino a Notre Dame, per la preghiera domenicale e per i momenti di condivisione con i cristiani francesi. Erano loro che pian piano ci misero in relazione con altri cristiani di Base di varie città europee: Bruxelles, Bon, Amsterdam, Stoccolma, Madrid, Roma, Londra…In quest’ultima città io mi rifiutai di andare per la mia avversione agli inglesi che si facevano padroni delle Malvinas!
I fine settimana erano sempre impegnati in queste tournée di denuncia. In molte città francesi ci recavamo anche durante la settimana, viaggiando dopo gli impegni personali di ciascuno per tornare il giorno dopo. Gli impegni aumentavano a dismisura e non avevamo più tempo per annoiarci. A un certo momento invece ci sentivamo stanchi di parlare di… ingiustizie, di gente in prigione, di torturati, di desaparecidos, di morti trucidati, di militari contro i quali aumentavano i sentimenti di rabbia e di… odio. In una riunione di preghiera in St. Marry, dopo aver letto certi brani del Vangelo di Matteo che invitano i seguaci di Gesù di Nazareth a non odiare neppure i nemici, scoprimmo una grande verità: la rabbia e l’odio rischiavano di sterilizzare la nostra esistenza a tutto vantaggio degli odiati militari contro i quali non potevamo agire efficacemente con la rabbia e l’odio ma con la serenità dell’analisi e la chiarezza della denuncia dei fatti. Sapevamo che la pressione internazionale, pur non rispondendo alle nostre attese, era l’unica arma che poteva colpire lo strapotere dei militari oppressori. Avevamo fatto la scelta della serenità. Ma non riuscivamo a condividere quella del silenzio della Chiesa Argentina, né ad accettare la così detta prudenza diplomatica del Vaticano e del Nunzio Apostolico Pio Laghi. Tutti ricordavamo che il nunzio, lasciandosi strumentalizzare (ingenuamente?) dai militari golpisti o per altre ragioni che noi non riuscivamo a capire, il giorno del colpo di stato apparve nella TV di Stato fra i generali Videla e Massera quando diedero l’annuncio dell’avvenuto rovesciamento del governo di Isabelita Peròn. L’ambiguità dei comportamenti di Pio Laghi diveniva inaccettabile quando, facendolo passare come un momento opportuno per ottenere informazioni su desaparecidos o la liberazione di qualche prigioniero, frequentava il generale Harguindeguy e andava a giocare a tennis con il generale Massera! Ci fu difficile accettare il gesto severo del Papa che, in occasione della sua visita in Nicaragua, puntò il dito minaccioso contro Ernesto Cardenal, monaco e ministro dell’educazione del suo paese, il Nicaragua e strinse la mano invece al presidente del Salvador Dubuisson, mandante certo dell'assassinio di Monsignor Romero, del Gesuita Rutilio Grande e di tanti altri religiosi e laici…
L’occasione del campionato mondiale di calcio, che i militari avrebbero sicuramente strumentalizzato per giustificare il loro operato e mostrare al mondo che, “quanto si andava dicendo all’estero dai nemici della Patria, era tutta una menzogna”, fu un momento di tensione anche tra noi. La strumentalizzazione era chiara, come lo fu quella di Hitler e di Mussolini quando Germania e Italia vinsero rispettivamente un campionato del mondo sotto la loro dittatura, ma era altrettanto possibile che i giornalisti che sarebbero andati per lo sport avessero potuto conoscere, come lo sanno fare loro, la reale situazione del Paese e denunciarla. Nonostante il forte impegno per il boicottaggio i mondiali si tennero in Argentina e i militari riuscirono nel loro intento di vincerli! Quanto a me, che ero un fautore convinto del boicottaggio, a causa di quella vittoria e perché due giorni prima era stato il mio compleanno, dovetti pagare due bottiglie di Whisky per… festeggiare il trionfo!
Attraverso la stampa francese, specialmente Le Monde, il giornale filogovernativo Argentino La Naciòn, anche se superficialmente, ci tenevamo informati sugli avvenimenti del Paese. Le notizie più particolareggiate le avevamo quando arrivava qualche nuovo “compagno” che, in un modo o nell’altro, riusciva ad uscire. Pian piano il numero degli esuli aumentava. Tutti avevano delle storie terribili alle spalle. Prigione, come il P. Rafael Iacuzzi e il P. Ramondetti. Prigione e tortura, come il P. Patrik Rice, irlandese, l’amico medico Lorenzo Riquelme… Quasi tutti erano conosciuti da qualcuno di noi. Ma successe anche quello che sospettavamo e che temevamo. Viaggiando nella metropolitana parlavamo sempre a bassa voce e osservando attentamente che qualcuno non ci stesse osservando con interessi strani.
Ritenendoli dei gesti politicamente inconsulti, azzardati e squalificanti per i militari perché commessi in Francia, non avevamo paura di attentati o di sequestri, ma non era da scartare il pericolo di infiltrazioni. Fu quanto avvenne. Con la storia commovente della moglie ammalata ci aveva chiesto accoglienza il famigerato capitano Astiz in persona! Un infame criminale che tra le tante vittime contava anche due suore francesi per il cui delitto è stato condannato all'ergastolo da un tribunale francese. Senza sapere esattamente come e attraverso chi ci trovammo coinvolti nell’assistenza alla donna ammalata in ospedale e con lui nelle nostre riunioni!
Non potevamo essere al corrente delle conseguenze che le sue soffiate potessero avere nel Paese per i familiari e conoscenti, ma certamente ne ebbero se si tiene conto della sequela di crimini che tutti i giorni continuarono a insanguinare il paese fino alla fine di quella macabra danza di terrore chiamato Processo di Riconciliazione Nazionale! Una conferma che qualcuno informasse dall’estero la ebbi sul mio caso. Un mese dopo il mio arrivo in Francia, quando ancora non avevo scritto a nessuno, dei militari argentini si erano presentati in Paraguay dal P. Angel Pellizzari per chiedere informazioni su di me. Poiché non le ebbero da lui, a modo di avvertimento per il P. Angel, gliele diedero loro:
“Noi sappiamo che circa due mesi fa è passato di qui, venendo da Itatì, il P. Rafael Boi, che si è fermato in Brasile e che ora si trova in Francia con altri sospetti. Stia attento, Padre! Se si dovessero ripetere dei casi del genere potrebbe…”. Dei casi simili non si ripeterono. Ma, a causa del mio passaggio clandestino in un punto che doveva essere sotto stretto controllo della prefettura marittima, successe invece che fu destituito il prefetto marittimo della zona! Questa la ritengo una soddisfazione personale visto tutto quel che avevo sofferto e quello che avrei sofferto se mi avessero preso!
A confermare che le nostre paure che eventuali infiltrazioni ed informazioni potessero avere ripercussioni nel paese, in data 12 settembre ‘77, mi giunse una lettera del provinciale:
“Finalmente ho ricevuto la sua prima lettera… Le sue notizie le ho passate oralmente, perché le cose qui non sono ancora tranquille e non voglio commettere imprudenze. In questi giorni c’è un altro… pasticcio con il P. Luis Gastaud che spero non arrivi a conseguenze più gravi!”…
Le nostre attività di denuncia continuavano su vari fronti. I componenti la CADHU - Commisiòn Argentina por los Derechos Humanos - nel settembre del ‘77, presentammo alll’UNESCO, con sede in Zurigo, un’informazione particolareggiata sull’aggressione di cui erano oggetto l’Educazione, la Cultura, la Stampa e la Religione in Argentina. Il libretto di circa 150 pagine offriva al direttore dell’UNESCO dati sulla violenza inflitta, non solo alle persone fisiche, ma anche alle Istituzioni e agli ideali di cui erano portatrici. Pur offrendo un elenco documentato delle persone che in ognuna delle Istituzioni avevano subito violenze di ogni tipo sul territorio o erano riuscite a fuggire, noi mettevamo in evidenza che l’attacco si dirigeva contro gli ideali che dette Istituzioni incarnavano nel loro azionare. A me era toccato redigere, con un gruppetto di giovani, il capitolo riguardante l’attacco alla Religione, ed in particolare alle Istituzioni Cattoliche.
Nell’introduzione è detto:
“La chiesa Cattolica influisce su tutti gli aspetti della vita argentina. Lungo tutta la nostra storia essa ha segnato la vita sociale del nostro paese per cui è impensabile che si possano separare le aggressioni contro la nostra cultura popolare da quelle di cui è vittima la Chiesa.
Attaccare la chiesa in Argentina non è solamente attaccare la libertà di culto, o attaccare i preti e le suore, ma è un attacco a tutti quei mezzi di cui la Chiesa si serve per difendere i diritti delle persone: tali la proclamazione della Parola di Dio, la predicazione, le opere come le scuole, gli Istituti di carità, le pubblicazioni editoriali. E’ un attacco al cuore della cultura di cui la dimensione religiosa dell’uomo è un aspetto.
La ragione per cui gli attacchi diretti contro chi predica, contro le pubblicazioni cristiane, le biblioteche, i centri parrocchiali, le scuole e le comunità cattoliche non costituiscono solo aggressione al culto cattolico. Tutti questi atti sono da considerarsi degli attacchi diretti ai diritti umani perché, mediante l’intimidazione e la violenza, limitano e spesso impediscono la libertà della persona umana. Per incidere negativamente, intimidire e scoraggiare i portatori di questi messaggi di libertà si ricorre a:
- perquisizione e saccheggio di stabilimenti educativi;
- sequestro di materiale pedagogico, saccheggio e distruzione di biblioteche;
- chiusura di Editorie quali le Paoline e le Claretiane;
- interdizione di vendita e sequestro in tutto il territorio nazionale della Bibbia Latinoamericana”.
In fondo la nostra denuncia voleva smascherare la filosofia della dittatura tendente al controllo e alla sostituzione totalitaria delle idee che circolavano in ogni settore della cultura e che si opponevano alla loro idea di Patria, libertà, Dio, religione. L’incredibile era che questi signori, con l’intenzione di creare confusione e di apparire, ipocritamente, agli occhi del popolo quello che non erano, si servivano dei simboli religiosi popolari a loro uso e consumo. Parlavano come…preti e agivano come demoni. In occasione dei funerali dei tre sacerdoti e dei due seminaristi Pallottini entrò in chiesa Suarez Mason con un gruppo di militari, mandante sicuro il primo e probabili esecutori i secondi. Non solo andarono a piazzarsi nei primi posti riservati alle autorità, ma Suarez Mason si avvicinò sacrilegamente a prendere la comunione. Il fatto fu talmente aberrante che il Nunzio apostolico Pio Laghi “che era a pochi passi”, non poté fare a meno di mormorare: “Dio mio, ma come si può accettare una cosa simile, è inaudito e inconcepibile, invece di dargli la Santa Comunione bisognerebbe sferrargli un pugno in piena faccia!”. Il generale Massera, in un’intervista concessa a Famiglia Cristiana riprodotta dal giornale “Clarin” il 13 marso ‘77, affermava “Noi, quando agiamo come potere politico continuiamo ad essere cattolici ed i sacerdoti cattolici, quando agiscono come potere spirituale, continuano ad essere cittadini….Prendendo come fonte del nostro agire l’amore, essenza della nostra stessa religione, non abbiamo problemi e le relazioni con i sacerdoti cattolici sono ottime, come si addice ai cristiani”.
Un altro esempio che mi sembra utile per capire il nostro lavoro è la denuncia della persecuzione agli scrittori e ai cantautori del Folklore. La musica popolare “di protesta” era ritenuta pericolosa perché veicolava idee “rivoluzionarie”. Violeta Parra, Serrat, Mercedes Sosa, Cafrune, Larralde, Zitarrosa, gli Intilimani dovettero tutti prendere la via dell’esilio. I libri di Pablo Neruda, di Mario Benedetti, di Miguel Hernàndez, di Vargas Llosa, trovati nelle case dei ricercati in occasione di perquisizioni, per i militari, costituivano materiale sovversivo sufficientemente probatorio per fare degli abitanti della casa dei “sovversivi” punibili!
Con l’amico e confratello Enzo Giustozzi, con il quale non ho mai smesso di mantenere degli arricchenti rapporti umani ed epistolari, e con la Commissione Internazionale per i diritti Umani di cui era membro convinto e infaticabile, non arrivammo a integrare il lavoro che loro facevano nel paese per salvare le persone e noi all’estero per cercare di demolire le cause dello stesso male. Il nostro lavoro era visto come “poco diplomatico” e di disturbo al loro. A distanza di tempo e lasciando da parte le sterili discussioni per attribuirsi dei meriti, credo invece che da ambedue i fronti abbiamo dato una mano che pose fine a quella sanguinosa dittatura.
La nostra denuncia continuava ad essere fondata sulla riflessione come quando eravamo nel paese. Più riflettevamo e più capivamo che i diritti dell’uomo non si riducono solo al diritto di respirare, di mangiare, di essere lasciato in pace, ma include anche il diritto di pensare e di poter esprimere quel che uno pensa mediante la parola e lo scritto e ciò che uno crede. Soprattutto mediante il libretto presentato all’UNESCO abbiamo voluto difendere questo diritto inalienabile elencando allo stesso tempo coloro che ne erano stati difensori fino a subire l’arresto arbitrario, l’esilio, la tortura, la morte in tutti gli ambiti dove si manifesta il pensiero umano. Come si deve dare da mangiare a colui che sta morendo di fame prima di fargli dei discorsi sulla giustizia, senza rinunciare a farglieli dopo che si è sfamato perché prenda coscienza della sua situazione e cerchi di lottare per cambiarla, così era necessario fare quello che facevano nel paese la Commissione Internazionale per i diritti dell’uomo, il nunzio Pio Laghi, l’organizzazione delle Nazioni Unite e le varie Ambasciate per salvare delle vite umane, ma era necessario allo stesso tempo denunciare nelle sedi appropriate che quelle persone subivano tutti quei soprusi perché le strutture, l’impostazione ideologica della società restava tranquillamente in mano dei militari. Anche se, di tanto in tanto, per evitare che venisse messo in pericolo il potere che gestivano, concedevano la libertà a qualcuno, il terrore continuava indisturbato a imperversare in tutto il territorio nazionale. E’ sotto questa luce che mi permetto di interpretare la preoccupazione dell’ambasciatore italiano “per non complicare le relazioni diplomatiche è meglio che lei faccia di tutto per uscire dal paese con i suoi mezzi”. Sapeva benissimo che io tornando in Italia non avrei fatto silenzio su tutto quello che avevo vissuto direttamente o indirettamente. Quindi, ecco le complicazioni diplomatiche! Nonostante i nostri limiti, la denuncia all’estero ebbe il suo peso nel processo e infastidì abbastanza i benpensanti del paese. La loro reazione contro di noi conferma che il nostro operato disturbava i loro piani. Unito al crescente malessere sociale che proiettava nel lutto migliaia di famiglie nel paese fu il discredito internazionale che riuscì a porre fine a quella tragedia!
Sotto la guida del teologo cileno Pablo Richard, durante l’anno scolastico ‘77-‘78, al Centre Lebret di Parigi, approfondivamo, durante corsi serali bisettimanali, le linee portanti della Teologia della Liberazione. Con il P. Charles Antoine, responsabile di Justice et Paix francese, riflettevamo sulle radici bibliche dell’impegno per la costruzione della pace mediante la lotta per la giustizia.
Con il gesuita cileno Gonzalo Arroyo continuammo ad approfondire il libro dell’Esodo. Volevamo essere liberati. Volevamo che il nostro popolo conoscesse la liberazione che tutti desideravamo. Non volevamo accettare il suggerimento del Profeta Geremia agli ebrei deportati ed esuli in Babilonia.
Il biblista E. Giustozzi, in una lettera che lessi al gruppo, ce ne ricordava i punti salienti:
“Costruitevi delle case e abitatele. Coltivate dei giardini e mangiatene i frutti. Sposatevi, fate figli e figlie, prendete mogli per i vostri figli e date le vostre figlie in matrimonio: che abbiano dei figli e delle figlie. Moltiplicatevi là dove siete e non diminuite in numero. Collaborate allo sviluppo del paese dove io vi ho esiliato, pregate Dio per lui, perché la vostra prosperità dipende dalla sua…Non vi lasciate ingannare dai vostri profeti o dai fattucchieri…Solo quando sarete rimasti 70 anni a Babilonia (per noi sarebbe dovuto essere Parigi!) io vi visiterò e manterrò la mia promessa di riportarvi qui a Gerusalemme!”(Gr. 29, 5-10).
Quando finii di leggere, il commento degli interessati non fu dei più rispettosi nei miei confronti che venivo con simili letture, né nei confronti di Giustozzi, né di Geremia e neppure di Dio che, con i suoi tempi lunghi, ci prometteva il rientro fra settanta anni! Letteralmente, fummo mandati tutti quanti alla…m! I tempi lunghi di Dio, rischiavano di far perdere la speranza…ed erano lunghi e pesanti per tutti. Sempre difficili da accettare. Si prospettavano lunghi anche per me. Sempre nella lettera del 12 settembre il provinciale mi diceva: “…Circa il suo futuro, ho la Direzione Generale che chiedeva informazioni su un suo possibile ritorno. Francamente, per come stanno le cose nel paese noi non siamo del parere che ritorni a breve scadenza. Sarebbe sommamente imprudente per lei e compromettente per noi tutti”.
Nel nostro gruppo di riflessione e preghiera, a volte, era presente anche il P. Jorge Adur, un prete assunzionista, ex parroco de La Lucila, cittadina situata sulla linea ferroviaria Ritiro-Tigre. Più sopra dicevo che tutti noi avevamo accettato di essere al servizio della liberazione con il popolo. Ci sentivamo e volevamo restare lontani dagli intrighi e dalle ambiguità con cui era stato e veniva interpretato il nostro operato nel paese. Volevamo restare al di fuori dalle correnti politiche e da ogni possibile strumentalizzazione della religione da parte di chiunque. A causa delle scelte di Jorge Adur ci fu un momento di forte tensione nel gruppo argentino perché, non solo si occupava di offrire logistica a gente che era notoriamente impegnata nella lotta armata, ma si intestardì di accettare di diventare “Cappellano dell’esercito montonero come l’esercito statale aveva i suoi cappellani?!” Prima di parlargli personalmente per manifestargli la nostra perplessità e contrarietà, ne parlammo a lungo tra noi, sentii cosa ne pensassero Pablo Richard e Gonzalo Arroyo. Naturalmente tutti ritenevano la cosa “una boludez” - una stupidaggine - inutile per la causa che stavamo portando avanti, pericolosa per lui e, forse, anche per noi tutti. Dopo tutto quel che sapevamo di aberrante dei cappellani militari, quasi tutti a favore della repressione, come si poteva pensare di mettersi in ruoli simili nella parte contraria? Quando provai a parlargliene non volle sentire ragioni. Era già tutto combinato: investitura, viaggio nel paese e pubblicizzazione. Anche se prevedibile, da lui non era stato previsto il tragico epilogo di quella farsa! In occasione del viaggio del Papa in Brasile vi andò anche lui ed entrò clandestinamente in Argentina dove fece delle dichiarazioni alla stampa e si fece fotografare con una specie di divisa militare con tanto di gradi! Poi si incamminò verso la frontiera col Brasile. Purtroppo gli andò male perché di lui non si seppe più nulla di preciso. Sembra che sia stato sequestrato durante il viaggio e fatto fuori vicino alla frontiera.
Un ultimo importante impegno di gruppo fu il libro “Pueblo en Puebla” - popolo a Puebla. Un libro in cui esponevamo ai vescovi dell’America Latina riuniti a Puebla, in Colombia, la realtà socio-politica di oppressione in cui viveva il popolo dei diversi paesi del Continente.
Prima di concludere aggiungo che i tempi lunghi circa il mio rientro nel Paese, cui facevo cenno più sopra, divennero, per ragioni difficili da comprendere e da spiegare irreversibilmente lunghi.
Nel settembre del 78 dovetti lasciare Parigi per la Sardegna. L’idea di tornare in Sardegna, dopo tanti anni di assenza, non mi dispiaceva, anche se non mi sembrava quello il momento giusto, tenuto conto della necessità che avevano tanti esuli latino americani, ed argentini in particolare, di un prete che li accompagnasse in momenti così difficili. Il cardinale di Parigi mi aveva già chiesto la disponibilità e mi aveva proposto di essere incorporato al numero dei “cappellani” per comunità straniere come l’avevano gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi…Ma i progetti del direttore generale erano ben diversi e lontani dai miei desideri. Addirittura mi propose di andare nel Texas, Elsa, negli Stati Uniti, dove c’era una comunità orionina con scarso personale che doveva occuparsi di immigrati di lingua spagnola. Questa proposta risvegliò in me il ricordo degli orrori seminati in America Latina dalla CIA, servizi segreti americani, con la Scuola di…tortura del Panama per i militari. Ricordai che quando arrivai in Argentina il Sig. Rochefeller, stava facendo “un giro d’ispezione” in America Latina. Al suo ritorno negli Stati Uniti dichiarò che “il peggior nemico degli interessi degli Stati Uniti in A. Latina era la Cattolica”. Ricordai che questa dichiarazione mise in moto un piano di lotta contro la chiesa cattolica attraverso il sovvenzionamento delle sette e cercando di indebolirla attaccando i preti con un piano d’azione ben chiaro e determinato. E’ logico che questi ricordi mi abbiano suggerito il no più categorico a quella proposta. Il P. Generale fece difficoltà, ma capì la difficoltà reale.
L’altra era di accettare la parrocchia di Plailly. Una zona dormitorio-residenziale che era stata abbandonata dal clero francese perché la frequenza era ridotta a… quattro gatti! Quasi tutti anziani. Mi azzardai a chiedere di permettermi di andare a dare qualcosa di quel che mi restava di fede e di entusiasmo sacerdotale tra i “minatori di Carbonia”. Mi sentivo attratto dalla storia di lotte operaie dei minatori. Inoltre ricordavo che babbo vi aveva lavorato un tempo rischiando anche di morire sotto una frana nel momento in cui stava scendendo dall’ascensore per prendere il turno di lavoro.
Anche se dei giovani argentini mi vennero a trovare più di una volta a Carbonia, praticamente la mia traversata sulla nave Argentina era finita con quel viaggio da Parigi su una Simca sgangherata che mi costò 100 franchi francesi presso uno sfascia carrozze!
Stralcio ancora dal mio diario:

Parigi 24 marzo 1978 – anniversario del colpo di stato:
Che sappia il mondo che non siamo morti
Né ammutoliti contro l’impotenza
Da delle marionette che si oppongono
alla giustizia, alla pace ed alla libertà
occupando da padroni il suolo altrui!

Carbonia 24 marzo del 1980 – 4° anniversario del colpo di Stato in Argentina
Se un giorno mi amerai
Ama chi solo ama per amare.
Ama coloro che mi han voluto bene.
Se un giorno mi amerai
Ama chi è morto per la libertà.
Alcuni nomi sono incisi a fuoco
Nella memoria dei miei anni migliori!
Liliana, Orlando, Carlos con Gerardo,
Adriana, Tuty ed Alejandro, el “rubio”.
Se un giorno mi amerai
Con me dovrai lottare
Contro chi spezza vite giovanili
E cosparge di cenere la terra.
Contro chi scrive nomi per l’esilio
E imprime sui volti la tristezza.
Contro chi impone sistemi di terrore
E soffoca nel sangue con la morte
Il grido di coloro che hanno urlato
La rabbia degli oppressi di ogni terra
Se un giorno mi amerai
Con me dovrai gridare:
“voi non sapete d’essere già morti!”

Carissimi, oggi è martedì 6 marzo 2001. Al “villaggio globale”, al mondo intero, è stata annunciata una notizia straordinaria: un giudice di uno degli Stati federali argentini ha dichiarato anticostituzionali le amnistie, il “punto finale” decretati dai presidenti Alfonsin e Menem negli anni 1986-87 che metteva fine alla “persecuzione giudiziaria” dei criminali militari argentini. Questo fu uno degli ultimi scogli contro i quali si infransero le speranze di giustizia di tante famiglie distrutte dalla follia criminale di quei mostri. La dichiarazione di questo giudice, teoricamente, permette di sperare, che i circa 1200 militari che si sono macchiati impunemente, finora, del sangue di migliaia di esseri umani, potranno finalmente essere giudicati. Questo è veramente un gran giorno per la storia dell’umanità. E’ grande come il giorno in cui quel giudice spagnolo ha spiccato un ordine di cattura internazionale contro il dittatore Pinochet. Con un atto dopo l’altro si è arrivati a togliere a quel mostro l’immunità parlamentare per annoverarlo tra gli assassini che hanno commesso “crimini contro l’umanità”. Non importa se andrà o no in galera, se ci andasse sarebbe giusto e meglio. Ma il fatto stesso che la zoppicante giustizia umana sia arrivata a dichiararlo criminale e a togliergli il privilegio dell’immunità parlamentare che si era lui stesso attribuito, è già una grande vittoria per i poveri di questo mondo. Ripeto, ne gioisco con tutte le mamme e le nonne di Plaza de Mayo che non hanno mai cessato di chiedere giustizia per i loro desaparecidos!
Oggi smetto di scrivere questa velocissima corsa attraverso il tempo turbolento che ho vissuto. Voi capite che questa strana lettera è solo uno sguardo a volo d’uccello sul naufragio di cui ho esaminato alcuni relitti. L’ho scritto per voi. L’ho scritto anche per me. Non è tutto quel che c’è dentro di me. Anzi è quasi niente. E’ difficile impacchettare la vita nella carta! E’ scritto in fretta e non gli ho concesso neppure il tempo necessario per presentarlo in un italiano corretto. L’ho scritto in italiano, anche se io avrei preferito scriverlo in spagnolo e in sardo, pensando che ognuno di voi, dopo averlo letto, ne farà l’uso che vuole. Lo passerà forse ai suoi figli o a qualcuno dei nostri parenti che fanno fatica con lo…spagnolo e con il mio sardo ormai sbiadito dal tanto tempo passato fuori della nostra terra e dall’uso abituale di altre lingue! Ve lo mando così. E’ una memoria: in benedizione per i desaparecidos, in maledizione per tutti coloro che, con i loro silenzi complici, con i loro eccessi ideologici di destra o di sinistra, sotto la copertura della guerriglia libertaria o della “legalità” del governo usurpato hanno collaborato all’affondamento della nave Argentina e del suo popolo.

Con affetto vostro fratello Raffaele
 

 
 

Home