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Dì innantis a
mengianu est arribau a domu Elie, su coxineri, cun is ogus unfràus ca no
hiat dromu. Pentzendi chi si fessit arrutu malaiu calencunu de is fillus o
sa mulleri d’hapu preguntau : |
Avant’ieri mattina è arrivato a casa Elie,
il cuciniere, con gli occhi gonfi per non aver dormito. Pensando che si fosse ammalato qualcuno dei figli o la moglie, gli ho chiesto: “Come mai non hai dormito?” “Ma, stanotte è morto un vicino”. “Cos’era tuo parente?” No, non mi era niente. Era straniero come lo sono io”, m’ha risposto. “Ma, si può dire, che da quando si ammalato, era parente di tutti nel vicinato. In Costa d’Avorio non aveva parenti. Noi abbiamo dovuto fargli da parenti. Come l’abbiamo avuto amico da vivo, come l’abbiamo assistito quando era a letto, abbiamo dovuto fare il nostro dovere di seppellirlo adesso che è morto”. “Ma, è morto stanotte e l’avete già seppellito! Come sarebbe a dire?, gli dico pensando secondo le leggi dei bianchi. “E come si deve fare? E’ morto in casa del vicino... A mezzanotte è venuto a svegliarmi per aiutarlo a sbrigare le cose per poterlo seppellire prima delle cinque del mattino..” Più parlava e meno capivo. E’ proprio vero che morto oggi, dimenticato domani! Ma questi non hanno aspettato neppure a domani, hanno fatto tutto durante la stessa notte: punto, morto e messo... nella fossa!!” Ma le ragioni della fretta per seppellirlo non erano quelle che stavo pensando io. “Non aveva documenti, non aveva soldi, era straniero. Se avessimo aspettato l’uscita del sole per interrarlo avremmo dovuto denunciare la morte alla polizia, sborsare soldi per registrarne la morte, presentare i documenti che... non aveva e che non abbiamo neppure noi, rispondere a tutte le domande: chi era, quando e di che cosa è morto, e a tutto quel che vuol sapere la giustizia quando si tratta di morti. Cose che non servono a niente perché il morto è morto e pace all’anima sua. Quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto”. Elie stava già alzando la voce come se io stessi facendo la parte degli... sbirri con domande e dubbi su quello che avevano fatto loro. Ma poi mi ha guardato in faccia, ha accennato un sorriso e ha continuato il racconto: “Quando sono arrivato a casa del vicino siamo andati a svegliare altri due fratelli e siamo usciti a cercare delle tavole, chiodi, martello e sega per fare la bara. L’abbiamo messo dentro, abbiamo pregato per la sua anima, ce lo siamo caricato sulle spalle e siamo partiti al cimitero per scavare la fossa nel terreno riservato agli stranieri. Verso le quattro del mattino l’abbiamo seppellito e siamo tornati a casa per lavarci e… per andare a lavorare. Ecco perché ho gli occhi gonfi”. “Va bene. Ma, alla famiglia o a qualcuno bisognerà pure farlo sapere che questo cristiano è morto, non ti sembra?, Elie”. “Certo. Ma di questo deve occuparsene il vicino presso il quale abitava. E lui che deve raccogliere le poche cose che aveva: i panni, le scarpe, gli arnesi che utilizzava nel lavoro. Poi deve trovare, se lo trova, qualcuno della sua etnia, del villaggio o della famiglia del morto per mandare tutto ai parenti. Con la notizia della morte, l’inviato, deve portare queste cose per provare che il morto è veramente loro parente. E’ la tradizione!” “E chi paga le spese di viaggio del messaggero?”. La domanda, furori luogo, era già curiosità di "bianco" e Elie mi ha risposto come meritavo: “Noi tutti! Noi stessi”, per non dire anche lei. Per me era più difficile credere la storia che mettere la mano in tasca. Per la gente che vive alla giornata invece, è sempre il contrario. Sono storie vere e frequenti e non hanno i soldi per osservare le tradizioni di aiutarsi l’uno con l’altro in vita e in morte. Finito il racconto io ero rimasto senza parole in bocca e non sapevo cosa pensare. Non riuscivo a credere che fosse vero quello che mi aveva raccontato e mi sembrava una cosa strana che un africano l’avesse raccontato a un bianco. “Un giorno o l’altro li arrestano!”, pensavo. Ne ero convinto. Ma sono già passati tre anni e non li hanno ancora arrestati! Anzi, non li hanno mai cercati! In nessuna nazione africana la giustizia corre dietro a gente che ha seppellito uno straniero povero senza disturbare becchino, prete, ufficiali sanitari e anagrafe... Hanno fatto tutto senza spendere soldi per la bara, per il vestito, per i fiori e per comprare carta per annotare cosa poi? Che un... morto è morto? Forse, come succede a molti negli stazzi e nei villaggi sperduti nella foresta africana, non l’avevano registrato neppure quando era nato. Figuriamoci se l’avessero potuto fare per la morte... Di chi? Se non era neppure esistito! Hanno fatto come ha fatto il morto, poveraccio: ha disturbato solo durante una notte e non ha speso neppure per... medicine per curarsi per la stessa ragione: non avevano soldi! Questo è il racconto di un povero. Seppellito come i poveri. Ma le cose cambiano quando muore un ricco che aveva molti parenti dispersi in luoghi lontani come... capre nella foresta Il morto che ha tutti i familiari nel villaggio o città dove è morto lo seppelliscono il giorno dopo la morte. Durante la notte ricordano e raccontano la vita del morto, suonano, cantano, ballano e... bevono per far compagnia alla familia, non per far festa, come pensiamo noi bianchi. Se era battezzato, pregano, gli celebrano la messa e lo portano in camposanto dei battezzati con la croce davanti e il morto dietro. Lo seppelliscono di giorno. Sulla tomba mettono croci e crocette. Non portano e non mettono fiori nella tomba Tutti i parenti sono obbligati a partecipare e a... mettere soldi. Per avere il tempo di fare tutte queste cose prendono il morto e lo portano alla camera mortuaria –in ghiacciaia- e là aspetta una settimana, un mese, un anno, due... Quando lo tirano fuori è dritto come un baccalà o la cravatta che porta sul petto, gelato come una pietra una mattina di brina, e, a contatto dell’aria calda dell’equatore, fuma come un tizzone in giorno di vento! Così è la... vita dei morti in questi posti... neri! Anche al momento di morire si vede la differenza tra ricchi e poveri! Ma, anche qui tutti vivono il tanto che ha permesso Dio, muoino chiudendo gli occhi alla miseria e alla ricchezza e, secondo la categoria, seppelliscono... Nessuno, anche se ha molti soldi, rimane come cipolla da semenza! Cara mamma, siccome so che le piacciono le storie dei morti, speru che le sia piacciuto anche questa. Oggi è il 20 di gennaio del 1996. Qui a Bonuà, a 5 gradi nord dall’equatore, fa un caldo da morire, ma in paese fa freddo ed è il tempo appropriato per raccontarlo di nuovo a qualche vicina come sa fare lei vicino al caminetto acceso... |