Il libro e i racconti contenuti

Il libro e i racconti contenuti

Sradicamenti

di Annalisa Vukusa

"È là, nel mare che tutto accoglie e tutto rigenera, in un incessante ed inquieto lavorio, capace di annullare le distanze, ma anche di accrescere lo sgomento della separazione, che io mi specchio e mi tuffo alla ricerca delle mie origini, sapendo già, che se anche le troverò, saranno mobili ed agitate come sa esserlo il mare."

Annalisa Vukusa: note biografiche

Note biografiche sull'autrice

Per maggiori informazioni sul libro e sulla sua reperibilità scrivere direttamente all'autrice

La premessa al libro, di Paolo Rumiz

La memoria degli sradicati, da ovunque arrivino, è una memoria divisa. Divisa dalla nazione che li accoglie, per cominciare: ricordando una guerra perduta, essi impediscono comodi voltafaccia o rimozioni. Divisa nel tempo, perché l'esperienza di chi fugge tra gli ultimi non è affatto simile alla memoria di chi è stato travolto dalle prime ondate. Divisa anche nello spazio, perché ogni villaggio ha una storia diversa, e ogni villaggio, ogni paese, elabora il suo strappo in modo diverso. Divisa politicamente, perché il confronto etnico - come tutte le situazioni di frontiera - può dar vita a chiusure straordinarie come a straordinarie aperture, a rimozioni come a incubi, a paranoie come a grandi rasserenamenti. Divisa per aree geografiche, infine, perché ogni esodo vive se stesso come esperienza unica e totalizzante, e l'esodo degli altri non consola.

Ma l'esperienza della pulizia etnica è una memoria divisa addirittura dentro le famiglie. Il motivo è che non esiste esperienza più incomunicabile dello sradicamento. L'esternazione della nostalgia è difficile da capire per chiunque non abbia visto gli stessi luoghi o conosciuto da vicino storie analoghe. I figli non ascoltano i padri. E spesso sono i padri a tenere i figli lontano dalla loro "malattia" dell'anima. Così il ricordo si iberna, entra in una dimensione virtuale. E rischia di scomparire assieme alla generazione che lo visse.

E così, nella seconda generazione, la curiosità per quel passato emerge solo a distanza, in un momento che ti coglie di sorpresa. Ti dorme dentro, poi si sveglia un giorno qualsiasi, e allora la saga di famiglia si rimette in moto, accende la sua moviola nella penombra della mente. Personalmente, potei entrare davvero nelle scarpe degli esuli istriani e dalmati solo quando vidi altri esuli in fuga dalla Jugoslavia. Durante e dopo la guerra in Bosnia. Ascoltando i loro silenzi, tutto mi si illuminò di senso. I bosniaci, i serbi, i kosovari: tutti mi hanno aiutato a capire quanto accadde alla generazione dei miei padri.

Questo racconto, intimo e ricco di particolari, è appunto la stona riletta dalla seconda generazione. È la riemersione di una ferita, di quella grande parentesi di non detto che talvolta si apre dentro una famiglia, nel rapporto tra fratelli, con gli amici, e ovviamente con i genitori. È la scoperta, anche nella seconda generazione, di quella maledetta difficoltà a farsi capire, di quella cosa nel DNA, quella complessità "dentro" che non riesci a condividere nemmeno con i più cari. È dunque, anch'essa, una memoria divisa. E spiega perché un'epopea così traboccante di testimonianze non sia mai diventata davvero storia, non abbia mai trovato uno Spielberg, non abbia mai dato vita a una "Schindler's List" che trasformasse le tante straordinarie storie individuali in un epos collettivo.

La sfida di questa generazione nata dall'esodo è proprio qui. Mettere in rete ciò che è stato diviso, o - peggio - tenuto diviso da chi aveva interesse a governare politicamente le nostalgie altrui, farne carne da voto. E, così facendo, ridare alla nazione di appartenenza il profumo di quei luoghi, di quella straordinaria civiltà adriatica. Soprattutto su questa frontiera così piena di sacrari, cimiteri e monumenti, ma non a caso priva di un vero museo di guerra, la storia ha ancora bisogno di qualcuno che la tolga dalla soffitta e la racconti senza paura. Onestamente.



Torna alla pagina precedente