Di dove sei?

Sarà capitato a tutti di rispondere alla fatidica domanda: - Di dove sei? -

Ebbene, mentre gli altri, a cominciare dal mio compagno di vita, potevano dare risposte certe, io iniziavo sempre con un "ma"...

- Ma veramente… ho sempre girato. Sono nata casualmente vicino a Milano, da madre lombarda e padre dalmata. -

A seconda dell'interesse dimostrato dal mio interlocutore e dall'umore del momento, accennavo al fatto di sentirmi cittadina del mondo oppure orfana di patria, senza radici, figlia di N.N.

Un'oscillazione perenne tra tanti "ma" ed alcuni "se". E se con i "ma" e con i "se" non si è mai fatta la Storia, neppure quella individuale si poteva fare. Bisognava decidere di lasciarli da parte, per cercare qualche piccola verità, anche solo personale.

E così mi sembrò di capire alcuni aspetti della mia vita e ciò mi permise di capire anche qualcosa della vita degli altri.

Una preoccupazione costante, quella di capire, alimentata dalle ideologie del '68, che in questi anni mi sono sembrate spesso un cappio così stretto da rischiare di soffocarmi.

Tornando alla domanda iniziale, la confrontavo spesso con quella di colui che mi vive accanto il quale indica il suo paese d'origine con fierezza ed orgoglio, percepibili anche dal tono della voce.

È una delle prime informazioni che egli vuole fornire di sé a chi incontra per la prima volta. E subito dopo, se sa di essere perlomeno compreso, si mette a parlare nella sua lingua natia, che suona così familiare ai suoi orecchi e sembra inscindibile da lui.

Un modo di rituffarsi per un attimo nella sua infanzia, mi dico, di ripescare nel mare dei ricordi parole ed espressioni idiomatiche riecheggiate infinite volte, di ritornare nella culla del proprio passato, quasi per la paura di perdere, giorno dopo giorno, il senso della provenienza.

C'è quasi un'ansia di ripercorrere, attraverso la lingua madre, la sua storia e quella della sua gente, di colmare un vuoto che si frappone tra la propria vita e la Storia per trovare elementi di continuità.

Questo bisogno di appartenenza mi richiama il percorso dei salmoni che ritornano alle sorgenti, con un istinto atavico di ripercorrere la corrente in senso inverso per arrivare ad un punto d'origine agognato e mai definitivamente posseduto. Pochi salmoni arrivano a destinazione.

Cercare le proprie origini è un lavoro faticoso, pieno di incognite e di imprevisti, di deviazioni e sbandamenti. Si rischia di essere bloccati dalle correnti e travolti dalle rapide. Ma avere una lingua madre è sicuramente un vantaggio perché hai già un percorso che ti si profila davanti; è un elemento naturale che ti guida, come l'istinto per i salmoni.

Cosa c'è di più coinvolgente che parlare la propria lingua, agli occhi di chi, come me, quando tenta di parlare carnico, si capisce subito che è "forèsta", se parla triestino si capisce che triestina non è e del lombardo ricorda solo qualche parola che di tanto in tanto scambia con la madre?

Papà si esprimeva volentieri nella sua parlata colorita, con gli amici dalmati, ma non in famiglia. La musicalità del dalmata risuonava già da bambina nelle mie orecchie, accompagnata da qualche spiegazione o traduzione in lingua italiana: "zappaovi", "va' in malorziga", "te g'a morbin?", "far una bravura", "culo nudo, panza de veludo", "fiol d'un can", "Come te sta la boca?" "Stuco e pitura fa bela figura" "Ahime meni" 1. E giù a ridere di fronte a queste uscite, per noi inconsuete e strane!

Molto comico era Nonno Bepi, sempre controllato e per nulla loquace, quando giocava a carte con mio fratello: se gli capitava di perdere, esordiva con veemenza, paonazzo in volto: "Le te vien cagade!"

Ci spiegava qualche volta papà, quasi a volersi giustificare delle sue espressioni zaratine, che il dalmata dei primi del '900, risentiva del dialetto veneto ma anche degli apporti di popoli diversi, quali i serbi, i croati, gli ungheresi, i greci e gli albanesi. Aggiungeva anche che a Zara esisteva il quartiere degli Arbanassi, (Albanesi) a Punta Bailo, arrivati lì 200 anni prima, per sfuggire ai Turchi.

Se l'impronta del dialetto veneto è stata la più forte, ci diceva, era perché la dominazione veneta, in Dalmazia, risaliva agli inizi del '400 allorché la Repubblica Veneta acquistò il territorio da Carlo d'Angiò, Re di Napoli e d'Ungheria, versando 100.000 ducati. Ma nel dialetto erano confluiti anche termini austriaci e perfino francesi, a seguito del dominio napoleonico dei primi '800.

Papà aveva sentito dire che fino alla fine del secolo scorso esisteva il "dalmatico" che non era una lingua ufficiale e non aveva testimonianze scritte per cui se n'erano perse la conoscenza e l'uso.

Il nome stesso della città ricorda la sua storia ed i passaggi dei vari padroni, ci raccontava: da "Idassa", antica colonia greca, divenne "Jadera" con gli immancabili Romani, "Diadora" in epoca bizantina, nel periodo medievale "Zara" e in tempi recenti Zadar.

E la storia della Dalmazia era per me come un racconto d'avventura, di cui aspettavo sempre una nuova puntata.


1 "persona maldestra" "va' al diavolo" "sei eccitato?" "far qualcosa di eccessivo per stupire" "senza vestiti, ma con la pancia piena" "figlio di un cane" "come riesci a chiacchierare tanto?" "rimedi rapidi ingannano l'occhio" "ahimè".

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