Attila

Bertrando

Il Ponte del Diavolo

Il morto ritorna

La Sfinge di Miramare

L'Orco

Streghe ed altri spettri

 

Drago di Osoppo

t

ATTILA

 

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Attila (flagellum Dei) è il capo degli Unni, una popolazione tremenda e spietata.

 

Tutti i barbari, giunti in Europa, erano stati messi in fuga dagli Unni.

Ora, nel 453, questi ultimi stanno arrivando proprio da noi, con la brama di impadronirsi dell’Impero Romano.

 

Entrano dalla zona di Gorizia, ma una leggenda suggerisce che siano passati per le Valli del Natisone e che Attila sia salito sul Monte Matajur, volendo dare una prima occhiata alla pianura.



Ancora oggi si dice di una persona particolarmente malvagia che è un Attila.

 

Qualcuno degli aquileiesi assicura che il comandante ha la testa di cane e che dà ordini ai suoi soldati abbaiando.

Ma forse è solo perché i cittadini lo sentono chiamare “Khan”, ossia ”capo” e parlare in una lingua sconosciuta. (Alcuni secoli dopo, un altro mongolo “Gengis Khan” fonderà l’impero più grande che mai si sia visto, esteso dalla Cina fino alla Persia).

Dunque gli Unni, che non sono tanto esperti in assedi, incontrano grosse difficoltà. Un giorno, quando già pensano di lasciar perdere, Attila vede volare in cielo una cicogna con i suoi piccoli, lo ritiene un presagio favorevole e decide di continuare. Aquileia cade prontamente nelle sue mani.

è un bagno di sangue.

Molti aquileiesi, vestiti a nero, fuggono la notte prima della disfatta e riparano a Grado, il porto marittimo di Aquileia.

Siccome non possono portarsi dietro le loro ricchezze, fanno prima scavare dai servi un pozzo (cavus aureus) e vi gettano un immenso tesoro. Dopo, per evitare che qualcuno spifferi la notizia, annegano i servitori (che tempi crudeli, anche in Aquileia cristiana!).

Attila cerca disperatamente e a lungo quel tesoro, ma non riesce a trovarlo.

Per tanti secoli si parla del tesoro di Attila con la speranza di scoprirlo. Si vendono persino i terreni con la clausola:

“Cedo il mio campo, eccetto che per il pozzo dell’oro”.

Durante la prima guerra mondiale gli italiani lasciarono circolare la falsa notizia  del ritrovamento del tesoro, per timore che gli austriaci potessero in qualche modo ricercarlo.


Un’altra leggenda racconta che Attila, assentatosi da Aquileia, avesse fatto costruire dalle sue truppe una collina in Udine, facendo riempire e svuotare più volte gli elmi dei soldati. Lo scopo sarebbe stato quello di costruire un osservatorio verso la città conquistata.
Ma così sarebbero sorti sia il colle del castello di Udine, sia il laghetto del “Giardin Grande”, ora Piazza I Maggio.

BERTRANDO

(Miles Christi, il Soldato di Cristo)

E’ un professore e non un soldato quando papa Giovanni XXII lo invia da Avignone a dirigere l’importante Patriarcato di Aquileia e ha ben 74 anni.

Deve subito mettere mano alla spada per calmare i conti di Gorizia, i Savorgnan, gli Spilimbergo, i Villalta, i duchi d’Austria e tedeschi che mal sopportano la sua autorità o che vogliono strappare territori al Patriarcato. Nella sua impresa è appoggiato anche dal Parlamento del Friuli.

Quando i conti di Gorizia assaltano il castello di Giorgio da Duino, Bertrando accorre subito in sua difesa. Poi, aiutato dal futuro imperatore Carlo IV, espugna Cormons e assedia Gorizia.

Si racconta che il Patriarca abbia celebrato la Messa di Natale sul campo di battaglia, vestendo i paramenti sacri sopra l’armatura. Un prete avrebbe letto il Vangelo con la spada in mano e con quella avrebbe benedetto i fedeli. Da quella volta i Patriarchi di Aquileia avrebbero sempre celebrato la Messa di Natale seguendo lo stesso rito.

Ancora oggi, a Gorizia (il giorno di Natale) e a Cividale (all’Epifania) si celebra la “Messa dello Spadone”. A Cividale il Diacono legge il Vangelo, cingendo in testa un elmo dalle piume bianche e rosse (i colori della città) e tenendo in mano la spada.

Nel 1350 Bertrando muore (aveva 90 anni), ucciso in un prato di San Giorgio della Richinvelda dai conti suoi nemici. Ma la leggenda popolare racconta che sia stato eliminato per aver preteso di stabilire i confini territoriali tra i nobili del suo patriarcato. Alle donne che lo soccorrono mormora di voler perdonare i suoi assassini. 

Quelle gli chiedono: “Chi sono stati?”. 


E lui risponde: “I pazzi di Brazzà, i mendicanti di Caporiacco, gli avari d’Arcano, i disgraziati di Spilimbergo”.

Da allora la pazzia avrebbe colto i nobili di Brazzà, la miseria i Caporiacco, l’avarizia i d’Arcano, e la sfortuna gli Spilimbergo.

Qualche secolo dopo Bertrando fu dichiarato “Beato”.

IL PONTE DEL DIAVOLO

I cittadini di Cividale sentono una grande necessità: costruire un ponte sul Natisone, per poter spostarsi verso Prepotto senza troppa fatica.

Molti impresari e ingegneri ci provano, ma, dopo qualche crollo e qualche spavento, tutti si tirano indietro.  La cavità del fiume è profonda e larga; e pare proprio che le acque si rifiutino di tollerare una

costruzione sopra di esse.

Qualcuno ha la brillante idea di ricorrere al diavolo che, come gli abitanti delle valli sanno, è ben presente da queste parti.

Il Consiglio della città firma un vero e proprio contratto con satana, e si impegna a donargli l’anima del primo soggetto che attraversi il manufatto appena realizzato.

Il diavolo costruisce il ponte in una sola notte, con l’aiuto di sua nonna che trasporta, da sola nel grembiule, il masso che sta sotto il pilone centrale.

Al mattino il ponte è pronto.

Ma chi vede arrivare satana al posto dell’anima di cristiano che tanto bramava?

Un povero cagnolino che, pieno di curiosità, transita gioioso sulla nuova costruzione.

L’ira del diavolo, beffato dai cividalesi, si sfoga contro le rocce ai lati del fiume e, ancora oggi, si possono osservare le tracce del suo furore terribile.

LA SFINGE DI MIRAMARE

Il fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, Massimiliano d’Asburgo, a spasso per i mari con la sua nave, fu colto da un temporale nella baia di Sistiana. Si fermò, gli piacque la zona, decise di acquistare un terreno roccioso sulle rive e costruì lo splendido castello di Miramare.

La costruzione non era ancora finita, quando partì per l’America, dove gli era stata offerta la corona del Messico. Dal molo pareva salutarlo la sfinge egizia che lui stesso aveva fatto installare.

Così Giosuè Carducci immagina, nella sua poesia “Miramar”, il distacco di Massimiliano dal castello e dalla sua famiglia: 
 

"Vedi la sfinge tramutar sembiante / a te d'avanti perfida arretrando! È il viso bianco di Giovanna pazza / contro tua moglie..."


Dopo tre anni di inutili tentativi di prendere il potere, venne catturato dai suoi nemici e fucilato.

Sua moglie, Carlotta del Belgio, aveva praticato tutte le corti europee cercando di organizzare appoggi per il marito. Dopo la notizia della morte del marito divenne pazza.

Da quel momento molti si convinsero che la Miramare portasse sfortuna, cioè della cosiddetta “Maledizione della Sfinge”.

Numerosi altri lutti furono collegati alle vicende di quel castello. Ecco i più clamorosi.

Nel 1914, l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando vi soggiornò con sua moglie prima di recarsi a Sarajevo. Entrambi furono ammazzati da un nazionalista serbo. Fu la scintilla che fece scoppiare la prima guerra mondiale.

Il duca d’Aosta trascorse a Miramare la sua luna di miele. Poco dopo partì per l’Africa al comando delle truppe italiane in Etiopia: fu catturato dagli inglesi e morì in prigionia.

Alla fine della seconda guerra mondiale, due generali americani, che avevano stabilito a Miramare la Sede del Comando, perirono in pochi mesi; il primo in un incidente stradale e l’altro nel corso della guerra in Corea.

IL MORTO RITORNA

Mariute lavorava in una filanda della seta e, siccome era inverno, doveva tornare a casa la sera nel buio. Inoltre era costretta a passare presso il cimitero perché, pur potendo scegliere un altro percorso, quello era molto più corto.

Il “moroso” era partito in guerra e non dava notizie di sé. Non scriveva più, ma non era neppure giunta la segnalazione della sua morte, come era capitato per tanti giovani del paese.

Mariute stava tornando a casa con quei pensieri in testa, mentre una luna, grande come una frittata, illuminava il sentiero.

Improvvisamente si rese conto che un’ombra l’affiancava. Era il suo ragazzo che le parlava con un filo di voce:


- Oh, che bel chiarore lunare, il vivo e il morto viaggiano assieme, hai paura Mariute?
 

La ragazza intuì tutto all’istante. Si tolse gli zoccoli dai piedi e si mise a correre scalza, mentre il cuore le rimbombava in petto come i colpi di un martello.

Era l’anima del suo fidanzato morto in guerra, tornato a dirle “mandi” per l’ultima volta.

LORCO

Trae nome dalla divinità infernale Orcus, presa dal mondo latino.

è un essere grande e potente come una montagna, il terremoto (orcolat), una grandinata.

Può mutare aspetto e sempre a danno degli uomini.

Diventa una grossa palla in grado di rincorrere le persone per schiacciarle, oppure si trasforma in un asino che inizia improvvisamente a scalciare.

Talvolta crea del ghiaccio sulla strada e il malcapitato che scivola lo sente sghignazzare tra gli arbusti.

Fa sbagliare sentiero al viandante e questi si ritrova la sera al punto di partenza dopo aver camminato tutto il santo giorno.

In Friuli si dice di un uomo che “sembra un orco” se è cattivo, antipatico o semplicemente se ha la voce rauca.
Un giorno l’Orco capita dalle parti di Corno di Rosazzo, dove vive un signore terribilmente avaro. Questo esempio di altruismo aveva una figlia bellissima e altrettanto buona, ma egli l’avrebbe tranquillamente sacrificata per denaro.

Dunque il taccagno, quando viene a sapere dell’arrivo dell’Orco, si mette a ricercarlo e gli dice: “Se mi farai diventare molto ricco, ti darò in sposa mia figlia”.

L’Orco lo conduce nel bosco e dichiara: “Qua sotto giace un gran tesoro. Io scaverò un buco, mentre tu mi porterai, verso mezzanotte, tua figlia su un carro trascinato da due buoi”.

L’Orco scava subito la fossa con le sue mani grosse come badili e verso mezzanotte arriva fino all’inferno. Da lì estrae il tesoro e poi attende il suo futuro suocero.

Intanto quello arriva a casa e dà ordine alla figlia di prepararsi per lo sposalizio.

La ragazza si mette a piangere per la disperazione.

Allora la madre chiede soccorso alle fate del Colle di San Biagio che la figlia aveva spesso aiutato nel lavaggio dei panni al ruscello.

Le buone fate corrono in fretta nel bosco e, approfittando del buio, riescono a rapire la figlia a quel padre snaturato, e questi nemmeno se ne accorge.

Quando l’uomo arriva sul posto, scorge l’Orco e, accanto a lui, un sacco pieno di monete d’oro. Già stanno caricandolo sul carro, quando entrambi si rendono conto che la sposa non c’è.

L’Orco vuole riprendersi il sacco, l’uomo gli si oppone.

Ne nasce una lite tremenda e tutti e due cadono dentro il baratro scavato dall’Orco, insieme al tesoro, al carro e ai buoi.

La gente che vive attorno alla “Buca del Mare” racconta che durante l’inverno si odono talvolta, le grida dei dannati, il muggire dei buoi e il tintinnio delle monete d’oro provenienti da quel baratro.

DRAGO DI OSOPPO

In quella che oggi chiamiamo la piana di Osoppo c’era una volta un vastissimo lago.

Osoppo era un paesino insulare, dove si era installato un enorme drago dalle sette teste. Con il suo fiato velenoso uccideva chiunque osasse avventurarsi in quei paraggi e poi lo divorava.

Gli abitanti delle rive erano terrorizzati, così pensarono di contattare un eremita che aveva la fama di essere un santo.

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Questi promise di liberarli dal drago, a patto che lo trasportassero in barca fino ad Osoppo. Ma la gente aveva paura e nessuno osava accontentarlo.

Pertanto l’eremita comandò che tutti facessero tre giorni di digiuno e infine alcuni coraggiosi si offrirono di accompagnarlo fino ad un’altra isoletta prossima a quella del drago.

Sceso dalla barca, benedì le rive, dedicando l’isola a San Rocco, affinché il drago non osasse avvicinarvisi.

La bestiaccia rispose con un soffio velenoso e con un colpo di coda in acqua, ma la croce dell’eremita respinse il fiato mortale, né le onde lo spaventarono.

Ogni giorno il sant’uomo celebrava la messa e pregava continuamente.

Il drago vomitava bile verde e urlava: “Io ti schiaccerò”.

La gente lo udiva tuonare da lontano e tutti provavano brividi di paura.

Infine il drago inizio ad ammalarsi, a barcollare e con un ultimo grido cadde dentro il lago.

Arrivò uno spaventoso terremoto. Si aprirono innumerevoli fessure nel terreno che ingoiarono rapidamente tutta l’acqua.

La gente ringraziò Dio di averli liberati da questo orrore e raccolse per giunta una grande quantità di pesce.

La terra del lago diventò un enorme campo fertile. L’eremita domandò al popolo di costruire, sopra la vecchia isola di San Rocco, una bella chiesa che ancora oggi possiamo visitare.