Intervista di Alessandra Cenerini a Norberto BottaniA.C: Norberto, innanzitutto grazie per questo lavoro che ci aiuta a fare passi avanti nella comprensione di questioni controverse e ancora oggetto, da noi, di sterili contrapposizioni ideologiche. Per non lasciare dubbi su quanto è sintetizzato nelle diapositive vorrei commentare con te alcune delle tue affermazioni. Tu sei infatti, come sempre, efficacissimo nella comunicazione, ma a volte ami fare dichiarazioni lapidarie che di primo acchito generano sconcerto. Te ne sottopongo una. Nella prima diapositiva "Punti fermi: l'artificio scolastico e la bolla di sapone", asserisci "Una proporzione variabile di giovani perde qualsiasi motivazione allo studio scolastico, non impara più a scuola perché stare a scuola non ha senso". Converrai con me che per un insegnante ha quasi l'effetto di un pugno nello stomaco. Ci spiegheresti meglio che cosa intendi? N.B: Con quest'espressione alludo all'esperienza di una proporzione variabile di ragazze e ragazzi che ormai non ce la fa più a stare a scuola. Fisicamente non riescono nemmeno a stare seduti sui banchi; non sono capaci di stare fermi un minuto, di concentrarsi su un compito, e se obbligati a stare attenti o immobili, accusano mal di testa. Molti di loro devono essere trascinati in aula, o dai compagni o dai docenti. Ho visto scuole dove il preside deve fare il giro dei cortili per fare entrare nelle aule una parte dei suoi studenti. Sono casi limite? Non lo credo. Queste situazioni sono più comuni di quel che si possa pensare: si tratta di studenti che non si ritengono più studenti e che si trovano dentro quattro mura, seduti svogliatamente su un banco solo perché sono costretti. Se potessero sarebbero altrove. Cosa imparano in queste circostanze? Qualcosa imparano di certo, ma non quel che è previsto dai programmi e che è controllato nelle prove scolastiche o nelle interrogazioni. Si tratta anche di ragazze e ragazzi che non leggono quasi nulla, che faticano a decifrare un paragrafo, che non riescono a riassumere quattro righe. Considerarli ragazzi stupidi sarebbe un errore madornale. Non lo sono in genere, anche se la loro mente, tanto per usare una parola grossa, sembrerebbe poco strutturata, come direbbero certi psicologi. Molti non hanno acquisito in otto, nove anni di scuola nessuna padronanza degli strumenti conoscitivi; il pensiero logico deduttivo rimane allo stato embrionale e le forme di ragionamento astratto sono elementari. L'esperienza scolastica è per loro un tormento oppure un divertimento; in ogni modo non è quella prevista dai codici scolastici, si svolge secondo scansioni alternative e imprevedibili. Ecco, alludevo a questa popolazione. Mi chiedo dunque se per molti di loro la scuola abbia mai avuto un senso. Temo che sia proprio il caso. Questi ragazzi sono il rivelatore di una situazione anomala, che noi invece persistiamo a ritenere naturale e che invece non lo è affatto: non è naturale andare a scuola tutte le mattine alla stessa ora , passare la giornata con gli stessi compagni che non si sono mai scelti; e via di seguito. Tutto il contesto scolastico è artificioso. La scuola non che è un artificio, non è uno stato naturale. Forse una parte di questi ragazzi non è mai riuscita a realizzare la metamorfosi da bambino ad alunno; altri che erano magari diventati alunni sono ridiventati ragazzi, per ribellione all'ordine ed alla disciplina scolastica. Che cosa fare con loro? Costringerli a restare in quell'ambiente, in quelle condizioni, sarebbe un non senso. Questo è il problema. Ovviamente non c'è una sola soluzione a questo problema. Qui non si tratta di escludere dalla scuola queste persone, né di obbligarle con le buone o le cattive a restarvi. In primo luogo converrebbe avere chiarezza su quel che non si dovrebbe fare: per esempio escluderli dalla scuola; oppure punirli ; oppure metterli tutti assieme in classi ghetto o in scuole speciali; oppure mandarli a lavorare; oppure trattarli come degli sprovveduti ed infine perdere qualsiasi speranza in loro o fare loro capire che sono spacciati, che non c'è più nulla da fare con loro, che il loro futuro è privo di speranza, che non potranno mai più imparare nulla. Atteggiamenti del genere sono purtroppo comuni e sono inammissibili. Imparare è naturale e del resto fortunatamente loro continuano ad imparare, fuori dalla scuola, in altre sedi. Fare loro credere che non hanno più nessuna probabilità di imparare in una scuola, è come dare loro una mazzata sul capo. Non è quel che vogliono sentirsi dire. Moltissime indagini attestano che queste categorie di giovani vogliono più scuola, più impegno, più rispetto. In primo luogo bisognerebbe cominciare ad ascoltarli e poi ragionarci assieme: se l'autonomia ha un senso è proprio da qui che deve partire, da questi giovani che non sopportano più i ritmi scolastici, le modalità di apprendimento praticate nelle scuole. Quante scuole sono pronte a cambiare rotta, a trattare questi giovani secondo regole e principi diversi da quelli che vanno bene per la maggioranza degli studenti, a costituire un team pedagogico che prenda in mano questi gruppi di giovani e concordi con loro un programma di lavoro su misura, utilizzando le infrastrutture scolastiche? A.C: Chiarissimo, ma per noi abituati alla rigidità dei percorsi, al perpetuarsi dei riti, la realizzazione di quanto proponi si presenta come una strada costellata di difficoltà quasi insormontabili. Forse il percorso potrebbe chiarirsi e apparire più accessibile se capissimo meglio il senso della metafora da te utilizzata nella prima diapositiva: "La sfida dell'istruzione di massa: tutte le strade portano a Roma." N.B: Certamente non la Roma papale, non quella del Vaticano e nemmeno quella di Viale Trastevere. La meta, Roma, in questo caso è il diploma professionale, anzi il diploma più elevato che si può conseguire alla fine di un curricolo qualsiasi del secondo ciclo dell'istruzione o formazione secondaria. Il modello della scuola come catena di montaggio non sta più in piedi. La produzione scolastica non può più essere concepita come lo era quella della fabbrica d'un tempo che confezionava prodotti finiti secondo un modello di produzione unico. Al diploma si può arrivare dunque in vari modi, attraverso percorsi molteplici, incroci multipli, ritmi diversissimi. Non c'è nessuna via condannata in partenza. La metafora indica questi cammini che sfociano però tutti allo stesso punto: non importa la strada che si percorre e neppure il tempo che ci si impiega. Alla fine però tutti arrivano laddove agognavano di giungere. L'apriti sesamo che permette di ottenere il diploma è dato da un sistema flessibile, che offre possibilità di ricupero a chi passa da un indirizzo di scuola ad un altro. Non c'è una sola via che porta a Roma, quella liceale, per intenderci. Ecco perché alludo alla maturità professionale e dico che la si potrebbe conseguire anche dopo avere seguito la formazione professionale o perfino l'apprendistato. Ne parlo con conoscenza di causa perché questo succede proprio sotto i miei occhi, con studenti che dopo quattro anni di- come chiamarla?- formazione professionale in alternanza o combinata con giornate passate in aziende e almeno un giorno alla settimana a scuola, dopo avere conseguito il certificato professionale continuano a formarsi e si preparano alla maturità professionale sempre secondo un percorso combinato scuola-lavoro, Questo è stato per esempio realizzato in Francia. Con un anno o due supplementari, partendo proprio dalle modalità di formazione professionale più pratiche, ci sono giovani che ottengono la maturità professionale e che continuano nelle scuole tecniche superiori del terziario. Quando descrivo queste situazioni a interlocutori italiani m'accorgo di essere guardato con incredulità: una cosa del genere non sembra possibile. Eppure succede A.C: C'è un terzo punto che mi pare necessario rendere più esplicito, perché potrebbe essere interpretato come un ritorno all'antico. Nella conclusione, quando esponi le tue 10 tesi, scrivi "La tendenza dominante va nel senso della creazione di una varietà di forme flessibili di formazione (nel 1999 a Ginevra per i 350 diplomati degli Istituti professionali ad indirizzo sociale-sanitario si sono riscontrati 61 percorsi di formazione diversi). Noi veniamo da una situazione in cui gli istituti professionali avevano più di 300 percorsi e qualifiche, se ricordo bene. Tutto il dibattito dagli anni 70 in poi, pur con gli errori che ha generato, ha avuto al centro una questione che non può essere accantonata. In sostanza ci si chiedeva quali fossero le conoscenze e competenze che i ragazzi fra i 14 e i 18 anni devono acquisire per potersi inserire attivamente in un mondo del lavoro in costante evoluzione, che richiede creatività, capacità critiche, flessibilità ecc ecc. Sull'onda di quei ragionamenti si cominciarono a restringere le specializzazioni e ad aumentare il carico delle discipline teoriche. Si sbagliò, è vero, nel licealizzare tutto, ma in ogni caso sarebbe un errore oggi il ritorno all'antica frammentazione dei diplomi. La mia domanda allora è: Che cosa intendi per "modelli di formazione diversi?" Intendi, suppongo, una sorta di personalizzazione della formazione e non certo "uscite" differenziate? E' così? Noi non conosciamo l'esperienza svizzera, per questo vorremmo capire meglio. N.B: Non si tratta di certo di fare marcia indietro e di riproporre trecento e forse più tipi di qualifiche e percorsi. Ovunque , anche in Svizzera, è successa la stessa cosa: in questi ultimi anni si sono compiuti sforzi considerevoli per ridurre la giungla delle specializzazioni e degli indirizzi di studio che erano calcati sulla diversità delle professioni, come se ad ogni professione dovesse corrispondere un solo tipo di scuola. Per citare un caso che conosco, a Gordola, nella Svizzera italiana, c'è un centro di formazione professionale che raggruppa in un solo sito una trentina di professioni del ramo dell'edilizia. Questi sono progressi considerevoli. L'espressione percorsi professionali dice proprio quel che dice: si tratta di percorsi, di modalità di organizzazione del piano di studio, di schemi di formazione, di combinazione di opzioni e livelli di specializzazione che consentono, a chi ne ha voglia di andare avanti, di scoprire gli aspetti più tecnici del mestiere che vorrebbe imparare, di articolare indirizzi inconsueti oppure di riprendere la formazione in un campo dopo averne conclusa una in un altro, senza però ripartire da zero. Non ci sono compartimenti stagni nella formazione e nell'istruzione; molti accostamenti sono combinabili sia nella componente teorica che in quella pratica. Il sovraccarico dei programmi oppure la licealizzazione dei percorsi non sono la soluzione: a torto si è ritenuto che si dovesse mirare ad una formazione polivalente, teorica, pluridisciplinare per permettere percorsi flessibili, per facilitare i cambiamenti di rotta, per tenere tutte le strade aperte. In questo modo invece le strade si fermano. Chi non ce la fa è scartato, è senza vie di scampo , senza alternative valide. La specializzazione non è sinonimo di chiusura, l'indirizzo pratico non significa esclusione dell'accesso alla conoscenza teorica. Sarebbe ora di rivedere certi preconcetti che impediscono di valorizzare i molteplici stili e modi di apprendimento. A.C: Infine un'ultima domanda che riguarda la grande assente nel panorama dell'istruzione in Italia: la formazione tecnica superiore. Nella diapositiva "Intoppi italiani" affermi all'ultimo punto ."Un paesaggio desolante: mancano scuole universitarie professionali, mancano istituti tecnici superiori". Quello che vorremmo capire è in che cosa si differenziano negli altri Paesi le "scuole universitarie professionali" dagli "istituti tecnici superiori". N.B: Anche qui il sistema italiano, come ha ben detto la Ribolzi, è ingessato: tutto ruota attorno all'università che è diventata un gran bazar in cui c'è di tutto. Non vorrei parlare dell'università ma piuttosto degli sbocchi dopo la conclusione dell'istruzione o formazione secondaria di secondo grado. Per ora in Italia non si può fare altro che iscriversi all'università ( o ai politecnici , che è poi la stessa cosa). Tutti si ingolfano lì dentro ed il risultato sono università sovraffollate, che fanno acqua da tutte le parti. Questo stato di cose è noto, è stato denunciato da tempo, ma purtroppo non si è fatto quasi nulla per trovare una via d'uscita. Vie d'uscita ce ne sono, ma evidentemente sono impraticabili per la miriade di parrocchie che si illudono di governare e controllare ancora quel che rimane del potere accademico. Occorre un cambiamento radicale di strategia: invece di continuare a gonfiare le università e ad estenderne e dilatarne le competenze si dovrebbe fare il contrario: ridurre il settore universitario ( il che non vuol dire diminuire il numero degli studenti), e creare , praticamente dal nulla, scuole , istituti, centri paralleli a quelli universitari con finalità diverse da quelle del corso studiorum universitario, di natura pratica, professionale, tecnica. Questo è l'indirizzo delle scuole universitarie professionali che si sono sviluppate in Europa da una trentina d'anni e che ormai costituiscono una componente essenziale di quello che si suole chiamare il settore terziario, per differenziarlo da quello delle secondarie. Queste scuole universitarie professionali sono caratterizzate da un indirizzo tecnico molto spinto, imperniato sulla ricerca applicata, esattamente come il settore universitario, almeno in linea di principio, originalmente era imperniato sulla ricerca fondamentale. Questa distinzione è obsoleta ma la uso per comodità. In questo modo le scuole universitarie professionali diventano il luogo privilegiato di sviluppo delle piccole e medie aziende che non possono fare a meno della ricerca per andare avanti e restare competitive. Questa caratteristica permette subito di capire che probabilmente le scuole universitarie professionali non bastano, perché ci sono indirizzi di formazione molto specializzati dove però non è necessario fare ricerca applicata: è il caso per esempio di molte specializzazioni nel settore della sanità, oppure nel campo artistico e musicale. Quindi, accanto alle scuole universitarie professionali sono sorte altre scuole professionali avanzate, per esempio istituti superiori di belle arti oppure , scuole di specializzazioni che non sono di tipo universitario, ma che non sono nemmeno di tipo secondario. Per frequentarle occorre dapprima avere concluso una formazione secondaria, liceale o non liceale poco importa. In Italia manca una strategia ed una politica di sviluppo del settore "terziario", mancano proposte di come questo settore dovrebbe essere configurato e strutturato. Apparentemente si avanza a casaccio ma in realtà c'è un principio che governa le scelte politiche o le non scelte fatte finora : la regola è quella della non belligeranza, del rispetto delle sfere di competenza reciproche. In primis, si direbbe, non urtare nessuno, non danneggiare chi potrebbe diventare un alleato, non farsi dei nemici. A.C: Grazie Norberto. Lucidissimo come sempre
nelle analisi e nelle proposte. Mi auguro solo che al tuo sano, indispensabile
pessimismo della ragione, si affianchi in tutti noi un altrettanto sano
ottimismo della volontà. Solo così forse ci sarà
speranza di cambiare. |