COMMENTO ALL’INCONTRO DEL
27 NOVEMBRE 1999
TRA GLI ALUNNI
DELL’ISTITUTO COMPRENSIVO DI TAVAGNACCO
E
DON TURTURRO

di Emanuel Castellarin (3ª D)

Spesso accade di sentire, tramite i telegiornali o altri mezzi di comunicazione, il racconto di situazioni di disagio in Italia o all’estero. Sicuramente uno tra i problemi più gravi, che in molti casi emerge, è quello delle organizzazioni criminali, come la mafia. Questa è una piaga che affligge in modo particolare, oltre che altri Paesi del mondo, anche l’Italia, specie nel Meridione. Le situazioni di disagio, però, non si limitano però solo alle regioni del Sud, in quanto sono presenti anche nel Nord. E’ innegabile però che in molte località del Mezzogiorno i problemi legati alla criminalità organizzata siano maggiori che altrove. Nelle città di dimensioni notevoli, poi, il disagio è addirittura maggiore. Una tra le zone in cui il problema criminalità organizzata è particolarmente forte in Italia è la Sicilia e chiaramente ciò significa che Palermo, la maggiore città dell’isola, con quasi settecentomila abitanti, abbia situazioni oltremodo complicate.

Proprio in questo contesto di disagio e di pesante presenza della mafia, una tra le maggiori organizzazioni criminali italiane e di gran lunga la più pericolosa in Sicilia, vive e opera don Turturro, sacerdote nel quartiere di Santa Lucia. Quest’ultimo è un quartiere palermitano di circa venticinquemila persone vicino al mare la cui vita sociale è duramente condizionata dalla presenza del carcere dell’Ucciardone. In questo rione don Turturro è riuscito a far costruire, solo dieci anni fa, una scuola media statale, che prima non esisteva. Ora nella "Federico II" il coraggioso sacerdote insegna anche religione, tentando in tutti i modi di avviare i ragazzi ma anche gli adulti verso una vita onesta e non verso la mafia. Probabilmente, tuttavia, don Turturro si impegna contro la mafia più come sacerdote che come insegnante, se non altro perché il tempo a disposizione è maggiore.

A prescindere comunque da dove sia esercitata la lotta contro la mafia, è importante che ci sia ed è importante anche far conoscere agli altri ciò che si fa per portarla avanti. E’ per questo motivo che don Turturro è venuto in Friuli, avendo un incontro anche con gli alunni dell’istituto comprensivo di Tavagnacco, il 27 novembre. Ciò che più chiaramente è emerso da questo incontro è che la lotta contro la mafia con iniziative intraprese in qualità di ecclesiastico è ricchissima di difficoltà: innanzitutto la posizione della chiesa del quartiere, centro nevralgico delle iniziative di don Turturro. L’edificio si trova infatti di fronte al carcere dell’Ucciardone. Per questo motivo, nonostante la grande disponibilità di posti a sedere, che sono circa mille, per circa tre anni dopo l’apertura della chiesa, avvenuta grazie all’intervento del cardinal Pappalardo, vescovo di Palermo, i fedeli che la frequentavano erano pochissimi, perché si diceva che la zona fosse frequentata, tra gli altri, dal boss mafioso Totò Riina. Ora però sono molti coloro che, rispondendo ai molteplici ed anche clamorosi inviti del sacerdote, frequentano la chiesa. Già questo significa molto, ma non basta per risolvere tutti i problemi del quartiere. Per risolverli è don Turturro, con l’aiuto di volontari e persone di buona volontà che condividono la sua lotta, che si è attivato in moltissimi modi. Non mi soffermo ora a descrivere tutto ciò che questo coraggiosissimo sacerdote ha fatto e continua a fare, ma devo dire che molti sono stati gli aneddoti raccontati da lui durante l’incontro che mi hanno colpito. Per prima cosa mi è parso molto significativo che, in occasione della festa dei morti, che in Sicilia è un’occasione in cui si scambiano regali, un uomo abbia regalato al nipote sedicenne una pistola, con cui vendicare i genitori uccisi. Questo episodio mi sembra particolarmente importante perché riassume molto efficacemente il problema della mafia e la sua infiltrazione nella società anche a livello di vendetta personale. Don Turturro tuttavia è molto attivo e perciò ha preso spunto da eventi del genere per inaugurare un’iniziativa del tutto apprezzabile e condivisibile: ha proposto ai ragazzi del quartiere di scambiare le loro armi con un pallone da calcio. Successivamente, poiché nel rione Santa Lucia è molto grave anche il problema della droga, l’iniziativa non è stata limitata alle armi, ma estesa anche alle bustine di sostanze stupefacenti. Per ottenere i palloni necessari il sacerdote palermitano scrisse una lettera alla Juventus, la famosissima società calcistica di Torino, la quale, incredibilmente, pur complimentandosi per l’iniziativa, rispose affermando di non avere a disposizione dei palloni. Fortunatamente seimila di questi, con seimila biglietti omaggio, furono ottenuti grazie all’allora presidente della Federcalcio Antonio Matarrese nel 1990, in occasione dell’inaugurazione dello stadio "La Favorita" di Palermo. Sicuramente questi fatti sono solo un esempio dell’opera di don Turturro, ma bastano per inquadrare i problemi del suo quartiere per capire con quanta voglia di fare il sacerdote e i suoi collaboratori tentino di porvi rimedio. Tra l’altro, è stata fondata l’"Editoria della Solidarietà", un responsabile della quale era presente ed ha parlato all’incontro per far conoscere nel più ampio raggio possibile ciò che fa il sacerdote ed ogni anno (quest’anno esattamente il 5 dicembre alle ore 20, alla presenza del cardinal Pappalardo) sono distribuite undici borse di studio nell’ambito dell’iniziativa "Dalla strada all’università", per premiare e incoraggiare i ragazzi più capaci e meritevoli, ma magari con disponibilità finanziarie insufficienti, al fine di permettere loro conseguire un titolo di studio quanto più possibile elevato e di facilitare il loro inserimento nel mondo del lavoro.

Tutto ciò però al prete di Palermo è costato l’odio delle organizzazioni mafiose, tanto che già più volte è stato minacciato ed ora è costretto a vivere con una scorta armata.

Ritengo che l’incontro con don Turturro, che già tre anni fa era stato qui a Tavagnacco in una circostanza simile, sia stato importantissimo innanzitutto per conoscere le condizioni di vita di un quartiere di Palermo, che credo non siano del tutto diverse da quelle di altre realtà della Sicilia o del Meridione. Troppe volte infatti viene dimostrato che non si conosce abbastanza di coloro che vivono in contesti diversi dai nostri e ciò alle volte provoca inutili pregiudizi che non hanno ragione di esistere. E’ solo grazie alla conoscenza delle situazioni e dei fatti, poi, che si può esprimere un parere, pur ricordando sempre che comunque ciò che si sa in molti casi non corrisponde totalmente a ciò che avviene, perché solo attraverso l’esperienza reale si può conoscere a fondo qualcosa. Credo però che sia importante non solo sapere , ma anche provare a porre dei rimedi alle situazioni negative. Questo è quanto ha fatto e sta facendo don Turturro, che si è dimostrato assolutamente coraggiosissimo. Un’altra sua caratteristica che si nota in modo evidente è la sua franchezza: in nessun caso infatti, almeno nel corso dell’incontro (ma credo che questo rispecchi il suo atteggiamento generale) ha lasciato dei concetti sottintesi o ha espresso delle idee in modo implicito e velato. Penso che la franchezza sia una virtù rara da trovare ad uno stato così puro, date anche le critiche che il sacerdote ha fatto nei confronti anche della potente classe politica. Peraltro queste critiche non provengono da una persona incoerente, che non mette in pratica ciò che dice: tutto ciò che don Turturro ha detto, riguardo il suo operato o quello di altri, è provato dai fatti. D’altro canto le critiche, dalle più blande alle più dure, sono condivisibili e apprezzabili: la situazione in cui don Turturro opera è tale che ben poche sono le persone il cui comportamento sia esemplare e corretto. Anche le contestazioni riguardo la classe politica e le varie autorità siciliane e italiane sono giustificate. Il sacerdote infatti parla di politici "che hanno le scarpe bianche ma gli occhi di fango" e, stando alle sue esperienze ne ha ragione. Ad esempio, per costruire una piscina affinché si offrisse ai ragazzi del quartiere Santa Lucia un’opportunità di divertimento, don Turturro ed i suoi collaboratori hanno dovuto provvedere da sè, con il generoso aiuto di cinquanta volontari, perché le richieste di collaborazione alle autorità erano cadute nel vuoto. Questo esempio è tuttavia tra i meno sconvolgenti e tra quelli che meno evidentemente mettono in luce i più gravi errori dei politici, come quello di farsi corrompere. Il prete ha più volte accennato alla corruzione di alcuni politici, che ha causato e causa grandissimi problemi e disagi ai cittadini: basti pensare che a Palermo ci sono ancora disagi per i danni causati dai bombardamenti del 1943. Questo significa che le autorità non sono state capaci, in ben quarantasei anni, di ricostruire del tutto le zone danneggiate.

Comunque ritengo sia un gravissimo errore attribuire sempre ed in ogni occasione tutte le colpe allo Stato; in questi casi mi pare che le mancanze dei politici siano state imperdonabili, ma vorrei ricordare anche coloro che si sono prodigati per migliorare la società e continuano a farlo. Oltre alla corruzione, che tuttavia anche in altri periodi della storia costituì un grandissimo problema per molte popolazioni, va considerata tuttavia anche la responsabilità di chi, pur sapendo qualcosa che potrebbe essere utile per eliminare la mafia, non parla. L’omertà è terribile e fa riflettere sulle sue cause. Se non si denunciano in molti casi le organizzazioni criminali, significa che queste sono bene accette o che minacciano la popolazione. Quest’ultima ipotesi è la più reale in molti casi, quindi la gente spesso non parla per paura, ma sono sicuro che alle volte alcuni, anche privati cittadini, appoggiano la criminalità organizzata perché è utile per arrivare facilmente a guadagnare grandi somme di denaro in poco tempo o per aggirare qualche legge, giusta ma scomoda per chi non vuole spendere soldi. Certamente chi appoggia la criminalità organizzata, in questo caso la mafia, è da condannare comunque e senza appello, ma penso ci si debba anche interrogare su cosa ci sia a monte di questo appoggio. Le cause che ho già citato, senz’altro, ma prima? Evidentemente se si vogliono guadagnare o risparmiare dei soldi vuol dire che non se ne ha abbastanza. Non considerando chi è avaro o ingordo, c’è senz’altro qualcuno che cerca non ha abbastanza soldi perché è povero. Perciò, per battere la mafia bisogna anche far progredire la società dal punto di vista economico.

Purtroppo questo non è nel potere di don Turturro, che comunque cerca di fare del suo meglio. A lui va un grande "complimenti" e un grande "grazie" per impegnarsi a migliorare, nel suo piccolo, la società italiana. Egli è un emblema della creatività e della laboriosità del popolo siciliano e del Sud, troppe volte criticato e disprezzato a causa della malvagità delle organizzazioni criminali, che al di là di quanto si può credere, apportano solo problemi e nessun vantaggio alla gente.

Don Turturro però, nel suo intervento, ha evidenziato come la criminalità organizzata non sia un problema solo del Sud: ogni volta che, dovunque, si verifica una violenza, c’è criminalità, c’è mafia. E’ chiaro, questo tipo di mafia è solo una lontana parente di quella che siamo abituati a conoscere dai mass-media, quella che ogni anno fa moltissime vittime e causa danni giganteschi, ma così come essa avviene in proporzioni più piccole rispetto al tipo di mafia più conosciuto, ognuno, nel suo piccolo, deve impegnarsi per sconfiggerla come fanno grandi uomini dal grande coraggio come don Turturro.

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