In treno

"Sarà bel anche per mi un giorno". Ripeteva meccanicamente quella frase, quasi per convincersi.

Era di età indefinibile, vacillante perché ubriaco, come allucinato con quel parlare sconclusionato, ma vero, di chi ha bevuto, rivolto a chi voleva ascoltarlo, in realtà a nessuno. Infatti così sembrano i pazzi, dei quali si può ridere, ma che non vengono mai presi sul serio.

Una donna rideva sguaiatamente ma il suo riso scomposto faceva più impressione di quei pensieri sconnessi che l'uomo esternava e in cui si aggrovigliavano le sue tragedie: la paralisi, la mamma che viveva solo per lui, la donna che sperava ancora di trovare ma che doveva essere seria, di casa, lavoratrice. Sarebbe andato a vivere da qualsiasi parte, pur di avere una donna così. E anche il fratello avrebbe trovato una donna e "sarà bel un giorno".

Continuava a parlare freneticamente, forse era da tanto che non lo faceva e si accontentava persino di quel ridere su di sè : era una risposta, l'unica possibile ad un essere senza speranza che può suscitare solo pena o riso.

In breve tempo era diventato l'attrazione dello scompartimento, ma la gente era cattiva con lui. Si divertiva a stuzzicarlo, a provocarlo con domande personali e volgari le cui risposte cadevano nel nulla. Era un passatempo come altri, in quel breve tragitto in treno. Nessuno conosceva il suo nome né si preoccupava di chiederglielo: importava a qualcuno la sua identità? Era uno dei tanti balordi della vita, che vagabondano da un posto all'altro e che non contano niente per nessuno.

Il treno è il luogo della mobilità totale, dei grandi e piccoli sradicamenti, della casualità e degli incontri superficiali che passano davanti agli occhi come rapidi fotogrammi, slegati gli uni dagli altri.

Ed è anche il luogo delle solitudini dove uno può raccontarsi senza aver nulla da perdere e neppure da guadagnare. Può capitare di tutto, come in una fiera dell'universo umano.

Questi pensieri aveva Chiara in uno dei tanti viaggi settimanali che intraprendeva, in corriera ed in treno, per recarsi ad insegnare lassù, tra le montagne.

Le piacevano i paesaggi estremi ed andava spesso a sciare, d'inverno, a camminare ed arrampicarsi nelle altre stagioni Amava la vita semplice, a contatto con la natura; non le mancava il caos della città, non rimpiangeva le luci delle vetrine, il consumismo che iniziava ad omologare tutti e si illudeva di trascorrere, in quei luoghi isolati, una vita più autentica. Certo, qualche volta si sentiva un po' sola, ma per stare in compagnia andava a cercare colleghi e colleghe con cui si sentiva libera e molto euforica. Ed avendo vissuto in famiglia gli anni dell'Università, le sembrava di vivere un periodo goliardico, spostato ai primi anni d'insegnamento.

Dopo alcuni mesi di forzato esilio settimanale che iniziava all'alba del lunedì mattina, la gente del paese, ma soprattutto i suoi alunni, la videro arrivare a scuola con una vecchissima Opel Record a tre marce, un'automobile da films americani degli anni '50. Fu subito soprannominata "la Celestina", per renderla più familiare e lo divenne subito anche per i ragazzi che, qualche volta, si facevano portare in giro, magari solo nel paese vicino, per provare l'emozione di un viaggio nella macchina della "prof."

E con la mitica "Celestina" vedevano partire quell'insegnante, dopo aver fatto il carico di amici e colleghi, per scarrozzarli in qualche bar della zona oppure nei pochi locali in cui si potesse ascoltare un pò di musica e mettersi a ballare, ma anche stare al caldo per sfuggire alla gelida stanza in affitto.

E quando i ragazzi le chiedevano se avesse il "moroso", lei rispondeva che lo stava ancora cercando.

Viveva infatti l'età dei grandi sogni d'amore e dei fulminei innamoramenti: se qualcuno sembrava impersonare i suoi ideali e credere nei suoi valori, era fatta!

Chiara era incapace di proferire parola, di fronte a quella scena che le sembrava disgustosa. Evidentemente doveva esserlo solo per lei, pensava tristemente, se tutti gli altri sghignazzavano e stavano al gioco, sembrando anzi divertiti. Non riusciva a capire perché ci si accanisse sempre con i più deboli e immergendosi nelle sue consuete astrazioni si chiedeva se questo atteggiamento si formasse già da piccoli, avendolo notato spesso tra i suoi alunni, che in certe occasioni sapevano essere spietati e crudeli tra di loro, come non avrebbe mai immaginato.

Le sorgeva inoltre il dubbio amletico che l'istinto di sopraffazione ed i germi della violenza fossero insiti nella natura umana e si domandava caparbiamente come potessero essere incanalati positivamente, sentendosi investita di un grande compito educativo cui avrebbe voluto assolvere con il suo smisurato desiderio d'onnipotenza. Non aveva mai creduto a chi la invitava ad un sano realismo, perché, le dicevano, non siamo dio ed i miracoli non li fa nessuno, neppure a scuola.

- Sei troppo velleitaria! - le diceva un suo collega ed amico del paese.

- Resterai delusa anche dai tuoi ragazzi. -

Ma i consigli le servivano a poco ed anche in questo frangente Chiara con il pensiero correva lontano, alle grandi violenze della Storia, alle dittature che nascono nel silenzio e nell'indifferenza della gente. Dalle piccole violenze quotidiane, Chiara era già passata ai genocidi, perché sentiva che il meccanismo era lo stesso, se non ci si oppone al male, anche a partire dalle piccole ingiustizie. Era in preda allo sconforto lei, che era andata ad insegnare con il cuore in mano, desiderosa di capire tutto e tutti, ma che aveva dovuto faticosamente imparare a difendersi dalle piccole e grandi furbizie dei ragazzi che cercavano spesso di approfittare della sua disponibilità.

Ripensava ancora a loro e ad alcune storie familiari non proprio idilliache e sentiva in modo eccessivo e quasi morboso tutta la responsabilità di un lavoro difficile in cui spesso doveva improvvisarsi anche psicologa ed assistente sociale. Sapeva quanto fosse importante trovare le parole adatte per non ferire mai nessuno, neppure con domande che potevano sembrare imbarazzanti e da cui delle giovani vite non possono difendersi, ma che rimangono scolpite nella memoria più di tante nozioni.

Ma anche quell'ubriaco non poteva difendersi e neppure Chiara riusciva a farlo per lui. Si rimproverò spesso, in seguito, di non essere intervenuta in quella circostanza. E se a volte lo attribuiva alla sua timidezza, altre temeva che fosse indifferenza.

Schiacciata dalle sue elucubrazioni, fissò ancora una volta l'uomo che aveva finito di parlare. Ormai gli altri passeggeri non si interessavano più a lui; stufi anche di quel passatempo, avevano buttato via il giocattolo che non serviva più a farli divertire e ridere.

Lo sconosciuto, dopo essersi guardato a lungo intorno con esitazione, si alzò all'improvviso e scese alla prima stazione di un anonimo paese, con l'espressione triste di chi non aveva trovato ascolto, neppure quella volta.



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