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La scuola italiana
ha trovato negli insegnanti i suoi migliori testimoni prima ancora
che nascesse (vedi De Sanctis e Settembrini). |
In un discorso sulla professione non deve mancare la loro voce, anzi, le loro voci, data la diversità di toni, di atteggiamenti e di esperienze di cui sono stati e sono portatori: dagli entusiasmi risorgimentali, alle difficoltà delle prime realizzazioni dell'Italia unita, dalle battaglie sindacali e professionali degli inizi del '900 fino alla grande ripresa del secondo Dopoguerra e al "disagio", alla vera e propria "angoscia" di oggi.
Abbiamo scelto, tra un mare di pretendenti, solo pochissimi che ci sono parsi degni e significativi per rappresentare in modo vivo, diretto e, talvolta, emozionante il lungo percorso di sette generazioni di maestri e professori. Abbiamo privilegiato il filone riflessivo, pur sapendo che esiste una "linea rossa" che percorre l'autoanalisi di questa professione, che è quella comica e umoristica fino al grottesco. Proprio per la sua prevedibilità e la sua sostanziale monotonia, non ci è sembrata utile per il nostro discorso che intende individuare aspetti e sentimenti legati alla dimensione professionale.
L'antichissima versione "da commedia" ha certamente una sua importanza, se non altro perché nelle sue infinite varianti, è stata adottata dalle comunicazioni di massa, che fanno del docente un soggetto semi professionale, caratterizzato soprattutto da "spirito di sacrificio"; non c'è stipendio, non c'è privilegio che possa ripagare il suo lavoro. Sulla professionalità, sulla cultura, sulla comunicazione di contenuti, valori, strumenti intellettuali, infine, sull'utopia di un mondo diverso, non si spendono parole sui giornali, nella TV e nei mass media.
Questa delicatissima professione non ha nulla a che vedere con lo spirito di sacrificio che invece sarebbe auspicabile in un missionario, né in una innata vocazione al dovere, il docente viene esaltato perché si sacrifica e perché lo fa oltretutto a buon mercato. In una società come la nostra questi sono i parametri della dabbenaggine e della imbecillità, non della professionalità.
E questa immagine così resistente rende oltremodo difficile ogni mutamento.
Infatti tutte le testimonianze "serie" a partire dagli anni Ottanta segnalano l'estrema difficoltà di un'intera categoria in una Pese che ha assistito al passaggio da una scuola sostanzialmente d'élite ad una sostanzialmente di massa, come se si trattasse di una trasformazione naturale e indolore, della quale compiacersi nelle occasioni ufficiali, nel momento stesso in cui si evita con cura di farsi carico dei notevoli problemi connessi a quella stessa trasformazione. Il mutamento della composizione sociale dell'utenza scolastica si colloca cronologicamente tra la fine degli anni Cinquanta e l'avvio dei Sessanta ed ha comportato non soltanto un aumento quantitativo degli studenti, ma anche e soprattutto un aumento qualitativo delle tematiche introdotte nella scuola da una larga fascia di utenti che, per la prima volta, storicamente, ad essa si rivolgevano. Tale cambiamento, che ha investito tutto il nostro sistema scolastico, non è stato in alcun modo governato, abbandonando i suoi protagonisti - ma non solo essi -, nella condizione pirandelliana dei proverbiali personaggi in cerca d'autore.
Oggi, dilapidate le sostanze materiali e morali di una storia non ingloriosa, la scuola è chiamata a fare la sua parte in una difficile fase di transizione al "nuovo" - che qualcuno chiama "epocale" - , che ai nostri colleghi e testimoni appare faticosa, opaca e priva di senso.
Non è proprio il caso di scherzare.