Primo ciclo e biennio obbligatorio: impostazioni “dissociate”

L'uscita quasi contemporanea delle nuove Indicazioni Nazionali per la scuola dell'infanzia e il 1 ° ciclo e delle norme concernenti la certificazione di uscita dell'obbligo impone un paragone fra le diverse impostazioni dei due documenti.

1° ciclo : rivendicazione dei gloriosi anni'70

Il clima culturale delle Indicazioni per l'infanzia e il 1 ° ciclo sembra essere un'orgogliosa rivendicazione dei “gloriosi Settanta", che hanno avuto seguito nelle riforme degli anni Ottanta e Novanta. Del resto nessuno in questi ultimi anni ha fatto mistero di considerare come massimo di avanzamento la riproposizione e la restaurazione dei programma e delle indicazioni partorite per la scuola dell'infanzia e primaria in quel periodo. E' stato fondamentalmente nel nome di quelle bandiere che è stata combattuta la battaglia contro la Riforma Moratti.

Assistiamo perciò ad una riproposizione del modello in forme rinforzate. L'idea di un'offerta formativa onnicomprensiva, assolutamente pervasiva sembra sfociare per il 1 ° ciclo in un'idea di scuola che forgia non solo lo scolaro, ma l'essere umano nella sua complessità. Si tratterebbe solo di velleitarismo se non fosse che invece dell'uomo nuovo nasce l'uomo analfabeta, come è già stato scritto nel Commento alle indicazioni. Nel nostro paese lo schieramento dei pedagogisti democratici d'antan e di tutto l'apparato di ispettori e direttori didattici formatisi in quegli anni è particolarmente potente- in forza di un'egemonia conquistata nei decenni- non accetta di rimettersi in discussione e si crogiola in un autocompiacimento spesso imbarazzante.

Non è per desiderio di nuovismo a tutti i costi che questa impostazione viene ritenuta arretrata. Il fatto è che nel frattempo l'attenzione della società sulla scuola si è spostata dall'offerta ai risultati, dal curriculo agli esiti, da ciò che fanno gli insegnanti in classe a quanto imparano gli allievi. E questo non prioritariamente per una evoluzione della pedagogia, ma per una messa a fuoco del tema della scuola da parte di altri settori disciplinari (l'economia, la statistica, la sociologia) che da tempo pongono l'accento su trasparenza, efficacia, efficienza e rendimento nella gestione di tutti i servizi pubblici.

Biennio obbligatorio: fra passato e presente

Nel documento sulla certificazione dell'obbligo sembra invece farsi strada la consapevolezza di questo spostamento di asse.

Quanto sia comunque faticoso questo spostamento e quanto pesi la gloria del passato lo testimonia il fatto che, nel licenziare un quadro di esiti attesi, modellato lodevolmente sul Quadro Europeo delle Qualificazioni, lo si è voluto chiamare “Assi culturali” con una esplicito riferimento lessicale al dibattito anni Settanta e dunque in modo contradditorio rispetto al contenuto. Una chicca per amatori: saranno ancora in molti a ricordare quando Reichlin –responsabile Scuola del PCI - poneva l'accento sulla necessità di rinforzare l'asse storico -scientifico per combattere la persistente egemonia filologica della scuola italiana?

Tuttavia gli esperti di questo governo che si occupano di scuola superiore non hanno chiuso le finestre alle nuove impostazioni. Anche perché su questo segmento formativo si è da qualche anno scatenata una certa bufera che proviene dal sempre crescente successo delle valutazioni standardizzate esterne sui quindicenni (PISA) e dagli intervento della Unione Europea che, in forza della sua competenza nel campo del lavoro e della formazione professionale, continua a mettere a punto strumenti di indirizzo finalizzati a permettere la lettura comparabile e trasparente delle competenze acquisite dai cittadini dei vari Stati dell'Unione.

Un punto di forza: il riferimento al QEQ

Il riferimento ad un quadro internazionale ed anche nazionale esterno è sicuramente il principale punto di forza delle strumentazioni proposte.

L'assunzione del quadro categoriale del QEQ non era da darsi per scontata ed infatti nel dibattito e nel materiale delle Indicazioni non se ne trova traccia. E' da ricordarsi che il primo degli 8 livelli proposti è quello di uscita dell'obbligo che pertanto potrebbe avere un effetto di feedback anche sugli anni precedenti.

I pregi di questa assunzione stanno:

•  nel porre il focus dell'attenzione sugli esiti,

•  nel dichiarare la necessità della certificazione di conoscenze abilità e competenze

•  e nel dare una definizione piana e condivisibile oltre che autorevole di queste tre entità che in Italia hanno suscitato dibattiti bizantini. Dibattiti di cui peraltro rimane traccia nell'affiancamento di “ capacità” ad “abilità”: i cultori della materia ricordano a quali logomachie la definizione di questo ambiguo termine ha dato luogo negli ultimi anni.

E' anche vero che in questo gli OSA della Regione Lombardia decretati nell'aprile 2007 avevano battuto sul filo di lana le determinazioni nazionali.

Parimenti sono rintracciabili punti di contatto e citazioni con i Quadri di Riferimento (Framework) di PISA, con il Framework Europeo delle Lingue e per quanto riguarda l'Italia con gli Standard dell'Accordo Stato Regioni (Accordo Stato-Regioni: competenze di base)

La certificazione

La logica complessiva di impianto sembra essere quella di dare una terminalità certificativa non legata ad un esame poiché i percorsi non vengono modificati; scelta bizzarra e diversa da quella di tutti gli altri paesi. Scelta anche positiva, se fosse il primo passo per sostituire al sistema dei titoli di studio quella delle certificazioni sugli esiti di apprendimento effettivamente raggiunti.

Il risultato è quello di collocare un cappello unitario light su tutti i percorsi, ivi compresi quelli di istruzione e formazione professionale regionale su cui è in atto uno scontro fragoroso.


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