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I Carni, lontani abitanti del Friuli, ci hanno lasciato in eredità cerimonie antiche (passate attraverso il periodo romano con il nome di “Natalis solis invicti”, Nascita del sole mai vinto), che il Cristianesimo ha intelligentemente assimilato agli avvenimenti del Natale.
L’uomo primitivo o il più vicino agricoltore-pastore erano legati alla
terra e alle altalene dell’universo. Le giornate più corte, il sole che
non scalda ormai più, rendevano la vita autunnale incerta. “Nadâl, un pît di gjal, Prin dal an un pît di cjan, Epifanie un pît di strie” (Natale un piede di gallo, Capodanno un piede di cane, Epifania un piede di strega), dove la lunghezza del piede sta ad indicare l’allungarsi del giorno. In quasi tutto il Friuli si ardono i falò all’Epifania, festa che chiude le memorie della nascita di Gesù. In effetti il nome “Befana” è una corruzione della parola Epifania (Gesù che si mostra ai re magi), ma le tradizioni vanno oltre, fino ai nostri antenati più lontani. I fuochi sono chiamati in modi diversi: “pignarûl” nel Friuli centrale e orientale, “foghere” o “pan e vin” in quello più occidentale”. Le denominazioni, a dire il vero, sarebbero molte di più, ma il “Pignarûl Grant” di Tarcento si è imposto per fama e nome. Le tradizioni sono abbastanza simili. La catasta viene innalzata in aperta campagna con materiale di scarto dell’agricoltura o con legname ottenuto dai giovani casa per casa. Vi è un palo centrale di sostegno. Spesso sull’ammasso è posto un fantoccio (femenate), raffigurante una strega o l’anno vecchio che bruciando, trascineranno lontano i ricordi negativi della vecchia annata. Un uomo importante o anziano del paese accende il falò, utilizzando una torcia avviata in un focherello vicino alla catasta. Si distribuisce un dolce e vino “brulé” speziato. La focaccia di un tempo non era il moderno panettone, ma la “pinza”, fatta con farina di granoturco, uvetta, fichi secchi e pinoli. In passato si mangiava anche carne di maiale e salsiccia alla brace.
Le donne erano escluse dalla
prima fase del rito (preparazione della catasta, accensione) e dovevano
occuparsi solo del cibo.
Quello più alto è andato completamente distrutto; di quello inferiore
(detto Cjiscjelat) rimane il rudere di una torre, dove si intravedono
ancora le tracce di un affresco. La cerimonia vuole ricordare
l’investitura di Artico di Castello a signore delle sue terre in Friuli
da parte del Patriarca di Aquileia.
Il racconto delle vicende remote viene effettuato dal
“Vecjo Venerando”, a metà tra il druido e il sacerdote. Il vecchio dalla
lunga barba candida interpreterà anche il responso fornito dalla
direzione del fumo. I fuochi di San Giovanni e San Pietro (fuochi solstiziali estivi) sono meno noti e meno praticati dei loro equivalenti invernali. L’area è quella del Gemonese: Venzone, Cavazzo e della Valle del Fella. Alle volte i territori si confondono per la coesistenza dei due riti o di quello de “lis cidulis”. La catasta non viene eretta in mezzo ai campi, ma in centro al paese oppure sulla strada, in prossimità degli incroci. I fuochi di fine giugno erano frequentissimi in altre zone d’Europa o in Asia. Durante il solstizio d’estate il sole raggiunge la sua massima altezza rispetto all’equatore terrestre. Alcuni studiosi interpretano i fuochi estivi come un rito per placare la paura di perdere un sole che si sta allontanando e che, quasi subito, invertirà invece il suo cammino, abbassandosi sull’orizzonte. |
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In Carnia si usa (molto raramente oggi
per la verità) lanciare “lis cidulis”. Tutte le zone della Carnia e in
parte della Valle del Fella ne erano coinvolte in maniera massiccia e in
tutte le stagioni dell’anno. |
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Carnevale e “Tomâts” le maschere di legno
In molte zone del Friuli c’era (e in
parte rimane tuttora) la consuetudine di fabbricare delle maschere di
legno, utilizzate per camuffarsi durante il carnevale.
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Compaiono tra il 5
e il 6 dicembre per San Nicolò e i cerimoniali hanno qualcosa in comune
con quelli carnevaleschi o nordici. |
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